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domenica 26 marzo 2017

Assalone, Assalonne! (W. Faulkner)


Scriveva Borges nel 1937 a proposito di Assalonne, Assalonne!: “A Faulkner piace esporre il romanzo attraverso i personaggi. Il metodo non è del tutto originale ... ma Faulkner vi trasfonde una intensità quasi intollerabile. In questo libro di Faulkner vi è un’infinita decomposizione, un’infinita e nera carnalità”. Un grande scrittore che coglie bene il nucleo di un’opera di un altro grande scrittore, qual è stato William Faulkner (1897-1962). Il libro venne pubblicato nel 1936, ed è considerato tra i più difficili e drammatici tra quelli scritti da Faulkner. Il titolo è un personaggio biblico, Assalonne, crudele e vendicativo (cfr. il II Libro di Samuele), che tentò di usurpare il trono del padre David, ma venne sconfitto e trucidato.
La storia che Faulkner racconta è molto complessa, sia per l’intricato intreccio delle vicende che la caratterizzano, sia per la struttura del libro. La storia è descritta a posteriori dai personaggi che l’hanno vissuta, oppure da chi, come Quentin, il giovane narratore della parte finale, l’ha sentita raccontare dal nonno e dal padre. È il racconto della illusoria floridità e della rapida decadenza di un personaggio diabolico, Thomas Sutpen, personaggio senza scrupoli, violento, rozzo, insensibile, razzista e schiavista, sullo sfondo della guerra civile americana del 1861-1865. Il destino amaro del protagonista trascinerà con sé, nella polvere, anche la sua sfortunata discendenza.
Il romanzo, dunque, non è narrato né in prima né in terza persona; ma, come detto, si svolge seguendo il racconto di diversi personaggi. Il lettore deve stare molto attento per non perdere il filo: infatti, le vicende sono descritte da punti di vista eterogenei, e i salti temporali sono frequenti, tanto che si passa dal 1833, l’anno in cui Sutpen apparve nella contea di Yoknapatawpha nel Mississippi, al 1909, al momento della conclusione definitiva della vicenda. Si percorrono quasi ottant’anni di storia americana, segnati dalla guerra civile, alla quale parteciparono sia Sutpen, sia suo figlio Henry, sia la figlia Judith, sia l’amico di costui, Charles Bon, un ragazzo nato anni prima da una relazione tra Sutpen e una donna di colore haitiana. Il periodo chiave del racconto, però, concerne il quinquennio 1861-1865, allorché si svolgono i fatti che costituiscono la parte predominante dell’intreccio. Per il lettore è utilissima la cronologia posta alla fine del libro, nonché la descrizione delle vicende dei diversi personaggi: solo in questo modo è possibile non smarrirsi mentre si segue, a fatica, lo svolgersi delle drammatiche vicende descritte del libro.
La scrittura è intensa, i periodi sono lunghi, traboccanti di subordinate, di parentesi che spesso si aprono senza chiudersi; la narrazione a volte è affidata a brandelli di lettere, ricordi spezzati, racconti riferiti da altri. Sullo sfondo troneggia la diabolica figura di Thomas Sutpen, un uomo che rovina qualunque cosa tocchi o qualunque essere umano cada nella sua sfera d’influenza. Da giovane, trasferitosi ad Haiti, aveva avuto un figlio da una donna; quando ha saputo che questa donna aveva sangue “negro”, l’ha ripudiata, abbandonando il figlio, che era Charles Bon, futuro amico di suo figlio Henry Sutpen, e futuro fidanzato di Judith Sutpen.
La sensazione principale, leggendo la storia, è che tutti questi personaggi siano legati da un destino tragico, predeterminato, al quale non possono sfuggire. Sullo sfondo aleggia la figura di Thomas Sutpen, il quale non narra nulla, non ha quasi voce, dal momento che sono gli altri, quelli legati a lui da diversi rapporti, a prestarli voce. D’altra parte: com’è possibile rappresentare il male? Dice Judith, la figlia, a proposito della presenza “assente” del padre, del suo esserci: “Lui non era lì. Qualcosa mangiava con noi; noi parlavamo a questo qualcosa ed esso rispondeva alle nostre domande; sedeva con noi davanti al fuoco la sera e, levandosi senza preavviso, da qualche profonda e stupefatta inerzia completa, parlava, non a noi … ma all’aria”.
