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mercoledì 22 maggio 2013

Microstoria di un impiegatuccio




Momenti di banalità quotidiana. Qualcuno potrebbe dire che la poesia esiste solo lì. Ma sarebbe un realismo ingenuo; qualcuno potrebbe affermare che la poesia esiste anche lì, intendendo sostenere che chi scribacchia versi dovrebbe comunque ancorarsi a un terreno solido, per poi librarsi nell’aria, senza rischiare di cadere e distruggersi il popò. Mi pare che il mio amato Giorgio Caproni dicesse che una poesia in cui non entra né la parola “scarpa” e né la parola “sedia” non è vera poesia; chissà, la poesia è definibile solo per diverse e successive stratificazioni di senso che ne circoscrivono l’essenza in modo irrimediabilmente parziale. Forse. O forse no. Chissà. Comunque quando faccio colazione al bar, la tettona c’è davvero. Questa non sarà poesia sublime, ma comunissima sbadigliante realtà.


Forse è bello fare colazione alla mattina
tra gli operai che vanno al lavoro
e corteggiano la tettona del banco,
che guarda tutti e non ama nessuno.
Sembra che la giornata non debba iniziare mai.
Un minuto di sguardo intinto nel caffè,
una brioche che balla nella bocca,
e gli occhi azzurri di lei porgono il conto,
conturbanti,
mentre una mano già graffiata dal cemento
freme contando i soldi.
Poi inizia qualsiasi cosa.

Piangeva lacrime come chiodi l’uomo,
una laconica dichiarazione di morte,
un’intera vita racchiusa in due date e qualche parola
asettica e burocratica stampata in nero,
e solo un vetro a dividere l’indifferenza
dall’ultimo dolore dell’esistenza.
Un vetro trasparente per aggrapparsi alla vita furiosi,
finché si è vivi.

L’idea dell’abbandono di certi luoghi
è accettare la fine di cose
che da tempo vagamente amate
ora sono vestigia di un’archeologia esistenziale
che non profuma più di novità.
Poi la nuova avventura è un’illusione
quando i casi della vita, insomma, le ore solite
si colorano del piombo delle pagine lette
sulle panchine nelle ore meridiane
dove si corteggiano le signorine,
le mamme senza passeggino
o comunque quasi tutte le donne che passano.
 

venerdì 24 agosto 2012

Edgar Lee Masters - Spoon River Anthology





Il 23 agosto 1868 nasceva Edgar Lee Masters, uno dei poeti americani più significativi della letteratura mondiale. Oggi mi piace ricordare questo autore citando la celebre poesia che apre la sua altrettanto celebre raccolta poetica. Leggere l'Antologia (famosa in Italia anche perché introdotta nel nostro paese da Cesare Pavese e tradotta da Fernanda Pivano sin dal 1943) è come aprire un libro composto da infinite pagine. Il lettore non si stanca mai, perché può leggere le parti che vuole e può trovare una serie di storie, di vicende, di abbozzi di biografie che lo affascinano ogni volta che le può leggere.
Si tratta di storie "infelici" (i personaggi sono tutti morti, spesso in modo violento e disperato), ma il poeta le rende universali, come fossero le storie di ogni tempo e d’ogni uomo e, con questa operazione artistica, le fa apparire meno dolorose. Il poeta non nega la crudezza della realtà, né tace le malefatte dei protagonisti. I personaggi non appartengono alla nobilita dell'umanità, né sono delle celebrità, eppure egli li rende immortali, consentendo loro di raccontare la loro vita e la loro morte. Anche gli assassini, i ladri e gli ubriaconi trovano posto in questa raccolta: la morte è una livellatrice, certo; e Lee Masters non nasconde le loro misere storie trasfigurandole attraverso la materia poetica. Tuttavia, lo scrittore sembra voler lasciare un messaggio: la colpa dell'assassino e del ladro va condivisa con quella di una società ingiusta e assassina essa stessa. Un po' quel che dice Il blasfemo:
"Prima mi incastrarono con l'accusa di condotta immorale,
non c'era alcuno statuto sulla blasfemia.
Poi mi rinchiusero come pazzo
dove fui picchiato a morte da una guardia cattolica.
La mia offesa era questa:
dicevo che Dio mentì ad Adamo, e lo destinò
a trascorrere una vita da stolto,
ignorando che al mondo c'è il male così come c'è il bene"

LA COLLINA
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l'abulico, l'atletico, il buffone, l'ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.
Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari -
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l'orgogliosa, la felicie?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag -
tutt, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione? *
Tutti, tutti, dormono sulla collina.
Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti -
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dov'è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant'anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all'amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

martedì 28 febbraio 2012

Ritratto di paese



Lavorare in un paesino può avere qualche piccolo vantaggio. Uno, per esempio, è quello di guardare dalla finestra dell'ufficio la piazza quasi deserta in inverno, per scorgere qualche presenza scarsamente umana. Oppure, ascoltare le voci su esistenze strane, sulle sofferenze senza parole che anche qui esistono. E provare a descriverle su un foglio di carta. Ecco il risultato...

Ciondola tra il ristorante e il bar, bar e ristorante,
i baffi pieni d’alcol, gli occhi di fumo
e nella testa, chissà, solo ricordi.
Un amore appassito, un figlio matto,
un’automobile senza batteria, un cuore cieco
e il solito sigaro, quello di suo padre e di suo nonno,
intinto nella solita grappa.

Ma è mai stata giovane, e piacente, quella signora?
Ha amato, forse, ha generato figli,
avrà pianto, riso, bestemmiato e baciato,
ma sempre pensando ad altro,
roteando attorno a sé occhi sprezzanti
e cinismo da terza elementare,
finita a fatica.

Nemmeno le stampelle servono più
se non spalano la neve. E i denti gialli
sono la chiave per commuovere l’assistente sociale.
Ma solo lui. Altri se ne fregano e sonnecchiano.
Sono in letargo dalla nascita e mangiano bacche.
Tranne la domenica. E l’ultimo giorno dell’anno.

Mucche, pecore, asini, cavalli,
gatti e cani, capre, caprette,
galli e galline, anatre, uccelli,
uomini e donne. Non stanno mai zitti.

È davvero difficile riconoscere qualcuno
che ha lo stesso cognome di mille altri.
Che ha fatto la stessa vita,
ha avuto lo stesso amore affettato,
forse la stessa morte, la stessa bestemmia in bocca,
lo stesso dio. E lo stesso nulla.

Tanti scendono giù, la mattina,
e salgono la sera. Altri sono scesi per non tornare.
Altri salgono quassù per disperazione.
E non scendono mai più.
Qualche laccio pende ancora, dai rami,
nel bosco verdeggiante.

Festa estiva in piazza, finalmente un divertimento,
gioia discreta negli occhi del parroco,
il matto ride di sé senza essere perso a calci,
ubriacarsi è un dovere, mentre laggiù
sfilano le spose del futuro, verginali e vogliose.
Poi è il lampo, il tuono, la pioggia:
è già finita l’estate.

Un cantiere là, un altro qua, un altro lassù,
un altro in costa, un altro in valle. Castelli di sabbia.
In cemento. Vuote di villeggianti.
Piene di speranze e di denari.
Come parole di una lingua straniera
scritte su manifesti che nessuno capisce.
E pieni di sputi.

A volte è un deserto di case, prati, nebbia e neve.
Non è sempre brutto, anzi. La vita pulsa anche qui.
Si mangia troppo e si beve male. Questo è un delitto.
E si consuma troppa carta per le poche penne in vendita
alla carto-libro-frutti-salumeria.

Qui non osano le aquile, solo i piccioni.
I merli ogni tanto, eppure quanti spari in autunno!
La mattina è un concerto. Le nubi poi sanguinano.
Ma nessuno se ne accorge. La terra è sempre fertile.
Le donne pure. Soprattutto straniere.
Una piccola moschea non starebbe male, qui.

Una vallata punteggiata di luci. E case buie.
Alberi di noci che nereggiano (alla Carducci)
oltre i vetri della pizzeria.
L’inverno sbadiglia nelle pieghe del pomeriggio.
Ah la signora Maria, che non invecchia mai!
Pure lei eterna. Come le pietre, i muri.

Il pensionato bivacca in piazza
sin dalla mattina del lunedì.
Martedì e mercoledì in farmacia,
giovedì a passeggio con la moldava
alta quattro metri più di lui.
La settimana finisce nell’accappatoio grigio,
ma forse non è mai cominciata…

È meglio parlare coi muri, quassù:
sanno più cose delle persone, sono più loquaci,
non contraddicono mai. Hanno l’alito migliore.
E non ruttano, né sputano. Rispondo a tono.
Loro sì che hanno una vita normale!

La noia, sì, la noia. Vissuta da tutti ma incompresa.
La salvezza, forse, o un’àncora di salvezza,
per chi vive in questo posto difficile
che non è più pianura e non ancora montagna.
Sospeso tra terra e cielo. Senza identità.
Se non quella anagrafica.

Febbraio 2012

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