martedì 24 giugno 2014

Jean-Paul Sartre. Le parole (1964)



“Ho cominciato la mia vita come senza dubbio la terminerò: tra i libri” (p. 29). Nel ricostruire la genesi del suo rapporto con le parole e la scrittura, Jean-Paul Sartre (1905-1980) ne Le parole (1964, trad. il Saggiatore 1964 e succ., da cui traggo i numeri di pagina dei passi citati), traccia un ritratto originale, assieme amaro e ironico, degli anni della sua adolescenza. È proprio allora, infatti, che si forma quella che egli definisce, nella chiusa del libro, una sorta di benefica “follia” (Ciò che mi piace nella mia follia è che essa mi ha protetto, fin dal primo giorno, contro le seduzioni dell’“elite”: mai mi son creduto il felice proprietario di un “talento”, p. 174), ossia la predilezione per la scrittura, la convinzione che la letteratura sia una sorta di missione affidata a pochi chierici. Incapace di giocare come gli altri bambini, cresciuto senza padre in un mondo di adulti, il bambino Sartre comprende ben presto di non essere come gli altri. Egli ama stare in casa perché poco adatto ai giochi all’aria aperta. Per questo i libri per lui cessano presto di essere un mero passatempo: divengono la sua vita, perché solo attraverso di essi egli si sente protagonista di qualcosa, prima attraverso la lettura e poi, più tardi, mediante la scrittura: “Non ho mai razzolato per terra, non sono mai andato a cacca di nidi, non ho erborizzato né tirato sassi agli uccelli. Ma i libri sono stati i miei uccelli, i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna (p. 35).
L’ammirazione degli adulti, infatti, è legata alla sua precoce capacità di lettura. La diffidenza del nonno Karl per queste attività non distoglie il Sartre bambino da qualcosa che egli sente appartenere alla sua essenza, da un amore per la Parola che precede qualsiasi riflessione razionale su di essa, essendo radicato in lui, nella sua natura istintiva. Egli sa che è amato per quello, perché è precoce, un lettore avido. Egli vive e ragiona come un adulto non rendendosi conto di cosa significhi essere un bambino:
La mia verità, il mio carattere e il mio nome erano nelle mani degli adulti; avevo imparato a vedermi attraverso i loro occhi; ero un bambino, quel mostro che essi fabbricavano con i loro rimpianti. Quando non c’erano, essi si lasciavano dietro il proprio sguardo, misto alla luce; io correvo, saltavo attraverso quello sguardo che mi conservava la mia natura di nipotino modello, che continuava a offrirmi i miei balocchi e l’universo. Nella mia camera graziosa, nella mia anima, i miei pensieri giravano, chiunque poteva seguire il loro maneggio: non un angolo d’ombra. E tuttavia senza parole, senza forma né consistenza, diluita in questa trasparenza innocente, una trasparente certezza sciupava tutto: ero un impostore (p. 58).
Sartre sospetta che questa benevolenza sia un inganno e che le qualità che gli adulti lodano in lui non siano frutto della sola sua natura, bensì siano un gioco per accattivarsi simpatie che, altrimenti, egli non potrebbe ottenere; l’unico della famiglia che, forse, se ne rende conto è il nonno Carl Schweitzer (zio del celebre Albert Schweitzer), uomo colto, autoritario, scettico sulle possibilità letterarie del nipote eppure, involontariamente, capace di favorire in lui l’amore per le parole. “Una sera egli annunciò che voleva parlarmi da uomo a uomo, le donne si ritirarono, mi prese sulle ginocchia e m’intrattenne gravemente. Sarei stato scrittore, intesi; … Ma bisognava guardare le cose in faccia, lucidamente: la letteratura non dava pane. Lo sapevo che degli scrittori erano morti di fame? Se volevo conservare la mia indipendenza, conveniva scegliere un secondo mestiere” (p. 108). Questo discorso produce l’effetto contrario, divenendo una sorta di parziale nulla-osta al perseguimento dei suoi sogni letterari; in altre parole, Sartre comprende così che la scrittura è il suo destino, il solo modo per diventare grande, per acquisire una maturità. Il nonno “aveva menzionato la mia vocazione se non per sottolinearne gli svantaggi: trassi la conclusione che egli la considerava come acquisita … Il mestiere di scrivere mi apparve come un’attività da persone grandi, così pesantemente seria, così futile e, in fondo, così priva di interesse, che non dubitai nemmeno per un attimo che essa non mi fosse riservata” (p. 110).
Sin dalla lettura delle prime fiabe Sartre vive in un mondo a sé, nel quale egli gioca con personaggi inventati da altri; più tardi, rapito dall’idea, titanica e illusoria, di creare lui stesso dei personaggi, si mette a scrivere delle storie. Il passo dalla lettura alla scrittura è breve ma decide il destino dell’intera sua esistenza. La scoperta della forza del linguaggio scritto è il modo attraverso il quale il bambino che non possiede infanzia s’introduce definitivamente nel mondo degli adulti; incapace di essere bambino, inadatto a sviluppare pensieri infantili, diventa adulto suo malgrado, molto prima della maturità fisica.
Orfano del padre sin da quando è nato, Sartre scopre che la mancanza del padre è stata un fatto forse positivo; in tal modo egli non apparteneva a nessuno, non aveva un maschio da prendere a modello (benché il nonno avesse influenza su di lui), né un uomo da cui prendere ordini. “Se fosse vissuto, mio padre si sarebbe steso lungo sopra di me e m’avrebbe schiacciato … Fu un bene o un male? Non lo so; ma sottoscrivo volentieri il verdetto di uno psicanalista: io non ho un Super-io” (p. 15). Questa mancanza di autorità ha reso Sartre incapace di dare ordini, rendendolo un ragazzo sensibile, pallido, qualche volta malato e poco propenso a instaurare relazioni umane. Mentre i suoi amici vivevano una fanciullezza ordinaria, spesso fatta di avventure, screzi, tragedie di poco conto, il Sartre bambino, che si sentiva già “sentinella della cultura” (p. 47), viveva, seduto sul divano di casa, grandi e immense tragedie, avventure nella giungla, assistendo a grandi omicidi e amori memorabili. Lo faceva leggendo, certo, ma era come se succedesse tutto sul serio.
Questo genere di esistenza, sempre alla ricerca di ciò che appare superiore, rende il mondo di Sartre qualcosa di chiuso, impenetrabile; in questo mondo di parole stampate egli si sente superiore a tutti, quasi inarrivabile. Non è così, ovviamente, quando incontra il mondo reale: “Ero il primo, l’incomparabile, nella mia isola aerea: mi ritrovai all’ultimo posto quando mi sottomisero alle regole comuni” (p. 53). Eppure questa lacerazione non è una ferita. Egli sa qual è il mondo dove vivere bene. Isolato, idolatrato dalle donne di famiglia come bimbo precoce, guardato con sospettoso amore dal nonno, il piccolo Sartre sente che solo nella letteratura può stare bene, sebbene questa magia sia di breve durata. Crescendo, egli comprende che il piacere della lettura diviene, alla lunga, un triste dovere; egli è infatti solo il protagonista di avventure che sono scritte da altri.
E allora, forse ispirato dalla scoperta del cinematografo, forse perché ogni giorno il confronto con gli altri bambini dava risultati modesti, ecco che il piccolo Sartre si getta nella scrittura come sua seconda attività coronata di parole. La frequentazione delle grandi opere letterarie, dei grandi scrittori, funge da stimolo motivatore; tuttavia, la coscienza che molti di questi scrittori hanno condotto un’esistenza infelice, che siano stati poco conosciuti e, spesso, dimenticati una volta morti, atterrisce Sartre. Egli non concepisce la scrittura se non come un mezzo per sconfiggere la morte, per sopravvivere agli esseri mortali; sa che il destino dello scrittore è infelice, ma concepisce la scrittura come un martirio al quale sottoporsi voluttuosamente, soffrendo e piangendo. Per salvarsi, gioca carte che non ha, rischia, sommette di essere un predestinato: “sarei stato capolavoro firmato: sicuro di poter eseguire la mia parte nel concerto universale, avrei pazientemente atteso che [Dio] mi rivelasse i suo disegni e le mie necessità” (p. 67).
Sartre s’immagina di sopravvivere grazie alla propria opera; mentre i suoi amici sono turbati dalla morte fisica (“Nizan era il più ossessionato: a volte, in pieno giorno, si vedeva cadavere” p. 135), egli accetta con serenità il suo destino perché, scrive, “la mia nascita mi apparve come un male necessario, come un’incarnazione del tutto provvisoria che avrebbe preparato la mia trasfigurazione: per rinascere bisognava scrivere, per scrivere erano necessari un cervello, occhi, braccia; finito il lavoro, questi organi si sarebbero riassorbiti da sé” (p. 133). Egli immagina che dal suo corpo decomposto si alzeranno delle farfalle in-folio che si poseranno sugli scaffali della Biblioteca Nazionale a Parigi. Egli allora non sarà più un uomo né un corpo in decomposizione, bensì diverrà un libro, anzi, l’insieme di tutti i libri da lui scritti: “La mia coscienza è in briciole: meglio così. Altre coscienze m’hanno preso in carico. Mi leggono, salto agli occhi, mi parlano, sono in tutte le bocche, lingua universale e singolare” (p. 135). Questo accade perché lo scrittore autentico dovrebbe avere la coscienza di vivere fuori dal tempo, in una dimensione che trascende il tempo fisico, quello che appartiene all’esistenza quotidiana; egli non prova malinconie perché l’istante appena trascorso è già sepolto mentre solo ciò che sta per venire, il Nuovo, deve interessarlo, come qualcosa che ci costituisce davanti ai suoi occhi: “L’adolescenza, la maturità, lo stesso anno che è appena finito, saranno sempre l’Ancien Régime: il Nuovo si annuncia nell’ora presente ma non è mai costituito” (p. 163).
Naturalmente questa dimensione a-temporale dello scrittore ha i suoi svantaggi; perché solo pochi scrittori, vivendo grazie all’arte, sono in grado di scrivere un’opera che sappia porsi al di là del tempo fisico; l’esistenza delle piccole cose, delle esigenze contingenti, infatti, preme senza sosta sull’essere umano. Il suo corpo non tace mai, la necessità di vivere, di stare al mondo, costituisce un insieme di appelli alla prassi, alla concretezza, capace di distrarre l’individuo nel perseguimento dell’ideale artistico. Però Sartre si è messo in testa di avere una missione; in realtà, sono stati gli adulti che, lodando le sue supposte capacità intellettuali, lo hanno convinto. Lui ne ha preso atto, rendendosi conto che, chiamato a esistere in un mondo colmo di ragazzi più forti e sani di lui, solo immergendosi nella lettura e poi impegnandosi a scrivere avrebbe potuto prevalere in qualcosa. La scoperta della scrittura è stata una sorta di seconda, e autentica, nascita: “Sono nato dalla scrittura: prima, c’era solo un gioco di specchi; a partire dal mio primo romanzo, seppi che un bambino s’era introdotto nel palazzo degli specchi. Scrivendo, esistevo, mi sottraevo alle persone grandi; ma non esistevo che per la scrittura” (p. 106).
Sartre non ignora il carattere precario e caduco delle “produzioni” umane, soprattutto artistiche. Tuttavia, egli è altresì consapevole che solo agendo, “producendo”, l’essere umano lascia una traccia di sé, per quanto flebile e destinata a dissolversi. Se è venuta meno la fede nell’impegno quale unica ragione di esistere dell’uomo, se ora in Sartre vige la consapevolezza che quel che accade nella vita non è imputabile solo alle scelte del singolo individuo perché esiste una dimensione universale che trascende l’uomo singolo (e che non è religiosa, bensì connessa alle stratificazioni storiche e culturali che portiamo sulle spalle nascendo e che, morendo, diamo in eredità a chi viene dopo di noi), questo non significa che egli rinunci a scrivere, perché per lui solo la scrittura costituisce un modo per esistere autenticamente: “Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri; ce n’è bisogno; e serve, malgrado tutto. La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica. Ma è un prodotto dell’uomo, egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo a offrigli la sua immagine” (p. 173).