Dunque quando torna dalla guerra civile, Sutpen è un “qualcosa”. Trova a casa la figlia, Judith, Clytie, una ragazza di colore avuta da una relazione con una schiava, e la giovane cognata, Rosa Coldfield, alla quale farà un proposta di matrimonio. Perché naturalmente la moglie, Ellen Coldfield, è morta. Tutto muore accanto a lui. È un demonio che trasforma in cenere qualunque cosa egli tocchi. Ma è anche un uomo che da ragazzo è stato mortificato da un proprietario terriero e che, per reazione, cercherà per tutta la vita di divenire lui stesso un proprietario terriero, calpestando gli altri e i propri stessi figli, le donne, per arrivare a essere ricco.
Un libro come questo non si può riassumere in poche righe. I temi sono moltissimi e i colpi di scena, descritti senza enfasi retorica, sono sempre presenti. Il rapporto tra i fratelli Sutpen, Judith ed Henry, appare ambiguo, quando giunte tra loro Charles Bon, amico intimo di Henry, e presto fidanzato di Judth. Ma Charles è figlio illegittimo di Sutpen: il sospetto diviene certezza allorché Sutpen si reca a New Orleans per accertarsene. A questo punto egli si oppone all’unione incestuosa, senza spiegarne i motivi, ma imponendo la sua volontà, tragicamente come sempre. Poi Charles morirà in guerra, e chi soffrirà maggiormente per questa perdita è Henry, il quale vede in Charles l’uomo che sarebbe voluto essere. Dunque fantasie omosessuali e incestuosi, simbiosi e scambio di personaggi: “dovette essere Henry a sedurre Judith, non Bon: a sedurla… mediante quella telepatia con cui da piccoli parevano a volte precorrere l’uno le azioni dell’altra così come due uccelli lasciano un ramo nello stesso istante; quel rapporto quale potrebbe esistere tra due persone… abbandonate alla nascita su un’isola deserta: l’isola in questo caso era Sutpen’s Hundred: la solitudine, l’ombra di quel padre con cui non solo il paese ma perfino la famiglia materna aveva ipotizzato un armistizio anziché accettarlo e assimilarli”.
Al di là dell’intreccio, quel che riluce nelle pagine di Faulkner è la desolazione dell’animo umano, la consapevolezza che l’abisso del male è sempre spalancato davanti all’uomo. Sarebbe facile affermare che gli eventi tragici del ‘900 abbiamo confermato tale idea; in realtà, Faulkner non asserisce una verità storica, bensì filosofica, ossia universale e generalizzata. E non è casuale il richiamo alla Bibbia del titolo: il romanzo è infatti una storica appartenente alla notte dei tempi, un’epopea tragica e assoluta, fatta da dolore, desolazione, disfacimento etico e umano. E gran parte di questa epopea si dipana per opera del “mostro”, del patriarca Sutpen, il quale incarna il male perché agisce creando dolore. Ma lui stesso è stato umiliato e ferito da ragazzo. Ciò significa che la catena dei mali è ininterrotta e che le vendette non portano altro se non male ulteriore. Per questo Sutpen non può essere scusato, perché, come nell’antichità, chi è gravato da un destino tragico, è comunque colpevole. Tuttavia, a differenza degli eroi omerici, che anche nella tragedia, nel compiere il male, possedevano una grandezza e una fierezza indomabili, Sutpen si sottrae al proprio ruolo: non è fiero né eroico, né capace di compiere il male attivamente. È un uomo avido, vendicativo, che pensa a se stesso, al proprio benessere e che non è nemmeno capace di concepire odio verso qualcuno, perché vive solo per se stesso. Su di lui, e sui suoi discendenti, grava una colpa atavica, qualcosa che non può essere espresso e che li conduce tutti alla rovina, lentamente, senza che loro possano attivamente muoversi per impedire che lo sfacelo si compia.
Insomma, è come se esistesse un Fato che ha già deciso i destini dei personaggi, i quali appunto non possono sottrarsi ad esso. In questo modo i miti greci si mischiano con i personaggi biblici: Caino e Abele, ma anche Edipo, fino a creare un racconto drammatico, senza speranza. Il lettore è messo a dura prova: la stessa struttura del libro, complessa perché composta da registri narrativi eterogenei, richiede un grande sforzo. Da un lato vi è certamente l’influsso di Joyce, dall’altro permangono gli stilemi del romanzo ottocentesco classico, nei quali la trama di snoda con coerenza e linearità. Ma si tratta solo di momenti, perché Assalonne, Assalonne! trascende le forme narrative per porsi come esempio di tragedia classica esposta in chiave moderna. I suoi eroi non hanno la grandezza di quelli greci: per loro la vita è passata e sono solo ombre che non lasciano più traccia. Nessuno andrà a trovarli nell'Ade: la loro esistenza è narrata a posteriori, da chi li ha conosciuti, o è narrata da loro stessi con l’amarezza assoluta di dover ammettere che il proprio destino, iscritto nella carne sin dal loro concepimento, è stato spietato.
Forse l’autore vuole dire che il venire al mondo è di per sé qualcosa che immette l’individuo in un “groviglio” fatale, perché vivere significa incontrarsi con tante altre persone che, tutte quante, cercando felicità, benessere e successo. Anzi, ognuna “tenta” di essere qualcosa, senza sapere mai se ci riuscirà. Ognuno cerca di lasciare una traccia di sé di diversi modi, una “scalfittura”. E mentre ognuno prova ad agire per se stesso, non fa altro che toccare e danneggiare gli altri, i cui tentativi di emergere sono quasi sempre vani, finché il tempo scade, arriva la morte, e rimane pochissimo di sé, forse un blocco di marmo con qualche segno: “Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché, solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentando, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gambe e gli altri tentano tutti quanti e neanche loro sanno perché, tranne che le cordicelle s’impicciano tutte a vicenda, come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercare di fare una stuoia sullo stesso telaio, solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, lo sapete, sennò Coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra, purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o che ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende, e dopo un po’ non si ricordano neppure il nome e quello che le scalfitture tentavano di dire, e non ha importanza. E così forse se tu potessi andare da qualcuno… e dargli qualcosa – un pezzo di carta – qualcosa, qualunque cosa, non certo perché abbia un significato in sé e gli altri non debbono neppure leggerlo o tenerlo, nemmeno preoccuparsi di buttarlo via o distruggerlo, almeno sarebbe qualcosa giusto perché sarebbe accaduto, sarebbe ricordato quand’anche solo passando da una mano all’altra, da una mente all’altra, e sarebbe almeno una scalfittura, qualcosa, qualcosa da poter lasciare un segno su qualcosa che ‘fu’ una volta per il motivo che può morire un giorno, mentre il blocco di pietra non può essere ‘è’ perché non può mai diventare ‘fu’ perché non può mai morire…”.

venerdì 24 agosto 2012

Edgar Lee Masters - Spoon River Anthology





Il 23 agosto 1868 nasceva Edgar Lee Masters, uno dei poeti americani più significativi della letteratura mondiale. Oggi mi piace ricordare questo autore citando la celebre poesia che apre la sua altrettanto celebre raccolta poetica. Leggere l'Antologia (famosa in Italia anche perché introdotta nel nostro paese da Cesare Pavese e tradotta da Fernanda Pivano sin dal 1943) è come aprire un libro composto da infinite pagine. Il lettore non si stanca mai, perché può leggere le parti che vuole e può trovare una serie di storie, di vicende, di abbozzi di biografie che lo affascinano ogni volta che le può leggere.
Si tratta di storie "infelici" (i personaggi sono tutti morti, spesso in modo violento e disperato), ma il poeta le rende universali, come fossero le storie di ogni tempo e d’ogni uomo e, con questa operazione artistica, le fa apparire meno dolorose. Il poeta non nega la crudezza della realtà, né tace le malefatte dei protagonisti. I personaggi non appartengono alla nobilita dell'umanità, né sono delle celebrità, eppure egli li rende immortali, consentendo loro di raccontare la loro vita e la loro morte. Anche gli assassini, i ladri e gli ubriaconi trovano posto in questa raccolta: la morte è una livellatrice, certo; e Lee Masters non nasconde le loro misere storie trasfigurandole attraverso la materia poetica. Tuttavia, lo scrittore sembra voler lasciare un messaggio: la colpa dell'assassino e del ladro va condivisa con quella di una società ingiusta e assassina essa stessa. Un po' quel che dice Il blasfemo:
"Prima mi incastrarono con l'accusa di condotta immorale,
non c'era alcuno statuto sulla blasfemia.
Poi mi rinchiusero come pazzo
dove fui picchiato a morte da una guardia cattolica.
La mia offesa era questa:
dicevo che Dio mentì ad Adamo, e lo destinò
a trascorrere una vita da stolto,
ignorando che al mondo c'è il male così come c'è il bene"

LA COLLINA
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l'abulico, l'atletico, il buffone, l'ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.
Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari -
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l'orgogliosa, la felicie?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag -
tutt, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione? *
Tutti, tutti, dormono sulla collina.
Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti -
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dov'è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant'anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all'amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

domenica 4 settembre 2011

Herzog di Saul Bellow



“le sue recenti sventure potevano essere viste come un piano collettivo, con se stesso nel ruolo di partner, diretto a distruggere la propria vanità e la propria ambizione ad avere una vita personale, per dargli modo di potersi disintegrare e soffrire e odiare, come tanti altri, non appeso a una cosa tanto pregiata come una croce, ma giù nella melma del post-Rinascimento, post-Umanesimo, nella dissoluzione post-cartesiana, a un passo dal Vuoto”.
Con queste parole Bellow tratteggia una delle tante, embrionali, epifanie di Moses E. Herzog, il quale cerca se stesso e non si trova quasi mai, forse perché non sa nemmeno chi e cosa cerca. La dissoluzione di un mondo di valori sociali ed etici sceglie vie singolari per manifestarsi. In Herzog, capolavoro di Saul Bellow (1915-2005) pubblicato nel 1964, tale dissoluzione traspare attraverso le avventure di un uomo, un intellettuale, che si scopre, a quarantacinque anni (e con alle spalle due matrimoni falliti, due figli, una carriera universitaria interrotta, e una nuova amante), sull’orlo del Vuoto. Con la “V” maiuscola, perché è un vuoto metafisico, dunque non è il niente in sé e per sé, bensì qualcosa che lo è diventato, il niente.
Siamo negli Stati Uniti degli anni ’60. È un’America borghese e capitalista, post-kennediana, cinica quanto basta, che dà fastidio a Herzog. Egli è sempre fuori posto. È un uomo di origine ebraica dotato di un’inguaribile tendenza a rievocare la propria povera infanzia, senza essere capace di accorgersi che il tempo è trascorso anche per lui. Questa fissazione degli ebrei per la memoria! I bianchi anglo-sassoni cattolici che vanno e vengono per le vie di New York e Chicago non sembrano avere memoria. Ma forse Herzog pensa così perché non sa guardare mai per terra, mai. Se lo facesse ogni tanto, forse starebbe meglio.
E poi questa America borghese e concreta è una salvezza per un uomo con la testa per aria: la concretezza e i modi spicci lo tengono inchiodato alla sua realtà. Si prenda l’ostilità tenace dell’ultima ex moglie, Madeleine, che si è appena messa con il migliore amico di Herzog, un uomo grezzo ma capace di darsi da fare per costruire un’immagine intellettuale di sé. Quest’odio di Madeleine angustia Herzog, ma lo costringe altresì a muoversi, a decidere, a prendere aerei, treni, auto, per vedere la figlioletta. Anche la bonaria riprovazione del fratello Will Herzog, facoltoso imprenditore di Chicago, consente a Herzog di non smarrirsi. Infine, solo la sua nuova amante, Ramona, una fioraia procace e dolce, assai lontana dalla seconda moglie, invidiosa del successo intellettuale di Herzog, lo aiuta a stare meglio. A un certo punto è il suo avvocato di Chicago che gli spiega nel modo forse più efficace perché con Madeleine è andato tutto male: “Perché tu, che sei un intellettualone, ti sei sposato una femmina intellettualona. In ogni intellettuale, da qualche parte, c’è sotto una stronza testa di cazzo qualsiasi. C’è gente come voi che non sa neanche rispondere alle vostre domande” .
Più chiaro di così. Ma non è chiaro affatto per lui! Perché Herzog sa che, come un destino ineluttabile, lui è obbligato a essere un Herzog. E ciò basta. Arrabbiato, intenzionato a far valere le proprie ragioni contro la ex moglie malvagia, il suo ex amico gradasso e traditore. Ma in realtà Herzog è intenzionato a far valere le proprie ragioni contro il mondo intero. Ecco la nevrosi! Ecco il problema, l’eterna inquietudine!
La nevrosi di Herzog è quella dell’intellettuale che, circondato da una società che si affanna a vivere senza domandarsi quasi mai che senso abbia farlo, ha in animo di costringere a riflettere più persone possibili sul senso dell’esistenza. Che presunzione infantile! Che arroganza! Che Narciso inguaribile! Alla sua età! Ha ragione il suo psichiatra a diffidare di lui (forse perché si è innamorato della sua ex moglie, Madeleine): “Herzog lavorava in una dimensione diversa – stava compiendo, così credeva, l’opera del futuro. Le rivoluzioni del ventesimo secolo … avevano creato una vita privata ma poi non avevano offerto nulla per riempirla. Era a questo punto che quelli come lui entravano in scena. Il progresso della civilità – anzi, la sopravvivenza della civiltà – dipendeva dai successi di Moses E. Herzog”.
Povero Herzog, così sensibile, così colto e tanto inconcludente! E così ingenuo da credere che il mondo aspetta di essere salvato da lui. Ci vorranno badilate e badilate in faccia, prima che egli capisca che il mondo non può essere redento da lui. Ramona, la sola donna che lo ama veramente, benché non sia un’intellettuale né ambisca a esserlo, glielo dice: “[Herzog] era un uomo tentato da Dio, che agognava alla grazia, ma che fuggiva a grandi passi dalla propria salvezza, spesso a portata di mano. Questo Herzog, quest’uomo dai molti talenti, per qualche motivo aveva sopportato nel suo letto una femmina frigida, intellettualoide, castratrice, le aveva dato il proprio nome e ne aveva fatto strumento di creazione, e lei lo aveva trattato con disprezzo” .
Tuttavia non è ancora il momento, per Herzog, di accettare le braccia di Ramona per sempre, sposandola. Sarebbe così semplice abbandonarsi a lei che non domanda altro che accudirlo. Lui però ha sempre altro da fare, altro cui pensare, che limitarsi a sopravvivere. La sua nevrosi si somatizza nello scrivere lettere che non spedisce mai. Scrive a chiunque: alla ex-moglie, al suo ex-amico, al suo avvocato, al suo psichiatra, all’ex Presidente Eisenhower, ai vari colleghi professori, a Spinoza, Nietzsche, perfino a Dio.
È un delirio di grafomania: si sente quasi investito da una missione: nell’epoca post-Umanistica, scientifica e tecnologica, lui è un inattuale, ma un inattuale che pretende di redimere il mondo. E per farlo, inizia dalle persone che gli stanno vicino, le quali, però, non hanno alcuna intenzione di essere redente da lui. E lo odiano o lo amano non per come lui dovrebbe essere, ma per come è, incostante, pigro, colto, intelligente. Insomma, Herzog. Ma lui è testardo e scrive, scrive: “che altro possono fare le persone che pensano e gli umanisti, se non affannarsi a cercare parole adatte?... È un po’ di tempo che scrivo lettere a destra e a manca come un forsennato. Parole e ancora parole. Io vado alla ricerca della realtà con il linguaggio…”.
Ma questa nobile idea filosofica è troppo complicata. E allora la realtà, stufa di questo attendismo, cerca di mettere lei a posto le cose, più o meno. Herzog va a Chicago; prima passa dalla casa del suo defunto papà: prende con sé alcuni cimeli. Dei rubli russi e una pistola carica. Poi va sotto casa di Madeleine e vede il suo ex-amico che fa il bagnetto alla sua figlioletta, la piccola June. Voleva forse ammazzare i due concubini? Chissà. Il giorno dopo Herzog può riabbracciare June: la porta in giro, le fa dei doni, è felice, è un papà premuroso e poi Madeleine, benché carogna, gli ha sempre detto che la figlia la può vedere quando vuole. Che bello essere papà e basta. Ma non è facile, i pensieri intellettuali lo disturbano. Perciò, mentre è in auto con June, ha un incidente: la piccola non si fa nulla, ma lui passa dei guai dato che si è dimenticato nella tasca della giacca la pistola carica. Che fesso! Madeleine corre alla stazione di polizia a recuperare la piccola June, mentre Herzog esce da lì solo perché il fratello Will gli paga la cauzione. Sembra il punto più basso della sua vita. Ma Herzog ha già intuito che esistono diversi modi per guardare la realtà e che una qualche verità incerta e a pezzetti, forse, si trova a metà strada tra il pensiero e l’azione: “… non è detto affatto che il non pensare sia fatale. Credevo sul serio che sarei morto quando si fosse arrestato il pensiero? Macché, temere una cosa del genere è davvero da pazzi”.
Per ripigliarsi Herzog si rifugia nella sua vecchia casa di campagna nel Massachusetts. La casa è in decadenza e trascorre alcuni giorni senza corrente elettrica. Mangia scatolette di carne e fagioli. Ma quell’isolamento non funziona più. Non può essere un eremita. Ha un gran desiderio di vita vera, anche se non osa confessarlo. Suo fratello Will va a trovarlo: Herzog allora si scuote. Gli attaccano la corrente, l’acqua torna in casa, si fa la barba, scende in paese a fare spesa. È più lucido, meno vanesio: “se la vita non spiegata non vale la pena di viverla, la vita spiegata è non meno insopportabile”. Finalmente un pensiero terreno! Herzog sta davvero diventando un’altra persona? Chissà… Lì in campagna scrive una lettera severa a Nietzsche: “Ripudiamo il genere umano come esso è, questa plebaglia volgare, gretta, fraudolenta, puzzolente, non illuminata… e non soltanto la plebaglia operaia, ma anche peggio la plebaglia ‘istruita’ con i suoi libri, concerti, conferenze… meritano tutti di morire e moriranno. Okay. Tuttavia i suoi estremisti devono sopravvivere. Senza sopravvivenza, niente Amor Fati. Anche i suoi immoralisti mangiano carne. Vanno in autobus…”.
Alla fine, sperduto nella campagna, Herzog si rilassa e si lascia andare. Ogni tanto torna ad arrovellarsi, a riflettere solo su se stesso, su cosa è e cosa non è. Ma lo fa con maggiore chiarezza e minore vittimismo: “Perché devo essere così angosciato… Ma lo sono, e ai cani vecchi non gli si può insegnare. Io sono così e così, e continuerò ad essere così e così. E perché reprimersi? Il mio equilibrio nasce dell’instabilità. Non organizzazione, o coraggio, come per l’altra gente. È duro, ma così. A queste condizioni io, io pure – persino io! – imparo certe cose. Forse è il solo modo in cui lo so fare. Bisogna che suoni lo strumento che mi ritrovo”.
Benedetta epifania! E per fortuna la realtà continua a perseguitarlo con amore. La procace e concreta Ramona riesce a scovarlo. Lo ama, è evidente, anche se Herzog ogni volta ne è stupito. Allora lui la invita a cena nella sua casa sistemata meglio che si può. Che succederà ora? Non lo sappiamo. Herzog è un inconcludente nato, dunque la sua storia non ha una fine. Non potrebbe averla, non possiamo pretendere da lui uno sforzo ulteriore verso la compiutezza, la stabilità, l’equilibrio. Noi gli vogliamo bene così e abbiamo un sospetto, una speranza. Che sposi Ramona. La sacerdotessa del sesso, così dolce, affettuosa e con i piedi ben piantati per terra. Dopo quasi cinquant’anni di volteggi in aria, caro Herzog, ne avresti bisogno…

Ed ecco anche la parafrasi del " Paradiso" di Dante Alighieri .  Il libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon....