mercoledì 2 giugno 2021

KLARA E IL SOLE di KAZUO ISHIGURO


Raccontare il futuro è come lanciare i dadi: un’impresa molto difficile. Raccontare il futuro senza scadere nella fantascienza da quattro soldi è un’impresa ancora più ardua. Il premio Nobel Kazuo Ishiguro invece riesce a immaginare il futuro senza scadere in assurdità. Nel suo recente Klara e il sole, Einaudi, l’autore racconta sì una società automatizzata, tecnologizzata, ma non lo fa con tono profetico né apocalittico. Non vuole né esortare a gettarsi nel futuro né ammonire sui pericoli della tecnologia: egli intende solo raccontare una storia. Non si erge a profeta e di questo il lettore non può che essergliene grato. Sarà poi il compito di chi legge, eventualmente, trarre insegnamenti o impressioni.

La protagonista del romanzo è un robot, anzi, qualcosa di più affinato, una androide (nel libro si chiama AA), nemmeno delle più sofisticate (esistono infatti i B3, molto più tecnologici). E già questo fatto rivela una capacità di scrittura notevole: immergersi nella mente di una androide e raccontare la storia dal suo punto di vista, è stata un’idea geniale. Anche perché l’androide in questione, Klara, è stato progettato per essere molto umana. Non fa niente di speciale, non compie imprese mirabolanti, non è un fenomeno nei calcoli più astrusi. È stata programmata per fare compagnia ai bambini e ragazzi. La cosa che questo AA ama è il Sole: ne ha bisogno e lo cerca non solo, si può ipotizzare, perché funziona grazie a dei pannelli solari, ma anche perché esso le dona una sorta di energia supplementare, quasi emotiva. E il fatto che il sole faccia così bene a lei, convince Klara che esso possa fare del bene a tutti, persino agli esseri umani.

Sin dalle prime pagine, quando si vede Klara esposta nel negozio in attesa di qualcuno che la possa acquistare, l’androide è attratto dai volti dei passanti, come se cercasse di carpire loro qualche segreto. Certo, è stata programmata a comportarsi in questo modo, ma lei sembra metterci qualcosa di suo, una specie di empatia, qualcosa che nessun robot può possedere di natura. È questa la prima grande idea dell’autore: creare un androide assetato di umanità, capace non solo di comprenderla ma anche di sentirla dentro di sé: “Io, però, più guardavo e più volevo sapere e … mi sentii prima confusa e poi sempre più affascinata dalle misteriosissime emozioni che i passanti mostravano di fronte a noi. Mi rendevo conto che se non fossi riuscita a decifrare almeno alcuni di quei misteri, quando fosse arrivato il momento non avrei saputo rendermi utile al mio bambino come dovevo. Perciò, mi misi a caccia – sui marciapiedi, dentro i taxi, tra la folla in attesa sulle strisce pedonali – di quei comportamenti che avevo bisogno di imparare.” Per questo Klara osserva i volti delle persone che vede attraverso la vetrina, immaginando le varie emozioni oppure domandandosi, come le ha detto la direttrice del negozio: “Chissà se avrei sentito, come aveva detto Direttrice, dolore insieme alla mia felicità.”

Il romanzo ha uno scatto in avanti quando Klara viene acquistata da Josie, una ragazzina che si fa vedere più volte davanti alla vetrina prima di convincere la madre a comprare l’androide. Una volta a casa di Josie, Klara entra in relazione con diversi personaggi (la Madre, la domestica, l’amico della sua padrona, Ricky, la mamma di lui e, più tardi, il padre di Josie e un enigmatico Mr. Capaldi) dai quali ricevere sempre un trattamento curioso: nessuno si scandalizza del fatto che lei sia un androide (anche se poi si viene a sapere che nel paese molti odiano gli AA perché rubano loro il lavoro) e tutti tendono a trattarla come un umano, come qualcosa che fa parte della loro famiglia. Non c’è uno stacco tra umano e androide, come se avere un AA in casa fosse un fatto consueto, a volte necessario, in un’epoca in cui i ragazzi non sono più abituati ai rapporti umani, tanto è vero che svolgono periodicamente degli incontri di interazione.

La cosa che va rimarcata è che il mondo in cui questo AA vive non è molto diverso dal nostro: le macchine hanno le ruote di gomma (non ci sono auto svolazzanti), la gente legge libri di carta, Ricky e Josie disegnano fumetti su fogli di carta e così via. Ma Ishiguro, come detto, non scrive un’opera di fantascienza: è interessato ai rapporti tra i personaggi, a come essi si evolvono, nella convinzione che le emozioni abbiano, come dire, alcuni codici e forme attraverso i quali si manifestano, siano esse provate da un’AA o da un umano. E l’amore che sembra esserci tra Ricky e Josie è un esempio di integrazione tra tecnologia e umanità: i due ragazzini avvertono questo sentimento acerbo e lo vivono a volte con sofferenza, altre volte con gioia. Quando per esempio, durante un periodo in cui Josie non sta bene, lei e Ricky cominciano a fare disegni e fumetti, il clima tra di loro, all’inizio allegro, a un certo punto sembra deteriorarsi: non c’è un motivo chiaro, ci sono solo indizi, discorsi sulla madre di Ricky, sul suo futuro. Klara assiste a questi scambi con attenzione, anche se rispettando la riservatezza dei due ragazzini. I quali si “lasciano” quasi senza motivo, come accade quando non si riesce a dare forma in parole a un sentimento, a un’emozione.

Ma Josie è malata, tanto che deve trascorrere lunghi periodi a letto. Non si sa quale sia la sua malattia: la madre accenna a un senso di colpa che prova. E, seppure in modo faticoso, il lettore viene a sapere, ascoltando altresì quello che Ricky racconta alla propria madre, che in quella società esiste una “procedura” per potenziare i bambini. L’autore non dice nulla di più, ma fa capire che, in conseguenza di ciò, esiste una sorta di discriminante tra i bambini potenziati e quelli “normali”, tanto è vero che ci sono alcuni college che accettano solo bambini potenziati. Non si saprà mai in cosa consiste questo potenziamento, né come esso venga concretamente attuato. Tuttavia, né Josie e né Ricky sono stati potenziati: se nel caso del ragazzo questo fatto provoca delle difficoltà (lui vorrebbe accedere a un’università prestigiosa che accetta un numero limitato di ragazzi non potenziati), nel caso di Josie questo fatto sembra abbia provocato conseguenze più gravi. Si intuisce infatti, benché non lo si comprenda in modo chiaro, che il male della ragazza derivi in qualche modo da una procedura di potenziamento forse andata male.

Altro non viene detto: non ci sono, nel romanzo, né medicine, né ospedali né visite mediche. Ogni tanto appare un dottore a casa di Josie, ma il suo ruolo è marginale. Gli adulti, la madre di Josie, il padre che appare a un certo punto e Mr. Capaldi sembrano girare a vuoto, cercando una soluzione che non esiste. Questo Mr. Capaldi sta facendo un ritratto di Josie, ma Klara scopre che non si tratta di una pittura, bensì di una specie di statua, anzi, di un androide che dovrebbe sostituire Josie se e quando ella morirà. E Klara dovrebbe essere reclutata per addestrare l’androide a comportarsi esattamente come Josie, in modo che i suoi cari non ne sentano alcuna mancanza. Per questo Klara decide di osservare sempre più attentamente la sua padroncina, anche perché la madre di Josie glielo chiede in modo accorato, perché ha già perso una figlia, Sal: “A conti fatti. Ti sto chiedendo di farlo funzionare. Perché se succede, se capita di nuovo, per me non ci sarà un altro modo di sopravvivere. Ne sono venuta fuori con Sal, ma non posso farcela di nuovo. Quindi lo chiedo a te, Klara. Fa’ del tuo meglio per me. Al negozio mi hanno detto che sei straordinaria. Ti ho osservata abbastanza per sapere che potrebbe essere vero. Se ti ci metti d’impegno, chissà? Potrebbe funzionare. E sarò in grado di volerti bene”.

La madre sarà davvero in grado di volere bene a un androide che imita in tutto e per tutto la figlia? È possibile disumanizzare a tal punto i rapporti umani, rendendoli riproducibili? È possibile che tali rapporti siano replicabili da un robot? L’identità umana non è troppo colma di sfaccettature da essere qualcosa di irriducibile a un sistema, per quanto avanzato, composto da circuiti e cose simili? Un software può forse imitare le espressioni umane, ma può davvero sentirle nel profondo, renderle autentiche? È possibile imparare ad amare, odiare e soffrire? Sono queste le domande che forse vengono in mente al lettore, soprattutto quando il padre di Josie chiede a Klara se conosce il cuore umano e se sarà mai in grado di penetrare nel fondo del cuore di Josie: “Il che potrebbe essere difficile, o sbaglio? Una cosa che supera perfino le tue strepitose capacità. Perché un’imitazione non funzionerebbe mai, per quanto sapiente. Dovresti imparare anche il suo cuore, e impararlo appieno, o non diventerai mai Josie a nessun livello che conti”. Il romanzo proseguirà, ma non è giusto svelare il finale. Si può dire che Klara, l’androide, mostra una capacità empatica enorme, perché si prodigherà in tutti i modi per provare a far guarire Josie. Perché Josie vuole continuare ad avere un avvenire, come vuole averlo Ricky, il suo amico, anche se i due pian piano si allontanano, inevitabilmente perché stanno crescendo.

Klara rimarrà la vera protagonista del romanzo, mostrando un carattere molto più marcato dei personaggi umani che la circondano. La sua fiducia nella forza salvifica del sole, che all’inizio appare un po’ ingenua, poco adatta a un androide, si dimostrerà ben riposta. Ma lo sarà perché è appunto una fiducia, una vera e propria “fede”, qualcosa in cui lei crede fermamente pur non avendo evidenze o prove chiare e inconfutabili sulla sua verità. E in ciò Klara si mostrerà assai umana, come anche nel destino che l’attende.

domenica 2 maggio 2021

                                              LA "COMMEDIA" DI DANTE ALIGHIERI    

                                        PARAFRASI E COMMENTO DELL'INFERNO

CANTO VI


Il testo della Commedia che ho seguito è quello dell’edizione commentata da Giorgio Inglese nel 2016  e pubblicata dall’editore Carocci.

Ecco le edizioni della Commedia che consultate:

La Divina Commedia, introduzione di Bianca Garavelli, Rizzoli, Milano 1949, edizione digitale 2013.

La Divina Commedia, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia, Firenze 1991

La Divina Commedia, a cura di Sirio A. Chimenz, UTET, Torino 2000, edizione digitale 2013

Commedia, a cura di Giorgio Inglese, Carocci, Roma 2016

La Divina Commedia, a cura di E. Malato, Salerno Editrice, Roma 2018.


CANTO VI

Luogo: III cerchio.

Momenti:

a)      Incontro con Cerbero, guardiano infernale.

b)     Ciacco e la profezia su Firenze.

c)      Il destino dei dannati.

Personaggi: Cerbero, mostro infernale. Il fiorentino Ciacco.

Peccatori: i golosi.

Pena: I golosi sono squartati e scuoiati da Cerbero, oltre che colpiti da una pioggia sporca, mista a grandine e neve, e sono immersi nel fango: “Io sono al terzo cerchio, della piova / etterna, maladetta, fredda e greve; / regola e qualità mai non l’è nova. / Grandine grossa e acqua tinta e neve / per l’aere tenebroso si riversa: / pute la terra che questo riceve” (vv. 8-12).

SOMMARIO

I golosi sono sferzati da una precipitazione di pioggia, grandine e neve. Per ripararsi, essi si avvoltolano nel fango, mentre sono seviziati da un altro mostro infernale, Cerbero, simile a un cane con tre teste. Cerbero è vorace contro i golosi, come costoro lo furono in vita, quanto non ebbero freni nell’ingozzarsi di cibo. Tra i golosi Dante incontra un concittadino, Ciacco, che gli profetizza le vicende della vita politica di Firenze alla base del suo esilio. Infine, Virgilio spiega quale sarà il destino dei dannati dopo il giorno del giudizio.

 PARAFRASI

Incontro con Cerbero

Quando mi ripresi dopo lo svenimento dovuto al dolore per la vicenda dei due cognati, che mi aveva stordito di tristezza, vidi attorno a me, ovunque mi voltassi, ovunque fissassi i miei occhi, ovunque mi muovessi, nuovi dannati e nuove pene. Mi trovavo nel terzo cerchio, il luogo della pioggia eterna, malefica, fredda e terribile, che non muta mai né ritmo né forma. Nell’aria tempestosa si riversavano enormi chicchi di grandine, acqua sporca e neve, mentre la terra, flagellata da questa precipitazione, marciva e puzzava.
Nel terzo cerchio Cerbero, bestia crudele, che lancia latrati con le sue tre gole canine, vigila sui dannati sommersi dalla pioggia incessante. Cerbero ha gli occhi rossi, la barba unta e nera, un ventre immenso, le zampe con artigli: graffia i dannati, li scuoia e li squarta, mentre la pioggia li fa urlare come cani: i golosi si voltano da una parte e dall’altra per ripararsi dalla pioggia, ma lo fanno inutilmente questi malvagi peccatori!
Quando lo schifoso Cerbero vide me e Virgilio, spalancò le fauci mostrandoci le zanne: non c’era parte del suo corpo che stesse ferma per la rabbia che provava. Virgilio raccolse due manciate di terra e le gettò nelle fauci insaziabili del mostro. Come il cane affamato che desidera mangiare e che, addentato il pasto, si calma perché intento a divorare il cibo, allo stesso modo si quietò il sudicio volto del demonio Cerbero, che con il suo latrato assorda a tal punto le anime da farle desiderare d’essere sorde.

Ciacco e la profezia su Firenze

Io e Virgilio camminavamo sopra le ombre dei peccatori fiaccati dalla pioggia, posando i piedi su quelle parvenze di corpi. Le ombre giacevano tutte a terra, tranne una che, appena ci vide passare, si sollevò velocemente. “Tu che sei stato portato qui nell’inferno”, mi disse, “riconoscimi se ne sei capace: tu che sei nato prima che io morissi”. Io risposi: “L’angoscia che tu mostri forse ti cancella dalla mia memoria, tanto che non mi sembra d’averti mai visto. Dimmi perciò tu stesso chi sei, tu che vivi in questo luogo tanto doloroso e che provi una tale angoscia che, se pure ce n’è qualcuna peggiore, nessuna è ugualmente terribile”.

Egli mi disse allora: “Durante la mia vita terrena abitai nella tua città, che è così piena di odio e invidia da scoppiarne. Voi mi soprannominaste Ciacco per il rovinoso vizio della gola: ecco perché, come tu puoi vedere, sono straziato da questa pioggia infernale. E io, colpevole, non soffro da solo per questa pena, perché tutte le altre anime che sono qui subiscono la stessa punizione per lo stesso peccato”. E non aggiunse altre parole. Io gli dissi: “Ciacco, la tua pena mi addolora al tal punto da indurmi a piangere. Ma dimmi, se lo sai, quale sarà l’esito delle discordie tra i fiorentini, e dimmi anche se tra di essi vi è qualcuno che desidera la giustizia e quali sono i motivi per i quali c’è tanta discordia a Firenze”. E lui a me: “Dopo una lunga battaglia, vi sarà un fatto di sangue e la parte selvaggia caccerà l’altra, provocandole grave danno. Poi, entro tre anni, la fazione vincente sarà sconfitta e l’altra prenderà il sopravvento con l’aiuto di un uomo che per un po’ è stato neutrale tra le parti. La fazione vincente governerà per lungo tempo, imponendo dure misure contro la parte nemica, per quanto essa ne provi sdegno. Ci sono solo due uomini giusti a Firenze, ma sono inascoltati: superbia, invidia e avarizia sono le tre fiamme che hanno incendiato i cuori dei fiorentini”.

Qui terminò il suo discorso pieno di amari presagi, ma io chiesi: “Vorrei che tu mi dicessi altre cose, che mi facessi il dono di parlare ancora. Dimmi dove sono, in modo che io li possa riconoscere, Farinata degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, che fu uomo tanto degno, l’Arrigo, Jacopo Rusticucci, Mosca dei Lamberti e gli altri che s’ingegnarono ad agire bene: ho un grande desiderio di sapere se il Cielo li allieta o l’inferno li tormenta”. Egli rispose: “Quelli stanno con le anime più peccatrici. Le loro colpe li relegano nelle zone più basse dell’inferno. Se scenderai tanto in basso, li potrai incontrare. Quando invece tornerai sulla terra, ti imploro di ricordarmi ai vivi. Ora il mio discorso è finito: non ti dirò più nulla e non risponderò ad altre tue domande”. Dopo che tacque, il suo sguardo da dritto si fece obliquo: mi guardò per un po’, poi chinò la testa e cadde tra le altre anime private della grazia di Dio.

Allora il mio duca mi disse: “Questo non si solleverà da terra prima che suonino le trombe angeliche del giudizio universale, quando giungerà Gesù Cristo, nemico dei dannati. Allora, ognuna di queste anime rivedrà il proprio odioso sepolcro, riassumerà il proprio corpo di carne, il proprio aspetto e ascolterà la sentenza che fisserà in eterno il suo destino”.

Attraversammo poi quella sudicia mistura di ombre di dannati, fango e pioggia, ragionando un poco della vita d’oltretomba. A un certo punto io chiesi: “Maestro, queste pene infernali dopo il giudizio cresceranno, diminuiranno oppure rimarranno quelle che sono?”. E lui mi rispose: “Torna alla tua filosofia, per la quale quanto più un essere si avvicina alla piena realizzazione di sé, tanto più percepisce il bene e il male. Sebbene questi dannati non s’avvicineranno mai a tale piena perfezione, poiché non potranno mai vedere Dio, il loro essere sarà più completo solo dopo il giudizio e non prima, perché dopo, riunendosi al corpo, avvertiranno ancora più intensamente il dolore della pena a cui sono condannati”. Intanto proseguimmo oltre lungo la circonferenza del cerchio, parlando di molte cose che non rammento. Giungemmo infine al punto in cui si scende verso il cerchio successivo: qui trovammo Pluto, il grande diavolo nemico del bene.

COMMENTO

Incontro con Cerbero

Sulla soglia del terzo cerchio, il luogo in cui sono puniti i golosi, vigila Cerbero, altra creatura infernale. Nella mitologia greca Cerbero è un “mostruoso cane dalle molte teste, posto a guardia dell’entrata dell’Erebo, per impedire alle ombre dei morti di uscirne e ai vivi di penetrarvi. Nato dall’unione di Echidna e Tifone, aveva teste di leone e coda di serpente” (DUM). Rifacendosi ai versi di Virgilio e Ovidio, Dante lo descrive come un cane a tre teste (un autore antico, Pindaro, afferma che Cerbero ha cento teste, mentre un altro, Esiodo, dice che ne ha cinquanta), con coda e crini di serpente. Anche per gli autori antichi Cerbero è caratterizzato da una bestiale voracità.

Dante accentua il carattere diabolico, mostruoso e ributtante di Cerbero, ponendolo a guardia del cerchio dei golosi, il cui peccato ben s’attaglia alla mostruosa voracità attribuita a Cerbero, esemplificata dal gesto di Virgilio che, per placarlo, gli getta un po’ di terra nelle fauci, come si fa con i cani molesti per calmarli. Descrivendo il gesto di Virgilio, Dante rievoca quello compiuto nell’Eneide dalla Sibilla ed Enea quando incontrano Cerbero appena varcano l’Acheronte. “Cerbero là enorme col latrato della sua triplice gola fa rintronare i regni, di fronte accosciato, mostruoso, nell’antro. A lui la profetessa, già rizzati vedendo sui colli i serpenti, una focaccia soporifera di miele e di drogate farine getta innanzi; l’altro, per la fame furiosa le tre gole spalancando, afferra l’offerta, ma il mostruoso dorso rilascia, dilagando per terra; e la sua enormità si estende per tutto l’antro” (Eneide, VI, 417-422).

Dante descrive con marcato realismo, anzi, quasi con accanimento, la punizione cui sono sottoposti i golosi. Il contrappasso è il seguente: questi peccatori, che in vita furono smodatamente voraci, sono squartati e scuoiati da Cerbero, mostro a sua volta voracissimo. I golosi sono inoltre sferzati da una precipitazione mista di pioggia sporca, grandine e neve, contro la quale non hanno riparo, benché per proteggersi si avvoltolino nel fango puzzolente come fanno i cani (e anche i maiali per la verità: il paragone tra golosi e porci non è peregrino). Secondo Iacopo di Dante, il fatto che la terra in questo cerchio marcisca e puzzi sotto questa precipitazione incessante è un altro simbolo di golosità punita: il goloso, infatti, ha spesso il corpo guastato dagli umori provocati dal troppo cibo ingurgitato: “Per la quale piova figurativamente si considerano gl’infermi accidenti di superflui umori che nelle carni de’ detti golosi continuo piovono si come malattie di fianchi e di gotte e di podagre e di simiglianti effetti”.

Il peccato di gola è anch’esso un peccato di incontinenza, poiché consiste nel portare un amore eccessivo verso un bene mondano qual è il cibo. Come nel caso della lussuria, non è peccato desiderare un bene che è essenziale per vivere; il peccato nasce quando questo desiderio diventa esagerato, sfuggendo al controllo della ragione. Il vizio della gola, peraltro, non era solo dannoso per la salute del corpo e dell’anima, ma anche per gli averi personali, dissipati nella smodata ricerca di cibo. E il nesso tra rovina economica e rovina morale era assai stretto: anche in questo caso il peccato viene punito pensando a quale nefasta influenza sulla società possa avere la rovina di chi spende tutto per il cibo.

 

Ciacco

Per raccontare le vicende politiche fiorentine che determinarono il suo esilio, Dante fa entrare in scena un personaggio chiamato Ciacco, di cui si sa poco. Secondo alcuni commentatori era noto perché dedito al vizio della gola, da qui il soprannome che potrebbe significare “porco”, ma che potrebbe essere anche un diminutivo. In effetti, l’Ottimo commento scrive che Ciacco, benché dedito al vizio della gola, ebbe una certa finezza di modi: “ebbe in sè, secondo buffone, leggiadri costumi, e belli motti [=modi di parlare] usòe colli valenti uomini, e dispettò [=evitò] li cattivi”. Forse Ciacco era una persona dotata di alcune qualità: per questo Dante è affettuoso verso di lui. Anche Boccaccio offre un’immagine positiva di Ciacco: pur riconoscendolo goloso, scrive nondimeno che costui “era costumato uomo, secondo la sua condizione, ed eloquente e affabile e di buon sentimento; per le quali cose era assai volentieri da qualunque gentileuomo ricevuto”.

Ci si può stupire nel vedere che Dante assegna a un personaggio poco noto il compito di parlare della politica fiorentina: sebbene Ciacco fosse stato una persona di valore con la debolezza di un amore smodato per il cibo, non pare dotato del pedigree per dare giudizi su una materia scabrosa e complessa come la politica fiorentina. In realtà, Ciacco è un simbolo di una città dedita al lusso e all’eccesso, un personaggio che, per la vita che fece e il peccato cui era dedito, è funzionale a denunciare il degrado morale dei fiorentini. Lo stesso vizio della gola diventa in questo canto un simbolo di voracità, non solo “alimentare”, bensì anche sociale, perché la fame di denaro e di ricchezze era paragonabile a quella per il cibo: “Ciacco, allora, è lì a incarnare, grazie al suo peccato di incontinenza, lo stile di vita dei ricchi o degli arricchiti fiorentini che tengono corte imbandita” (Santagata, 2011, p. 309). In effetti, il peccato di gola di per sé non sembra tanto grave da meritare una pena orribile come quella cui Dante condanna i golosi: di contro, se si ammette che il vizio della gola è l’allegoria di peccati ben più gravi, sempre legati alla voracità e alla rapacità, si può comprendere meglio per quale ragione il poeta escogiti una punizione così inesorabile per questi dannati. Nella Commedia, in generale, più che il peccato singolo, la pena colpisce i danni morali e sociali che esso provoca.

 

Profezia di Ciacco

Prima di esaminare la profezia di Ciacco, bisogna rammentare che Dante colloca il suo viaggio ultraterreno nell’anno 1300, ma che egli inizia a comporre l’inferno molti anni dopo. Per questo nella Commedia c’è una discrepanza tra il tempo del viaggio narrato da Dante e le profezie che i dannati gli espongono. Poiché quando scrive l’Inferno Dante conosce già i fatti che vengono previsti, Ciacco in questo canto non esprime una reale profezia, ma nomina eventi che sono futuri rispetto al momento in cui è collocato il viaggio immaginario di Dante, ma che sono “passati” rispetto al momento in cui il poeta sta componendo questa cantica. L’esistenza di vaticini posteriori agli eventi previsti dimostra che Dante attribuisce a sé stesso un ruolo politico di spessore molto elevato, quasi di unico conoscitore della verità: “le profezie post-eventum conferiscono a Dante lo statuto profetico per cui egli, in quanto trascrittore del verbo divino e del giudizio di Dio sulla storia e sulla politica, diviene portatore non di un punto di vista politico, ma dell’unico punto di vista autorevole e veridico” (R. Mercuri, p. 340).

Dante domanda a Ciacco come finiranno le discordie che dividono i fiorentini, quali siano le ragioni della persistenza di queste discordie e se ci siano degli uomini giusti in città. Dante si riferisce al conflitto, che andava avanti da anni, tra guelfi Neri, alleati del papato, e guelfi Bianchi, sostenitori dell’indipendenza del Comune fiorentino. L’esponente di spicco dei Neri era Corso Donati, un uomo rissoso e arrogante, mentre il capo dei Bianchi era Vieri de’ Cerchi, uomo di tendenze moderate: “[I Donati] incarnavano l’aristocrazia fiorentina di antica origine, i magnati per eccellenza che non avrebbero mai condiviso il governo con il popolo, [i Cerchi] rappresentavano la nuova aristocrazia borghese, giunta in città in tempi relativamente recenti e arricchitasi con grande rapidità grazie al commercio e alle attività finanziarie” (Pellegrini, 2021, p. 66).

Il conflitto tra le due famiglie deflagra all’inizio del mese di maggio 1300, durante la festa di Calendimaggio, quando avvengono duri scontri tra Cerchi e Donati. Le zuffe che seguirono questi fatti provocarono la reazione delle autorità politiche cittadine. Poiché il clima in città era già rovente a causa delle tensioni tra il governo di Firenze e papa Bonifacio VIII, a fine giugno 1300 i priori in carica, tra cui Dante, decretarono il bando per gli uomini più violenti sia dei Cerchi che dei Donati. In realtà, nonostante fossero stati colpiti dai provvedimenti di bando, i Bianchi poterono tornare presto in Firenze, assumendo di fatto il potere e abbandonandosi (almeno secondo quando Ciacco dichiara) a vendette contro i sostenitori dei guelfi Neri. Detto per inciso, questa decisione sarà uno degli elementi che indurrà i Neri, una volta giunti al potere, a condannare Dante, accusandolo di mancanza di parzialità e di baratteria.

Tra gli esiliati dei Neri non c’era Corso Donati, già allontanato da Firenze nel 1299 a causa di uno scandalo giudiziario: “[Corso Donati] venne però subito aiutato dal papa e in maniera palese: dapprima facendolo chiamare come suo successore nella carica di podestà di Orvieto, e poi creandolo rettore della Massa Trabaria [regione storica dell’Appennino centrale]” (EP, voce “Bonifacio VIII”). L’appoggio del papa a Corso Donati è significativo, poiché mostra sia che i guelfi Neri avevano un alleato molto potente, sia che i Bianchi erano sempre più lontani da un pontefice che perseguiva una politica molto aggressiva, tesa, tra le altre cose, a mettere in discussione l’autonomia di Firenze e della Toscana.

Dal punto di vista storico, la versione dei fatti narrati da Ciacco è verosimile, ma ci sono due particolari su cui riflettere, i quali fanno comprendere che, forse, questo canto sia stato scritto nel momento in cui Dante, già in esilio, attorno al 1306-07 sperava di rientrare a Firenze e stava perciò tentando un avvicinamento alla parte nera, allora al governo della città. Il primo particolare è che i Bianchi, a cui Dante fu politicamente vicino almeno fino al 1304, sono definiti “parte selvaggia”, ossia persone che, nonostante siano diventate cittadine da tempo, conservano ancora in sé lo stigma della loro origine campagnola. È difficile non pensare che un tale giudizio, non molto lusinghiero, sia funzionale a una presa di distanza dai Bianchi al fine di accreditarsi come non ostile alla parte nera.

Il secondo particolare è questo. Ciacco dice che in quel 1300 “la parte selvaggia [cioè i Bianchi] / caccerà l’altra [i Neri] con molta offensione” (vv. 65-66). Ma questa “cacciata” non pare sia avvenuta con “offensione”, ossia con vendette e danneggiamenti. S’è detto che nell’estate 1300 gli esponenti più violenti delle famiglie che comandavano le due fazioni dei Bianchi e dei Neri furono allontanati da Firenze; poi i Bianchi poterono rientrare: è vero che essi di fatto in quel momento assunsero il governo di Firenze, ma non sembra operarono alcuna vendetta o rappresaglia significativa contro gli esponenti della parte nera, né che li cacciarono dalla città, anche perché molti Neri erano già stati cacciati, ma non dai Bianchi, bensì dai priori, tra cui era lo stesso Dante: “La ricostruzione degli eventi fatta da Dante-Ciacco risulta del tutto comprensibile se ammettiamo che quei versi siano stati scritti da un Dante che, cinque o sei anni dopo l’esilio, giudica gli accadimenti di allora con la prudenza di chi persegue l’obiettivo di ritornare in patria” (Santagata, 2012, p. 217). In altre parole, Dante qui vuole: “denunciare il degrado morale della città; minimizzare la propria partecipazione alla lotta tra fazioni […]; sottolineare il proprio distacco dai compagni di un tempo, ora posti allo stesso livello dei nemici […]; infine, suggerire la propria vittimizzazione” (Brilli – Milano, p. 238).

Fino a qui Ciacco ha riepilogato gli avvenimenti dell’anno 1300. Poi comincia la sua (breve) profezia che racconta come finirà la contesa tra Bianchi e Neri. Ciacco dichiara che la famiglia dei Cerchi (a capo dei guelfi Bianchi) governerà Firenze per poco tempo (dice che entro tre anni i Bianchi saranno sconfitti, ma la loro disfatta avverrà prima): in effetti i Neri, aiutati da papa Bonifacio VIII (che per un certo periodo sembrava voler rimanere neutrale tra le due parti) e dal fratello del re di Francia, Carlo di Valois, avranno il sopravvento già alla fine del 1301. “I Neri presero il potere il 4-9 novembre 1301, con un ‘colpo di stato’, grazie agli armigeri di Carlo di Valois e al sostegno di Bonifacio VIII. L’espressione temporale di Ciacco va riferita alle ultime e definitive conseguenze del ‘colpo’, ossia alle condanne inflitte ai Bianchi nel periodo gennaio-ottobre 1302 (Dante fu condannato a morte in contumacia, con altri quattordici, il 10 marzo)” (Inglese). “Per cinque o sei giorni i Neri uccisero, torturarono, saccheggiarono e incendiarono a loro piacere. Anche le proprietà di Dante vennero devastate” (Barbero, p. 224).

Si è detto che Dante visse in prima persona il periodo in cui lo scontro tra Bianchi e Neri divenne più acuto. Sebbene non si sia schierato tra le due parti in modo netto, tuttavia, nel biennio 1300-1301, con i Bianchi al potere, egli ricoprì delle cariche politiche e questo fece sì che i Neri lo considerassero un loro nemico. D’altra parte, i Neri vinsero grazie all’appoggio di papa Bonifacio VIII, a cui Dante imputerà sempre il tradimento della parte bianca. La disillusione che Dante patì dopo la sconfitta dei Bianchi nel novembre 1301 non provocò in lui solo un dolore personale, ma qualcosa di più profondo, perché vedeva in questi fatti la rovina di Firenze e dell’Italia: “Quello che si scorge dietro a quella notte del 5 novembre non è più una cattiva stagione politica, ma una malattia morale: il dilagare dei vizi, lo spandersi dell’egoismo sociale, il radicarsi di un’endemica insoddisfazione che ha messo i fiorentini gli uni contro gli altri” (C. Mercuri, p. 204).

Infine, come a voler trovare le cause morali della lotta fratricida avvenuta a Firenze, Ciacco afferma che la lotta politica in quella città è causata da tre peccati: l’invidia per le fortune della parte avversa, la superba volontà di comandare su tutti gli altri e l’avarizia connessa alle sempre più fiorenti attività commerciali. Si tratta di idee che Dante aveva sviluppato riflettendo sulla decadenza morale di Firenze: egli giudicava negativamente lo sviluppo economico vissuto dalla città, perché portatore di odii, invidie e desideri smodati di arricchimenti fulminei. Ciacco aggiunge che in città sono pochi coloro che si comportano rettamente: “Giusti son due…”. Pare probabile che tra questi “due” giusti presenti in città Dante annoveri sé stesso, poiché il poeta si riteneva vittima del regime dei Neri e ingiustamente accusato, nonché ingiustamente esiliato.

Nell’ultima parte del canto, Virgilio spiega a Dante cosa accadrà alle anime dannate dopo il giudizio universale. L’unione di anima e corpo fonda la perfezione dell’uomo, ossia la sua condizione naturale. Nel giorno del giudizio, tutte le anime, anche quelle dannate, torneranno a riunirsi al proprio corpo, dunque riacquisteranno la loro forma naturale. Ma mentre le anime beate raggiungeranno l’assoluta perfezione, quelle dannate non saranno mai perfette. Esse, infatti, essendo destinate alla dannazione eterna, vedranno un’accentuazione dei loro tormenti.


Opere citate in questo commento

Dizionario Universale di mitologia, a cura di G. Sechi Mestica, Bompiani 

Enciclopedia dei PapiIstituto dell’Enciclopedia Italiana.

Brilli E. – Milani G., Vite nuove. Biografia e autobiografia di Dante, Carocci, Roma 2021.

Mercuri Chiara, Dante. Una vita in esilio, Laterza, Roma-Bari 2018.

Santagata Marco, Dante: il romanzo della sua vita, Mondadori, Milano 2012.


sabato 24 aprile 2021

                                                 LA "COMMEDIA" DI DANTE ALIGHIERI    

                                        PARAFRASI E COMMENTO DELL'INFERNO

CANTO V

AVVERTENZA

Il testo della Commedia che ho seguito è quello dell’edizione commentata da Giorgio Inglese nel 2016  e pubblicata dall’editore Carocci.

Ecco le edizioni della Commedia che consultate:

La Divina Commedia, introduzione di Bianca Garavelli, Rizzoli, Milano 1949, edizione digitale 2013.

La Divina Commedia, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia, Firenze 1991

La Divina Commedia, a cura di Sirio A. Chimenz, UTET, Torino 2000, edizione digitale 2013

Commedia, a cura di Giorgio Inglese, Carocci, Roma 2016

La Divina Commedia, a cura di E. Malato, Salerno Editrice, Roma 2018.

                                                                

CANTO V

 

Luogo: II cerchio.

Momenti:

a)      Minosse, guardiano e giudice infernale.

b)     I lussuriosi.

c)      Il racconto di Francesca.

Personaggi: Minosse. Francesca.

Peccatori: i lussuriosi, i peccatori carnali.

Pena: I lussuriosi, che in vita furono travolti dal tumulto delle passioni, sono trascinati senza posa da una bufera di vento: “La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina: / voltando e percotendo li molesta. / Quando giungon davanti ala ruina, / quivi le strida, il compianto, il lamento: / bestemmian quivi la virtù divina […] / E come li stornei ne portan l’ali / nel freddo tempo, a schiera larga e piena, / così quel fiato li spirti mali / di qua, di là, di giù, di sù li mena” (vv. 31-42).

 

SOMMARIO

I primi “veri” peccatori infernali sono i lussuriosi. Essi, che in vita si abbandonarono alla passione, nell’inferno sono sballottati verso ogni dove da un vento furioso che non cessa mai. Tra di essi, Dante incontra Francesca e Paolo (anche se il nome dell’uomo non viene detto), il cui amore adultero (che la donna narra con partecipazione e amarezza) fu interrotto dal marito, cognato di Paolo, che li uccise o li fece uccidere. La storia, tra le più celebri di tutta la Commedia, commuove moltissimo il poeta, poiché la donna gli parla con trasporto di un sentimento che nemmeno nell’inferno sembra scomparso.

 

PARAFRASI

Incontro con Minosse, guardiano e giudice infernale

Discendemmo dal primo cerchio verso il secondo, che è meno esteso del precedente ma contiene dolori più atroci che provocano lamenti maggiori. Qui si trova Minosse, giudice infernale, che ringhia in modo orribile. Sulla soglia del cerchio, Minosse esamina le colpe delle anime che giungono al suo cospetto, poi le giudica indicando la loro destinazione a seconda degli avvolgimenti della sua coda. Voglio dire che quando l’anima sventurata arriva davanti a lui, ella confessa tutti i peccati; e Minosse, giudice delle sue colpe, stabilisce a quale parte dell’inferno essa sia destinata, cingendosi con la coda un numero di volte corrispondente al cerchio in cui essa dovrà andare. Davanti al mostro ci sono sempre tante anime: una dopo l’altra sono tutte sottoposte al suo giudizio: esse si confessano, ascoltano il verdetto e poi si dirigono verso la zona assegnata.

Quando mi vide, Minosse disse, interrompendo il suo compito così importante: “Tu che giungi in questa dimora di dolore, sta’ attento a dove entri e alla persona in cui riponi la tua fiducia: non ti tragga in inganno la facilità con cui si entra!”. Ma il mio duca gli rispose: “Perché continui a gridare? Non puoi impedire il suo viaggio, che è voluto dalla provvidenza: è stato deciso così lassù in cielo, dove si può tutto quello che si vuole e non domandare altro”.

 

I lussuriosi, “i peccator carnali, / che la ragione sommettono al talento”

Da questo cerchio in poi cominciai a sentire voci piene di dolore e il mio udito fu colpito dallo strepito di molti pianti. Ero giunto in un luogo privo di luce che rumoreggiava come fa il mare tempestoso quando è mosso da venti impetuosi. L’incessante bufera che c’è in questa parte dell’inferno sballotta ovunque gli spiriti con la sua violenza, voltandoli e trascinandoli qua e là. Quando giungono davanti alla frana che introduce al secondo cerchio, questi peccatori urlano, piangono, si lamentano e arrivano a offendere Dio stesso. Compresi che a essere tormentati dalla bufera erano i peccatori carnali, coloro che sottomisero la ragione al desiderio. E come le ali, durante la stagione fredda, portano gli stornelli a formare stormi ampi e fitti, allo stesso modo quel vento eterno sballottava da ogni parte questi grandi gruppi di dannati. Costoro non hanno alcuna speranza non solo di vedere cessare la bufera, ma anche di una sua attenuazione. E come le gru gridano di dolore volando nel cielo in lunghe file, allo stesso modo vidi giungere lunghe file di quelle anime travolte dalla bufera. Per questo chiesi: “Maestro, chi sono le genti che qui nell’inferno oscuro sono punite in questo modo?”.

“La prima persona di cui vuoi sapere qualcosa”, mi rispose allora, “fu imperatrice di molti popoli. Fu così dedita alla lussuria che, per cancellare l’infamia di cui ella s’era macchiata, rese lecito per legge ogni genere di piacere. Costei è Semiramide, regina degli Assiri, che succedette a Nino e ne fu sposa: governò quella terra oggi retta dal sultano d’Egitto. L’altra, Didone, è colei che s’uccise per amore, venendo meno alla promessa di rimanere fedele alla memoria del marito Sicheo; e poi c’è la lussuriosa Cleopatra. Vedi Elena, a causa della quale ci fu un lungo periodo di lutti durante la guerra di Troia, vedi il grande Achille che combatté per amore. Vedi poi Paride, Tristano…”, e più di altre mille anime morte per amore mi mostrò, indicandole col dito. Dopo che ebbi ascoltato Virgilio nominare così tante dame e cavalieri, nacque in me pietà verso di essi e mi sentii quasi smarrito.

 

Il racconto di Francesca

Io cominciai a dire: “Poeta, mi piacerebbe parlare con quei due che vanno assieme e sembrano essere tanto leggeri da essere trasportati dalla bufera”. E lui mi rispose: “Lo farai quando ci saranno più vicini e allora potrai pregarli, in nome di quell’amore che li trascina, di avvicinarsi a noi”. Appena il vento li spinse verso di noi, dissi loro: “O anime tormentate, venite a parlare con noi, se non è vietato da qualche legge del cielo”. Come le colombe che, spinte dal desiderio mentre sono nel nido, spiegano le ali per seguire l’amore, le due anime uscirono dalla schiera dove si trova Didone, venendo verso di noi nell’aria infernale, essendo il mio richiamo colmo di affetto.

“Oh, essere umano pieno di bontà e gentilezza, che vieni a visitare in quest’aria oscura noi che macchiammo il mondo col nostro sangue, se Dio avesse misericordia di noi, lo pregheremmo per la tua pace, poiché mostri pietà per il nostro peccato. Parleremo volentieri con voi di tutto quello di cui vorrete discorrere finché il vento soffierà con minore impeto. La mia terra natale si trova nella zona in cui il fiume Po sfocia nel mare assieme ai suoi affluenti. L’amore, che rapidamente trova spazio in un cuore gentile, fece innamorare costui della mia bellezza fisica, che mi fu tolta in un modo che ancora mi indigna. L’amore, che non perdona che chi sia amato non ami a sua volta, mi fece innamorare tanto della bellezza di quest’uomo che, come vedi, nemmeno qui posso stargli lontana. L’amore ci condusse entrambi a morte: la Caina attende chi ci tolse la vita”. Queste furono le parole che la donna ci disse.

Quando compresi il patimento di quelle anime travagliate, chinai il viso e lo tenni tanto basso che Virgilio mi domandò: “Che pensi?”. Quando risposi dissi: “Ahimè, quanti pensieri dolci e quanto desiderio condussero questi due alla loro colpa!”. Poi mi rivolsi di nuovo a loro e dissi: “Francesca, il racconto delle tue sofferenze mi fa sentire triste e colmo di pietà. Ma dimmi: all’inizio, quando amore vi causava dolci sospiri e non sapevate se il vostro sentimento fosse corrisposto, come accadde che vi fece conoscere quel che provavate l’una verso l’altro?”.

E quella rispose: “Non c’è dolore più grande che ricordarsi del tempo felice nella miseria, come sa il tuo maestro. Ma se hai tanto desiderio di conoscere l’origine del nostro amore, te lo dirò piangendo. Un giorno noi leggevamo per diletto la storia di Lancillotto vinto dall’amore per Ginevra. Eravamo soli, senza sospettare quel che sarebbe accaduto. La lettura di quella vicenda spinse più volte i nostri sguardi a incrociarsi e ci fece impallidire, ma solo un punto cancellò la nostra resistenza. Quando leggemmo che Lancillotto baciò la tanto desiderata bocca di Ginevra, questi, che mai sarà diviso da me, mi baciò sulla bocca tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno non continuammo più la lettura”. Mentre uno spirito raccontava queste cose, l’altro piangeva, tanto che io fui preso da una tale pietà verso di loro, che svenni e caddi a terra di schianto.

COMMENTO

Incontro con Minosse, guardiano e giudice infernale

I due pellegrini scendono nel secondo cerchio, dove incontreranno i primi dannati castigati con pene corporali (si ricordi che gli ignavi sono al di fuori dell’inferno). Il passaggio dall’atmosfera rarefatta e solo spiritualmente dolorosa del limbo, a quella fisicamente dolorosa del II cerchio, è senza dubbio terribile, poiché investe i due pellegrini con i tormenti più atroci e con le più acute grida di dolore. All’inizio di questo cerchio, Dante e Virgilio incontrano un altro mostro infernale, Minosse, giudice delle colpe dei dannati. Anche Minosse è un personaggio della mitologia greca. Re di Creta, figlio di Zeus ed Europa, era marito di quella Pasifae che, unendosi a un toro, generò il Minotauro (che i due pellegrini incontreranno nel canto XII).

Virgilio stesso nell’Eneide pone Minosse quale giudice degli inferi (VI, vv. 431-433); nella poesia di Dante, nondimeno, anche Minosse, come Caronte, assume una caratterizzazione marcatamente demoniaca, sia nell’aspetto (è dotato di coda), sia nei gesti, sia nella funzione. Per Dante, Minosse non giudica tutti i morti, ma solo i dannati, indicando loro il posto che occuperanno nell’inferno. Egli, udita la colpa del peccatore (il quale davanti a lui non ha remore a confessare tutto), lo destina alla zona dell’inferno che dovrà occupare, cingendosi con la coda (o, secondo altri interpreti, battendo la coda a terra), un numero di volte corrispondente al numero del cerchio cui l’anima è destinata.

 

I lussuriosi, “i peccator carnali, / che la ragione sommettono al talento”

Immerso in un’atmosfera terribile, assordato dalle urla e dai lamenti lancinanti dei dannati in eterno, investito da un vento furioso, Dante comprende di essere giunto nel luogo dove sono puniti i lussuriosi: “Intesi ch’a così fatto tormento / ènno i peccator carnali, / che la ragione sommettono al talento” (vv. 37-39). I lussuriosi eccedettero nel darsi ai piaceri della carne: essi sono coloro che asservirono la loro ragione alla passione (talento). Dante capisce che si tratta dei lussuriosi probabilmente perché vede qual è la pena cui essi sono sottoposti; il contrappasso appare in effetti chiaro. I lussuriosi, che in vita non seppero sottrarsi al turbine del desiderio, dopo la morte sono eternamente straziati da un turbine di vento che li spinge in ogni direzione. Il poeta paragona questi peccatori agli stornelli che, volando in gruppo, vengono sballottati dal forte vento, oppure alle gru che, mentre volano urlando di dolore, formano lunghe file in cielo.

Sebbene la pena inflitta ai peccatori sia cruda, il fatto che Dante, per far comprendere quale sia il tormento di questi dannati, impieghi delle similitudini legati al volo e al cielo, può mostrare che, a suo parere, i lussuriosi hanno alcune attenuanti dalla loro parte. Difatti, il desiderio di amare un’altra persona è qualcosa che appartiene per natura all’uomo; chi però si abbandona al solo aspetto passionale di questo amore, dimenticando la moderazione, compie un peccato di incontinenza, che consiste nel desiderare in modo eccessivo un bene lecito. Insomma, quello di lussuria è certamente un peccato e Dante, seguendo la teologia, lo punisce. Ma “la lussuria è vizio naturale, al quale la natura incita ciascuno animale, il quale di maschio e femmina sì procrea” (Boccaccio). La pietà che Dante mostra verso i lussuriosi (che non è dettata da complicità bensì da una comprensione legata alla conoscenza della forza dell’amore) corrobora forse questa idea, ma, come si dirà più avanti, egli non fa sconti ai colpevoli di lussuria.

D’altra parte, non potrebbe essere altrimenti: poiché il viaggio del poeta attraverso i regni dell’oltretomba deve fungere da ammaestramento sia per lui che per l’umanità alla quale egli racconterà ciò che ha visto, gli incontri con i peccatori hanno in primis una funzione “istruttiva”. Mostrare il peccatore nella sua personalità autentica, nonché incapace di nascondere la propria colpa, significa lanciare un triplice monito ai lettori: il primo ricorda che la giustizia di Dio, benché misericordiosa, è implacabile quando deve punire chi non si pente; il secondo rammenta che non è possibile nascondere i propri peccati a Dio e che i suoi castighi sono eterni; il terzo sottolinea che non c’è misericordia divina per chi non segue il sommo bene.

In questo cerchio Dante e Virgilio scorgono molti dannati, tra cui alcuni personaggi storici o mitologici. Virgilio indica a Dante i loro nomi: Semiramide, la lussuriosa regina degli Assiri, Elena, il cui rapimento scatenò la guerra di Troia, l’egiziana Cleopatra, e un personaggio dell’Eneide, la cartaginese Didone, che amò Enea non mantenendo la promessa di rimanere fedele al defunto marito Sicheo. Enea sedusse e abbandonò Didone, la quale, una volta lasciata, meditando vendetta, lanciò varie maledizioni contro i troiani e poi si uccise. Poiché l’atto di Didone è frutto del suo furore disperato, ella non è punita tra i suicidi, bensì tra i lussuriosi. È interessante notare come pure Virgilio scriva a proposito di Didone (Eneide, IV, 695-697) che “la [sua] vita nei venti si ritrasse”.

Per fortuna tra i lussuriosi ci sono anche degli uomini, tra cui l’eroe greco Achille che, secondo una versione del mito, s’era innamorato di Polissena, sorella di Paride (e dunque figlia del re di Troia Priamo) e morì battendosi per lei. “Achille […] per ottenere in sposa Polissena, promette a Priamo o di abbandonare i Greci e tornare in patria o di tradirli e passare dalla parte dei Troiani. Ma Achille […] fu ucciso a tradimento colpito nel tallone da una freccia di Paride” (ED, voce “Polissena). Poco dopo viene nominato Paride stesso, che rapì Elena provocando la guerra di Troia, poi Tristano, personaggio del ciclo delle leggende su re Artù. Tristano è colui che s’innamora di Isotta, moglie di suo zio Marco, re di Cornovaglia. Per questo fatto, Marco uccise Tristano.

Dante incontra personaggi tratti dalla mitologia e dalle storie e dai romanzi diffusi nel Medioevo, e non pare di scorgere in lui alcuna riprovazione per loro, poiché si tratta di personaggi: “delle storie antiche e dei romanzi medievali che pascevano la fantasia dei giovani delle classi agiate, avida di piacevoli fole. Messo di fronte a questo mondo che aveva dilettato la sua adolescenza, Dante prova per i peccatori carnali un sentimento di pietà” (Nardi, p. 74).

 

Il racconto di Francesca

Al verso 73, con uno stacco netto rispetto alla narrazione e senza preamboli, comincia l’episodio più celebre della Commedia, quello più commentato nei secoli, quello più travisato, studiato e discusso: la vicenda di una donna (che si chiama Francesca lo si scopre solo al verso 117 quando Dante la chiama così) e del suo amore per un uomo, il cui nome non viene mai rivelato. La donna racconta in realtà poco di sé e dell’altro: la parte narrativa è breve, mentre l’episodio ha un respiro lirico molto chiaro. Se si leggesse il canto senza commenti né note, cosa si saprebbe? Poco. Francesca afferma di essere originaria di una città posta “su la marina dove il Po discende” (Boccaccio commentando il canto sosterrà trattarsi di Ravenna). Poi la donna aggiunge che “costui”, ossia lo spirito che sta a fianco a lei, si è innamorato della sua bellezza; infine, Francesca racconta che loro due scoprirono di amarsi leggendo il libro che narra dell’amore di Lancillotto e della regina Ginevra: quella volta, dice la donna, “questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante. / Quel giorno più non vi leggemmo avante” (vv. 135-137). Francesca, e Dante che la fa parlare, ha il pudore di non raccontare cosa avvenne dopo quel bacio, ma tutti immaginano benissimo che da lì prese il via una relazione passionale.

Fino a qui sembra si tratti di una storia d’amore, ma il lettore sa già che si è conclusa tragicamente, anche se non capisce il motivo. Infatti, la notizia che doveva concludere la vicenda, ossia l’assassinio dei due, viene fornita subito da Francesca, che vi accenna tuttavia quasi casualmente e in modo velato, allorché, ringraziato Dante per l’attenzione rivoltale, dice di sé e dello spirito che le sta a fianco “noi che tignemmo il mondo di sanguigno” (v. 90). Ma la conferma definitiva che qualcuno, un loro familiare stretto, abbia ucciso i due amanti la si ha solo al verso 107, quando Francesca dichiara: “Caina attende chi a vita ci spense”, intendendo dire che chi li ha uccisi sarà punito nella Caina, la parte dell’inferno dove sono castigati i traditori dei familiari (canto XXXII).

Insomma, alla fine di questo canto il lettore conosce il nome della donna ma non dell’uomo (questo non lo saprà mai), sa che i due sono stati uccisi, probabilmente da un parente (un marito?) tradito, ma non sa chiaramente se si sia trattato di adulterio e di un marito geloso e assassino. Il lettore, se vuole avere la certezza che sia trattato di una relazione adulterina, deve attendere l’inizio del canto successivo, il sesto, allorché al verso 2 Dante racconta di essersi ripreso dallo svenimento che lo aveva colto per la compassione suscitatagli dalla vicenda “d’i due cognati”. La notizia più importante su di loro, il lettore la viene a sapere solo alla fine, anzi, dopo la fine dell’episodio, perché lo scopre leggendo l’incipit del canto successivo, mentre la notizia che conclude la vicenda, l’assassinio, la viene a sapere quasi all’inizio. Dante crea un viluppo di reticenze e anticipazioni narrative che rendono il canto quinto forse più avvincente se letto senza le note di commento: “quello che avremmo dovuto sapere prima, che i due erano cognati, lo sappiamo solo dopo e incidentalmente, quello che avremmo dovuto sapere dopo, che è corso del sangue, è stato anticipato, sempre incidentalmente, rispetto a ogni altra notizia” (Renzi, pp. 260-261).

Le note di commento possono tuttavia essere utili e arricchire la bella narrazione dantesca. Allora, i due “che ‘nsieme vanno” anche dopo la morte, sono con ogni probabilità Paolo Malatesta e Francesca da Polenta. Nel 1275 la donna, nativa di Ravenna, andò in sposa a Giovanni Malatesta (detto il “’ciotto”, ossia lo “zoppo”), signore di Rimini e fratello di Paolo. A quanto racconta il poeta, ella s’innamorò del cognato. Scoperti da Gianciotto, i due furono da lui uccisi (o fatti uccidere) tra il 1283 e il 1285.

Dante mostra molta compassione verso i due amanti: questo atteggiamento nasce dalla comprensione del loro sentimento ma forse anche dalla conoscenza personale. Sembra difatti che Dante abbia conosciuto Paolo Malatesta allorché questi venne investito della carica di Capitano del popolo a Firenze attorno al 1283. Inoltre, il padre di Francesca, Guido il Vecchio, era stato podestà di Firenze nel 1290. Curiosamente poi, nel 1318, Dante troverà ospitalità presso il signore di Ravenna, Guido Novello da Polenta, nipote di Francesca, dove forse ebbe notizia del fatto. In realtà, bisogna precisare che la vicenda è divenuta famosa proprio grazie a Dante, poiché dal punto di vista storico su di essa non si hanno notizie documentali: “Queste notizie storiche sono quasi tutte debitrici del racconto dantesco, poiché sulla vicenda non ci sono altre fonti così ricche” (ED, voce “Francesca”). Conferma Santagata (2021, p. 145): “Nessuna cronaca, neppure locale, la registra; nessun atto ne conserva traccia; i commentatori antichi nulla sanno più di quanto dice Dante. Né lui doveva essere molto informato di come si fossero svolti i fatti”.

Stante le scarsissime notizie storiche, è comprensibile che molti abbiano ricamato sull’episodio. Un commentatore antico, l’Ottimo, scrive che il matrimonio di Francesca con Gianciotto fu frutto di un accordo politico per saldare l’alleanza tra le due famiglie. Il matrimonio si sarebbe celebrato per procura. Infatti, lo sposo, Gianciotto, non si sarebbe presentato di persona (forse perché non volle mostrarsi com’era, ossia zoppo e brutto, e può essere che i parenti della sposa convennero con questo accorgimento), ma avrebbe inviato a Ravenna suo fratello, il bel Paolo, il quale avrebbe avuto l’incarico di condurre Francesca a Rimini dopo le nozze. Durante il viaggio, i due si sarebbero innamorati e da lì sarebbe cominciata la loro relazione. Questa versione si ritrova anche nelle Esposizioni di Boccaccio sulla Commedia di Dante, nella novella che racconta di Polo (non Paolo) e Francesca.

Una delle cose interessanti da notare è che i due vanno in coppia anche nell’inferno, come fossero ancora uniti da quell’amore che fu causa della loro morte. Curiosa “punizione”, che forse testimonia quanto per Dante un intenso legame d’amore, benché illecito, potesse proseguire anche dopo la morte e addirittura nell’inferno, dove ogni sentimento benevolo è bandito. Questa è l’interpretazione romanticheggiante. O forse, al contrario, Dante vuol dire che i due subiscono una specie di punizione supplementare, ossia quella di stare ancora insieme senza potersi amare mai più in modo fisico, poiché sono senza corpo.

Nella parte lirica della sua esposizione, Francesca enuncia alcuni celebri versi (quelli che vanno dal 100 al 107) nei quali la parola “Amor” è ripetuta all’inizio di ogni terzina, dando vita a quella definita da Lorenzo Renzi come l’anafora più famosa della letteratura mondiale (Renzi, cap. II). Il verso che recita: Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…” dovrebbe voler dire che un cuore gentile diviene rapidamente vittima della passione: Paolo, vedendo la bellezza di Francesca, non poté fare a meno di amarla per quella bellezza che la morte violenta le ha sottratto. Francesca aggiunge che il modo, ossia l’assassinio, con cui tale bellezza le è stata tolta, la indigna anche nell’inferno: questa almeno è una delle possibili interpretazioni del verso “e ‘l modo ancor m’offende”. Un’interpretazione alternativa di questi versi è la seguente: “la modalità della morte inflitta (repentina, senza lasciar tempo al pentimento), tuttora mi offende, mi nuoce, con la condanna eterna” (Malato).

L’idea dell’amore che rapido si propaga come il fuoco in un cuore gentile è già presente nella poesia di Dante precedente alla Commedia. I commentatori citano in genere le parole della Vita Nova, II, 1-4, quando Dante racconta che, dopo aver visto per la prima volta Beatrice, cominciò a tremare; oppure citano una poesia di Guido Cavalcanti (il grande poeta amico e maestro di Dante), Voi che per li occhi, dove l’autore paragona la passione dell’amore a una freccia scoccata dagli occhi della donna che lo trafigge tramortendolo. L’idea secondo cui l’amore trova il suo luogo naturale in un cuore gentile appartiene altresì alla tradizionale riflessione erotica, che il libro attribuito a un certo Andrea Cappellano, il De amore (1185?), opera assai letta nel Medioevo, aveva definito forse per la prima volta. È tuttavia probabile che Dante tragga l’idea della corrispondenza tra “amore” e “cuor gentile” soprattutto dal poeta bolognese Guido Guinizzelli (1230-1276), in particolare dalla canzone Al cor gentile rempaira sempre amore, nella quale Guinizzelli stabilisce la corrispondenza tra nobiltà d’animo e capacità di sentire amore, paragonando il rapporto che c’è tra amore e cuore gentile a quello che lega il sole al suo splendere, volendo sostenere che tra amore e cuore gentile c’è un parallelismo: la natura non ha creato l’amore prima del cuore nobile, né il cuore gentile prima dell’amore. Per questo un cuore vile non può provare amore, dato che la viltà è il contrario della gentilezza d’animo, come la tenebra è l’opposto della luce. Dante, che considerava anche Guinizzelli un suo maestro (lo incontrerà in Purgatorio, canto XXVI), concordava con questa idea: si legga nella Vita nova, cap. XX, il sonetto il cui primo verso recita: “Amore e ‘l cor gentil sono una cosa”, quasi una citazione da Guinizzelli che, nella già citata poesia, al v. 11 scrive: “Foco d’amore in gentil cor s’aprende”.

Più avanti Francesca enuncia il secondo celebre verso: “Amor ch’a nulla amato amar perdona… “. Queste parole hanno fatto versare i proverbiali fiumi di inchiostro a molti interpreti: in effetti, il loro significato non è immediato; o meglio, è chiaro cosa intenda Francesca: ella ricambiò il sentimento di Paolo poiché l’amore non permette che chi è amato non ami a sua volta. In realtà, bisogna capire a quale genere di amore la donna si riferisca, poiché tutti sanno che accade spesso il contrario, ovvero che qualcuno ami senza essere ricambiato. Magari Francesca voleva discolparsi, asserendo che l’amore ha una forza che soverchia la volontà e il controllo della ragione? Questa interpretazione è quella che apparirebbe più coerente con la vicenda. In effetti, è un luogo comune dell’amore cantato dai poeti del ‘200 (ma familiare a chiunque faccia esperienza di questo sentimento), quello secondo cui una volta che si è caduti nei lacci dell’amore, sia inutile provare a resistere o a uscirne. Di contro, lo si ripete, l’amore passionale non funziona nel modo in cui il verso di Francesca è stato sovente interpretato: è vero che a volte l’amore fa perdere il controllo, ma non è vero che sia sempre corrisposto, anzi! Chi s’innamora sa che non può evitare di amare, ma sa anche che il semplice fatto di innamorarsi di qualcuno/a non gli/le garantisce che il sentimento sia ricambiato. I lettori moderni sono in genere più inclini a giustificare la donna: chi non assolverebbe Francesca, dopo questa sua perorazione sulla forza assoluta della passione amorosa? Non la assolsero invece i commentatori antichi, i quali la giudicarono una prostituta, sostenendo che Dante espone l’episodio di questo amore disonesto per invitare il lettore a evitare relazioni illecite e tutte quelle situazioni potenzialmente peccaminose.

Ci potrebbe essere un’altra spiegazione del senso di questi versi: Francesca non intenderebbe l’amore passionale, ma un amore più elevato, quello religioso. Ovvero, si potrebbe dire che Dante, come per giustificare la donna e allontanare da lei la possibile accusa di essere stata di facili costumi (è pur sempre un’adultera e notoriamente la donna adultera è considerata alla stregua di una prostituta), abbia voluto parlare di un amore diverso. Come notano Sapegno e Inglese, l’idea di un amore cui non si deve opporre resistenza è più tipica dell’amore religioso (si vedano le prediche del famoso, per quei tempi, fra’ Giordano da Pisa): “In effetti l’amore divino, insieme fonte reale e archetipo ideale di ogni amore virtuoso, è un amore che vuole e causa il suo proprio contraccambio, da parte della creatura, se non altro perché Dio è la causa prima di ogni realizzazione del bene” (Inglese 2021, p. 121)  Pertanto, i versi della donna dovrebbero volere dire che l’uomo non può rifiutarsi di amare se è amato poiché questo sentimento, quando è autentico, ha la medesima forza dell’amore verso Dio; nondimeno sarebbe curioso pensare che Francesca ricorra a un argomento tipico delle prediche religiose per giustificare un amore carnale. La questione è irrisolvibile, ma appare sacrilego pensare a Francesca come donna convertita a un’idea di amore celeste: se così fosse, essa non sarebbe nell’inferno. La donna difatti nel suo discorso, al di là delle intenzioni romantiche che le sono state attribuite a posteriori, insiste sull’amore fisico, sulla bellezza come causa dell’amore suo e di Paolo: “Francesca parla soltanto di amore fisico, imposta come un discorso sull’amore quella che, invece, è una franca ammissione di desiderio fisico: lussuria, appunto” (Santagata, 2021, p. 150). È questo che condanna la donna, al di là della pietà umana di Dante; pietà che è appunto, “umana”, ossia limitata, e che s’arresta di fronte alla inesorabilità del giudizio divino che punisce giustamente un amore che guarda solo alla carne. Una indiretta conferma di quale sia invece per Dante l’amore vero la si ha leggendo i versi 10-12 del canto XXII del Purgatorio, nei quali Virgilio dice: “Amore, / acceso di virtù, sempre altro accese, / pur che la fiamma sua paresse fore”. Anche qui si parla di un sentimento che, quando si manifesta, costringe l’altro a ricambiare: tuttavia, si tratta di un amore “acceso di virtù”, non carnale.

Infine, Francesca dice, come anticipato: “Amor condusse noi ad una morte; Caina attende chi a vita ci spense”. Per la verità quando visiterà la Caina, Dante non vedrà Gianciotto né lo nominerà. Questi versi sono connessi all’idea secondo cui l’amore è spesso legato alla morte, perché la passione d’amore è tanto tenace da rendere insopportabile la vita, quando per esempio essa non è ricambiata oppure finisce: “La breve ma concitata e baldanzosa narrazione che Francesca fa del suo caso, è un riassunto fedelissimo della filosofia dell’amore nei poeti prima di Dante e in Dante stesso pima della Commedia, ed è d’una logica serrata: - Amore costrinse lui ad amarmi; amore costrinse me a riamarlo; amore condusse noi a una morte’“ (Nardi, p. 75).

Commosso nell’ascoltare la storia di quell’amore sfortunato, Dante prosegue nelle sue domande. Egli vuole sapere in quale modo Amore si rivelò in maniera ai due amanti, togliendo loro ogni dubbio sui sentimenti dell’uno verso l’altro. È tipico difatti degli innamorati vivere nel dubbio più angoscioso e provare il terrore di non essere corrisposti finché l’altra persona non rivela in qualche modo i suoi sentimenti. Di questo si parla nel I capitolo del De amore di Andrea Cappellano: “Che amore sia passione, a vedere è lieve [=facile]: imperciò che inanzi che amore di ciascuna parte sia pesato [=rivelato], non è maggiore angoscia, imperciò che sempre l’uno delli amanti teme che l’amore non prenda fuori che debito fine [=teme che il suo amore non sia corrisposto], e di non perdere invano la sua fatica.” Esiste sempre un’occasione, un evento casuale o meno, una situazione, un oggetto, che consentono all’amore di rivelarsi.

Francesca racconta che la passione tra lei e il suo innamorato si rivelò quel giorno in cui, entrambi, stavano leggendo le vicende amorose di Lancillotto e Ginevra, ossia la storia di Lancillotto del Lago, cavaliere della Tavola Rotonda, innamorato di Ginevra, moglie di re Artù. La lettura del libro (dove però è la donna a baciare l’uomo) che narra questa passione funge da “detonatore” dell’amore che i due provavano da tempo senza esserne ancora consapevoli, tanto che il libro viene definito “galeotto”, poiché svolse la stessa funzione di un personaggio della storia, il siniscalco Galhaut, che agì per favorire l’amore tra la regina e Lancillotto.

È interessante sottolineare i verbi utilizzati da Dante per raccontare il modo in cui i due amanti scoprono la loro passione. Il poeta chiede a Francesca come amore “concedette” che entrambi conoscessero i loro desideri. Inoltre, la donna afferma che la lettura dell’amore tra Lancillotto e Ginevra aveva fatto arrossire diverse volte le guance sue e del suo amato; tuttavia, aggiunge, solo un punto fu quel che li “vinse”. L’impiego di questi termini denota l’idea secondo cui Amore prima “concede” ai due amanti la possibilità di conoscere i loro reciproci sentimenti e poi “vince” la loro resistenza: entrambi, leggendo di Lancillotto e Ginevra, non poterono evitare di baciarsi. E non si dimentichi che al verso 109 Dante definisce le anime dei due amanti “offense”, ossia ferite, straziate dall’amore: anche questa espressione appare funzionale a evidenziare il fatto che i due non abbiano potuto resistere alla passione d’amore. Ciò non allontana dai loro la responsabilità della colpa commessa, ma evidenza la “pericolosità” dell’amore passionale, allorché la carne conta più dello spirito. Il fatto che l’amore passionale, per quanto compreso, venga punito nella Commedia, dimostra che, in Dante, la concezione dell’amore è mutata rispetto agli in cui componeva la Vita Nova, assumendo in via definitiva un carattere spirituale: la donna amata, Beatrice, dopo la morte è stata assunta in cielo, divenendo un essere angelico, il cui amore (come succede a Dante nella Commedia) può condurre alla salvezza.

I due “cognati”, condannati per lussuria, attribuendo all’amore una valenza carnale, entrambi denunciano da sé stessi la propria colpa. Forse Dante, rappresentando questo peccato, vuole dimostrare di essersi pentito di aver lui stesso ceduto, anni prima, all’amore-passione, senza aver saputo cogliere la dimensione spirituale di questo sentimento. Poiché la Commedia comincia con il poeta smarrito nella selva del peccato e poiché questo viaggio nell’oltretomba deve condurre non solo Dante ma anche i suoi lettori a ritrovare la retta via, l’episodio della dannazione della lussuriosa Francesca potrebbe essere il modo escogitato dal poeta per dimostrare di aver messo da parte una stagione della sua vita, avendo conosciuto i danni dell’amore-passione. Se Dante-personaggio della Commedia può comprendere il sentimento che lega i due amanti poiché l’ha sperimentato, il Dante-autore dell’opera, fedele al suo compito di mostrare all’umanità quanto sia pericoloso il peccato, condanna i due adulteri: “l’Autore sa bene cosa sta rappresentando (il ‘vizio di lussuria’), mentre il personaggio-penitente, in quanto corresponsabile di analoghe situazioni letterarie, è posto di fronte a una situazione in cui bene e male si avviluppano per lui in un insieme quasi inestricabile (e il quasi è importante, come premessa ineludibile del percorso analitico-esistenziale)” (Antonelli, p. 75).

Inoltre, il peccato dei lussuriosi non è l’aver amato, ma l’aver ecceduto nella passione, trascurando la natura spirituale e nobile del sentimento d’amore, il quale, nelle sue forme più elevate, è lontano dalla carnalità. Si può aggiungere, seguendo Marco Santagata, asserendo che il peccato di Francesca è punito anche per i danni sociali che esso provoca, poiché mette in discussione uno dei capisaldi dell’ordine sociale, ossia il matrimonio: “Il peccato di lussuria è individuale, ma produce effetti negativi sulla società. La soddisfazione delle pulsioni sessuali (il sottomettere la ragione al “talento”) può generare adulterio, incesto, omicidio […]. L’incesto tra cognati è uno dei crimini indotti dal comportamento sessuale sregolato” (Santagata, 2012, p. 127).

Questa sottolineatura è rilevante perché per Dante, in generale, il peccato non reca solo un danno a chi lo commette o alle persone che lo subiscono, ma danneggia l’intera società, perché instilla il male all’interno di essa. Dante come cristiano e filosofo, oltre che come uomo che ha a cuore i valori sociali, non può evitare di condannare Francesca e Paolo, sebbene, come poeta e come uomo in carne e ossa, egli comprenda benissimo il loro sentimento, tanto da svenire per il dolore che la loro vicenda terribile gli suscita nell’animo. Tutte queste emozioni Dante non può reggerle: ed ecco che si assiste al secondo svenimento del poeta nell’inferno.


Libri citati

Nardi Bruno, Dante e la cultura medievale, Laterza, Bari 1983.

Renzi Lorenzo, Le conseguenze di un bacio. L’episodio di Francesca nella “Commedia” di Dante, il           Mulino, Bologna 2007.

Santagata Marco, Dante: il romanzo della sua vita, Mondadori, Milano 2012.

Virgilio, Eneide, a cura di C. Carena, in Publio Virgilio Marone, Opere, UTET, Torino 2005             (edizione elettronica 2013).



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