martedì 7 febbraio 2012

Una vita (Italo Svevo)


Il primo romanzo di Italo Svevo forse non è ai livelli di Senilità e soprattutto de La Coscienza di Zeno, ma è un’opera interessante. In Una vita (1892), è chiaro, Svevo cerca ancora la propria strada. Egli intende discostarsi dal naturalismo francese e dal verismo, anche se non sa ancora bene quale stile assumere. Non è più un realista, ma sembra temere altresì il vuoto in cui si viene gettati allorché si abbandona un luogo sicuro e ci si inoltra in un territorio meno conosciuto. È un fatto però che in Una vita si trovino rade descrizioni degli ambienti e dei personaggi, solo sommarie indicazioni su tempi e luoghi (l’azione si svolge a Triste e nel paesino di origine di Nitti), e la trama è scarna, costellata dai soliloqui e dai pensieri del protagonista. Eppure si tratta di un romanzo rigoroso, nel quale la concatenazione degli eventi è rigida, quasi meccanica, come se l’autore non volesse lasciare nulla al caso. Di certo è un romanzo molto meditato e costruito. In questo senso è ottocentesco, ma, come dire, in esso traluce già quello spirito innovatore di Svevo che si affermerà pienamente nel suo capolavoro, ossia nella Coscienza.
Il protagonista di Una vita, Alfonso Nitti, contro il quale Svevo è severissimo, sembra richiamare il Frédéric Moreau de L’educazione sentimentale di Flaubert. Ma è solo un’apparenza: pure Alfonso ama in modo sfortunato, senza tuttavia vivere nel lusso di Frédéric. Nitti è impiegato di banca, il cui proprietario, signor Maller, ha una figlia, Annetta, che Alfonso seduce e poi non è capace di amare. A differenza che nel romanzo di Flaubert, l’ambiente di Alfonso è angusto, piccolo borghese, gretto. Mentre Frederic vive a Parigi ed è testimone di avvenimenti storici, Nitti vive in una stanzuccia in affitto nella casa di una famiglia (i signori Lanucci, ridotti in miseria). L’azione è ambientata nella Trieste austriaca di fine ottocento, una città di provincia, la cui “nobiltà” è spesso gretta, poco colta oppure, come Annetta Maller, capace solo di ripetere giudizi superficiali letti in qualche giornale sui grandi scrittori dell’800 (Zola, Balzac, De Kock).
Alfonso possiede un animo nobile, ma proprio questo determinerà la sua sfortuna. Egli desidera istruirsi, leggere i filosofi, scrivere e, soprattutto, essere un uomo superiore alla massa in cui è costretto a vivere: “Trovava la sua felicità da una parte nello studio accanito stesso, dall’altra nella sua ambizione cresciuta gigante, la fame di gloria. Sentiva di essere superiore agli altri e se ancora non sapeva come si sarebbe guadagnata questa gloria, lo afforzava nelle sue speranze il suo amore allo studio ch’era diventato passione” (cap. VII). Ma Svevo è implacabile con lui, perché Alfonso non è all’altezza della vita colta e filosofica cui aspira. Il protagonista, sprovvisto della nobiltà di famiglia, cerca di costruirsene una interiore grazie alla cultura. Però non è facile creare un proprio stile di vita distaccato, sopportando con forza i drammi dell’esistenza; l’illusione di vivere per l’arte non lo salva, perché egli non è un artista, né un filosofo, ma un uomo come tanti, incapace di sottrarsi alle passioni.
Il suo amore per Annetta, imbevuto di suggestioni letterarie (i due decidono di scrivere un romanzo a quattro mani), lo conduce alla rovina. Si tratta di un amore fuori tempo, romantico nelle intenzioni e banale nello sviluppo. Dopo aver sedotto Annetta, Alfonso lascia Trieste su consiglio di lei. Questo è un grave errore: perché mentre egli si balocca in riflessioni auliche, intellettualistiche, sulla sua superiorità rispetto a una donna poco colta che si è data a lui ammaliata da un fascino letterario che egli in realtà non possiede, Annetta è ricondotta alla ragione. Il padre la convince ad abbandonare le fantasie letterarie, a tornare al suo mondo borghese e a fidanzarsi con il cugino Macario, un avvocato.
Ma Alfonso ignora questi fatti e torna lieto al paese, quasi disistimando Annetta: il modo con cui si è concessa lo ha deluso. Avrebbe desiderato un atteggiamento più teatrale e fiero, come quello delle donne dei romanzi. L’esistenza però non è un romanzo. Egli conserva in sé la contentezza per il desiderio appagato ma, contemporaneamente, la consapevolezza che la soddisfazione di un piacere non dona mai un’autentica pienezza e che la noia dell’esistenza è sempre in agguato, pronta a rovinare gli animi nobili. Alfonso avverte i moti del suo animo come qualcosa che lo spinge verso un piacere che mai sarà quietato e che lo rende troppo simile alla massa degli uomini tra cui egli vive (i suoi meschini colleghi, Annetta stessa, la miserabile famiglia che lo ospita, condannata a un destino di miseria e disonorata dalla gravidanza fuori dal matrimonio della figlia).
E poi, quando Alfonso torna al paesello, viene subito a sapere che sua madre è malata. Inoltre, questo ritorno segna un’altra delusione, un’altra sconfitta delle sue illusioni: in città Alfonso aveva sovente rimpianto la quiete, la limpidezza e la genuinità del carattere del suo paese e dei suoi abitanti. Quando ci ritorna, però, s’accorge che quel quadro idilliaco non esiste: anche li regna il cinismo, la meschinità. Dopo la morte della madre torna a Trieste, dove si compie il suo destino.
Al suo ritorno, infatti, presto si rende conto di essere incapace di mantenersi indifferente a tutto. Quello che lo angustia è l’odio immotivato che egli suscita negli altri. Non se ne capacita, credendosi una persona limpida e tranquilla. Ma l’ostilità di una donna sedotta e abbandonata è tremenda.
Svevo non fa entrare più in scena Annetta (se non per una breve apparizione), ma il lettore può intuire i suoi sentimenti osservando la storia parallela di Lucia, la figlia della famiglia che ospita Alfonso. Costei si è fidanzata con un uomo, Gralli, che la mette incinta e poi la lascia. La famiglia cade nella disperazione, Lucia vorrebbe uccidersi, mentre il fratello di questi, Gustavo, promette di ammazzare il Gralli se questi non accetta di sposare la sorella. Ma Alfonso si crede migliore del Gralli, un uomo meschino interessato solo ai soldi (accetterà di sposare Lucia solo perché Alfonso gli darà del denaro). Eppure il parallelo regge: alla fine del romanzo, quando Alfonso chiederà ad Annetta un colloquio chiarificatore, egli si troverà di fronte il fratello di questa, Federico, che lo aggredirà e con il quale prenderà accordi per un duello.
Alfonso è tratteggiato da Svevo come un inetto, un nano posseduto da sogni giganti. Nonostante i suoi propositi di non essere influenzato da un’esistenza inevitabilmente percorsa dalla sofferenza, esemplificata dall’ostilità gratuita di Annetta (che nel frattempo ha fatto sapere ad Alfonso di non volerlo più vedere), egli appare “attaccato” alla vita quanto più cerca di mostrarsene indifferente. Prima di tornare in città egli, infatti, dice a se stesso: “Se Annetta non lo amava più egli usciva dalla sua vita, vi perdeva ogni interesse e nella vita contemplativa cui intendeva di dedicarsi non avrebbe avuto il bisogno di adulare o di fingere e non correva il pericolo di ritrovarsi un bel giorno nel cuore un amore nato dalla vanità o dalla cupidigia” (cap. XVI). Invece, alla fine del libro, quando si è accorto che Annetta lo desidera morto ed è deciso il duello con Federico, Svevo smaschera il trucco di Alfonso: “Quanto più egli l’aveva vista allontanarsi, tanto più l’aveva amata” (cap. XX).
Nessuno si rende conto della nobiltà d’animo di Alfonso e il suo ideale di purezza e di distacco filosofico dall’esistenza, creato leggendo in modo frettoloso Schopenhauer, lo rende paradossalmente più soggetto all’odio degli altri. Egli si sente un incompreso perché troppo nobile d’animo per confrontarsi con le persone venali con cui viene a contatto. Ma non è stato lui a cercare questo contatto? Ad amare Annetta e poi a non rimanere vicino a lei? Svevo non mostra indulgenza per l’inettitudine di Alfonso, per il suo vacuo mondo ideale. Egli non ha la grandezza dei personaggi dei romanzi francesi, né la saggezza dei filosofi cui egli vorrebbe assomigliare.
La sua morte è banale: si tratta di un suicidio che, nel suo animo, avrebbe dovuto destare rimorsi in Annetta e negli altri suoi nemici. Ma non sappiamo se sarà così. Svevo chiude il romanzo in modo brusco: la risoluzione di suicidarsi sorge in Alfonso alla penultima pagina, mentre ci si aspetterebbe, vista l’enormità della decisione, una descrizione più dettagliata del percorso mentale che spinge Alfonso verso questo atto.
Anche tale risoluzione, scaturita da una lettura superficiale di Schopenhauer (il filosofo tedesco negava legittimità al suicidio), dimostra l’inettitudine del protagonista. Ma c’è un’altra chiave di lettura. Forse Alfonso alla fine decide di ribellarsi contro le idee dei filosofi e dei moralisti, e di negare, uccidendo il proprio corpo, quella sofferenza che lo attanaglia da quando è nato: “Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro al suicidio, da quelli morali a quelli dei predicatori a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti da desideri” (cap. XX). Chissà, alla fine Alfonso si mostra meno inetto di quanto il suo implacabile creatore vuol farlo apparire. Ma non è dato sapere se è realmente così.
Svevo non descrive il suicidio, non mostra pietà per il protagonista. Sappiamo della sua morte solo da una lettera che la direzione della banca invia al tutore di Alfonso che vive nel suo paese d’origine. L’autore decide dunque di delegare a questo biglietto freddo e burocratico la comunicazione della notizia. Nessuna commiserazione per Alfonso.

sabato 4 febbraio 2012

L'ultima poesia



Aveva deciso che quella sarebbe stata l’ultima poesia che avrebbe scritto nella sua vita. Da qualche tempo non aveva più la solita ispirazione: scriveva meccanicamente, solo per togliersi dagli occhi quel foglio bianco steso davanti a lui, la cui vista gli dava nausea. Allora, appena la penna cominciava a macchiare la pagine, si sentiva il suo aspro rumore contro il tessuto del foglio, e la frenesia della mano che la guidava. Scriveva con rabbia, calcando la mano, come per incidere ferite sanguinolente nella “carne” di quel maledetto foglio bianco. Quando si fermava, esausto, la mano era sudata e il callo dello scrittore sempre più dolente. Gli bastava scrivere tre, quattro versi, in modo da non vedere più quella carta bianca stesa sullo scrittoio. Era sufficiente un po’ di inchiostro: così il foglio diventava inutilizzabile e non era più un’offesa per lui, un affronto alla sua creatività.

Sapeva che per uno scrittore la fine dell’ispirazione è la cosa peggiore che possa capitare. Per lui, poi, che era il Grande Poeta, si trattava di una tragedia, perché scriveva poesia, non romanzi o racconti. Chi scrive in prosa, pensava, può “allungare” il racconto se non ha idee; oppure, può perdersi in descrizioni minuziose dei personaggi, delle ambientazioni, in modo da rendere il racconto più ampio. Chi scrive in prosa, se è un autore abile ed esperto, può camuffare la sua mancanza di ispirazione, ingannare i suoi lettori, e riempire fogli interi di parole.
Lui no, lui non poteva fare così: non poteva “allungare” i testi, poiché scriveva solo quello che proveniva dal suo spirito. Non descriveva nulla, non raccontava fatti, ma donava forma e consistenza a qualcosa di impalpabile, a ciò cui è difficile dare persino il nome. Invece, da mesi non riusciva più a scrivere un verso che fosse quantomeno valido. Temeva di ripetersi in modo meccanico e monotono…
Qualche giorno dopo lo invitarono a una conferenza sul senso della poesia nel mondo di oggi. Subito l’aveva colto un brivido, perché si era reso conto che a quella questione lui non aveva mai pensato. Che ne sapeva della poesia “oggi”? La poesia non vive “oggi”, né “ieri”, né “domani”, la poesia è imperitura, non cambia con i tempi. Mutano le forme delle parole, non quello che vogliono significare…

Si mise a scrivere una relazione per smentire la tesi su cui si basava quel congresso di letterati dilettanti. Lo fece per vedere se era ancora capace di creare parole. Ma dopo aver scritto una pagina si accorse che le idee gli mancavano. Aveva aggredito il foglio di carta con entusiasmo quando s’era trattato di schizzare i punti salienti di quella che sarebbe dovuta essere la sua relazione. Poi, apprestandosi a metterla in bella forma al computer, si era bloccato. Come gli succedeva da un po’ di mesi, gli mancavano le parole. Ma perché? Non stava scrivendo una poesia, bensì una relazione, ossia un testo in prosa. E non stava usando la penna, dunque non poteva essersi già stancato per il dolore alle dita. Ma non ci fu nulla da fare, il cursore rimaneva fermo, saltellante ed etereo, sullo schermo, e il documento era composto da una sola pagina.

Il sole quella sera tramontò sulla sua perplessità priva di parole. Una volta aveva definito la perplessità della sera come “la stanchezza soddisfatta di chi ama le parole”. Una definizione non originale, forse, ma che gli era parsa azzeccata. Quella sera, tuttavia, la sua stanchezza era livida, irosa, impotente, perché la sua mente era desertificata, brulla, orfana di parole da mettere in versi.
Si alzò dalla sedia e decise che doveva punirsi per quella giornata spesa senza aver scritto nulla di consistente e valido. Si tolse la cintura dei pantaloni, si spogliò e cominciò a fustigarsi, dandosi cinghiate violente sulla schiena. Fece in modo di essere colpito dalla fibbia. S’inferse dieci frustate; poi, mentre gli occhi lacrimavano e la schiena gli doleva, si diede altri dieci colpi per punirsi del sussulto d’orgoglio che lo aveva colto quando aveva ricevuto la comunicazione di essere stato invitato a parlare a quel convegno. Si era trattato di un breve istante di gioia, ma contravveniva al suo proposito di evitare la notorietà fragile degli uomini, causa dell’invidia e della malvagità. Le rare volte in cui aveva letto le proprie poesie in pubblico, aveva sempre guardato gli astanti con commiserazione; quando costoro, alla fine, lo avevano applaudito, egli li aveva compatiti in silenzio: gli facevano pena, perché non sarebbero mai stati capaci di scrivere alcunché, e avevano bisogno delle parole altrui per sentirsi vivi.

Passarono altri i giorni senza che scrivesse nulla di serio. Si alternavano i momenti di sconforto, quelli nei quali ogni cosa gli sembrava perduta, a momenti nei quali, con rabbia, si flagellava. Era impietoso verso se stesso, anche perché la fragile sensazione d’orgoglio per quell’invito al convegno non si acquietava: credeva ormai di aver superato tutte le bassezze della specie umana, le meschine necessità dell’uomo materiale. Da tempo rifuggiva le donne, non le toccava da anni e, quando ne incrociava una in strada, cambiava direzione, o volgeva lo sguardo dall’altra parte. Gli erano quasi indifferenti ormai, ma aveva dovuto faticare parecchio per estirpare il desiderio di unirsi a loro. Da anni mangiava pochissimo, senza badare a quel che capitava nel piatto: per non inquinare la casa con l’odore del cibo cucinato, pranzava spesso in una trattoria da due soldi, sotto casa. Per lui nutrirsi era un impiccio, tanto che qualche volta si scordava anche dell’appuntamento con il cibo: era il suo stomaco, un vero traditore, a richiamare il lui la sensazione della fame. E così si rassegnava a scendere in strada e andare in trattoria, di malavoglia. Lo stomaco era l’unico organo “carnale” che non riusciva quasi per nulla a dominare. Il suo cuore batteva in modo monocorde, segno che era diventato capace di evitare le emozioni inutili, quelle che distraggono e danneggiano la creatività. I bisogni corporali erano stati rigidamente fissati a orari precisi. Non si permetteva mai di scaricarsi in orari sbagliati. Si educava a trattenere lo stimolo fino allo spasimo, pur di non cedere. Ci riusciva spesso. Ma l’apparato digerente non poteva essere ridotto all’obbedienza in nessun modo: benché egli si sforzasse di educarlo alla sobrietà, quello si faceva sentire più volte al giorno, e non badava a orari, né si affievoliva nelle privazioni. Al contrario, i digiuni cui si sottoponeva per allontanare la sensazione della fame, non facevano altro che accrescere questa stessa sensazione.

Per sua fortuna, invece, molte delle passioni fatue e inutili che rovinano la vita degli uomini, distogliendoli dalle occupazioni più nobili, in lui erano state quasi del tutto estirpate. La poesia era il mezzo per sublimarle: anche se una di queste passioni cercava una via d’accesso verso la soglia della coscienza, l’immersione nella trance della creazione letteraria la ricacciava indietro, nella nullità di ciò che l’uomo non conosce del proprio animo. A volte, dunque, scrivere era un modo per anestetizzarsi, ma soprattutto per lasciare libero sfogo alla creatività, alle idee elevate, ai concetti, alle sublimi sensazioni del suo spirito. E il foglio si riempiva di versi eccelsi, che strappavano lacrime ai lettori, e le librerie vendevano i suoi libri, facendogli ponti d’oro affinché lui partecipasse alle presentazioni che essi organizzavano. Ma lui disprezzava questi librai: sapeva che lo adulavano solo perché volevano ottenere un vantaggio economico dalla vendita dei suoi testi. Se le sue poesie non fossero più state vendute, quelli gli avrebbero voltato le spalle.
Il disprezzo verso gli altri e verso il proprio corpo era l’unica maniera di vivere. E di scrivere. Nelle giornate vuote, quelle durante le quali non aveva scritto nulla di valido, non si limitava a fustigarsi. Qualche volta cercava invece di degradarsi, di umiliarsi. Si era comprato due ciotole per cani; naturalmente non possedeva nessun cane: nei giorni in cui pensava fosse necessario suppliziare il suo animo, riempiva una ciotola di cibo, l’altra d’acqua, e si costringeva a mangiare e a bere come un cane. Comprava allora scatolette di cibo per cani, evitava di compare cibo “umano”. E beveva quell’acqua, con la lingua, senza usare le mani. Non solo: un giorno che era particolarmente arrabbiato con se stesso, si chiuse fuori casa e dormì sullo zerbino. Era inverno, ebbe molto freddo, ma la cura ebbe i suoi effetti: tre giorni dopo portò a termine l’opera che molti critici consideravano il suo capolavoro, il poema intitolato Il letto della viltà.

Il giorno della conferenza giunse puntuale. Il Grande Poeta si svegliò alle sei. Aveva scritto dieci pagine fitte di considerazioni sulla poesia contemporanea. Ma aveva nausea di se stesso: quel lavoro aveva sottratto energie e risorse alle sue poesie. E poi non sopportava che il suo orgoglio rialzasse di frequente la testa, giacché continuava a sentirsi gratificato da quell’invito. Per questo si era flagellato sempre nelle sere precedenti prima di mettersi a scrivere la relazione. Da giorni dormiva male perché la schiena era piena di piaghe dolenti. Quella mattina si accorse con sgomento di essere pallido, sciupato, con le borse sotto gli occhi; aveva la bocca impastata di dolore: ogni movimento ormai gli provocava delle fitte che gli toglievano il fiato. Pensò di aver esagerato con le punizioni corporali, ma si disse che quella terapia d’urto sarebbe stata il miglior rimedio contro quell’orgoglio, nemico della vita sana, tranquilla, serena.
Camminava a fatica, non riusciva a tenere la schiena diritta. Pensò che avrebbe avuto bisogno di un busto che lo tenesse in piedi o di un bastone. Ma non voleva dare l’impressione ai congressisti di essere un uomo debole, consumato dalla lettura, dalla scrittura e dallo studio. Si diede alcuni schiaffi sulle guance, poi si lavò la faccia con acqua gelida, in modo da restituire a esse colore e tono. Poi decise per una doccia con acqua gelata, in modo da alleviare il bruciore alla schiena per le cinghiate che si era dato. Infine, si vestì con una camicia che gli stava stretta, fece un robusto nodo alla cravatta e uscì, prima di fasciarsi in una giacca che non usava dai tempi dell’università, dodici anni prima.
Sul marciapiede affollato del lunedì feriale sembrava un manichino. Rigido, impettito, camminava senza coordinare i piedi, tanto ogni movimento delle gambe gli provocava dolore. Pensò che non sarebbe tornato a casa prima di quattro ore, sempre che non lo avessero invitato al pranzo ufficiale per l’associazione Cenacolo Poetico Provinciale. Anzi, pensò quasi in lacrime, era certo che l’avrebbero invitato: per distrarsi, si diede il compito di pensare, durante il tragitto, alla scusa giusta da inventare per giustificare l’assenza al pranzo. Calcolava che, a piedi, ci avrebbe messo trenta minuti per arrivare alla sede del convegno. Dato che avrebbe parlato per secondo e che aveva quindici minuti di tempo, si disse che in capo a due ore sarebbe potuto tornare a casa. Ma avrebbe dovuto inventare una scusa inoppugnabile. Cercò di pensare con gioia al sollievo che avrebbe provato, quando sarebbe rincasato, ma subito si rabbuiò, perché quel desiderio di benessere fisico gli parve un colpo basso del suo corpo che approfittava di quel momento di malessere per tornare a presentare le proprie rivendicazioni. Al ritorno l’avrebbe punito a dovere, quell’ammasso di carne e pelle.

Alla fine la relazione gli era venuta bene, ma temeva di essere stato eccessivamente tecnico per il pubblico che avrebbe assistito: di certo non lo avrebbe compreso nessuno. Ma a lui che importava? Erano stati loro ad averlo invitato, lui se ne sarebbe rimasto volentieri a casa, a curarsi l’incapacità di poetare che lo aveva colto da qualche tempo. Anche perché la sera prima, dopo essersi fustigato e aver dato l’ultima ripassata alla relazione, aveva buttato giù alcuni versi che giudicava interessanti. Non erano ancora del suo solito livello, ma credeva che potessero costituire una buona base di partenza per un’altra poesia memorabile. Era forse guarito? Non poteva ancora affermarlo; tuttavia quel foglio ferito da dieci righe nere gli aveva restituito un po’ di fiducia verso se stesso. Per questo aveva deciso che, a conclusione della sua relazione, avrebbe letto all’uditorio quei versi, in modo da verificare l’effetto che avrebbero provocato. Non che giudicasse il valore dei suoi versi in base al gradimento del “pubblico”, verso il quale nutriva un paziente disprezzo. Anzi, riteneva i suoi versi migliori quelli che non avevano mai riscosso applausi. Ma desiderava leggere i propri versi per dire a se stesso: “ci sono!”. Tanto sapeva che il pubblico, sprovvisto di qualsiasi senso critico, avrebbe applaudito in modo stupido: sapeva che quei versi, che lui giudicava discreti, sarebbero stati invece giudicati eccelsi da quei dilettanti. Fece una smorfia di disprezzo, poi affrettò il passo in quel lunedì di sole.

Il pubblico in sala lo accolse con applausi scroscianti. Le strette di mano si sprecarono. Il presidente dell’associazione lo abbracciò con trasporto, come se vedesse un vecchio amico. Si stupì dell’accoglienza: nonostante si fosse isolato dal mondo, era ancora benvoluto, amato. Glielo aveva confermato il giorno prima la lettera del suo editore che conteneva le cifre che gli sarebbero toccate quale compenso per diritto d’autore.
Certo, quel convegno, fin dall’inizio, si presentò come una tortura. I dolori alle ossa e alla schiena gli toglievano il fiato e le strette di mano, gli abbracci, i baci sulle guance non facevano altro che accentuare questi dolori. Non sopportava i profumi, l’odore di dopobarba che lo investiva con folate assassine, intasando il suo naso e offuscando la sua mente. Per questo non sapeva cosa rispondere a chi gli stringeva la mano, né cosa dire al presidente dell’associazione. Questi era alto quasi due volte lui, aveva la testa lucida, un paio di baffi da agente immobiliare e uno sguardo felino che non incuteva fiducia; ma era un suo grande sponsor, e dunque lui, il Grande Poeta, accettava a malincuore le adulazioni di quell’individuo che non amava.
Poi tutti tacquero quando salì sul palco. Un pensiero dolce lampeggiò in lui: si avvicinava l’ora in cui sarebbe potuto tornare a casa, tra i suoi libri e le sue parole vaganti, i fogli di carta bianchi. Era il suo momento. Quindici minuti per lui, per dimostrare alla massa quando essa fosse aliena da lui, il Grande Poeta.
Sostenne una tesi precisa: la poesia non ha tempo, la poesia non ha una nascita, né una data di morte. Possiede un carattere universale, eterno, presso tutti i popoli, in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Fare poesia è qualcosa che sorge in modo spontaneo nell’uomo colto, sensibile, attento alle sfumature dell’esistenza; poi, aggiunse che, naturalmente, sono pochi coloro che scrivono realmente dei versi. Altri si dilettano con mezze frasi, ma solo pochi eletti sono in grado di verseggiare.
Aveva esposto queste tesi senza alzare gli occhi dal foglio. Percepiva il sudore nella schiena e sulla fronte. Avvertiva altresì una sensazione strana che gli dava parecchio fastidio; all’inizio si era trattato di qualcosa di lieve, cui non aveva dato peso. Con il passare dei minuti, invece, quella sensazione di fastidio divenne più concreta, perché s’accorse che era provocata da qualcosa che non era mai accaduta nelle sue (rare) partecipazione a convegni come oratore esperto di poesia: si era accorto, infatti, che nella sala c’era un brusio insistente. Per questo si era fermato due o tre volte per guardare la platea, come chiedendo silenzio. Invece di tacere al suo cospetto, molti tra il pubblico parlavano. Eccezion fatta per quelli seduti in prima fila, gli altri o ascoltavano distrattamente o per niente. Qualcuno sussurrava qualcosa all’orecchio del vicino di poltrona, qualcun altro sorrideva, in modo irriguardoso.
Fuori di sé dallo stupore e dalla rabbia, gettò un’occhiata severa al presidente dell’associazione. Questi si alzò e fece agli astanti segno di tacere, dicendo che non era un comportamento rispettoso verso chi parlava. Ma la platea non si quietò. Anzi, un signore anziano, vestito con un maglione a rombi, affermò che non era venuto per ascoltare una lezione, bensì per sapere quale fosse lo stato della poesia contemporanea secondo l’opinione di quello che si credeva essere un eminente poeta. Una ragazza dai capelli gialli e dalla bocca volgare, addirittura gli puntò contro il suo dito, sostenendo che quelle tesi erano aria fritta, roba vecchia.
A queste parole lui ebbe l’impressione di cadere per terra. Il respiro divenne sempre più affannoso e non riuscì a ribattere nulla. Lo feriva soprattutto il linguaggio sciatto che la ragazza aveva utilizzato (“aria fritta”, un’espressione volgare, quotidiana), dimostrando scarsissimo rispetto per le parole, per la dignità del linguaggio. Ebbe l’impulso di andarsene via indignato: non sentiva quasi più alcun dolore fisico, ma soffriva per lo sfregio delle parole, del loro valore. La platea era in subbuglio: alcuni partecipanti discutevano animatamente fra loro, mentre altri, rivolgendosi all’oratore con un’espressione del viso minacciosa, gli intimarono, facendolo inorridire perla sciatteria dell’espressione, di “abbassare la cresta”.

Il poveretto, solo sul palco, non credeva ai propri occhi. Pensava che sarebbe stato accolto con gli usuali applausi scroscianti, perché avrebbe certamente detto qualcosa di fondamentale. Anzi, temendo che il suo discorso risultasse troppo difficile per la platea, aveva cercato di renderlo più fruibile semplificando l’esposizione. E già pregustava il sapore del successo: certo, sarebbe stato un trionfo volgare, materiale, ma a cui teneva, quantomeno per dimostrare di saper stare al mondo e di saper tenere a bada la plebe. E invece…
Il subbuglio in platea continuava, mentre lui soffriva sul palco: i dolori alle ossa erano ritornati, e l’abbattimento era sempre grande. Alla fine il presidente dell’associazione, salì sul palco e, rivolgendosi con ampi gesti delle braccia verso i convenuti all’incontro, chiese che gli prestassero attenzione. Con fatica riuscì a ottenere un silenzio quasi assoluto, interrotto solamente da un leggero mormorio. Spiegò che si trattava di un equivoco, che l’illustre oratore non intendeva accusare loro, poeti dilettanti, di non essere all’altezza della poesia, e che le sue affermazioni naturalmente potevano essere criticate, ma con misura. Infine, annunciò che “l’illustre oratore, nonché nostro amato poeta”, avrebbe recitato alla platea alcuni suoi versi recenti.
Il silenzio divenne allora assoluto, carico d’attesa; lui, il Grande Poeta, l’uomo che disprezzava le folle e il successo mondano, ansimava all’idea di dover esporre i propri versi a persone che poco prima si erano prodotte in quello spettacolo di urla e contestazioni. Fino al giorno prima, forse, davanti alla prospettiva di subire una contestazione sarebbe stato felice, perché avrebbe potuto così estirpare dal suo animo quell’odiosa tendenza a cercare il successo che talvolta ancora lo ghermiva. In quel momento, invece, si accorse di tremare davanti a quelle persone di cui avvertiva l’ostilità. Si avvicinò al leggio, barcollante. Guardò davanti a sé, nella luce della sala, ma non vide nulla, ogni cosa appariva immersa in una caligine biancastra. Cominciò a leggere i suoi versi, quei versi che credeva gli avrebbero solo donato applausi:

Una riflessione che non va giù,
e galleggia in gola, senza pietà.
La stazione deserta, spenta, inerte
e la noia distinta dell’ignoto
bacia i semafori verdi.


Si fermò respirando a fatica: avvertiva, oltre la cortina della sua confusione, l’ostilità strisciante della platea. Comprese che i nuovi mormorii che sentiva esprimevano disprezzo per il suo lavoro di poeta. Fu il colpo di grazia. Capì che la sua crisi non era una semplice crisi di ispirazione, bensì la definitiva rivelazione agli altri della sua mancanza di talento. In quegli anni lui aveva dunque ingannato tutti, spacciandosi per Grande Poeta; ma un pubblico di sempliciotti aveva scoperto il suo imbroglio. Non era più un Grande Poeta, anzi, non lo era mai stato, aveva sempre gettato fumo negli occhi altrui. Era stato un bravo prestigiatore, un uomo che aveva usato le parole per i propri comodi. Non un poeta. Ora che l’inganno era stato scoperto, l’ignominia sarebbe caduta su di lui.
Se ne andò dalla sala del convegno senza nemmeno più udire le voci ostili dei suoi detrattori, gli applausi dei pochi che ancora lo sostenevano, né le accorate parole del suo amico presidente che cercava di consolarlo. Corse verso a casa, pieno di dolori alle ossa, disperato e cosciente della fine della sua vena d’artista. Aveva scoperto d’essere un imbroglione. Giunto a casa sua, si sdraiò sul divano e morì.

giovedì 19 gennaio 2012

Neve chimica



Mattina che non bussa ai vetri, né ti chiama,
a nessuno importa di te, del tuo ritardo,
e la scrivania del lavoro è un deserto
di ambizioni, carte, penne blu e mani depravate.
Dove vanno i tuoi simili stamane?
Lentamente riprendi le forze nel bicchiere
che di latte si tinge nell’alba che piange
lacrime fresche di rugiada e nevoso smog.
Cammini tra banche, finestre, ragazze e pensieri,
sei solo una striscia di infelicità sul marciapiede,
un’isola di noia tra luci e risate al sapore di caffè,
un grumo di intelligenza che non ha voce.
Ti restano i sorrisi forzati di sparuti intelletti.

Pausa pranzo di niente e di tutto, sul piatto.
Che hai fatto tutte quelle ore scandite da parole
e da gesti che da carta nascevano e su carta morivano?
La tentazione della poesia è costante,
in ogni momento ti solletica le guance con dolcezza
finché tu cedi e, nascosto, scrivi versi
che poi butterai.
Non sai che il tempo per fare il bambino è passato,
ora un altro orologio ti afferra il polso ossuto,
e solo di carote, spinaci e cotoletta si parla seduti,
non di cibi, di ambrosia, né lirici greci.
La fame che culla presto finisce
e quel caffè già muore tra le tue mani.

Quando il pomeriggio fa squillare i telefoni
ti rendi conto che un giorno è passato, un altro,
vanamente proteso tra corone di alloro
e cartellini timbrati dalla parte sbagliata.
Chi sei? Che fai? Dove andrai? Da dove vieni?
Domande e domande a spegnere il giorno,
e un crepuscolo di sbadigli repressi s’incide negli occhi,
finché il sole non tinge di viola le nuvole
e le auto che rincasano avvolte da fasci di fari accecanti.
Non hai fatto la spesa, non hai letto il giornale,
un tovagliolo di versi disordinati galleggia nella tua tasca:
la fame serale è un impulso verso casa
che spegnerai fra poco salendo le scale.

Quando la sera s’appoggia sui viali
la pioggia smette di cadere d’incanto,
e l’esistenza diventa un’ingombrante angoscia
che cerchi di sconfiggere perché non sai amarla.
Rientri a casa, da solo, senza mani nei libri,
e sui letti ballano i vestiti di ieri, inerti,
mentre un’arancia aperta a metà eccita la tua fantasia.
Apri la finestra e senti solo un sorridere di tristezze
meno timide delle tue, più capaci di fregarsene.
Poi è quasi notte e la televisione non muore mai,
e nemmeno tu muori, solo, ubriaco e stanco,
porti con te l’ultima bottiglia e l’ultima chitarra del giorno,
finché dormirai senza voglia e senza sogni.

martedì 10 gennaio 2012

La coscienza di Zeno (Italo Svevo)



Un capolavoro. È banale dirlo, oltre che riduttivo. Ma rileggendo La coscienza di Zeno di Italo Svevo (1862-1928), la mia idea è questa. Perché? Forse perché è un romanzo universale, ossia che tratta di un uomo (o di alcuni uomini), ma giunge a disegnare un quadro universale, che va al di là delle singole esistenze. Ed è un libro il cui testo possiede un’originalità strutturale notevole. Infatti, la vicenda narrata intreccia sia il piano degli avvenimenti raccontati, sia il tempo della storia, intesa come successione dei fatti che accadono al protagonista sia il tempo dell’autore, il quale scrive in prima persona ricorrendo al flash-back. Un altro aspetto fondamentale è l’ironia che l’autore spande su di sé, sugli affanni umani e sulla psico-analisi. Ma si tratta di un’ironia raffinata che raramente si esprime attraverso un chiaro umorismo.
La coscienza non è il classico romanzo ottocentesco e per questo è giusto affermare che è un libro-ponte per la letteratura italiana nel passaggio tra ‘800 e ‘900. Il testo è diviso in macro-capitoli che costituiscono delle storie a sé, e intreccia la biografia del personaggio Zeno con quella dell’autore (spesso in modo scoperto), creando un’armonia quasi perfetta tra di esse. L’intento è pienamente riuscito: sembra davvero di leggere la “confessione” che un malato redige per il suo analista sperando di trarre giovamento dalla scrittura. E la scrittura diventa terapeutica non perché guarisce, ma perché fa capire che il male di Zeno è connaturato alla sua essenza di essere umano e morirà con lui.
Chi è Zeno? Forse un debole, un inetto, come il protagonista degli altri due romanzi di Svevo, Una vita e Senilità, libri assai diversi da La coscienza, molto vicini al modello del romanzo ottocentesco. O forse Zeno è solo un uomo come tanti, un po’ buffo e un po’ disperato. Con quel nome, “Zeno”, assai vicino a “zero” e quel cognome, “Cosini”, che suona come una riduzione, una diminuzione, il protagonista de La coscienza non appare certamente come un eroe da romanzo. Egli è la dimostrazione di quanto l’essere umano non sia affatto un animale progettante.
Il protagonista de La coscienza è un alter-ego dell’autore (ha all’incirca la stessa età), ed è un uomo quasi sempre fuori posto rispetto agli ambienti sociali in cui vive. È un commerciante ricco, visita spesso il Tergesteo (la Borsa di Trieste), ma non lavora nella sua impresa, perché il padre lo ha messo sotto tutela di un amministratore. Frequenta la Borsa a tempo perso, cercando di imparare a concludere affari, ma lo fa di sguincio e quando si parla di affari appare ingenuo e sprovveduto.
Egli è fuori posto quando muore il padre, perché non s’accorge della sua morte imminente, e poi perché il suo modo singolare di esprimere il dolore è frainteso dal dottore (che si chiama Coprosich, evidente la presenza della parola greca kròpos), il quale addirittura lo giudica insensibile; infine, neppure il padre in agonia non lo comprende, tanto è vero che gli appioppa uno schiaffo prima di esalare l’ultimo respiro.
Zeno è fuori posto anche nella vita sociale, perché nemmeno qui realizza i propri obiettivi: si sposa con la figlia di un grosso commerciante triestino, la signorina Augusta Malfenti. Ma egli in realtà ama la sorella di costei, Ada e, rifiutato da questa, fa una seconda dichiarazione all’altra sorella, l’adolescente Alberta, finché ripiega su Augusta, la più brutta delle sorelle Malfenti, ma l’unica che lo ama veramente.
Appena sposato, Zeno vive una relazione extraconiugale con la signorina Carla Gerco, ma, combattuto tra mille inclinazioni, lacerato tra il rimorso per il torto fatto ad Augusta e l’amore per la giovane donna, alla fine rovinerà tutto e Carla lo lascerà, nonostante l’abbia amato. Per mesi Zeno, come a voler sentirsi meno in colpa, ha decantato a Carla le doti della propria moglie. Così egli, pur tradendola, ha l’impressione di rispettarla. Un giorno però Carla gli confessa che vuole vedere sua moglie, almeno da lontano. Zeno la accontenta, ma fa in modo che Carla incontri Ada, non Augusta, pensando che, credendolo sposato con una donna tanto bella, Carla lo amerà ancora di più. E invece Carla, incrociando la bella Ada, che ha un volto sofferente, decide di troncare la relazione con Zeno, il quale ottiene anche in questo caso l’effetto contrario di quello sperato.
Un po’ come la sua passione per le sigarette, che egli vive come un vizio da cui guarire, ma dal quale non riesce mai a guarire, infarcendo la propria esistenza di vani propositi di smettere di fumare e di ultime sigarette.
Ne La coscienza tanti avvenimenti sono affidati al caso e all’errore. L’autore forse vuol mettere in evidenza quanto siano sovente vani gli sforzi che tutti noi facciamo per programmare la nostra esistenza. Per esempio, il protagonista compie un errore clamoroso quando, trovatosi in casa Malfenti al buio durante una seduta spiritica, crede di essere seduto a fianco di Ada e le fa un’accorata dichiarazione d’amore, ma poi s’accorge che a sedergli accanto è Augusta!
Quando Zeno si assocerà al cognato Guido (colui che ha sposato Ada) in un’impresa commerciale, sarà ancora più evidente quanto la casualità e l’errore giochi un ruolo chiave nel libro. Guido non è l’uomo che Ada aveva sognato: la tradisce, è incapace a fare affari, perde soldi. Alla fine Zeno forse sarebbe stato un marito migliore? Chi lo sa.
Alla bella Ada va tutto male, alla brutta e mite Augusta tutto bene. Zeno in fondo è stato fortunato, ma lo è stato per caso e contro la sua volontà. Ada ha una difficile gravidanza, poi si ammala del morbo di Basedow: questa malattia, di cui non guarisce mai del tutto, sconvolge il bell’ovale del suo viso e la rende assai meno attraente. Inoltre, suo marito non l’ama come ella vorrebbe, tanto è vero che, dopo il tentativo di suicidio di Guido, Ada si confida a Zeno: “Sei il migliore uomo della nostra famiglia, la nostra fiducia, la nostra speranza”. Forse adesso potrebbe esserci dell’amore, ma non accadrà nulla. Perché la povera Ada rimarrà vedova: Guido, sbagliando le dosi nell’assumere un veleno con il quale avrebbe voluto simulare un altro tentativo di suicidio, muore veramente. Ancora una volta il caso, tragicamente, decide il destino di un uomo in modo contrario a quello che egli progettava.
Se Ada è l’alter-ego di Augusta, Guido lo è di Zeno. All’inizio Guido è il vincente: suona il violino meglio di Zeno, è più sciolto, allegro e disinvolto, ed è di lui che Ada si innamora. Più tardi, Guido si farà meno scrupoli di Zeno a corteggiare un’altra donna. Ma nel prosieguo della vicenda le parti si rovesciano, tanto che Ada sembra pentita che Guido non sia come lei se l’aspettava. Il fallimento commerciale di Guido è solo un simbolo della sua incapacità a essere un animale progettante. Zeno, dal canto suo, non si getta in nessuna impresa, così è apprezzato perché appare un uomo prudente e saggio. Eppure lui sa che questo suo atteggiamento è casuale, dettato soprattutto dalla mancanza di risolutezza.
Ma la grande fiducia che la famiglia Malfenti (nel frattempo anche il suocero di Zeno è morto) ripone in Zeno non è del tutto ripagata: il giorno del funerale di Guido, Zeno commetterà un errore grave. Per la fretta e a causa di un tremendo temporale, seguirà il funerale di un’altra persona e s’accorgerà solo alla fine che il funerale di Guido si svolge in un altro posto. Ma ormai è tardi per rimediare. Un’altra volta la causalità e l’errore decidono le sorti del protagonista.
Con questo libro, Svevo forse vuol comunicare al lettore l’idea che la convinzione della possibilità di programmare la propria vita è un’illusione ridicola; l’ottimismo da belle epoque che abbondava anche nella cosmopolita Trieste austriaca di fine ‘800, con il suo seguito di pensiero positivista, è distrutto in poco tempo. Perché l’essere umano è speciale nel distruggere la bellezza e nel fare spesso il contrario di quello che dovrebbe fare. La psico-analisi sembra essere l’ultima illusione, l’ultimo tentativo, fallace e prometeico, di conoscere a fondo l’essere umano, indagando nella sua intimità più oscura e profonda. Allo stesso modo la Prima guerra mondiale mette definitivamente a tacere l’ottimismo che regnava sul mondo.
Con la sua scrittura, Svevo sa trasmetterci la coscienza della tragicità dell’essere uomo senza drammi, anzi, con un’ironica fine e delicata che percorre tutto il suo libro. Questo è un altro segno della sua grandezza, della sua capacità di guardare all’uomo così come esso è, non come dovrebbe o vorrebbe essere. Un messaggio di grande lucidità e di straordinaria chiaroveggenza:

Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibilità di vita che fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede…
Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si usano, e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole…
Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quasi innocenti giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

domenica 18 dicembre 2011

Parole dimenticate sul tram numero 23




Non ricordo il mese il giorno,
forse l’anno sì, ma tacerne è bello,
di quando ti toccai il ginocchio
nel tram nell’ora più affamata del giorno.
Lambrate puzzava di fritture e giornali,
l’odore del treno era un’eredità infelice;
tra i viaggiatori stanchezza e frustrazione
per i falliti palpeggiamenti
al momento di scendere.
Poi il sole argentato di Milano ci ferì gli occhi
e ci rifugiammo sul 23, lindo nel suo consunto vestito arancione,
mentre in mezzo alla piazza affollata
danzavano tram più belli e sensuali di lui.
Partimmo, lentamente,
e pattinammo sulla malinconia, leggeri,
fino a via Leonardo da Vinci.
Poi cambiò tutto, perché accadde il fatto,
e l’orizzonte si colorò delle mie domande vane,
quando con la mia mano ti toccai…
Verdeggiavano attorno le villette di via Pascoli
nascendo e morendo contro i finestrini zozzi,
mentre sotto di noi il lamento dei binari era infernale,
ma nessuno vi badò, tranne me, e il cagnolino di quel cieco
che sostava sulla piattaforma, ignaro del mondo.
Tu non t’accorgesti del mio tocco,
né delle palazzine stile anni ’20,
e neppure del sudore che abbelliva le mie unghie,
scavate dalla corde di chitarre un po’ scordate.
Indossavi pantaloni pesanti
ed eri distratta da malinconie tenaci
che il risucchio dei finestrini aperti
non riusciva a scacciare.
Belle le tue ciglia orlate di tristezza!
Mamma mia, come volava il tempo,
e come la strada fuggiva via, tra ferro e carne,
e quando ci trovammo quasi in piazza Cinque Giornate
compresi che il mio fallimento era vicino:
ero stanco di essere incompreso dai tuoi ormoni,
mentre tu apparivi felice di essere bramata dai viaggiatori del tram,
(tranne il cieco e il cane)
e dai loro giornali neri senza figure.
Non volli interrompere il tuo soliloquio
misterioso su quel sedile di legno;
e muto tra la folla studentesca
osservai le borse e le sciarpe e le scarpe,
fino a sentirmi l’unico essere vivente,
a quell’ora, sebbene non sapessi perché.
Milano si preparava alla pappa,
il tram si fermò troppe volte,
era lento, sbadigliante,
e sbadigliando sorrisi allora mi chiedesti
(con gli occhi un po’ meno disperati)
quando saremmo arrivati.
Io m’ero dimenticato di tutto, distratto,
e nella dolciastra aria putrescente
del mezzogiorno metropolitano,
non ti risposi nulla, ingrata compagna di viaggio
e occasionale desiderio di sessualità timida.
Comunque mancava poco:
Corso di Porta Vittoria era finito,
io ti avevo toccato il ginocchio
e tu non te ne eri accorta…
Se solo tu fossi stata meno eterea,
un po’ più sporca e meno poetica,
avrei forse smesso di contemplare
le altrui scarpe fangose in quel vecchio tram…
Ma il tempo, quel giorno, non era per te,
ma solo per le foglie che volteggiavano in aria,
per gli alberi felici di denudarsi davanti a noi
e per quel tram legnoso che avanzava inerte
esasperando passeggeri e binari.
Ecco Piazza Fontana, l’ultimo giro,
l’ultimo tentativo di farti innamorare di me,
raccontandoti la storia della banca e della bomba…
Niente. Muta. E intoccabile… tu.
Milano era ora avvolta da nuvole marroni,
e la piazza sembrava imbronciata,
come se non volesse rassegnarsi a essere un passaggio
verso il Duomo che biancheggiava lontano,
con le guglie bagnate da caligini d’altri tempi.
Scendemmo muti dall’amato 23. Almeno da me.
Odore di panini guasti e digestioni lente
folleggiava nell’aria.
Mozziconi di sigarette e parole fumanti
agonizzavano sull’asfalto.
Semafori ora sempreverdi acceleravano la fine
delle mi speranze verso di te.
Tu avevi fretta e non guardavi dove attraversavi.
Io arrancavo affamato e mesto,
desideroso di salvarti la vita.
Ma nessuno cercò di ammazzarti.
Attraversammo la via Larga senza parlare,
e io inciampai sui binari di altri tram,
aristocratici e altezzosi, moderni,
ma tu non te ne accorgesti. Perché?
Ci salutammo con un “arrivederci” senza futuro
e mi baciasti avaramente su una sola guancia,
per poi svanire inghiottita dalla folla.

giovedì 8 dicembre 2011

Oggi, domani e ieri

Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione [...]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!". Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"? (F. Nietzsche)

Non hai nostalgia di quei momenti vuoti,
di quei muri bianchi e ospitali,
delle domande vane sul quel che sarà?
Non rimpiangi le mute mattinate gelide
attaccato a caffè troppo brevi per farti compagnia?
Ricordi: le angosce nascevano a colazione
e all’ora di pranzo diventavano sboccate,
arroganti,
e solo la sera, ogni tanto,
le potevi sbattere giù dalle scale.
Adesso è senza malinconia il ripassare da quella casa,
e affascinate è l’essere catturati dal ricordo
di qualcosa che non amavi allora
e che adesso credi di aver amato.
Senza parole rimani attaccato
a quel che è un passato clandestino,
non voluto ma vissuto lo stesso,
anche se ora ti chiedi come hai potuto...
Ma perché ci si può accettare solo al passato… perché…
Che ne sappiamo! Anneriscono le idee,
mentre il silenzioso ocra di queste vallate rudi
si mischia con l’azzurreggiare vacuo di novembre
e della noia che danno carte bollate
e caffè senza schiuma né macchie di rossetto
ai lati della tazzina.
Allora battevi i tasti per niente,
scrivevi e non sapevo il motivo,
invitavi qualche amico a bere
ma ritrovavi scampoli di genuinità
soltanto alla mattina, mentre il mondo viveva,
ma tu continuavi solo ad esistere.
Non essere parte di nulla eppure dover far finta
di essere come gli altri, atteggiarsi a uomo
e sentirsi bambino; crudele inganno
quello del crescere nel fisico e non nell’animo.
Vedere invecchiare le fotografie e non le passioni,
né gli occhi che ti scrutano,
e invece assistere allo sfacelo di pensieri,
ombre, alberi e persone sconosciute,
è un supplizio immeritato.
Ma ora te lo tieni, ormai:
mentre agli angoli delle strade
vegetano i soliti ubriachi stanchi
che tu non sai più ascoltare.

sabato 19 novembre 2011

Tempo pietrificato (G.Barreca)



Leggendo le Confessioni di S. Agostino, tra i tanti mi ha colpito un passo dedicato al tempo. Esso recita così: "Un tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così un futuro è lungo se di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è, supponi, di dieci giorni prima, e breve il futuro di dieci giorni dopo. Ma come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo; ma dovremmo dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo (Conf., XI.15.18).
Queste parole mi hanno ispirato i versi che seguono, anche se la tematica religiosa è estranea alla mia poesia in senso stretto. Eccoli:


Tempo pietrificato, tempo che non scorre,
tempo che vive di momenti che sono statue
e di silenzi impenetrabili.
Le stagioni e le ore i giorni,
appaiono come smorfie sofferenti
e segnano sui volti delle persone
le loro eterne leggi.
Sarà, alla fine di tutto, la salvezza
in un angolo ignoto di un bosco,
in una cantina cittadina senza finestre,
sarà, alla fine, la salvezza, lì?
Mistero di pietra e mistero infinito,
come l’usato interrogarsi su sé e gli altri,
su Dio e Satana, su me e te, sul pranzo
e la cena. Sul niente.
E le foglie che cadono si rialzeranno,
e i pensieri pensati torneranno, solo…
mascherati da novità, ma imbelli
modalità saranno per esistere
in quant’aria di vetro montaliana.
Cosa c’è alla fine di ogni cosa?
Un’altra cosa, altre cose, altre domande
che seguiranno le domande mute del nostro esistere,
in un’infinita catena di interrogativi
e noiose risposte date sbadigliando.
Sorprendersi è sempre più difficile
ed è volgare, a volte, il modo che usiamo
per lasciare senza fiato qualcuno
che non s’ama più.
Poi anche le parole si accartocceranno,
e lo sguardo tornerà carico d’ansia
butteremo acqua fredda
per ravvivare i visi sfatti negli specchi serali.