venerdì 6 giugno 2014

APPUNTI SULLO ZIBALDONE DI GIACOMO LEOPARDI – 1 “Poesia e non poesia”.





Nelle prime 40 pp. dello Zibaldone, Giacomo Leopardi discorre, tra le altre cose, dell’essenza della poesia. Egli sostiene che se il poeta non imita la natura, se non si fa guidare da una sorta di istinto e dalla “bella negligenza”, riduce la poesia ad arte, rendendola fredda. È questo l’errore principale compiuto da molti poeti moderni, i quali riducono la poesia ad arte rarefatta, tradizionale; per queste ragioni la poesia è stata autentica solo al tempo degli antichi poeti greci e romani, mentre solo rari autori “moderni”, tra i quali Dante, Petrarca e Ariosto, sono stati capaci di offrire poesia genuina. Tali affermazioni rispecchiano l’idea secondo cui “la ragione facendo naturalmente amici dell’utile proprio togliendo le illusioni che ci legano gli uni agli altri, scioglie assolutamente la società, e inferocisce le persone” (p. 24); poiché la Natura è superiore alla ragione, un’esistenza guidata dalla natura vale di più di un freddo e razionale modus vivendi.
In questa fase primaria del suo pensiero, Leopardi adotta un’immagine benigna della natura; tuttavia, in una fase più matura del suo pensiero, sia più tardi nello Zibaldone, che negli Idilli e nelle Operette morali, la natura verrà giudicata come responsabile dell’infelicità dell’uomo.
In questa fase embrionale della propria riflessione, Leopardi sostiene che la natura è colei “che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura” (p. 16). Dunque una poesia naturale è sinonimo di poesia genuina, autentica: tali erano le opere poetiche dei poeti antichi. Il motivo che determina questa situazione è il seguente: gli antichi non avevano esempi di poesia alle loro spalle, perché furono i primi a comporre versi, prima cantandoli poi scrivendoli; Omero era sommamente libero di creare poesia imitando la natura, poiché non era influenzato da poesie composte prima di lui, né da canoni e modelli estetici da imitare; più avanti, nell’età della Grecia classica, benché la produzione poetica (e teatrale) fosse certamente aumentata, non c’era ancora, come succede nell’età moderna, un insieme organico di stili definiti e di topoi artistici prestabiliti: “Eschilo per esempio, inventando ora una ora un’altra tragedia senza forme usi stabiliti, e seguendo la sua natura, variava naturalmente a ogni composizione” (p. 40).
I poeti moderni, invece, operano dopo secoli di creazioni artistiche che hanno codificato stili, metrica, argomentazioni; per loro è quasi impossibile essere originali, perché hanno di fronte un gran numero di esempi di poesia ai quali è difficile non guardare. Non si parla naturalmente di coloro che copiano, i quali si squalificano da sé, ma di quelli che credono di fare poesia originale: questi ultimi, benché non si rifacciano espressamente a modelli pregressi, sono ugualmente influenzanti, diremmo oggi a livello “inconscio”, dalla produzione passata: “per quanto un poeta si voglia allontanare dalla strada segnata a ogni poco ci ritorna, mentre la natura non opera più da sé, sempre naturalmente e necessariamente influiscono le idee acquistate che circoscrivono l’efficacia della natura” (p. 40).
Tali riflessioni si ricollegano a quanto Leopardi aveva affermato all’inizio dello Zibaldone, allorché, riflettendo sul significato dell’arte poetica, aveva ripetutamente assunto come criterio estetico di base dell’arte la sua capacità di guardare al Vero, ovvero di imitare la natura: “La perfezione di un’opera di Belle Arti non si misura dal più bello ma dalla più perfetta imitazione della natura” (p. 3). La poesia, infatti, non deve mostrare semplicemente il “bello”, né l’utile, ma imitare anch’essa la natura, se vuol dilettare, essendo il “dilettare l’ufficio naturale del poeta” (ivi).
Non è difficile immaginare perché Leopardi, date queste premesse, sostenga la superiorità degli antichi rispetto agli autori moderni; egli, infatti, crede che il progredire dei secoli si sia caratterizzato per la graduale affermazione della ragione, della volontà di spiegare il mondo razionalmente, a scapito della semplicità e della genuinità delle scienze e delle arti. Secondo l’autore questo processo è inevitabile, tanto è vero che l’uomo è la più infelice delle creature perché è la sola che può pensare, che può rendersi conto di quanto il possedere un alto grado di consapevolezza sulla propria essenza renda amara l’esistenza. Leopardi rimpiange il carattere “fanciullo” degli antichi, e guarda alla loro epoca come a un’era di cultura autentica, limpida, poiché gli antichi “erano fanciulli che non conoscono i vizi, noi siamo come vecchi che li conosciamo ma pel senno e l’esperienza li schiviamo” (p. 4). Noi moderni, insomma, siamo solo più scaltri, ma non più intelligenti. E se riusciamo ancora a vivere in società, lo dobbiamo alla religione che ha il merito di conciliare ragione e natura, armonizzando, grazie “all’amore delle cose invisibili di Dio ec. e la speranza di premio nella vita futura … la grandezza generosità sublimità, apparente pazzia delle azioni (come son quelle dei martiri ….) colla ragione” (p. 37).
Queste sono le premesse che inducono Leopardi ad assegnare la palma di unica poesia autentica alla poesia degli antichi (eccetto le suddette eccezioni di autori vissuti nell’epoca moderna); per questo egli critica la riflessione di un suo contemporaneo, Lodovico di Breme (1780-1820), che, dalle pagine del Il Conciliatore, era assertore della superiorità della poesia “romantica”. Dice Leopardi che il Breme è convinto che il fondamento della poesia sia il “patetico o sentimentale”, ovverosia “la profondità di sentimento che si prova nei cuori sensitivi”, qualcosa che invece era sconosciuto agli antichi, i quali non potevano giungere a tali profondità di sentimento. Leopardi non accetta questo primato della poesia romantica, perché la giudica capace di destare solo sentimenti non autentici, che non sgorgano puri dall’imitazione della natura quale essa è effettivamente: “il poeta quanto più parla in persona propria e quanto più aggiunge di suo, tanto meno imita (cosa già notata da Aristotele…) …. il sentimentale non è prodotto dal sentimentale, ma dalla natura, qual ella è, e la natura quel ella è bisogna imitare, ed hanno imitata gli antichi” (p. 16).
La condanna della poesia a lui contemporanea colpisce anche quella ispirata al classicismo; per esempio, la poesia di Vincenzo Monti non è apprezzata da Leopardi per la “ributtante freddezza” (p. 36), per il suo rifarsi pedissequamente agli autori greci e latini. A proposito di opere montiane quali il Bardo o la Basvilliana, il Nostro scrive: “è così manifesta la freddezza del suo cuore che non vale punto a celarla l’elaboratezza del suo stile e della sua composizione” (p. 36). Un giudizio assai netto nei confronti di Monti (che quando Leopardi cominciò a comporre lo Zibaldone era ancora in vita), dettato probabilmente da esigenze di critica letteraria, anche perché il Monti non è un classicista tout court.
In definitiva, per Leopardi “il danno dell’età nostra è che la poesia si sia ridotta ad arte, in maniera che per essere veramente originale bisogna rompere violare disprezzare lasciare da parte interamente i costumi e le abitudini e le nozioni” (p. 39); d’altra parte, è inevitabile che un artista moderno cerchi anche il consenso del pubblico, il quale è in genere restio ad accettare stravolgimenti in campo artistico. Perciò, Leopardi sembra sostenere che la riduzione della poesia del suo tempo ad arte sia dovuta a una sorta di concorso di colpa tra autori poco coraggiosi e pigri e tra un pubblico allergico a stili innovativi.
Se si pensa ai mirabili componimenti di Leopardi contenuti negli Idilli, si può ipotizzare che quest’analisi sull’essenza della poesia e sullo stato della poesia a lui contemporanea, sia stata fondamentale per donare alla sua produzione lirica un carattere eccelso, capace di innovare la poesia italiana di allora.

IL PICCOLO MONDO ANTICO DEL GENERALE VANNACCI

  Il libro di Roberto Vannacci è a metà strada tra un pamphlet/saggio e un manifesto politico e affronta molti temi: ambiente, economia, fam...