giovedì 19 gennaio 2012

Neve chimica



Mattina che non bussa ai vetri, né ti chiama,
a nessuno importa di te, del tuo ritardo,
e la scrivania del lavoro è un deserto
di ambizioni, carte, penne blu e mani depravate.
Dove vanno i tuoi simili stamane?
Lentamente riprendi le forze nel bicchiere
che di latte si tinge nell’alba che piange
lacrime fresche di rugiada e nevoso smog.
Cammini tra banche, finestre, ragazze e pensieri,
sei solo una striscia di infelicità sul marciapiede,
un’isola di noia tra luci e risate al sapore di caffè,
un grumo di intelligenza che non ha voce.
Ti restano i sorrisi forzati di sparuti intelletti.

Pausa pranzo di niente e di tutto, sul piatto.
Che hai fatto tutte quelle ore scandite da parole
e da gesti che da carta nascevano e su carta morivano?
La tentazione della poesia è costante,
in ogni momento ti solletica le guance con dolcezza
finché tu cedi e, nascosto, scrivi versi
che poi butterai.
Non sai che il tempo per fare il bambino è passato,
ora un altro orologio ti afferra il polso ossuto,
e solo di carote, spinaci e cotoletta si parla seduti,
non di cibi, di ambrosia, né lirici greci.
La fame che culla presto finisce
e quel caffè già muore tra le tue mani.

Quando il pomeriggio fa squillare i telefoni
ti rendi conto che un giorno è passato, un altro,
vanamente proteso tra corone di alloro
e cartellini timbrati dalla parte sbagliata.
Chi sei? Che fai? Dove andrai? Da dove vieni?
Domande e domande a spegnere il giorno,
e un crepuscolo di sbadigli repressi s’incide negli occhi,
finché il sole non tinge di viola le nuvole
e le auto che rincasano avvolte da fasci di fari accecanti.
Non hai fatto la spesa, non hai letto il giornale,
un tovagliolo di versi disordinati galleggia nella tua tasca:
la fame serale è un impulso verso casa
che spegnerai fra poco salendo le scale.

Quando la sera s’appoggia sui viali
la pioggia smette di cadere d’incanto,
e l’esistenza diventa un’ingombrante angoscia
che cerchi di sconfiggere perché non sai amarla.
Rientri a casa, da solo, senza mani nei libri,
e sui letti ballano i vestiti di ieri, inerti,
mentre un’arancia aperta a metà eccita la tua fantasia.
Apri la finestra e senti solo un sorridere di tristezze
meno timide delle tue, più capaci di fregarsene.
Poi è quasi notte e la televisione non muore mai,
e nemmeno tu muori, solo, ubriaco e stanco,
porti con te l’ultima bottiglia e l’ultima chitarra del giorno,
finché dormirai senza voglia e senza sogni.

martedì 10 gennaio 2012

La coscienza di Zeno (Italo Svevo)



Un capolavoro. È banale dirlo, oltre che riduttivo. Ma rileggendo La coscienza di Zeno di Italo Svevo (1862-1928), la mia idea è questa. Perché? Forse perché è un romanzo universale, ossia che tratta di un uomo (o di alcuni uomini), ma giunge a disegnare un quadro universale, che va al di là delle singole esistenze. Ed è un libro il cui testo possiede un’originalità strutturale notevole. Infatti, la vicenda narrata intreccia sia il piano degli avvenimenti raccontati, sia il tempo della storia, intesa come successione dei fatti che accadono al protagonista sia il tempo dell’autore, il quale scrive in prima persona ricorrendo al flash-back. Un altro aspetto fondamentale è l’ironia che l’autore spande su di sé, sugli affanni umani e sulla psico-analisi. Ma si tratta di un’ironia raffinata che raramente si esprime attraverso un chiaro umorismo.
La coscienza non è il classico romanzo ottocentesco e per questo è giusto affermare che è un libro-ponte per la letteratura italiana nel passaggio tra ‘800 e ‘900. Il testo è diviso in macro-capitoli che costituiscono delle storie a sé, e intreccia la biografia del personaggio Zeno con quella dell’autore (spesso in modo scoperto), creando un’armonia quasi perfetta tra di esse. L’intento è pienamente riuscito: sembra davvero di leggere la “confessione” che un malato redige per il suo analista sperando di trarre giovamento dalla scrittura. E la scrittura diventa terapeutica non perché guarisce, ma perché fa capire che il male di Zeno è connaturato alla sua essenza di essere umano e morirà con lui.
Chi è Zeno? Forse un debole, un inetto, come il protagonista degli altri due romanzi di Svevo, Una vita e Senilità, libri assai diversi da La coscienza, molto vicini al modello del romanzo ottocentesco. O forse Zeno è solo un uomo come tanti, un po’ buffo e un po’ disperato. Con quel nome, “Zeno”, assai vicino a “zero” e quel cognome, “Cosini”, che suona come una riduzione, una diminuzione, il protagonista de La coscienza non appare certamente come un eroe da romanzo. Egli è la dimostrazione di quanto l’essere umano non sia affatto un animale progettante.
Il protagonista de La coscienza è un alter-ego dell’autore (ha all’incirca la stessa età), ed è un uomo quasi sempre fuori posto rispetto agli ambienti sociali in cui vive. È un commerciante ricco, visita spesso il Tergesteo (la Borsa di Trieste), ma non lavora nella sua impresa, perché il padre lo ha messo sotto tutela di un amministratore. Frequenta la Borsa a tempo perso, cercando di imparare a concludere affari, ma lo fa di sguincio e quando si parla di affari appare ingenuo e sprovveduto.
Egli è fuori posto quando muore il padre, perché non s’accorge della sua morte imminente, e poi perché il suo modo singolare di esprimere il dolore è frainteso dal dottore (che si chiama Coprosich, evidente la presenza della parola greca kròpos), il quale addirittura lo giudica insensibile; infine, neppure il padre in agonia non lo comprende, tanto è vero che gli appioppa uno schiaffo prima di esalare l’ultimo respiro.
Zeno è fuori posto anche nella vita sociale, perché nemmeno qui realizza i propri obiettivi: si sposa con la figlia di un grosso commerciante triestino, la signorina Augusta Malfenti. Ma egli in realtà ama la sorella di costei, Ada e, rifiutato da questa, fa una seconda dichiarazione all’altra sorella, l’adolescente Alberta, finché ripiega su Augusta, la più brutta delle sorelle Malfenti, ma l’unica che lo ama veramente.
Appena sposato, Zeno vive una relazione extraconiugale con la signorina Carla Gerco, ma, combattuto tra mille inclinazioni, lacerato tra il rimorso per il torto fatto ad Augusta e l’amore per la giovane donna, alla fine rovinerà tutto e Carla lo lascerà, nonostante l’abbia amato. Per mesi Zeno, come a voler sentirsi meno in colpa, ha decantato a Carla le doti della propria moglie. Così egli, pur tradendola, ha l’impressione di rispettarla. Un giorno però Carla gli confessa che vuole vedere sua moglie, almeno da lontano. Zeno la accontenta, ma fa in modo che Carla incontri Ada, non Augusta, pensando che, credendolo sposato con una donna tanto bella, Carla lo amerà ancora di più. E invece Carla, incrociando la bella Ada, che ha un volto sofferente, decide di troncare la relazione con Zeno, il quale ottiene anche in questo caso l’effetto contrario di quello sperato.
Un po’ come la sua passione per le sigarette, che egli vive come un vizio da cui guarire, ma dal quale non riesce mai a guarire, infarcendo la propria esistenza di vani propositi di smettere di fumare e di ultime sigarette.
Ne La coscienza tanti avvenimenti sono affidati al caso e all’errore. L’autore forse vuol mettere in evidenza quanto siano sovente vani gli sforzi che tutti noi facciamo per programmare la nostra esistenza. Per esempio, il protagonista compie un errore clamoroso quando, trovatosi in casa Malfenti al buio durante una seduta spiritica, crede di essere seduto a fianco di Ada e le fa un’accorata dichiarazione d’amore, ma poi s’accorge che a sedergli accanto è Augusta!
Quando Zeno si assocerà al cognato Guido (colui che ha sposato Ada) in un’impresa commerciale, sarà ancora più evidente quanto la casualità e l’errore giochi un ruolo chiave nel libro. Guido non è l’uomo che Ada aveva sognato: la tradisce, è incapace a fare affari, perde soldi. Alla fine Zeno forse sarebbe stato un marito migliore? Chi lo sa.
Alla bella Ada va tutto male, alla brutta e mite Augusta tutto bene. Zeno in fondo è stato fortunato, ma lo è stato per caso e contro la sua volontà. Ada ha una difficile gravidanza, poi si ammala del morbo di Basedow: questa malattia, di cui non guarisce mai del tutto, sconvolge il bell’ovale del suo viso e la rende assai meno attraente. Inoltre, suo marito non l’ama come ella vorrebbe, tanto è vero che, dopo il tentativo di suicidio di Guido, Ada si confida a Zeno: “Sei il migliore uomo della nostra famiglia, la nostra fiducia, la nostra speranza”. Forse adesso potrebbe esserci dell’amore, ma non accadrà nulla. Perché la povera Ada rimarrà vedova: Guido, sbagliando le dosi nell’assumere un veleno con il quale avrebbe voluto simulare un altro tentativo di suicidio, muore veramente. Ancora una volta il caso, tragicamente, decide il destino di un uomo in modo contrario a quello che egli progettava.
Se Ada è l’alter-ego di Augusta, Guido lo è di Zeno. All’inizio Guido è il vincente: suona il violino meglio di Zeno, è più sciolto, allegro e disinvolto, ed è di lui che Ada si innamora. Più tardi, Guido si farà meno scrupoli di Zeno a corteggiare un’altra donna. Ma nel prosieguo della vicenda le parti si rovesciano, tanto che Ada sembra pentita che Guido non sia come lei se l’aspettava. Il fallimento commerciale di Guido è solo un simbolo della sua incapacità a essere un animale progettante. Zeno, dal canto suo, non si getta in nessuna impresa, così è apprezzato perché appare un uomo prudente e saggio. Eppure lui sa che questo suo atteggiamento è casuale, dettato soprattutto dalla mancanza di risolutezza.
Ma la grande fiducia che la famiglia Malfenti (nel frattempo anche il suocero di Zeno è morto) ripone in Zeno non è del tutto ripagata: il giorno del funerale di Guido, Zeno commetterà un errore grave. Per la fretta e a causa di un tremendo temporale, seguirà il funerale di un’altra persona e s’accorgerà solo alla fine che il funerale di Guido si svolge in un altro posto. Ma ormai è tardi per rimediare. Un’altra volta la causalità e l’errore decidono le sorti del protagonista.
Con questo libro, Svevo forse vuol comunicare al lettore l’idea che la convinzione della possibilità di programmare la propria vita è un’illusione ridicola; l’ottimismo da belle epoque che abbondava anche nella cosmopolita Trieste austriaca di fine ‘800, con il suo seguito di pensiero positivista, è distrutto in poco tempo. Perché l’essere umano è speciale nel distruggere la bellezza e nel fare spesso il contrario di quello che dovrebbe fare. La psico-analisi sembra essere l’ultima illusione, l’ultimo tentativo, fallace e prometeico, di conoscere a fondo l’essere umano, indagando nella sua intimità più oscura e profonda. Allo stesso modo la Prima guerra mondiale mette definitivamente a tacere l’ottimismo che regnava sul mondo.
Con la sua scrittura, Svevo sa trasmetterci la coscienza della tragicità dell’essere uomo senza drammi, anzi, con un’ironica fine e delicata che percorre tutto il suo libro. Questo è un altro segno della sua grandezza, della sua capacità di guardare all’uomo così come esso è, non come dovrebbe o vorrebbe essere. Un messaggio di grande lucidità e di straordinaria chiaroveggenza:

Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibilità di vita che fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede…
Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si usano, e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole…
Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quasi innocenti giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

domenica 18 dicembre 2011

Parole dimenticate sul tram numero 23




Non ricordo il mese il giorno,
forse l’anno sì, ma tacerne è bello,
di quando ti toccai il ginocchio
nel tram nell’ora più affamata del giorno.
Lambrate puzzava di fritture e giornali,
l’odore del treno era un’eredità infelice;
tra i viaggiatori stanchezza e frustrazione
per i falliti palpeggiamenti
al momento di scendere.
Poi il sole argentato di Milano ci ferì gli occhi
e ci rifugiammo sul 23, lindo nel suo consunto vestito arancione,
mentre in mezzo alla piazza affollata
danzavano tram più belli e sensuali di lui.
Partimmo, lentamente,
e pattinammo sulla malinconia, leggeri,
fino a via Leonardo da Vinci.
Poi cambiò tutto, perché accadde il fatto,
e l’orizzonte si colorò delle mie domande vane,
quando con la mia mano ti toccai…
Verdeggiavano attorno le villette di via Pascoli
nascendo e morendo contro i finestrini zozzi,
mentre sotto di noi il lamento dei binari era infernale,
ma nessuno vi badò, tranne me, e il cagnolino di quel cieco
che sostava sulla piattaforma, ignaro del mondo.
Tu non t’accorgesti del mio tocco,
né delle palazzine stile anni ’20,
e neppure del sudore che abbelliva le mie unghie,
scavate dalla corde di chitarre un po’ scordate.
Indossavi pantaloni pesanti
ed eri distratta da malinconie tenaci
che il risucchio dei finestrini aperti
non riusciva a scacciare.
Belle le tue ciglia orlate di tristezza!
Mamma mia, come volava il tempo,
e come la strada fuggiva via, tra ferro e carne,
e quando ci trovammo quasi in piazza Cinque Giornate
compresi che il mio fallimento era vicino:
ero stanco di essere incompreso dai tuoi ormoni,
mentre tu apparivi felice di essere bramata dai viaggiatori del tram,
(tranne il cieco e il cane)
e dai loro giornali neri senza figure.
Non volli interrompere il tuo soliloquio
misterioso su quel sedile di legno;
e muto tra la folla studentesca
osservai le borse e le sciarpe e le scarpe,
fino a sentirmi l’unico essere vivente,
a quell’ora, sebbene non sapessi perché.
Milano si preparava alla pappa,
il tram si fermò troppe volte,
era lento, sbadigliante,
e sbadigliando sorrisi allora mi chiedesti
(con gli occhi un po’ meno disperati)
quando saremmo arrivati.
Io m’ero dimenticato di tutto, distratto,
e nella dolciastra aria putrescente
del mezzogiorno metropolitano,
non ti risposi nulla, ingrata compagna di viaggio
e occasionale desiderio di sessualità timida.
Comunque mancava poco:
Corso di Porta Vittoria era finito,
io ti avevo toccato il ginocchio
e tu non te ne eri accorta…
Se solo tu fossi stata meno eterea,
un po’ più sporca e meno poetica,
avrei forse smesso di contemplare
le altrui scarpe fangose in quel vecchio tram…
Ma il tempo, quel giorno, non era per te,
ma solo per le foglie che volteggiavano in aria,
per gli alberi felici di denudarsi davanti a noi
e per quel tram legnoso che avanzava inerte
esasperando passeggeri e binari.
Ecco Piazza Fontana, l’ultimo giro,
l’ultimo tentativo di farti innamorare di me,
raccontandoti la storia della banca e della bomba…
Niente. Muta. E intoccabile… tu.
Milano era ora avvolta da nuvole marroni,
e la piazza sembrava imbronciata,
come se non volesse rassegnarsi a essere un passaggio
verso il Duomo che biancheggiava lontano,
con le guglie bagnate da caligini d’altri tempi.
Scendemmo muti dall’amato 23. Almeno da me.
Odore di panini guasti e digestioni lente
folleggiava nell’aria.
Mozziconi di sigarette e parole fumanti
agonizzavano sull’asfalto.
Semafori ora sempreverdi acceleravano la fine
delle mi speranze verso di te.
Tu avevi fretta e non guardavi dove attraversavi.
Io arrancavo affamato e mesto,
desideroso di salvarti la vita.
Ma nessuno cercò di ammazzarti.
Attraversammo la via Larga senza parlare,
e io inciampai sui binari di altri tram,
aristocratici e altezzosi, moderni,
ma tu non te ne accorgesti. Perché?
Ci salutammo con un “arrivederci” senza futuro
e mi baciasti avaramente su una sola guancia,
per poi svanire inghiottita dalla folla.

giovedì 8 dicembre 2011

Oggi, domani e ieri

Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione [...]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!". Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"? (F. Nietzsche)

Non hai nostalgia di quei momenti vuoti,
di quei muri bianchi e ospitali,
delle domande vane sul quel che sarà?
Non rimpiangi le mute mattinate gelide
attaccato a caffè troppo brevi per farti compagnia?
Ricordi: le angosce nascevano a colazione
e all’ora di pranzo diventavano sboccate,
arroganti,
e solo la sera, ogni tanto,
le potevi sbattere giù dalle scale.
Adesso è senza malinconia il ripassare da quella casa,
e affascinate è l’essere catturati dal ricordo
di qualcosa che non amavi allora
e che adesso credi di aver amato.
Senza parole rimani attaccato
a quel che è un passato clandestino,
non voluto ma vissuto lo stesso,
anche se ora ti chiedi come hai potuto...
Ma perché ci si può accettare solo al passato… perché…
Che ne sappiamo! Anneriscono le idee,
mentre il silenzioso ocra di queste vallate rudi
si mischia con l’azzurreggiare vacuo di novembre
e della noia che danno carte bollate
e caffè senza schiuma né macchie di rossetto
ai lati della tazzina.
Allora battevi i tasti per niente,
scrivevi e non sapevo il motivo,
invitavi qualche amico a bere
ma ritrovavi scampoli di genuinità
soltanto alla mattina, mentre il mondo viveva,
ma tu continuavi solo ad esistere.
Non essere parte di nulla eppure dover far finta
di essere come gli altri, atteggiarsi a uomo
e sentirsi bambino; crudele inganno
quello del crescere nel fisico e non nell’animo.
Vedere invecchiare le fotografie e non le passioni,
né gli occhi che ti scrutano,
e invece assistere allo sfacelo di pensieri,
ombre, alberi e persone sconosciute,
è un supplizio immeritato.
Ma ora te lo tieni, ormai:
mentre agli angoli delle strade
vegetano i soliti ubriachi stanchi
che tu non sai più ascoltare.

sabato 19 novembre 2011

Tempo pietrificato (G.Barreca)



Leggendo le Confessioni di S. Agostino, tra i tanti mi ha colpito un passo dedicato al tempo. Esso recita così: "Un tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così un futuro è lungo se di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è, supponi, di dieci giorni prima, e breve il futuro di dieci giorni dopo. Ma come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo; ma dovremmo dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo (Conf., XI.15.18).
Queste parole mi hanno ispirato i versi che seguono, anche se la tematica religiosa è estranea alla mia poesia in senso stretto. Eccoli:


Tempo pietrificato, tempo che non scorre,
tempo che vive di momenti che sono statue
e di silenzi impenetrabili.
Le stagioni e le ore i giorni,
appaiono come smorfie sofferenti
e segnano sui volti delle persone
le loro eterne leggi.
Sarà, alla fine di tutto, la salvezza
in un angolo ignoto di un bosco,
in una cantina cittadina senza finestre,
sarà, alla fine, la salvezza, lì?
Mistero di pietra e mistero infinito,
come l’usato interrogarsi su sé e gli altri,
su Dio e Satana, su me e te, sul pranzo
e la cena. Sul niente.
E le foglie che cadono si rialzeranno,
e i pensieri pensati torneranno, solo…
mascherati da novità, ma imbelli
modalità saranno per esistere
in quant’aria di vetro montaliana.
Cosa c’è alla fine di ogni cosa?
Un’altra cosa, altre cose, altre domande
che seguiranno le domande mute del nostro esistere,
in un’infinita catena di interrogativi
e noiose risposte date sbadigliando.
Sorprendersi è sempre più difficile
ed è volgare, a volte, il modo che usiamo
per lasciare senza fiato qualcuno
che non s’ama più.
Poi anche le parole si accartocceranno,
e lo sguardo tornerà carico d’ansia
butteremo acqua fredda
per ravvivare i visi sfatti negli specchi serali.

martedì 15 novembre 2011

Il Cinque Maggio di Berlusconi (A. Manzoni)



L'idea non è originalissima, lo so, ma non mi è venuto in mente altro. Spero che Alessandro Manzoni e Napoleone mi perdoneranno, l'attuale soggetto di questa lirica rivisitata non è alla loro altezza...

Ei fu. Siccome ignobile,
dall’ultimo videomessaggio,
appare un volto terreo
e un sorriso plastificato;
e così percossa, attonita
l’Italia riceve la notizia,
e muta, teme non sarà l’ultima
ora dell’uomo premier;
né sa quando una simile
orma di pie’ mortale
la sua cruenta polvere
di calpestar smetterà.
Lui rutilante in video
racconta la rava e la fava;
quando con voce assurda
proclama, vaneggia, sbava;
con mille stronzi al seguito
l’applauso era assicurato:
aduso al servo encomio
e ai codardi lecchinaggi,
assiste disperato al sùbito
sparir dei finti omaggi.
Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
doniamo a quel suo viso
pernacchie in quantità
che scoppiano da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai poster
l’ardua sentenza (se non prescritta).
Alziamoci in piedi
e prendiamo bene la mira
perché vogliamo nel suo deretano
le nostre orme stampar.
La ragazzina formosa e trepida
che comparve ad Arcore,
ebbe l’ansia d’un cor che indocile
per il bene (?) del regno si sacrifica;
e quante allora come lei ottennero un premio
ch’era follia sperar!
Tutto ei provò: la minorenne egizia,
l’igienista dentale, la escort poi pentita;
la f… uga e la vittoria
sull’offesa dell’età;
più volte in tribunale
due volte sull’altare.
Ora (forse) sparirà, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio (genuino)
e d’indomato amor (a pagamento).
Noi siam come naufraghi,
ci lascia nella cacca,
ma a lui che cosa importa,
un nano non può capire
cosa significa cadere
dopo aver saggiato le nuvole:
crollerà mai sulla sua testa
il cumulo delle nostre maledizioni?
Speriamo che d’ora in poi, al tacito
morir d’un giorno inerte,
tolti dentiera e cerone,
le braccia al sen cadente,
starà, e dei dì che furono
l’assalirà il sovvenir!
E ripenserà le morbide
tette, e le procaci vallette,
e il blu del Viagra,
il trapianto dei capelli,
e i soldi spesi negli anni
per quel servile ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
lacrimerà il suo spirito,
disperato; ma valida
verrà una man dal cielo,
una velina crocerossina
pietosa con sé lo porterà;
e l’avvierà, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi verdi, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trïonfi (comprati) avvezza!
Non illudiamoci sulla sua fine:
ché più superba persona
forse non è esistita
e mai, da solo, lui se ne andrà.
Gli ultimi lacchè lo omaggiano,
promettendo il suo ritorno:
al Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
non chiediamo di chiamarlo a sé,
ma solo di togliergli la parola.

sabato 22 ottobre 2011

Andrea Zanzotto (1921-2011)


Da un eterno esilio
eternamente ritorno

e coi giorni mi volgo e mi confondo,
vado, da me sempre più lontano,
divelto per erbe prati e tempi
d'ottobre
e silenzi confinate agli orecchi
da stelle e monti.