mercoledì 4 febbraio 2026



Ed ecco anche la parafrasi del "Paradiso" di Dante AlighieriIl libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon. Ecco l'introduzione al libro.


All’inizio della terza cantica della Commedia, Dante e Beatrice, mossi dalla grazia di Dio, abbandonano l’Eden e volano verso il cielo della Luna, primo cielo paradisiaco. A differenza dell’inferno e del purgatorio, il paradiso non ha una collocazione geografica né una struttura fisica: esso è il regno dei beati, sede della Gerusalemme celeste a cui sono destinati coloro che si sono ben comportati in vita e hanno meritato di essere illuminati dalla grazia divina “poiché è per grazia che siamo salvati ed è ancora per grazia che le nostre opere possono portare frutto per la vita eterna” (Catechismo della Chiesa cattolica, III, 1938ss.). Il paradiso è il regno della luce eterna, perché Dio è luce e i beati sono circondati da aloni di luminosità. Poiché il paradiso non occupa uno spazio geografico, non esiste nel tempo e non ospita luoghi simili a quelli terreni, il viaggio di Dante nel regno dei cieli sarà soprattutto un’esperienza spirituale.

Sebbene il paradiso sia molto diverso dall’inferno e dal purgatorio, Dante ha voluto conferirgli una struttura composta da dieci parti, forse perché aveva a cuore sia l’unità e la coerenza dei regni oltremondani, sia, forse, le esigenze di equilibrio artistico della sua opera. Il paradiso dantesco si compone di dieci cieli: della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno, cielo delle Stelle Fisse e il Primo Mobile e infine l’Empireo, dimora di Dio e dei beati.

Il paradiso si muove grazie all’amore di Dio, il quale trasmette tale impulso attraverso il penultimo cielo, il Primo Mobile, che a sua volta lo trasmette agli altri cieli. Ogni parte del Paradiso riceve e riflette la luce divina, ma alcune brillano più di altre. Per questo, ai vv. 1-3 del canto I Dante scrive: “La gloria di Colui che tutto move / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove”.

Un regno che non è come appare

Tutti i beati risiedono nell’Empireo (l’ultimo cielo paradisiaco, “sede” di Dio), come spiega Beatrice nel canto IV. Pertanto, di fatto, fino al canto XXX il poeta non descrive il paradiso vero e proprio, ma ciò che Chiavacci ha chiamato “paradiso intermedio”. Eppure, Dante incontra nei cieli diverse anime di beati; ma se tutte le anime vivono nell’Empireo, com’è possibile vederle negli altri cieli?

Dante vede le singole anime nei vari cieli poiché egli è un uomo e, come tutti gli uomini, deriva le sue nozioni dalle impressioni dei sensi. È Dio stesso a volere che le anime possano essere percepite dal poeta tramite i sensi: se non fosse così, egli non potrebbe vederle, né dialogare con loro e non potrebbe nemmeno adempiere alla sua missione di raccontare agli altri uomini la struttura dei regni dell’aldilà. Per questo le anime, che sono puri spiriti luminosi, appaiono al poeta dotati di una voce e capaci di muoversi.

La difficoltà del pellegrino Dante è per certi aspetti la medesima del poeta Dante: percepire e rappresentare il regno di Dio, una realtà altamente ineffabile, impiegando immagini e parole comprensibili agli altri uomini. Sebbene egli dichiari che della visione paradisiaca conserva solo vaghi lacerti di impressioni e oltretutto, verso la fine del Paradiso, aggiunga di ritenere inadeguata la sua poesia, si può affermare che Dante è stato capace di raccontare una realtà che oltrepassa le capacità di qualsiasi facoltà umana.

 La beatitudine

La condizione di beatitudine eterna è la gioia suprema derivante dalla visione di Dio. La condizione di beatitudine si ottiene con la salvezza, e la salvezza dell’uomo dipende da due fattori essenziali: la sua condotta in vita e l’intervento della grazia divina.

Il ruolo dell’uomo

L’uomo è stato creato da Dio dotato di due facoltà adatte per consentirgli di vivere rettamente: la ragione, con la quale può intuire l’ordine del creato, e la libera volontà (o libero arbitrio), che lo rende capace di orientarsi verso il vero bene. Dio ha infuso nell’anima dell’uomo un innato desiderio del sommo bene, cioè di Dio stesso. Queste facoltà, se usate rettamente, garantiscono all’uomo la salvezza; nondimeno, poiché possiede il libero arbitrio, può accadere che l’uomo sfrutti male queste facoltà e compia degli errori. Pertanto, se l’uomo commette peccato, la colpa è solo sua: il peccato avviene quando la ragione si sottomette alle passioni e, di conseguenza, la volontà desidera cose diverse dagli eterni beni celesti.

Il ruolo della grazia divina

La salvezza è frutto della “cooperazione” tra i meriti dell’uomo e la grazia divina: senza l’intervento di essa non è quindi possibile salvarsi. Un comportamento corretto e l’amore verso Dio sono di certo le condizioni principali per “meritarsi” l’aiuto della grazia celeste, ma, appunto, senza di essa non si può raggiungere la beatitudine. Per questo in paradiso Dante è guidato da Beatrice, simbolo della teologia. La presenza della donna è carica di significato simbolico e personale. Beatrice incarna l’amore spirituale e la grazia divina. Questi elementi conducono l’anima alla salvezza.

Proprio perché la condotta dell’uomo sulla terra incide in parte sulla sua salvezza, i beati non godono tutti dello stesso grado di beatitudine, sebbene accettino senza discutere la loro condizione perché voluta da Dio. Per esempio, i beati che appaiono nei cieli più bassi (Luna, Mercurio e Venere) hanno un minore grado di beatitudine perché in vita commisero errori, ma seppero pentirsi e farsi perdonare da Dio, tanto da evitare anche di dover scontare le loro colpe in purgatorio.

 I cieli

L’universo dantesco ha una struttura ispirata alla cosmologia tolemaica, che prevede un universo con la Terra al centro e una serie di sfere celesti che le orbitano attorno. Ogni pianeta ha un proprio cielo corrispondente, e non è il pianeta a muoversi, ma la sua sfera. In paradiso, questo movimento rappresenta l’armonia e l’ordine dell’universo governato dall’amore divino. Le sfere, che ruotano in perfetta sincronia, simboleggiano un cosmo ordinato, dove ogni elemento ha un posto e una funzione precisa. Al tempo stesso, il moto circolare richiama il desiderio dell’anima di elevarsi verso Dio.

Il paradiso non è un luogo fisico, ma si apre oltre il limite dell’universo materiale, al di là del cielo delle stelle fisse; tale cielo, era altresì detto “firmamento” perché la cosmologia medievale riteneva che gli astri fossero “inchiodati” a questa sfera diafana, considerata il confine ultimo del cosmo. Ciascuno dei nove cieli che precedono l’Empireo simboleggia un diverso grado di beatitudine e le anime dei beati si presentano a Dante secondo un ordine crescente di virtù.

Nel cielo della Luna (canti II-IV), appaiono le anime che sulla terra non adempirono ai loro voti: esse sono trasparenti come se fossero riflesse su una superfice d’acqua. Nel cielo di Mercurio (canti V-VIII), compaiono gli spiriti che in vita agirono secondo virtù solo perché stimolati dal desiderio della gloria terrena. Nel cielo di Venere (canti VIII-IX), danzanti e radiosi, appaiono invece coloro che in gioventù furono dominati dall’amore sensuale, trasformato poi in carità. Dal cielo del Sole in avanti Dante incontra anime che non ebbero inclinazioni viziose, ma restarono sempre fedeli a Dio. La visita al cielo del Sole, che occupa cinque canti (IX-XIV), permette al poeta di vedere apparire tre corone di spiriti sapienti, tra cui ci volteggiano le anime del filosofo Tommaso d’Aquino, del francescano Bonaventura da Bagnoregio e il re Salomone.

Nel cielo di Marte (canti XVI-XVIII) risplendono le anime dei combattenti per la fede, tra le quali quella di un avo di Dante, Cacciaguida; questi attesta l’origine nobile della sua casata e rievoca l’onesta e laboriosa Firenze del XII secolo, contrapponendola alla disonesta città che ha esiliato il poeta. Cacciaguida conferma altresì il carattere profetico del viaggio di Dante. Nel cielo di Giove (canti XIX-XX), le anime che seguirono la giustizia sulla terra formano la figura di un’aquila, che spiega i misteri della giustizia divina, compresa la possibilità di salvezza per alcuni non cristiani. Nel cielo di Saturno (canti XXI-XXII), Dante vede una scala luminosa discesa da molte anime, tra cui quella del monaco ravennate Pier Damiani, e quella di san Benedetto, il quale svela che lassù rilucono gli spiriti dediti alla contemplazione.

Nel cielo delle stelle fisse (canti dal XXI al XXVII), Dante viene esaminato sulla conoscenza delle tre virtù teologali (fede, speranza, carità) da tre personaggi: san Pietro, san Giacomo e san Giovanni. Il poeta supera l’esame dimostrandosi pronto ad accedere al paradiso vero e proprio. San Pietro, inoltre, conferma a Dante nella forma più solenne, la missione, assegnatagli dalla provvidenza, di raccontare quel che egli ha veduto nell’alto dei cieli a edificazione dell’umanità.

Il cielo del Primo Mobile (canti XXVII-XXX) è diverso dagli altri cieli poiché è una sfera trasparente (da qui l’altro suo nome di “cristallino”). Esso racchiude il cosmo, ma non è contenuto in nulla: appartiene solo alla mente di Dio, cioè all’Empireo. Il Primo Mobile trasmette il movimento a tutti gli altri cieli, mentre a lui l’impulso al moto giunge direttamente da Dio. In questo cielo, Dante scorge, riflesso dagli occhi di Beatrice, un punto luminoso attorno a cui ruotano nove cerchi concentrici e lucenti a una velocità proporzionale alla loro vicinanza al punto. È questa la prima visione di Dio: i nove cerchi sono l’immagine delle intelligenze angeliche.

Gli angeli sono stati creati da Dio assieme a tutto l’universo nello stesso istante per un atto di libera volontà e bontà. Gli angeli paradisiaci sono quelli che non hanno partecipato alla ribellione guidata da Lucifero; essi, rimasti fedeli e umili, sono stati ricompensati da Dio con il dono di potere amare e di contemplare eternamente la sua mente; attraverso tale visione, essi conoscono il passato e il futuro, poiché non vivono nel tempo e non hanno bisogno della memoria.

Infine, Dante accede all’Empireo (canti XXX-XXXIII) che non è un luogo fisico, ma pura luce e amore. Esso contiene il Primo Mobile, che a sua volta contiene tutti gli altri cieli. Nell’Empireo c’è Dio: esso è quindi luce della mente divina piena di ardore di carità e tale ardore è fonte di beatitudine perché tramite esso l’anima si eleva alla visione di Dio e prova una letizia superiore a qualsiasi gioia terrena. In questo cielo, Beatrice abbandona Dante per tornare a occupare il suo seggio nella rosa dei beati; ora il poeta sarà guidato da san Bernardo.

Nell’Empireo i beati siedono su seggi che formano un anfiteatro a forma di rosa incandescente; esso si rispecchia nel lago di luce divina posto ai loro piedi. L’insieme dei beati è vivificato dal volo degli angeli che fanno la spola tra loro e il lago di luce divina. Le anime sono disposte secondo un ordine che divide in due la “rosa” paradisiaca, la quale ha ai suoi vertici la Vergine e Giovanni Battista.

Il trionfo della Vergine, con l’arcangelo Gabriele che le rende omaggio nel tripudio di angeli e beati, è il preludio all’ultimo passo del viaggio dantesco. Dopo la commovente preghiera alla Vergine recitata da san Bernardo, Dante può accedere alla visione della essenza divina. È una vista indicibile, simile a un sogno, tanto che il poeta avverte il lettore di non essere in grado di raccontare ciò che egli vide. Il poeta scrive di aver “veduto” l’intero universo, che a noi umani appare sparso ovunque, unito in un unico punto; la Trinità nell’immagine di tre cerchi che ruotano: all’interno del secondo cerchio (il Figlio) Dante vede l’effige dell’uomo. Infine, illuminato da Dio, che ormai comanda la sua volontà e il suo intelletto, il poeta accede alla visione divina suprema, della quale però non scrive nulla.

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