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sabato 29 dicembre 2012

L’ULTIMA THULE di Francesco Guccini





Sin dal titolo sembra davvero l’ultimo album di Francesco Guccini. Chissà se sarà così, l’arte non si controlla, anche se, forse, Guccini da tempo avverte che la sua vena creativa è meno prolifica e che è necessario diradare gli album. D’altra parte, sono passati più di otto anni dall’ultimo disco di canzoni nuove (Ritratti del 2004). In fondo, però, Guccini è coerente perché, a parte l’inizio della sua carriera, non ha mai sfornato album in serie. La creatività ha bisogno di pause, silenzi, pensieri e, nel suo caso, può ormai permettersi di non osservare le logiche commerciali. 
Io penso che questo album sia di un livello artistico superiore rispetto agli ultimi due. Le musiche sono più articolate e ricche (la direzione artista è di “Flaco” Biondini), mentre dal punto di vista poetico non esiste un unico tema, bensì una serie di tematiche presentate sotto diverse colorazioni artistiche.  
Nel disco è presente, per esempio, la nota intimista (nel brano Notti, soprattutto), ma esiste anche il cantautore impegnato oppure quello che riflette sul senso dell’essere artista senza sentirsi tale (Gli artisti dove canta con disincanto: “Fabbrico sedie e canzoni/erbaggi amari, cicoria,/o un grappolo di illusioni/che svaniscono dalla memoria,/ e non restano nella memoria”) oppure il Guccini che si dedica a una “pacata” invettiva contro la società moderna. Penso in questo caso a Il testamento di un pagliaccio in cui, veleggiando tra François Villon e De Andrè, l’autore tesse un elogio della follia o della matta saggezza di un pagliaccio, il cui mondo alla rovescia sembra il solo mondo reale: “Cari amici, ascoltatemi un momento,/sta per morire, e così l’ha finita/la pagliacciata che chiamava vita/sta per morire e ha fatto testamento”.
Nonostante gli anni, rimane viva in Guccini la capacità di cogliere il senso delle cose dalle pieghe del vivere, dai momenti in apparenza meno significativi della realtà. Il racconto del dramma dell’esistere è privo di retorica. Per esempio, ne L’ultima volta un paio di semplici sandali che gli erano stati regalati da bambino e che allora erano un oggetto quasi sacro, diviene il correlativo oggettivo per una riflessione amara su un tempo irrimediabilmente scomparso.
Il legame con le proprie radici montanare sembra più saldo, come se solo attraverso di esso esistesse la possibilità di non perdersi in una modernità cui non s’appartiene. Non a caso, con versi che a me ricordano l’atmosfera dei Preludes di T. S. Eliot, in Canzone di notte n. 4 Guccini canta: “Ehi notte che mi arrivi di soppiatto,/notte senza rumori e senza imprese,/ehi notte che ti strusci come un gatto/contro gli angoli più oscuri del paese,/ehi notte che ti insinui in ogni anfratto,/notte pavanese”.
Una delle caratteristiche tipiche di Guccini, che si è andata accentuando negli anni, è la sua professione di non appartenenza a ciò che si potrebbe chiamare il mondo moderno, la società d’oggi. Si tratta di un atteggiamento privo di snobismo, perché è una scelta di vita di un artista che ha trovato nella categoria dell’opposizione la sua dimensione. Non so se tale scelta sia maturata in sintonia con le avanguardie della poesia italiana del secondo dopoguerra. Potrebbe essere solo il frutto di una meditazione personale. 
L’opposizione di Guccini possiede un carattere universale, direi esistenziale, di certo non solo sociale o politico. Si tratta di un percorso verso la ricerca di sé mirante alla definizione del senso di non appartenenza a un mondo infarcito di ipocrisia. Questo percorso credo nasca con la celeberrima L’Avvelenata (1976): “mi piace far canzoni e bere vino,/mi piace far casino, poi sono nato fesso/e quindi tiro avanti e non mi svesto/dei panni che son solito portare:/ho tante cose ancor da raccontare/per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto”; passa attraverso un’invettiva più rabbiosa e generalizzata come quella contenuta in Cyrano nel 1996: (“Facciamola finita, venite tutti avanti/nuovi protagonisti, politici rampanti;/venite portaborse, ruffiani e mezze calze,/feroci conduttori di trasmissioni false”), per approdare nel 2000 alla più quieta coscienza di aver raggiunto questo stato di indifferenza e non appartenenza, come nel brano Addio dell’album Stagioni: “Nell’anno ‘99 di nostra vita/io, Francesco Guccini, eterno studente […] dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,/riflettori e paillettes delle televisioni,/alle urla scomposte di politicanti professionisti,/a quelle vostre glorie vuote da coglioni”.
Mi pare che questa volta l’intero album L’Ultima Thule sia permeato da questo sentimento di non appartenenza, pur declinato in diverse prospettive. Qui la non appartenenza a una temporalità irriconoscibile diventa contraltare di un’appartenenza dichiarata senza veli a un mondo scomparso da tempo, quello dell’infanzia e dell’adolescenza pavanese (L’Ultima volta e Canzone di notte n. 4), quello della resistenza e dei suoi miti sempre più lontani e dimenticati (Su in collina e Quel giorno d’Aprile), quello di un “mestiere” d’artista libero da logiche commerciale o, peggio, politiche (Il testamento di un pagliaccio e Gli artisti).
Il fascino che Guccini possiede, per i suoi fan, è legato alla sua celebre “coerenza”. In realtà questa parola appare vuota, perché è evidente che un uomo che ha alle spalle quasi cinquant’anni di carriera ha di certo mutato stili e idee. Tuttavia persistono in lui alcuni caratteri, letterari e musicali, che lo rendono riconoscibile ovvero qualcuno di cui ci si può fidare. Naturalmente i suoi detrattori stigmatizzano questa stagnazione delle idee e della musica (spesso ingiustamente); ma chi lo apprezza non può che dare un gran valore a questa sua caratteristica. Nella splendida Notti, Guccini sembra dichiarare la sua fede nella coerenza come valore: “Con la coerenza potrai difenderle dalla vergogna, o dare ragione a uno sbaglio, strapparti di dosso il guinzaglio”.
Questa canzone rappresenta anche un classico del Guccini intimista poiché la notte è il momento privilegiato per determinate riflessioni, quando il tempo sembra sospeso e la mente è libera. È allora, forse, che la vacuità dell’affannarsi ingenuo degli uomini appare più fulgida; ma è sempre in questo momento notturno che ci si rende conto che la risposta alla consapevolezza di questa vanità dell’affannarsi non è l’inerte accettazione del nulla, ma il tentativo, titanico, di lasciare comunque una piccola traccia di sé: “Le notti scivolano o raschiano il fondo/lievi di schiuma o pugni di piombo,/imprevedibili come naufragi,/notti da cani randagi./Con la costanza potrai/seguirle fino a un traguardo,/voltarti indietro stupito,/ché non sei neanche partito”. Torna peraltro in questi versi il tema della sfiducia nell’uomo come “animale progettante”, già nobilmente tratteggiata nei versi finali di Incontro (1972).
Un po’ di tristezza nasce ascoltando la canzone che chiude l’album e che a questo dà il titolo, ossia L’Ultima Thule. Questo misterioso regno di ghiacci, ultimo approdo, è “L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo/si spegnerà per sempre ogni passione,/si perderà in un’ultima canzone/di me e della mia nave il ricordo”. La canzone, però, è arricchita dal ricordo positivo di quel che è stato fatto, del cammino compiuto, e l’accettazione del tempo passato e del venir meno delle forze (“Dov’è la forza che mi circondava?/Ora si è spenta ormai, sparita via”) non è un atto di rassegnazione, bensì, mi auguro, di rivendicazione di quel che di buono è stato creato: “Le verità non vere in cui credevo/scoppiavano spargendosi d’intorno,/ma altre ne avevo e giorno dopo giorno/se morivo più forte rinascevo”. Il richiamo alla mitologia è privo di retorica, come già nel brano Odysseus (2004) contenuto in Ritratti.
Guccini è in questo album, ancora una volta, un sano provocatore di dubbi e angosce, vivificanti. Le domande assolute che lui ci spinge a porci non hanno risposta, questo lo sappiamo. Ma una mente viva non può far altro che sbattere il capo contro questi interrogativi senza risposta. Aveva proprio ragione quando scriveva, nella Canzone delle ragazze che se ne vanno (1976): “quando picchierai la testa/contro ai tuoi perché?/allora ti ricorderai di me”. Sì, ce ne ricordiamo, di te.

venerdì 11 giugno 2010

Guccini, omaggio a un burattinaio di parole



Gli auguri si fanno a persone conosciute; a quelle sconosciute ma note perché artisti, si può offrire un pensiero, un omaggio affettuoso. Anche se questo omaggio non arriverà mai nelle mani del “festeggiato”.
La canzone qui sopra, una delle tante affascinanti, racchiude in sé sia il tema del disagio esistenziale, la perdita di alcune certezze e dell’innocenza di una generazione (“Ma le strade sono piene di una rabbia che ogni giorno urla più forte/ son caduti i fiori e hanno lasciato solo simboli di morte”) che, anche nella pacifica Bologna, si avviava a vivere gli anni di piombo. E fa tenerezza ascoltare l’autore che canta “Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino” oppure “ma non ho scuse da portare, non dico più d’essere poeta,/ non ho utopie da realizzare: stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta” oppure: "non passo notti disperate/su qyel che ho fatto o quel che ho avuto,/ le cose andate sono andate e ho come unico rimorso/le occasioni che ho perduto".
Chissà se Guccini, all’alba degli anni ’70, era veramente così dimesso, così angosciato, così tanto “francese” e così poco “americano”, dylaniano, come alla fine degli anni ’60.
Ma questa canzone, e l’album che la contiene (Stanze di vita quotidiana, 1974), secondo me sono importanti per altri due motivi. Il primo, facile da esporre, è che, da quel momento in poi, Guccini apparirà tutt’altro che dimesso e rinunciatario. Il secondo, invece, è gustoso. Quel disco, che Guccini afferma di aver “odiato” perché fu lunghissimo da registrare a causa dei dissidi con il suo produttore d’allora, venne recensito da un giovane critico musicale, Riccardo Bertoncelli. Bertoncelli criticava il tono dimesso delle canzoni, la tendenza rinunciataria, la volontà di chiudersi dentro il piccolo mondo antico delle osterie bolognesi; poi criticava gli arrangiamenti confusi e chiassosi dell’album (e aveva ragione!), mentre concludeva con un’ingenerosa critica a Guccini, definito ormai un autore che non ha più niente da dire e che pubblica dischi solo per vendere. I due poi si conobbero e diventarono quasi amici, appianando il dissidio, anche se nel 1976, nella celebre Avvelenata, Guccini dice che, alla fine, ci sarà sempre “un Bertoncelli a sparare cazzate”. E Bertoncelli, forse, lo ringrazia ancora di questa notorietà.
In effetti Canzone delle osterie di fuoriporta è molto più bella quando è eseguita dal vivo, perché nell’album aveva una struttura musicale un po’ caotica. L’album, tanto vituperato, contiene però un’altra perla di Guccini, Canzone per Piero, che è una nobile volgarizzazione del Dialogo tra Plotino e Porfirio di Leopardi (autore citato peraltro nella canzone).

martedì 26 gennaio 2010

Giornata della memoria



“I giudici [di Gerusalemme] sapevano che sarebbe stato quanto mai confortante poter credere che Eichmann era un mostro, anche se in tal caso il processo sarebbe crollato o per lo meno avrebbe perduto tutto il suo interesse. Non si può infatti rivolgersi a tutto il mondo e convocare giornalisti dai quattro angoli della terra per mostrare Barbablù in gabbia. Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce ne erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe assieme, poiché implica ... che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generis humani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male”.
(H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano, p. 282)

Questa affermazione di Hannah Arendt (1906-1975) è tratta dal suo libro ricavato dalle corrispondenze da lei scritte come inviata a Gerusalemme per assistere al processo contro Adolf Eichmann (1906-1962) nel 1961. È un libro assai noto anche perché il titolo dell’edizione italiana ha un notevole appeal (sebbene l’edizione in lingua originale si intitoli semplicemente Eichmann in Jerusalem). Qui un momento del processo.
Ne parlo perché, approssimandosi la giornata della memoria, mi vengono in mente alcune rapsodiche considerazioni. La banalità del male non consiste naturalmente nella sua svalutazione, bensì nella constatazione della sua vicinanza a noi e della sua “scarsa” originalità. Alla nostra mente, che si crede illuminata, appare impossibile non tanto la comparsa di Hitler o Stalin, quanto il fatto che milioni di uomini li abbiano seguiti e abbiano permesso loro di compiere tutti quei crimini. Possibile che fossero tutti pazzi, che fossero dei mostri o dei criminali nati? Naturalmente non lo erano: molti “collaboratori” di Hitler e Stalin erano uomini “normali”, anonimi padri di famiglia, impiegati, operai. Quello che ci sconvolge, quando avvertiamo l’odore del male assoluto, è perciò la consapevolezza che esso venga spesso compiuto non da un mostro, bensì dal nostro vicino di casa. Allora ci sentiamo vulnerabili, indifesi, incapaci di fare alcunché per evitare di diventarne vittime. Siamo a rischio sempre. Sapere che il male è compiuto da un pazzo, da un individuo folle, isolato, ci rassicura perché tali persone sono in genere facilmente individuabili. E si pensa, spesso a torto, che, eliminato l'elemento malato dalla società, tutto possa tornare in ordine. Al contrario, sapere che il male è compiuto da un uomo ordinario, come noi, ci toglie ogni sicurezza.
Dunque, non solo i protagonisti, gli attori del male assoluto spesso sono persone banali; anche le comparse, ossia coloro che, pur sapendo, tacquero e indirettamente favorirono quei crimini, sono uomini banali. A proposito della corresponsabilità di chi sapeva e taceva, un sopravvissuto ad Auschwitz, l’intellettuale belga Jean Améry (1912-1978), scrive queste parole sui “reduci” che stavano dall’altra parte: “Le brave persone che tanto volentieri avrei salvato sono già scomparse nella massa degli indifferenti, dei maligni e infami, delle megere, vecchie e grasse, o giovani e carine, degli ebbri di autorità che ritenevano di commettere un delitto contro lo stato e contro se stessi se non ci apostrofavano con ordini spietati. I troppi non erano SS, ma operai, archivisti, tecnici, dattilografe: e solo una minoranza fra loro era iscritta al partito [nazista]. Messi tutti insieme erano per me il popolo tedesco. Sapevano perfettamente cosa stesse accadendo intorno a loro e che ne fosse di noi, perché al pari nostro sentivano l’odore di bruciato proveniente dal vicino campo di sterminio, e alcuni indossavano abiti che solo il giorno prima, sulle rampe di selezione, erano stati tolti alle vittime sopraggiunte” (Intellettuale a Auschwitz, Bollati-Boringhieri, Torino 1993, pp. 126-127).
Quando ricordiamo i genocidi della storia, quando pensiamo ad Auschwitz, non dovremmo stupirci e domandarci soltanto “perché” sono avvenuti, ma anche “chi” e “che cosa” li ha permessi. Uno sterminio di massa non nasce mai dalla follia, bensì dalla ragione umana, sì, proprio da lei, da quella facoltà che produce il pensiero, la filosofia, a volte l’arte, ma talvolta pure la morte per sé e per gli altri. Quando i giudici di Gerusalemme “scoprirono” che Eichmann era una persona spaventata, misera, con alle spalle una vita ordinaria, colma di frustrazioni, di ambizioni svanite, con una moglie e dei figli, furono in difficoltà. Sia perché Eichmann probabilmente non aveva mai ucciso materialmente nessun ebreo (benché ne avesse organizzato la deportazione, o meglio, come diceva lui, “l’emigrazione”), sia perché l’uomo appariva mite, quasi incredulo di scoprire che aver agito secondo gli ordini e secondo le leggi del suo paese fosse un crimine, sia perché non era il peggior criminale nazista ancora in circolazione.
Quando, durante il processo, Eichmann sostenne di aver letto la Critica della ragion pura di Immanuel Kant e di aver seguito l’etica di quel grande filosofo quantomeno fino a quando era stato incaricato di attuare la soluzione finale, egli era desolatamente sincero. Di certo ingenuo, ma Arendt coglie in questa enorme distorsione del pensiero kantiano un carattere molto diffuso nella Germania hitleriana, abituata a identificare la propria volontà con il principio, con la fonte, che sta dietro a ogni legge. Ecco le sue parole: “Nella filosofia di Kant questa fonte era la ragion pratica; per Eichmann era la volontà del Fuhrer. Buona parte della spaventosa precisione con cui fu attuata la soluzione finale … si può appunto ricondurre alla strana idea, effettivamente molto diffusa in Germania, che essere ligi alla legge non significa semplicemente obbedire, ma anche agire come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge a cui si obbedisce. Di qui la convinzione che occorra fare anche di più di ciò che impone il dovere” (La banalità del male, p. 144).
Ma la condotta di Eichmann è stata terribile al di là dei princìpi che egli può aver seguito. Anche se fosse vero che i gerarchi nazisti abbiano "semplicemente" obbedito agli ordini e alle leggi del loro paese, la loro colpa non sarebbe meno grave, perché al di sopra delle leggi delle singole nazioni esistono leggi che impongono il rispetto dell’uomo, della sua vita, della sua dignità. Una legge universale, di carattere non giuridico bensì morale, è più cogente di una disposizione legislativa nazionale, legata alla contingenza dei tempi, dei costumi, a volte delle mode.
Lo sterminio sistematico di una popolazione non è mai frutto di un raptus, ma segue una sua logica, una ragione, un’idea guida, e un’organizzazione, molto precisa, industriale. I lager avevano un’organizzazione affinata: nulla era lasciato al caso, dalle tecniche di sterminio al funzionamento del campo, ai modi per distruggere la personalità e la dignità dei deportati. La vittima veniva spogliata di ogni avere (persino di quei piccoli oggetti che ci danno un’identità, come collanine, braccialetti, occhiali, spazzolino da denti), allontanata dai suoi familiari, resa anonima da un’uniforme, rapata a zero non solo per questioni igieniche ma anche per farla tornare a uno stato pre-puberale, di completa passività. Cosa diventa un essere umano in queste condizioni? Un nulla, un anonimo ammasso di carne, che non possiede più niente, che non può più amare nessuno e che non può più decidere della propria vita. Le SS ammazzavano delle persone già morte da tempo, che non aveva più dignità d’uomini, che apparivano privi di qualunque segno di umanità, sia nel fisico, che nell’animo. Per questo Primo Levi si domandava se “questo” fosse un uomo...

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