mercoledì 4 febbraio 2026



Ed ecco anche la parafrasi del "Paradiso" di Dante AlighieriIl libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon. Ecco l'introduzione al libro.


All’inizio della terza cantica della Commedia, Dante e Beatrice, mossi dalla grazia di Dio, abbandonano l’Eden e volano verso il cielo della Luna, primo cielo paradisiaco. A differenza dell’inferno e del purgatorio, il paradiso non ha una collocazione geografica né una struttura fisica: esso è il regno dei beati, sede della Gerusalemme celeste a cui sono destinati coloro che si sono ben comportati in vita e hanno meritato di essere illuminati dalla grazia divina “poiché è per grazia che siamo salvati ed è ancora per grazia che le nostre opere possono portare frutto per la vita eterna” (Catechismo della Chiesa cattolica, III, 1938ss.). Il paradiso è il regno della luce eterna, perché Dio è luce e i beati sono circondati da aloni di luminosità. Poiché il paradiso non occupa uno spazio geografico, non esiste nel tempo e non ospita luoghi simili a quelli terreni, il viaggio di Dante nel regno dei cieli sarà soprattutto un’esperienza spirituale.

Sebbene il paradiso sia molto diverso dall’inferno e dal purgatorio, Dante ha voluto conferirgli una struttura composta da dieci parti, forse perché aveva a cuore sia l’unità e la coerenza dei regni oltremondani, sia, forse, le esigenze di equilibrio artistico della sua opera. Il paradiso dantesco si compone di dieci cieli: della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno, cielo delle Stelle Fisse e il Primo Mobile e infine l’Empireo, dimora di Dio e dei beati.

Il paradiso si muove grazie all’amore di Dio, il quale trasmette tale impulso attraverso il penultimo cielo, il Primo Mobile, che a sua volta lo trasmette agli altri cieli. Ogni parte del Paradiso riceve e riflette la luce divina, ma alcune brillano più di altre. Per questo, ai vv. 1-3 del canto I Dante scrive: “La gloria di Colui che tutto move / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove”.

Un regno che non è come appare

Tutti i beati risiedono nell’Empireo (l’ultimo cielo paradisiaco, “sede” di Dio), come spiega Beatrice nel canto IV. Pertanto, di fatto, fino al canto XXX il poeta non descrive il paradiso vero e proprio, ma ciò che Chiavacci ha chiamato “paradiso intermedio”. Eppure, Dante incontra nei cieli diverse anime di beati; ma se tutte le anime vivono nell’Empireo, com’è possibile vederle negli altri cieli?

Dante vede le singole anime nei vari cieli poiché egli è un uomo e, come tutti gli uomini, deriva le sue nozioni dalle impressioni dei sensi. È Dio stesso a volere che le anime possano essere percepite dal poeta tramite i sensi: se non fosse così, egli non potrebbe vederle, né dialogare con loro e non potrebbe nemmeno adempiere alla sua missione di raccontare agli altri uomini la struttura dei regni dell’aldilà. Per questo le anime, che sono puri spiriti luminosi, appaiono al poeta dotati di una voce e capaci di muoversi.

La difficoltà del pellegrino Dante è per certi aspetti la medesima del poeta Dante: percepire e rappresentare il regno di Dio, una realtà altamente ineffabile, impiegando immagini e parole comprensibili agli altri uomini. Sebbene egli dichiari che della visione paradisiaca conserva solo vaghi lacerti di impressioni e oltretutto, verso la fine del Paradiso, aggiunga di ritenere inadeguata la sua poesia, si può affermare che Dante è stato capace di raccontare una realtà che oltrepassa le capacità di qualsiasi facoltà umana.

 La beatitudine

La condizione di beatitudine eterna è la gioia suprema derivante dalla visione di Dio. La condizione di beatitudine si ottiene con la salvezza, e la salvezza dell’uomo dipende da due fattori essenziali: la sua condotta in vita e l’intervento della grazia divina.

Il ruolo dell’uomo

L’uomo è stato creato da Dio dotato di due facoltà adatte per consentirgli di vivere rettamente: la ragione, con la quale può intuire l’ordine del creato, e la libera volontà (o libero arbitrio), che lo rende capace di orientarsi verso il vero bene. Dio ha infuso nell’anima dell’uomo un innato desiderio del sommo bene, cioè di Dio stesso. Queste facoltà, se usate rettamente, garantiscono all’uomo la salvezza; nondimeno, poiché possiede il libero arbitrio, può accadere che l’uomo sfrutti male queste facoltà e compia degli errori. Pertanto, se l’uomo commette peccato, la colpa è solo sua: il peccato avviene quando la ragione si sottomette alle passioni e, di conseguenza, la volontà desidera cose diverse dagli eterni beni celesti.

Il ruolo della grazia divina

La salvezza è frutto della “cooperazione” tra i meriti dell’uomo e la grazia divina: senza l’intervento di essa non è quindi possibile salvarsi. Un comportamento corretto e l’amore verso Dio sono di certo le condizioni principali per “meritarsi” l’aiuto della grazia celeste, ma, appunto, senza di essa non si può raggiungere la beatitudine. Per questo in paradiso Dante è guidato da Beatrice, simbolo della teologia. La presenza della donna è carica di significato simbolico e personale. Beatrice incarna l’amore spirituale e la grazia divina. Questi elementi conducono l’anima alla salvezza.

Proprio perché la condotta dell’uomo sulla terra incide in parte sulla sua salvezza, i beati non godono tutti dello stesso grado di beatitudine, sebbene accettino senza discutere la loro condizione perché voluta da Dio. Per esempio, i beati che appaiono nei cieli più bassi (Luna, Mercurio e Venere) hanno un minore grado di beatitudine perché in vita commisero errori, ma seppero pentirsi e farsi perdonare da Dio, tanto da evitare anche di dover scontare le loro colpe in purgatorio.

 I cieli

L’universo dantesco ha una struttura ispirata alla cosmologia tolemaica, che prevede un universo con la Terra al centro e una serie di sfere celesti che le orbitano attorno. Ogni pianeta ha un proprio cielo corrispondente, e non è il pianeta a muoversi, ma la sua sfera. In paradiso, questo movimento rappresenta l’armonia e l’ordine dell’universo governato dall’amore divino. Le sfere, che ruotano in perfetta sincronia, simboleggiano un cosmo ordinato, dove ogni elemento ha un posto e una funzione precisa. Al tempo stesso, il moto circolare richiama il desiderio dell’anima di elevarsi verso Dio.

Il paradiso non è un luogo fisico, ma si apre oltre il limite dell’universo materiale, al di là del cielo delle stelle fisse; tale cielo, era altresì detto “firmamento” perché la cosmologia medievale riteneva che gli astri fossero “inchiodati” a questa sfera diafana, considerata il confine ultimo del cosmo. Ciascuno dei nove cieli che precedono l’Empireo simboleggia un diverso grado di beatitudine e le anime dei beati si presentano a Dante secondo un ordine crescente di virtù.

Nel cielo della Luna (canti II-IV), appaiono le anime che sulla terra non adempirono ai loro voti: esse sono trasparenti come se fossero riflesse su una superfice d’acqua. Nel cielo di Mercurio (canti V-VIII), compaiono gli spiriti che in vita agirono secondo virtù solo perché stimolati dal desiderio della gloria terrena. Nel cielo di Venere (canti VIII-IX), danzanti e radiosi, appaiono invece coloro che in gioventù furono dominati dall’amore sensuale, trasformato poi in carità. Dal cielo del Sole in avanti Dante incontra anime che non ebbero inclinazioni viziose, ma restarono sempre fedeli a Dio. La visita al cielo del Sole, che occupa cinque canti (IX-XIV), permette al poeta di vedere apparire tre corone di spiriti sapienti, tra cui ci volteggiano le anime del filosofo Tommaso d’Aquino, del francescano Bonaventura da Bagnoregio e il re Salomone.

Nel cielo di Marte (canti XVI-XVIII) risplendono le anime dei combattenti per la fede, tra le quali quella di un avo di Dante, Cacciaguida; questi attesta l’origine nobile della sua casata e rievoca l’onesta e laboriosa Firenze del XII secolo, contrapponendola alla disonesta città che ha esiliato il poeta. Cacciaguida conferma altresì il carattere profetico del viaggio di Dante. Nel cielo di Giove (canti XIX-XX), le anime che seguirono la giustizia sulla terra formano la figura di un’aquila, che spiega i misteri della giustizia divina, compresa la possibilità di salvezza per alcuni non cristiani. Nel cielo di Saturno (canti XXI-XXII), Dante vede una scala luminosa discesa da molte anime, tra cui quella del monaco ravennate Pier Damiani, e quella di san Benedetto, il quale svela che lassù rilucono gli spiriti dediti alla contemplazione.

Nel cielo delle stelle fisse (canti dal XXI al XXVII), Dante viene esaminato sulla conoscenza delle tre virtù teologali (fede, speranza, carità) da tre personaggi: san Pietro, san Giacomo e san Giovanni. Il poeta supera l’esame dimostrandosi pronto ad accedere al paradiso vero e proprio. San Pietro, inoltre, conferma a Dante nella forma più solenne, la missione, assegnatagli dalla provvidenza, di raccontare quel che egli ha veduto nell’alto dei cieli a edificazione dell’umanità.

Il cielo del Primo Mobile (canti XXVII-XXX) è diverso dagli altri cieli poiché è una sfera trasparente (da qui l’altro suo nome di “cristallino”). Esso racchiude il cosmo, ma non è contenuto in nulla: appartiene solo alla mente di Dio, cioè all’Empireo. Il Primo Mobile trasmette il movimento a tutti gli altri cieli, mentre a lui l’impulso al moto giunge direttamente da Dio. In questo cielo, Dante scorge, riflesso dagli occhi di Beatrice, un punto luminoso attorno a cui ruotano nove cerchi concentrici e lucenti a una velocità proporzionale alla loro vicinanza al punto. È questa la prima visione di Dio: i nove cerchi sono l’immagine delle intelligenze angeliche.

Gli angeli sono stati creati da Dio assieme a tutto l’universo nello stesso istante per un atto di libera volontà e bontà. Gli angeli paradisiaci sono quelli che non hanno partecipato alla ribellione guidata da Lucifero; essi, rimasti fedeli e umili, sono stati ricompensati da Dio con il dono di potere amare e di contemplare eternamente la sua mente; attraverso tale visione, essi conoscono il passato e il futuro, poiché non vivono nel tempo e non hanno bisogno della memoria.

Infine, Dante accede all’Empireo (canti XXX-XXXIII) che non è un luogo fisico, ma pura luce e amore. Esso contiene il Primo Mobile, che a sua volta contiene tutti gli altri cieli. Nell’Empireo c’è Dio: esso è quindi luce della mente divina piena di ardore di carità e tale ardore è fonte di beatitudine perché tramite esso l’anima si eleva alla visione di Dio e prova una letizia superiore a qualsiasi gioia terrena. In questo cielo, Beatrice abbandona Dante per tornare a occupare il suo seggio nella rosa dei beati; ora il poeta sarà guidato da san Bernardo.

Nell’Empireo i beati siedono su seggi che formano un anfiteatro a forma di rosa incandescente; esso si rispecchia nel lago di luce divina posto ai loro piedi. L’insieme dei beati è vivificato dal volo degli angeli che fanno la spola tra loro e il lago di luce divina. Le anime sono disposte secondo un ordine che divide in due la “rosa” paradisiaca, la quale ha ai suoi vertici la Vergine e Giovanni Battista.

Il trionfo della Vergine, con l’arcangelo Gabriele che le rende omaggio nel tripudio di angeli e beati, è il preludio all’ultimo passo del viaggio dantesco. Dopo la commovente preghiera alla Vergine recitata da san Bernardo, Dante può accedere alla visione della essenza divina. È una vista indicibile, simile a un sogno, tanto che il poeta avverte il lettore di non essere in grado di raccontare ciò che egli vide. Il poeta scrive di aver “veduto” l’intero universo, che a noi umani appare sparso ovunque, unito in un unico punto; la Trinità nell’immagine di tre cerchi che ruotano: all’interno del secondo cerchio (il Figlio) Dante vede l’effige dell’uomo. Infine, illuminato da Dio, che ormai comanda la sua volontà e il suo intelletto, il poeta accede alla visione divina suprema, della quale però non scrive nulla.

domenica 4 maggio 2025

PARAFRASI COMMENTATA DEL "PURGATORIO" DI DANTE ALIGHIERI


Introduzione

Dante ha superato l’inferno e, d’ora in poi, tutto sarà meno arduo perché lui ora è capace di guardare in faccia le sue colpe: ha visto cosa riduce il peccato. Davanti a lui c’è un’intera montagna: è il purgatorio: un luogo di riparazione riservato solo chi si è sinceramente pentito dei propri peccati (veniali) prima di morire, ma non è stato sufficientemente buono da eliminare la tendenza a peccare. Non è un merito da poco quello di Dante: per questo si può dire che egli abbia “inventato” la visione moderna del purgatorio.

 Il purgatorio è nato contemporaneamente alla voragine infernale, ma situato agli antipodi della città di Gerusalemme (per Dante la terra è tonda…), il purgatorio è una montagna esposta al sole e ha alla sua sommità il paradiso terrestre. Il purgatorio non ospita diavoli e non è un luogo sotterraneo. Con la sua visione serena e dolce del purgatorio, Dante forse vuol dire che è possibile, nella vita, ricominciare: c’è speranza per tutti, quasi in ogni momento della vita, anche in quello finale.

L’idea del purgatorio è consolante per un credente: la possibilità di pentirsi dei propri peccati e di espiarli avendo però la certezza della salvezza, è una grande consolazione. Attenzione: questa certezza non deve far perdere di vista il compito primario, ossia pulirsi de peccati: chi va in purgatorio non è ancora salvo, ma il percorso di purificazione è ancora molto lungo perché è Dio che stabilisce la durata del percorso.

La pena peggiore che subiscono tutti coloro che vanno in purgatorio e il differimento della possibilità di vedere Dio: i beati, infatti, vedono Dio subito dopo la morte, i purganti no. I purgandi subiscono anche delle pene “corporali”, nel senso che, pur essendo ombre incorporee, per volontà di Dio mantengono una sensibilità per poter subire la sua vendetta. Ma i purgandi non sono solo puniti, bensì anche purificati: sia assistendo a esempi di condotta edificanti (scolpiti nella roccia, recitati da voci o veduti in momenti di estasi), sia confessando i propri peccati, sia bevendo l’acqua dei ruscelli dell’Eden.

 Il periodo di espiazione che le anime devono trascorrere in purgatorio può essere accorciato grazie alle preghiere dei vivi che vivono sulla terra secondo la fede e difatti molte anime chiedono a Dante di raccontare di loro nel mondo affinché qualcuno preghi per loro. Il poeta però crea un legame doppio tra anime e gli uomini sulla terra, perché anche le anime del purgatorio pregano per i vivi.  Questa è una cosa molto bella, tanto è vero che nel canto XI, i superbi recitano il Padre Nostro per chi sta ancora nel mondo, affinché non ceda alle tentazioni ed eviti il peccato: questo fatto crea un ponte di fratellanza tra aldilà e aldiquà.

Sulla spiaggia dell’antipurgatorio, Dante alcune anime spaesate scendere da un vascello velocissimo, guidato da un angelo. Per loro, morte da poco, è impossibile non essere attratte da Dante, uomo in carne e ossa, il cui corpo, al contrario del loro, proietta l’ombra. Tutte le anime del purgatorio saranno colpite dalla corporeità di Dante. Esse sono appena giunte in purgatorio dalla foce del Tevere e sono ancora impastate di sensazioni e affetti umani. E subito tra loro, Dante e Virgilio si stabilisce la fiducia, senza nemmeno conoscersi, perché il purgatorio non c’è posto per la diffidenza.

Dante si commuove ritrovando un amico, il musico Casella. Ma questa atmosfera idilliaca è rotta da Catone: dovere ingrato eppure necessario quello del guardiano dell’antipurgatorio (a suo tempo pagano e suicida per la libertà, è simbolo della libertà e della rettitudine morale), perché la strada verso l’espiazione definitiva delle proprie colpe non può patire indugi.

Dante deve pulirsi la faccia, eliminare ogni scoria dell’inferno: così potrà proseguire il suo cammino e addentrarsi tra le rupi dell’antipurgatorio che, oltre che a essere il primo approdo di tutte le anime purganti, ospita coloro che, pur pentitisi prima di morire, furono troppo peccatori per andare direttamente in purgatorio e devono scontare un periodo supplementare di attesa, secondo quanto stabilito da Dio: gli scomunicati (che in vita furono allontanati dalla Chiesa: anche per loro c’è speranza) e i negligenti “per forza morti” che trascurarono i doveri religiosi e si pentirono proprio all’ultimo. Pentirsi costa tanto: significa gettare a mare un’intera vita, un insieme di ambizioni, speranze, tutte però basate su qualcosa di fragile e superfluo: i beni materiali.

Come non ricordare nel canto V Buonconte da Montefeltro, capo ghibellino e perciò nemico della Chiesa (capo degli aretini sconfitti da Firenze a Campaldino nel 1289, battaglia alla quale partecipò anche Dante) che, pentitosi proprio all’ultimo, ora è salvo? E come non pensare al padre di costui, Guido, che invece, pur pentitosi per tempo, tornò a peccare ed è stato condannato all’inferno (canto XXVII della prima cantica)?


La porta del purgatorio (canto IX)

Nel canto IX, trasportato durante il sonno da santa Lucia, santa a cui Dante era devoto, il nostro si ritrova vicino alla porta del purgatorio presidiata da un angelo dotato di spada; la porta infernale era invece enorme e sempre spalancata, coronata da parole che toglievano ogni speranza: accade così perché pochi si salvano e molti preferiscono vivere da disumani e morire nel peccato.

Davanti alla porta ci sono tre gradini, simbolo dei momenti del sacramento della confessione: Dante li percorre colmo di umiltà e devozione. Sebbene l’angelo, ministro di Dio, conosca già le colpe di Dante, il poeta deve ugualmente rivelarle tutte perché la confessione, per essere efficace, deve giungere spontaneamente dalla bocca del peccatore. Poi l’angelo apre la porticina grazie a due chiavi, una d’ora e l’altra d’argento, consegnatigli da san Pietro. Infine, l’angelo traccia sette “P” sulla fronte di Dante: sono simboli dei sette vizi capitali espiati nei sette gironi del purgatorio: solo quando tutte e sette le “P” saranno cancellate, Dante sarà pienamente purificato e potrà accedere al paradiso terrestre.

 

Gironi I-III: l’amore diretto al male del prossimo (canti X-XVII)

Entrato in purgatorio, Dante non si volta perché l’angelo portinaio gli ha intimato di non farlo: chi ha iniziato a percorrere la strada della redenzione, non può voltarsi indietro né fermarsi, perché vanificherebbe tutto. E s’accorge che la roccia di quei primi tornanti del purgatorio è addobbata con stupende sculture, opera di Dio, che riportano scene di umiltà e atti di superbia punita.

Sì, questa è un’altra idea geniale di Dante: Dio non fa espiare le colpe solo con le punizioni, ma con gli esempi, perché al dolore va accompagnato l’insegnamento. Queste scene sono riservate ai primi peccatori che Dante incontrerà: i superbi. Costretti a portare grossi massi e a tenere il capo basso, essi subiscono la pena di non poter più sollevare il capo nella maniera sfrontata con cui lo facevano in vita. Dante li compatisce perché sa bene che la superbia può nascere in chi esercita l’arte. E l’incontro con il miniatore Oderisi nel canto XI gli farà capire quanto è effimera la gloria artistica, quanto sia breve e quanto sia facile che un artista (come accadde a Cimabue con Giotto) venga presto oscurato da un artista che arriva dopo di lui. Questo è un saggio insegnamento per Dante, che teme di dover scontare alcuni anni in purgatorio per la colpa della superbia… ma… se ancora oggi parliamo di lui e di Giotto forse significa che la gloria artistica non è sempre poi tanto effimera.

 

Di certo Dante non temeva di essere giudicato invidioso, almeno a quanto dice lui, visto che nel canto XIII si confessa lontano da questo peccato da lui giudicato, già nell’inferno, un vizio tipico nelle corti del suo tempo. Cioè lo vedeva connesso alla politica e lo giudicava molto grave, vista anche la pena degli invidiosi.

“Invidiare”, secondo l’etimologia, significa guardare storto; per questo le anime di chi espia questo peccato hanno le palpebre cucite con il filo di ferro. Pena assai dura, degna forse più dell’inferno, segno che essi in vita usarono male il dono della vista: anziché ammirare la bellezza del creato, usarono gli occhi per odiare e per sperare di appropriarsi di ciò che apparteneva ad altri. Essi peccarono quindi doppiamente, sia invidiando, sia desiderando i beni materiali, i quali hanno il difetto di non bastare mai per tutti e di suscitare, per questo, le più terribili passioni. Altra cosa sono i beni celesti, che non finiscono mai, bastano per tutti e, anzi, più uomini ne godono, più essi diventano ricchi.

 

Parlando degli altri peccatori, gli iracondi, si comprende che per Dante la rabbia non è sempre sbagliata. Costoro hanno voluto il male del prossimo poiché non hanno saputo resistere alle offese e si sono abbandonati a una rabbia malvagia e ingiusta e per questo sono accecati dal fumo nero, perché la rabbia incontrollata acceca. La cosa interessante è che, grazie nell’incontro con l’anima di un iracondo, Marco Lombardo (canto XVI), sorta di alter-ego del poeta si spiega perché la società del tempo sia così malvagia e abbia dimenticato le virtù cristiane. Dante viveva infatti in una società piena di violenza, dove la vita dell’individuo non valeva nulla; una società rovinata da conflitti politici aspri tra le singole città e anche all’interno delle città stesse, in una penisola dove non esisteva un’autorità sovracittadina in grado di garantire sicurezza alle persone.

Questo era il grande cruccio del poeta. Egli aveva fatto politica attiva a Firenze alla fine del ‘200, durante le lotte tra la borghesia mercantile e l’aristocrazia, tra i guelfi neri filo-papali e guelfi bianchi, a cui Dante, con il suo atteggiamento moderato, era affine. Egli nel 1300 ricoprì anche la carica più importante, quella dei sei priori, ma dopo la vittoria dei guelfi neri (favoriti da papa Bonifacio VIII) del 1301, In quanto guelfo bianco, fu esiliato e condannato a morte e dovette vagare per diverse città e borghi italiani, mendicando pane e denaro.

 

Ma perché l’uomo commette il male? Dio, infatti, gli ha donato tutte le facoltà per vivere bene seguendo le sue leggi. L’uomo è una creatura imperfetta. Egli sbaglia sia per ragioni “psicologiche”, sia per cause “esterne”, imputabili all’ordine sociale. Dante afferma che l’anima dell’uomo, appena creata da Dio, contiene alcune conoscenze di base (il principio di identità e quello di non contraddizione) e l’inclinazione ad amare Dio. Se l’uomo seguisse questa inclinazione, non peccherebbe mai.

Per Dante l’uomo possiede il libero arbitrio: Dante aveva il “problema” di conciliare l’onnipotenza di Dio, con il fatto che esiste il peccato. Se l’uomo non fosse libero, bisognerebbe ammettere che egli è responsabile di tutto, anche del male. Ma sarebbe un’eresia. Il possesso della libertà distingue l’uomo dagli altri animali ma, paradossalmente, rende più facile per lui cadere nel peccato. In campo conoscitivo, commette degli errori perché esercita le sue facoltà intellettuali sono limitate e vengono usate male, in campo etico egli cade nel peccato perché desidera le cose sbagliate.

L’uomo pecca quando fa un uso distorto dei doni più preziosi che Dio gli ha fatto: la ragione e la libera volontà. Egli sbaglia solo per colpa sua: Dio gli donato tutte le facoltà per operare il bene, ma l’uomo, l’unica creatura dotata di libertà, può scegliere il male. L’uomo non è un burattino, ma è libero e, proprio in quanto tale, responsabile agli occhi di Dio delle sue azioni. per questo può essere dannato o salvato.

Il fatto che l’uomo sia libero fonda la sua responsabilità, non solo nei confronti di Dio, ma anche sulla terra, nei confronti degli altri uomini. Essere liberi significa seguire le leggi di Dio e le leggi (giuste) della società civile. Se non esistesse il libero arbitrio dell’uomo, non avrebbe senso la struttura dei regni dell’aldilà che Dante immaginato e diverrebbe vano il compito che egli si è attribuito, quello di far ravvedere gli uomini raccontando loro come i peccatori sono puniti o salvati. Se la salvezza dell’uomo è in buona misura opera della grazia di Dio che agisce per motivi imperscrutabili, l’individuo può fare qualcosa per meritarsi tale grazia ossia operare il bene.

 

L’uomo è, come diceva Aristotele, un “animale” sociale destinato a vivere in società retta da leggi. Se dal punto di vista “psicologico”, Dio ha donato a l’uomo l’inclinazione ad amare i beni celesti, da quello esteriore, per rendere felice l’uomo, Dio ha stabilito l’esistenza di due autorità politiche, l’imperatore e il papa, entrambe incaricate di guidare l’individuo verso la felicità. Quella terrena grazie all’imperatore, quella celeste grazie al papa. Dio anche in questo caso aveva fatto le cose per bene, stabilendo che l’impero debba occuparsi delle leggi civili, mentre al papa spetti il compito di far osservare all’individuo le leggi di Dio.

Il problema è che ormai da lungo tempo nessuno fa rispettare le leggi civili e, di conseguenza, nessuno fa più rispettare la parola di Dio. Gli imperatori tedeschi (l’impero ormai è quello…), infatti, non guardano più all’Italia; dall’altro lato, gli uomini di Chiesa non si occupano più dell’anima delle persone ma sono da secoli interessati alle ricchezze materiali e al potere politico, tanto è vero che, al tempo di Dante, la Chiesa possiede già molti territori nell’Italia centrale, al tempo chiamati “Patrimonio di San Pietro”. Per questo Date pensa che la colpa maggiore per la decadenza della società italiana sia da attribuire al papa, perché il potere politico è stato donato all’impero (prima Romano e poi tedesco) da Dio; l’imperatore, dunque, ha ricevuto il potere politico in “concessione” e non può alienarlo, non può trasferirlo a un’altra autorità (al papa), perché tale potere appartiene solo a Dio. Per questo Dante ritiene illegittimo il documento su cui la Chiesa basava il suo diritto a esercitare il potete temporale, la (oggi sappiamo che era un falso) donazione di Costantino. Dante è molto duro contro gli uomini di Chiesa, tanto che mette all’inferno tutti i papi a lui contemporanei.

 

L’idea che potesse tornare un impreso universale era anacronistica, perché già da tempo era in atto il processo che avrebbe condotto alla formazione degli stati nazionali, come Francia e Inghilterra. Dante aveva però intuito che l’Italia, rimanendo ai margini della politica europea a causa degli egoismi particolari, sarebbe stata condannata a restare divisa per molto tempo. Attenzione, Dante non aveva in mente l’unità d’Italia e dunque non era un anticipatore di quel che avvenne nel 1861, però deplorava lo spirito di fazione che angustiava la vita di tante città italiane. Lui aveva capito che tale frammentazione tra le città italiane, che si riverberava anche sulla frammentazione linguistica, sarebbe stato un fattore di debolezza politica nel futuro e difatti così fu. Con la nascita degli stati nazionali, l’Italia sarà oggetto della spartizione tra di loro e per lunghi secoli rimarrà un paese debole, frammentato e litigioso.

 

L’ordinamento del purgatorio (canto XVII)

Alla fine dei primi tre gironi del purgatorio, i pellegrini fanno una sosta. Virgilio ne approfitta per spiegare a Dante qual è l’ordinamento del purgatorio. La cosa più “sconvolgente” è leggere che tutti i nostri atti, anche quelli peccaminosi, nascono dall’amore. Dunque, non sempre l’amore è buono, perché il suo valore dipende dall’oggetto amato. Si è detto che l’uomo è libero e che nasce con una innata tendenza a desiderare: senza desiderio, non potremmo vivere, perché gran parte della vita si struttura attorno alla brama di raggiungere qualcosa, sin da piccoli. Eppure, se tale tendenza a desiderare sceglie gli oggetti sbagliati, ecco il vizio e il peccato.

Accanto a un amore naturalmente diretto verso Dio, la sola cosa che dovremmo amare veramente, esiste un amore di “elezione”, nel quale si esercita la scelta dell’uomo, che può errare se desidera “il malo obietto”. Gli oggetti malvagi possono essere tanti e talvolta apparire anche molto attraenti, ma sono tali per l’uomo ingenuo o incapace di usare la ragione. Per Dante si tratta dei beni materiali: il sesso, la gloria, il denaro, il potere, il cibo: essi sono mali in sé, ma lo diventano se perseguiti con ossessione. La foga dei beni materiali è all’origine di tutti i mali del mondo: poiché tali beni sono fragili e non sono sufficienti per tutti, essi suscitano gelosie, invidia, rabbia e superbia.

Il superbo, l’invidioso e l’iracondo desiderano il male del prossimo e abbiamo già visto come scontano questo loro amore malato; se invece l’uomo agisce in virtù di un amore troppo tiepido verso Dio, cade nel vizio dell’accidia (punito nel quarto girone); quando invece l’uomo brama senza misura i beni mondani (cibo, sesso, denaro), conduce a commettere i peccati di avarizia, gola e lussuria, puniti negli ultimi tre gironi del purgatorio.

 

Ma ci si può pentire proprio di tutti i peccati e finire in purgatorio? Per Dante sembra di no: solo le colpe di incontinenza possono essere espiate, non quelle dovute alla malizia e alla violenza, peccati mortali che destinano irrimediabilmente all’inferno, dal VII cerchio in giù.

Per Dante il fine dell’uomo è la vita secondo ragione, ossia la capacità di evitare gli eccessi esercitando la virtù della temperanza, individuando il giusto mezzo da due comportamenti estremi ugualmente peccaminosi. Si prenda la superbia: è normale che un uomo abbia stima di sé; tuttavia, quando tale stima diventa eccessiva ed egli si sente superiore a tutti gli altri, commette peccato (dunque commetterebbe peccato anche chi, al contrario, ha un’autostima troppa bassa, ma Dante non ne parla). Quando l’individuo non è capace di trovare tale equilibrio, si hanno le colpe di incontinenza.

 

Gli ultimi tre cerchi (canti XIX-XXVI)

Leggendo dell’incontro con i peccatori del quinto cerchio, gli avari e i prodighi, mi ha stupito l’omaggio a Virgilio e la lode a poeti “pagani”, capaci però di intuire, senza esserne consapevoli, alcune verità cristiane.

Tra coloro che hanno le mani bucate Dante e Virgilio incontrano l’anima del poeta latino Stazio. Costui esprime grande ammirazione verso Virgilio arrivando addirittura ad affermare che la sua conversione al cristianesimo nacque leggendo i versi delle Bucoliche in cui Virgilio parla dell’arrivo di un fanciullo grazie al quale giungerà (anzi, tornerà) l’età dell’oro. Questi versi erano stati visti sin dai primi cristiani come un preannuncio dell’avvento di Cristo, come a voler rimarcare che ogni momento della storia dell’uomo faccia parte di un piano provvidenziali stabilito da Dio.

Dante inventa di sana pianta la vicenda della conversione del poeta latino Stazio al cristianesimo, per esaltare Virgilio nel momento in cui si sta avvicinando l’addio alla sua guida: il poeta latino, ahimè, non conobbe il cristianesimo e, dunque, non poté salvarsi, rimanendo confinato nel limbo.

Pur con tutto il bene che gli voleva, Dante non avrebbe potuto presentare un Virgilio salvato perché le sue parole sarebbero state ai limiti dell’eresia. Ma Virgilio, se non è stato cristiano, ha avuto il merito per Dante di aver intuito la fede, illuminando la strada a chi è venuto dopo di lui: “Per te poeta fui, per te cristiano” (v. 73). Queste parole, nella finzione narrativa pronunciate da Stazio, rispecchiano in pieno il pensiero di Dante.

Ora, si può storcere il naso sul fatto che il cristiano Dante si faccia guidare nell’aldilà dal pagano Virgilio. Ma la Commedia non è solo un poema sacro, bensì anche una grande opera di poesia. La poesia non ha limiti di tempo, di patria, né soffre barriere religiose: essa racconta l’indicibile, l’indescrivibile ed è il mezzo migliore per parlare di qualcosa che nessuno (o quasi) può vedere in vita, i regni dell’aldilà. Esiste insomma una sorta di universo poetico a cui appartengono tutti i grandi poeti antichi perché per Dante costoro, pur ignorando l’avvento di Cristo, nei loro versi mostrano di aver intuito qualcosa e di averlo scritto, certo sotto forma di favole o con un linguaggio poco chiaro. Senza tali poeti, senza le loro intuizioni, senza i loro versi che fanno lumeggiare una verità più alta, non esisterebbe la società cristiana e Dante non troverebbe le parole per raccontare del suo viaggio nell’aldilà.

 

Nel canto XXIII, tra i golosi, orrendamente emaciati e suppliziati come Tantalo (vedono una sorgente d’acqua fresca e un albero pieno di frutti invitanti ma, appena si avvicinano ad essi per assaggiarli, entrambi scompaiono), Dante incontro l’anima di Forese Donati, suo amico di gioventù, ha l’occasione di dialogare con lui. Forese era morto nel 1296 ed era fratello di Corso Donati, capo dei guelfi neri fiorentini nemici di Dante.

L’incontro con Forese è interessante per due motivi; uno, ci fa capire che anche nell’aldilà posso permanere affetti umani. La cosa non è molto ortodossa, ma risponde all’umanità della poesia di Dante, alla grandezza del suo cuore e al fatto che egli ha scritto la Commedia anche per rivedere i suoi amici. Due, è un modo che Dante impiega per scusarsi di un passato giovanile dissoluto. Il poeta, richiamando il momento della sua vita in cui, assieme a Forese, visse una fase di traviamento morale, dice: “Se tu riduci a mente / qual fosti meco e qual io teco fui, / ancor fia grave il memorar presente” (vv. 115-117). A cosa si riferisce Dante? Forse a quel periodo in cui a Firenze era esplosa una moda che aveva infiammato i giovani, quella dei duelli poetici. Tra Forese e Dante in gioventù c’era stato uno scambio di sonetti senza peli sulla lingua. Per esempio, a Dante che scrive all’amico accusandolo di non “scaldare” a sufficienza la moglie, Forese risponde con dei versi un po’ oscuri, i quali avanzano il sospetto che suo padre Alighiero avesse praticato l’usura.

Secondo l’Ottimo commento del 1333, Dante era al corrente della golosità dell’amico e sarebbe stato proprio lui a indurlo a pentirsi in punto di morte. Nella “tenzone” poetica tra i due, ci sono alcuni versi del nostro che alludono alla golosità dell’amico. Una di queste poesie, presa dall’edizione delle Rime di Dante curata da De Robertis, recita: “Ben ti faranno il nodo Salamone, / Bicci novello, e petti delle starne, / ma peggio fia la lonza del castrone, / ché ‘l cuoio farà vendetta della carne”. Dante dice che il suo amico Bicci (soprannome di Forese) sarà presto incastrato dal cappio (nodo) di Salomone (che non si poteva sciogliere), poiché il petto delle starne e la carne di castrato, lo ridurranno in miseria. Il peccato dei golosi è esecrato non solo per i danni morali, ma anche per quelli economici.

Dante pensava che avrebbe incontrato l’amico nell’antipurgatorio, non già in purgatorio pochi anni dopo essere morto. Forese spiega a Dante che il periodo che lui avrebbe dovuto passare nell’antipurgatorio è stato abbreviato dalle preghiere di sua moglie Nella; costei, la sua “vedovella”, è una donna buona e onesta, essendo tra le poche donne virtuose rimaste a Firenze. L’omaggio a Forese e la sottolineatura della moralità di sua moglie Nella, sono un risarcimento di Dante nei confronti della reputazione della donna alla quale nei suoi versi giovanili aveva rivolto delle frasi poco rispettose.

I lussuriosi e l’amore

Primi peccatori incontrati nell’inferno e ultimi peccatori del purgatorio (ma anche dell’intera Commedia), i lussuriosi sono immersi nel fuoco, simbolo della loro passione. Tra i lussuriosi che saranno salvato ci sono anche quelli “contro natura”, cioè gli omosessuali, che però nella Commedia sono definiti ermafroditi. Se per Dante l’amore sregolato è il peccato, tale non è un amore vissuto con misura. In ciò egli è coerente con buona parte della trattatistica moralistica del tempo che era raramente sessuofobica e tendeva a essere comprensiva verso una sessualità vissuta con ragionevolezza.

Ma non è solo per questo che Dante dona centralità all’amore. Egli è stato un poeta d’amore che ha innovato la lirica erotica creando quello che lui stesso, nel canto XXIV, definisce “dolce stil novo” (in realtà lo nomina l’anima del poeta lucchese Bonagiunta). Oltre a uno stile dolce e soave, il poeta d’amore è colui che scrive sotto dettatura di questo grande sentimento, che Dante conosce sin da giovanissimo, quando s’innamora di Beatrice.

Dante ha il merito di non concepire l’amore in modo drammatico o distruttivo (come il suo maestro Guido Guinizzelli, incontrato nel canto XXVI o Guittone), come una forza che può portare anche alla morte. Dante vuole anzi nobilitare l’amore affermando che, se esso è diretto vero una donna nobile e onesta, può condurre l’uomo alla beatitudine, come accadrà a lui grazie a Beatrice (da qui il nome Beatrice). Certo, anche l’amore verso una donna con tratti celestiali è sconvolgente e appassionante: Dante era consapevole della forza sovrabbondante del desiderio e da grande intellettuale qual era ha accettato questa forza, non l’ha denigrata, ma ha cercato di nobilitarla.

Nella Commedia questa concezione dell’amore viene ulteriormente sviluppata poiché si trasforma: da sentimento terreno, diventa caritas, ardore di carità, amore verso Dio; nondimeno, sebbene esso abbia un carattere celeste, non è meno forte dell’amore che si prova sulla terra verso qualcuno: anche l’amore verso Dio non perdona che chi è amato non riami a sua volta, anche tale amore si accende nell’animo del fedele come un fuoco incontrollabile, anche l’amore verso Dio sconvolge l’anima.

Queste espressioni richiamano i celebri versi del canto V dell’Inferno: la colpa della sventurata Francesca era aver definito il suo amore adultero con gli stessi caratteri di irresistibilità e forza che ha l’amore verso Dio. Francesca lo faceva per difendersi, affermando di non aver saputo resistere; Dante la compiange perché in parte la capisce, ma soprattutto perché la donna non aveva saputo superare il carattere sensuale del sentimento e si era fatta del tutto ghermire da lui, amando un uomo, Paolo, che non avrebbe dovuto amare essendo suo cognato. Se ella si fosse pentita, non sarebbe finita all’inferno, bensì in purgatorio e si sarebbe salvata.

Diversa la vicenda di un’altra donna Pia dei Malavolti, la cui anima Dante incontra nel canto V del Purgatorio. Anche lei fu uccisa dal marito, ma non per adulterio, bensì perché l’uomo, Nello d’Inghiramo dei Pannocchieschi, voleva sposare un’altra donna. Pia ormai non prova odio, perché è salva e preferisce ricordare la felicità provata il giorno delle nozze anziché il giorno della morte.

Il compito dell’amore terreno è quello di preparare l’uomo alla beatitudine. E ciò può accadere solo se si ama una creatura dotata di quelle qualità definita dal verso iniziale di un altro sonetto della Vita nuova: Tanto gentile e tanto onesta pare. La donna amata deve essere gentile (ossia di animo nobile), onesta (decorosa nell’aspetto e nel vestire).


Dante nell’Eden (canti XXVII-XXXIII)

Dopo i lussuriosi, Dante attraversa, grazie a Virgilio e assieme a Stazio, la barriera di fuoco che Dio (cfr. la Genesi) ha posto tra il purgatorio e il paradiso terrestre. Una volta nell’Eden, Dante è abbandonato da Virgilio: il poeta latino rappresenta la ragione umana, la quale non può guidare l’uomo verso Dio. D’altra parte, Dante ha visitato tutto l’inferno e tutto il purgatorio: gli sono state cancellate le sette “P” dalla fronte e, dunque, come dice Virgilio, egli è ormai padrone di sé stesso.

Guidato da Matelda, una donna bella e misteriosa, Dante si gode il paesaggio meraviglioso dell’Eden finché… be’, finché non appare Beatrice. E allora si può fare un po’ di gossip sulla vita di Dante. Nel libro III della Vita nuova, l’opera scritta in gioventù in cui racconta il suo amore per lei, Dante narra che egli rivede Beatrice a diciotto anni, nove anni dopo averla incontrata la prima volta da bambino. Ebbene, quando Dante rivede Beatrice, lui è ancora uno sbarbatello, lei invece, pur giovane, è una donna sposata e probabilmente ha già dei figli. In quel momento, accade un fatto straordinario: Beatrice, che cammina assieme a due donne più anziane ed è vestita con una veste bianca, simbolo di purezza, lo saluta. Il nostro tocca allora il cielo con un dito; anzi, come dice lui con maggiore finezza: “me parve allora vedere tutti li termini della beatitudine” (par. 1).

Dopo di ciò, Dante corre nella sua cameretta, s’addormenta e sogna. Vede Amore che gli dice che da quel momento in poi lui sarà il suo Signore. Amore tiene fra le braccia Beatrice: ella è nuda, ha una veste colore del sangue; su indicazione di Amore, “la donna de la salute”, mangia il cuore del poeta. Beatrice lo mangia con timidezza e, dopo averlo fatto, non è più lieta ma piangente. Amore la tiene fra le sue braccia e sparisce verso il cielo.

Nel Purgatorio, canto XXX, sorgendo da sotto un carro trainato da un grifone, simbolo della Chiesa, Dante vede salire una miriade di angeli festanti che circondano una figura femminile che scende dal cielo con un velo che le copre parte del volto e il capo. La donna indossa un mantello verde e una vesta del colore della fiamma: si tratta di Beatrice, che è ora una creatura del cielo. Dante reagisce come un uomo innamorato, perché è ancora un individuo in carne ed ossa ed è cotto di Beatrice sin da quando aveva nove anni. Se era innamorato della Beatrice umana, figuriamoci se non lo è della Beatrice creatura celeste.

Nell’Eden il nostro, ben prima di vedere Beatrice, va in panico e vive le medesime sensazioni che ebbe in gioventù quando fu invitato da un amico in un luogo dove erano adunate molte persone. A un certo punto il nostro poeta, che se ne stava bello tranquillo, avverte uno sconvolgimento totale perché, pur non avendola ancora vista, “sente” che Beatrice è presente nella casa. Prima ancora di vedere la donna amata, lui va in panico (Vita nuova, XIV.4).

La stessa cosa accade alle soglie del paradiso ed è bello questo parallelo tra biografia del poeta e vicenda narrata nella Commedia. Nel canto XXX lui scrive che, presentendo la presenza di Beatrice nell’Eden: “E lo spirito mio … / d’antico amor sentì la gran potenza” (vv. 34-39) e poi ai vv. 46-48 rivolto a Virgilio per chiedere aiuto (che nel frattempo è sparito): “conosco i segni del’antica fiamma”. Ancora oggi noi usiamo la parola “fiamma” per indicare un partner.

Beatrice non appare a Dante per dargli il benvenuto, bensì per bastonarlo. Lui ha appena salutato definitivamente Virgilio e piange perché il suo amato Virgilio e se ne va. Ma Beatrice gli dice che sono ben altre le cose per cui dovrebbe piangere perché Beatrice è molto arrabbiata con lui. E lo chiama per nome, “Dante” al v. 55, è l'unica volta nella Commedia appare il nome del poeta perché, quando ci si confessa è necessario enunciare il proprio nome. E qui si inscena un vero e proprio processo a Dante. Beatrice è davvero molto rigorosa, come una mamma arrabbiata col figlio.

L’accusa principale che lei muove al poeta è quella di averla dimenticata: una volta che lei è morta, lui ha smesso di seguire la strada che lei gli indicava, la via verso la beatitudine, e si è dato ad altro tanto da cadere nel peccato e da ritrovarsi nella famosa selva. Dante viene colpito moltissimo da questi rimproveri che lui accetta come un figlio colpevole, ma piange, sviene, non riesce a parlare. Addirittura, a un certo punto, gli angeli dicono a Beatrice: perché lo strapazzi tanto? E lei ribatte: voi siete abituati a guardare Dio per l’eternità e siete senza peccato, ma lui ha bisogno di essere strapazzato, perché deve confessare le sue colpe con la sua voce. Perché è ovvio che Beatrice, che è una donna del cielo, conosce già le colpe di Dante. Dio conosce le colpe dell'uomo, ma solo se l'uomo le confessa autonomamente, può essere perdonato. Questo esame di coscienza lo dovrebbe fare ogni uomo che legge la Commedia per riconoscere i propri errori e redimersi. Dante scrive per tutti noi, non solo per lui stesso, e vuole prendersi carico delle nostre colpe. Non bisogna scordare che nell’Eden, davanti agli angeli, alla processione mistica e a Beatrice, che è un’inviata del cielo, non c'è solo il Dante uomo, ma c'è l'intera umanità perché Beatrice è simbolo di Cristo e Dante è simbolo dell'umanità.


Le colpe di Dante

Come mai Dante fa questa sorta di autoanalisi in cui si imputa di aver peccato, in cui fa dire a Beatrice: “perché tu, che eri nato sotto una congiunzione astrale favorevole e che avevi ricevuto da Dio enormi talenti, hai sprecato questi talenti per perseguire attività che non lo meritavano?”. Forse Dante imputava a sé stesso di aver amato altre donne per trovare sollievo dopo la scomparsa di Beatrice; in effetti, nella Vita nuova lui scrive che dopo la morte della donna egli ha cercato consolazione presso una donna gentile; però alla fine dell’opera, Dante dichiara di essere “tornato” ad amare Beatrice e a celebrarla e difatti ha una visione in cui la vede salire in cielo circondata d'angeli, un po' come l'immagine che abbiamo qua in purgatorio.

In realtà, senza stare a lambiccarsi il cervello, si potrebbe tornare alla Vita nuova per capire di cosa Dante si sentisse colpevole. Alla fine dell’opera, Dante scriveva: “Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna”. Dante alla fine della Vita nuova promette di scrivere in futuro un’opera per celebrare adeguatamente Beatrice. Ecco la colpa di Dante, simbolo di ogni altra colpa: dopo più di quindici anni dalla conclusione della sua opera giovanile, non aver ancora adempiuto alla promessa solenne di celebrare la gloria di Beatrice e la Commedia è proprio l'opera grazie alla quale Dante riesce a mantenere quella promessa.

Una volta confessate le proprie colpe, Beatrice attribuisce a Dante la missione di raccontare fedelmente agli altri uomini quel che ha visto il purgatorio. Ora Dante può accedere ai riti di purificazione: accompagnato da Matelda, beve l'acqua del fiume Lete che cancella il ricordo delle tendenze peccami. Poi beve l'acqua di un altro ruscello, l’Eunoè, che restaura il ricordo delle buone azioni. Dante è tornato puro come quando era nato: la purificazione dell'anima che si appresta ad andare in paradiso è una seconda nascita. Dante adesso è quindi pronto a salire in paradiso: “puro e disposto a salire ale stelle” (canto XXXIII).


sabato 11 gennaio 2025

"Nebbia" romanzo di Miguel de Unamuno


Nebbia (titolo originale: Niebla) è un romanzo scritto da Miguel de Unamuno, pubblicato nel 1904. È un'opera che si distingue per la sua originalità e per il suo approccio filosofico alla letteratura, fondendo elementi di narrativa tradizionale con una riflessione profonda sulla vita, la morte, l'identità e il destino umano.

Il ricco e giovane Augusto Pérez vive in una sorta di "nebbia" esistenziale, una condizione di smarrimento e indecisione che lo rende incapace di trovare un vero senso alla propria vita: “Noi uomini non siamo soggetti né alle grandi gioie né ai grandi dolori, perché queste gioie e questi dolori ci giungono avvolti in un’immensa nebbia di piccoli eventi. E la vita non è altro che questo, nebbia”.

Augusto è un giovane intellettuale di classe media che si sente alienato dal mondo che lo circonda. La sua esistenza, inizialmente monotona, si complica quando incontra una donna, Eugenia, che lo fa innamorare e lo spinge a riflettere sulle sue scelte esistenziali.

Il romanzo si sviluppa attraverso i pensieri e le azioni di Augusto, che, in un continuo dialogo interiore e con gli altri personaggi, si interroga sul suo posto nel mondo. Unamuno gioca con la percezione della realtà, creando situazioni che si rivelano essere incerte e ambigue. Fin qui ci sono alcune somiglianza con La coscienza di Zeno di Italo Svevo. La storia prende però una piega inaspettata quando Augusto decide di mettere in discussione la sua stessa esistenza e quella dei personaggi che lo circondano, arrivando a una riflessione meta-letteraria sul ruolo dell'autore e dei suoi personaggi.

Il romanzo racconta una storia d’amore, ma anche una storia dell’angoscia e della noia di un personaggio che incarna un alter-ego non solo dell’autore, bensì di tutta l’umanità. Tanto è vero che a un certo punto, il personaggio e l’autore si conoscono, hanno un dialogo drammatico, in cui il personaggio, deluso dall’amore, afferma che ha intenzione di suicidarsi e l’autore gli dice che non potrà farlo, perché sarà lui a farlo morire, come in effetti avverrà. Questa situazione fa crollare la classica struttura del romanzo, costringendo il lettore a domandarsi chi sia realmente l’autore e chi sia invece il personaggio dell'opera. Qual è la finzione, quale la realtà? «La mia vita è un romanzo, una novella … o che altro ancora? Tutto quello che succede a me, e a quelli che mi stanno intorno, è realtà o finzione? Non sarà forse un sogno di Dio o di chissà chi, che svanirà nel nulla quando Lui si sveglierà? E non sarà per questo che Gli dedichiamo cantici e preghiere, per continuare a farlo dormire, per conciliargli il sonno?”. E ancora«Io per lo meno posso dirti che per quanto mi riguarda, uno dei momenti in cui provo più vergogna è quando resto da solo a guardarmi allo specchio, e nessun altro mi vede. Finisco col dubitare della mia stessa esistenza, e siccome non riesco a riconoscermi, immagino di essere un sogno, un’entità immaginaria...».

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, con questo libro de Unamuno esprime l’angoscia della società, dei suoi elementi più evoluti, mettendo in scena una sorta di teatro dell’assurdo, creando una storia che, iniziata come un romanzo classico (con trama, personaggi, sentimenti), implode su sé stessa, si sfilaccia per dimostrare quanto sia sfilacciata e insensata l’esistenza. Il senso di disorientamento e di sconfitta del personaggio è quello dell’umanità, che vive una crisi di identità esistenziale.

L’autore però ha la speranza e la fede che l’uomo possa mutare. Si tratta di una fede religiosa dove il dubbio ha una parte essenziale, ma nella quale l’incertezza sono è fine a sé stessa, bensì aperta alla costruzione di qualcosa, a una speranza. «E pensare è dubitare, nient’altro che dubitare. Si crede, si sa, si immagina senza dubitare; né la fede, né la conoscenza, né l’immaginazione prevedono il dubbio, e il dubbio addirittura le distrugge: ma non si pensa senza dubitare. Ed è il dubbio che trasforma la fede e la conoscenza, che sono qualcosa di estatico, di placido, di morto, in pensiero, che è invece qualcosa di dinamico, di inquieto, di vivo».

 Una delle caratteristiche più sorprendenti di Nebbia è il suo stile, all’epoca altamente innovativo, che rompe con le convenzioni narrative tradizionali. Per certi versi, esso anticipa le esperienze di Joyce, Wolf e Svevo, dando forma al flusso di coscienza, unito all’atteggiamento disincantato del protagonista. Il romanzo è strutturato in forma di dialoghi tra i personaggi, ma anche in forma di monologhi interiori del protagonista. Questi monologhi si alternano a riflessioni filosofiche che spaziano dalla libertà individuale all'idea di morte e di destino.

De Unamuno introduce anche il concetto di "punto di vista" come una riflessione sulla realtà e sull'illusione. La "nebbia" che permea la vita di Augusto simboleggia l'incertezza e l'irrazionalità dell'esistenza umana. Il romanzo solleva domande profonde sull'identità, il libero arbitrio e la condizione umana, sfidando il lettore a confrontarsi con i propri dubbi e le proprie incertezze.

Un altro aspetto importante dell'opera è la critica alla società dell'epoca, e al contempo una riflessione sull'individuo come essere isolato, incapace di connettersi pienamente con gli altri e con il mondo circostante. Le difficoltà e le angosce di Augusto sono specchio delle sue lotte interiori e della sua ricerca di significato in un mondo che appare privo di certezze. L’autore riassume tali angosce con una riflessione leopardiana: “Quasi tutti gli uomini si annoiano inconsapevolmente. La noia è il fondo della vita, ed è la noia che ha inventato tutti i giochi, le distrazioni, i romanzi e l’amore. La nebbia della vita trasuda una dolcissima noia, agrodolce liquore”.

Il compito del romanziere, dell’intellettuale, è quello di smascherare l’insensatezza dell’esistenza, la follia dell’uomo, il suo credersi padrone del proprio destino. La denuncia della gratuità assoluta della vita non è fine a sé stessa, ma è un modo per delineare la possibilità di una rinascita. Ecco perché, scrivendo una nota al romanzo vent’anni dopo la sua pubblicazione, l’autore denuncia l’idiozia imperante, che si concretizzava in un atteggiamento comune che portò l’umanità verso la guerra mondiale (e che, pochi anni dopo, l’avrebbe condotta verso un’altra guerra): “L’essenza del puro idiota sta nel fatto che egli non sospetta minimamente di essere un idiota, si crede in buona fede furbo, e quanto più grande è l’idiozia che ripete – perché le idiozie non si dicono, ma si ripetono soltanto – tanto più si convince di enunciare una profonda verità. Per questo il puro idiota è idiota positivo e aggressivo e offensivo, al contrario dell’idiota spurio, che resta sempre negativo e difensivo.

Sono parole che andrebbero bene anche per i tanti leoni da tastiera di oggi, per i tanti che, dietro (l’apparente) anonimato di un social network, pontificano su qualunque argomento, pur senza sapere nulla, e si credono i più furbi e i più intelligenti, i soli in grado di conoscere quelle “verità” che qualcuno (i poteri forti, il “sistema”…) nasconde alla massa degli ingenui.

Nebbia è un romanzo filosoficamente ricco e stilisticamente audace, che continua a stimolare il dibattito tra i lettori e gli studiosi. La sua riflessione sulla condizione umana e sulla relazione tra l'autore e i suoi personaggi lo rende un'opera molto più di una semplice narrazione. La capacità di Unamuno di mescolare la filosofia esistenziale con la narrativa, creando un testo che sfida le convenzioni e le aspettative, fa di Nebbia un capolavoro della letteratura del XX secolo.

Se siete interessati a un'opera che esplora le profondità dell'animo umano e la natura stessa della realtà, Nebbia è una lettura imprescindibile che può dire moltissimo anche all’umanità di oggi.

Ed ecco anche la parafrasi del " Paradiso" di Dante Alighieri .  Il libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon....