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sabato 24 agosto 2013

CESARE PAVESE: "LA LUNA E I FALÒ"





L’ultimo romanzo di Cesare Pavese (1908-1950), La luna e i falò (1950) secondo me è il più sentito, il più completo, il più lirico. Nonostante lo stile di scrittura volutamente piano, di stampo quasi verista, il libro proietta il lettore in un’atmosfera onirica. Un sogno difficile, duro, come la realtà che il protagonista (un trovatello che ha sgobbato per anni nelle Langhe, poi emigrato in America per fare fortuna) ha vissuto da ragazzo e che ritrova, quasi intatta, quando ci torna, dopo vent'anni. Non sa dov’è nato: la sua famiglia adottiva l’ha preso dall’ospedale di Alessandria per via delle cinque lire che le passavano. Eppure quello è il suo paese, sulle rive del Belbo, e lui, dopo che è stato in America (“dove sono tutti bastardi, senza patria”), si rende conto che un paese ci vuole: “Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto … Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo”.
Il tentativo del recupero dell’infanzia perduta fallisce. D’altra parte, l’autore sa che era inevitabile, vista la vita misera che ha vissuto e che vivono ancora in tanti nelle Langhe. Egli ritorna benestante, come uno che “ce l’ha fatta”, ma non per tutti è andata così. Glielo ricorda il suo vecchio amico Nuto, che è un po’ la coscienza critica del protagonista. Il suo realismo si oppone al tiepido spirito positivo dell’autore: “Tu ce l’hai fatta e più nessuno osa parlartene [del fatto che eri un bastardo]; ma quelli che non ce l’hanno fatta? Non sai quanti meschini ci sono ancora su queste colline. Quando giravo con la musica, dappertutto davanti alle cucine si trovava l’idiota, il deficiente, il vetturino. Figli di alcolizzati e di serve ignoranti che li riducono a vivere di torsi di cavolo e di croste”. Nel libro la miseria non è solo la mancanza della “roba”, bensì vivere un comune destino di tragedia, dimostrazione della fragilità dell’esistenza, della sua casualità, del fato avverso sempre in agguato, pronto a mangiarsi i ricconi e i poveracci senza distinguere tra di loro.
Il protagonista torna a vedere la prima casa dove era stato accolto, quella del Padrino: ora è abitata da un’altra famiglia poverissima, distrutta dalla fatica vana (una vita da mezzadri), dall’alcol, dalla rabbia. La sua famiglia, quella che l’ha preso da Alessandria nella casa della collina di Gaminella a un certo punto aveva dovuto vendere la cascina per andare a vivere in paese. Lui era stato mandato a lavorare in un grosso podere, la Mora, dove crescerà: “in Gaminella non ero niente, alla Mora imparai un mestiere”. Il suo patrigno muore in miseria, le sue sorellastre si sono sposate, una è morta giovane.
Ma pure la casa dove ha lavorato per tanti anni, quella un tempo florida e ricca, è stata praticamente spogliata di tutto. Il capofamiglia, il sor Matteo, è morto da tempo, sono morte anche le sue tre figlie (Irene, Silvia e Santina), quelle ragazze belle ed eleganti che il protagonista, quando era un ragazzo che sgobbava come un animale, ammirava a volte da lontano. Solo della più piccola, Santina, non si sa nulla, ma alla fine sarà Nuto a raccontare la sua storia.
Nel libro il racconto del tempo presente si alterna ai flash-back. Il tempo presente rivela al protagonista un paesaggio che non è cambiato. È passato il fascismo, è da poco finita la guerra, ma a sgobbare son sempre gli stessi, mentre i padroni ingrassano. Eppure Nuto gli dice che la colpa di quella situazione è proprio degli oppressi, che non sanno far altro, quando sono liberi, di andare a Canelli a spaccarsi i pugni, a ubriacarsi e bestemmiare, a buttare così il tempo. Nemmeno finita la guerra, ricorda Nuto, si poteva fare qualcosa. I partigiani della zona non erano autoctoni: “È tutta gente che si è messa il fazzoletto tricolore l’indomani. Qualcuno stava a Nizza, impiegato… Chi ha rischiato la pelle davvero, non ha voglia di parlarne”. E adesso, quando dalla terra spuntano i corpi dei repubblichini ammazzati, il paese se la prende con i partigiani, con i rossi, parroco in testa, dicendo che i rossi hanno ammazzato tanti poveri ragazzi che avevano fatto il loro dovere. Nuto non può fare nulla, nessuno reagisce a quei commenti: è una terra povera, ignorante, dice lui, figurarsi se si può parlare di coscienza di classe. Non è come a Genova, scrive il protagonista, dove i partigiani hanno addirittura un giornale. Nuto è amaro e realista: “In tutto quel quarantotto s’era fatto anche del male, s’era rubato e ammazzato senza motivo, ma mica tanti: sempre meno della gente che i prepotenti di prima hanno messo loro su una strada o fatto crepare… E siamo a questo che un prete che se suona ancora le campane lo deve ai partigiani che gliele hanno salvate, fa la difesa della repubblica e di due spie della repubblica”.
Tuttavia gli avvenimenti storici sono di contorno al libro, perché l’autore è in cerca di se stesso; questo "se stesso" non può essere trovato nel presente perché, come detto, le case dove è stato sono cambiate. Tuttavia in lui non c’è tristezza, ma, sembra, una serena accettazione non tanto del passare del tempo, bensì della ineluttabilità del destino. Lo si capisce all’inizio del cap. XXVI quando si legge: “I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno il grasso all’ammasso, le ragazze fumano – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare segno”.
C’è pero qualcuno, sulle rive del Belbo, che è l’alter ego del protagonista. Si tratta di Cinto, un ragazzino sciancato che vive nella casa dove ha vissuto lui quando è stato adottato, in Gaminella. Cinto ha un padre, il Valino, ma sarebbe stato meglio fosse un bastardo: il padre è un mezzadro che si spacca la schiena per mangiare solo ceci e polenta. La madre è morta, il Valino vive (e dorme) con la cognata, e la madre demente. L’autore fa amicizia con Cinto, gli regala un coltellino, gli dice che oltre Canelli, oltre la strada ferrata, ci sono altri posti, c’è il mondo che lui ha visto. Ma sa che, se non fosse andato via di lì, forse anche lui avrebbe fatto la fine del padre di Cinto, povero, alcolizzato, misero. E anche qui il destino infelice colpisce, come in un’Antologia di Spoon River in prosa. Un giorno, il Valino, cieco di rabbia, ammazza la cognata, la madre, poi dà fuoco alla cascina, cerca Cinto per ammazzarlo (ma il ragazzo riesce a fuggire e a raggiungere Nuto e il protagonista), infine s’impicca nella vigna. In pochi minuti va in fumo un mondo, fatto di persone, ricordi, infelicità, miseria, come una ruota che gira senza posa e schiaccia, casualmente, chi capita sotto di lei.
È stato così anche per Irene e Silvia, le belle figlie del sor Matteo, il proprietario della Mora. Anche le due ragazze, che al protagonista apparivano come creature di un altro pianeta, soffrivano, piangevano. Come tutti, non importava che fossero ricche. “Anche Irene e Silvia erano gente come noi che maltrattata diventava cattiva, s’offendevano, ci soffrivano, desideravano delle cose che non avevano”. Tutte e due erano prese dai balli, dalle feste, dai giovanotti. Ne vennero tanti alla Mora. Poi un giorno Irene si prende il tifo, è in punto di morte, si salva, ma ormai è sfiorita. Silvia, invece, corre dietro a tanti uomini, in casa tutti sanno, tranne il padre, che ha fatto l’amore con molti. Alla fine, s’invaghisce di un cinquantenne di Milano che sta in albergo a Canelli e le promette soldi e fortuna. Quando l’uomo sparisce, Silvia lo cerca ovunque come una pazza, finché il sor Matteo la va a recuperare a Genova che fa la fame. La ragazza è incinta, il padre non lo sa e non lo saprà mai perché lo coglie un ictus che lo lascia mezzo paralizzato. Poi, un giorno, Silvia va ad abortire: “Tornò con gli occhi cerchiati e con la faccia di una morta – si mise a letto e lo riempì di sangue. Morì senza dire una parola né la prete né agli altri, chiamava solo ‘papà’ a voce bassa”. Rimane la sola Irene, che sposa un uomo senza scrupoli che la marita per fare un favore alla famiglia (“perché in giro si dice che quelle della Mora hanno fatto le puttane”) e si mangerà la dote in un anno, costringendo Irene a vivere in una stanza in affitto a Nizza Monferrato, sottoposta ad angherie di ogni genere.
Infine Santina, la bimba più piccola, la più bella delle sorelle, quasi coetanea del protagonista. Finalmente Nuto racconta tutto, si toglie il rospo. Santina a Canelli lavorava. Con la guerra si dice che tenesse compagnia alla Casa del Fascio. Poi, con la repubblica, sta con i partigiani nei colli attorno al Belbo, anzi, fa la spia per loro. Ma i partigiani scoprono che la ragazza fa il doppio gioco, che è in combutta con tedeschi e fascisti. Alla fine, ricorda Nuto che ha assistito alla scena, viene processata e fucilata dai partigiani del Baracca. Il protagonista chiede se può essere che il corpo di Santina riaffiori dalla terra, come quello dei tedeschi, dei fascisti, dei partigiani uccisi. No, non è possibile, racconta Nuto: “[il Baracca] fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo finché bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò”. I falò, in langa, si fanno in autunno: si dice che ingrassino la terra, che la rendano fertile. Anche Nuto, il realista, ci crede. Quello di Santina, però, non fece bene alla terra. È l’epilogo di questa ricerca di un tempo perduto che si snoda sui piani del destino senza luce di un mondo campagnolo difficile, duro, eppure dotato, nella sua tragicità, di una sua fisionomia, di un significato, di un’esistenza.
Sembra di rivivere alcune poesie di Edgar Lee Masters: la donna morta di parto, l’altra presa a botte, chi morto in guerra senza nome. Non so se Pavese abbia tratto spunto da quel testo. Può essere. Oppure penso ad alcuni un versi di una poesia dello stesso Pavese, I mari del sud: “La vita va vissuta/lontano dal paese: si profitta e si gode/e poi, quando si torna, come me a quarant'anni,/si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.
La luna e i falò è forse la summa del pensiero di Pavese: l’attaccamento per le Langhe, la sua terra d’origine (teatro di molti romanzi e poesie) convive in lui con l’attenzione alla grande letteratura americana, ai fatti del mondo. È un modo originale per mentenere le proprie radici, le quali salvano non dalla morte né dalla guerra, ma dalla perdita di sé, perché danno un colore ai ricordi e tengono viva l’anima anche a chilometri di distanza. Il simbolo è la trentennale amicizia con Nuto. La terra d’origine come prigione e rifugio. Già nelle ultime pagine del romanzo La casa in collina (1948) c’è questa intuizione, applicata, allora, alla guerra in corso: “Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita… Non è che non provi una stretta se penso a chi è scomparso, se penso agli incubi che corrono le strade come cagne … ma accade che l’io, quell’io che mi vede rovistare con cautela i visi e la smanie di quest’ultimi tempi, si sente un altro, si sente staccato, come se tutto ciò che ha fatto, detto e subìto, gli fosse soltanto accaduto davanti”. 
La luna e i falò è il capolavoro di Pavese. Lo ha scritto tra il settembre e il novembre 1949. Il 27 agosto 1950 si uccide a Torino. Ne Il mestiere di scrivere del 18 agosto 1950 troviamo queste parole, le ultime scritte: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.

sabato 29 dicembre 2012

L’ULTIMA THULE di Francesco Guccini





Sin dal titolo sembra davvero l’ultimo album di Francesco Guccini. Chissà se sarà così, l’arte non si controlla, anche se, forse, Guccini da tempo avverte che la sua vena creativa è meno prolifica e che è necessario diradare gli album. D’altra parte, sono passati più di otto anni dall’ultimo disco di canzoni nuove (Ritratti del 2004). In fondo, però, Guccini è coerente perché, a parte l’inizio della sua carriera, non ha mai sfornato album in serie. La creatività ha bisogno di pause, silenzi, pensieri e, nel suo caso, può ormai permettersi di non osservare le logiche commerciali. 
Io penso che questo album sia di un livello artistico superiore rispetto agli ultimi due. Le musiche sono più articolate e ricche (la direzione artista è di “Flaco” Biondini), mentre dal punto di vista poetico non esiste un unico tema, bensì una serie di tematiche presentate sotto diverse colorazioni artistiche.  
Nel disco è presente, per esempio, la nota intimista (nel brano Notti, soprattutto), ma esiste anche il cantautore impegnato oppure quello che riflette sul senso dell’essere artista senza sentirsi tale (Gli artisti dove canta con disincanto: “Fabbrico sedie e canzoni/erbaggi amari, cicoria,/o un grappolo di illusioni/che svaniscono dalla memoria,/ e non restano nella memoria”) oppure il Guccini che si dedica a una “pacata” invettiva contro la società moderna. Penso in questo caso a Il testamento di un pagliaccio in cui, veleggiando tra François Villon e De Andrè, l’autore tesse un elogio della follia o della matta saggezza di un pagliaccio, il cui mondo alla rovescia sembra il solo mondo reale: “Cari amici, ascoltatemi un momento,/sta per morire, e così l’ha finita/la pagliacciata che chiamava vita/sta per morire e ha fatto testamento”.
Nonostante gli anni, rimane viva in Guccini la capacità di cogliere il senso delle cose dalle pieghe del vivere, dai momenti in apparenza meno significativi della realtà. Il racconto del dramma dell’esistere è privo di retorica. Per esempio, ne L’ultima volta un paio di semplici sandali che gli erano stati regalati da bambino e che allora erano un oggetto quasi sacro, diviene il correlativo oggettivo per una riflessione amara su un tempo irrimediabilmente scomparso.
Il legame con le proprie radici montanare sembra più saldo, come se solo attraverso di esso esistesse la possibilità di non perdersi in una modernità cui non s’appartiene. Non a caso, con versi che a me ricordano l’atmosfera dei Preludes di T. S. Eliot, in Canzone di notte n. 4 Guccini canta: “Ehi notte che mi arrivi di soppiatto,/notte senza rumori e senza imprese,/ehi notte che ti strusci come un gatto/contro gli angoli più oscuri del paese,/ehi notte che ti insinui in ogni anfratto,/notte pavanese”.
Una delle caratteristiche tipiche di Guccini, che si è andata accentuando negli anni, è la sua professione di non appartenenza a ciò che si potrebbe chiamare il mondo moderno, la società d’oggi. Si tratta di un atteggiamento privo di snobismo, perché è una scelta di vita di un artista che ha trovato nella categoria dell’opposizione la sua dimensione. Non so se tale scelta sia maturata in sintonia con le avanguardie della poesia italiana del secondo dopoguerra. Potrebbe essere solo il frutto di una meditazione personale. 
L’opposizione di Guccini possiede un carattere universale, direi esistenziale, di certo non solo sociale o politico. Si tratta di un percorso verso la ricerca di sé mirante alla definizione del senso di non appartenenza a un mondo infarcito di ipocrisia. Questo percorso credo nasca con la celeberrima L’Avvelenata (1976): “mi piace far canzoni e bere vino,/mi piace far casino, poi sono nato fesso/e quindi tiro avanti e non mi svesto/dei panni che son solito portare:/ho tante cose ancor da raccontare/per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto”; passa attraverso un’invettiva più rabbiosa e generalizzata come quella contenuta in Cyrano nel 1996: (“Facciamola finita, venite tutti avanti/nuovi protagonisti, politici rampanti;/venite portaborse, ruffiani e mezze calze,/feroci conduttori di trasmissioni false”), per approdare nel 2000 alla più quieta coscienza di aver raggiunto questo stato di indifferenza e non appartenenza, come nel brano Addio dell’album Stagioni: “Nell’anno ‘99 di nostra vita/io, Francesco Guccini, eterno studente […] dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,/riflettori e paillettes delle televisioni,/alle urla scomposte di politicanti professionisti,/a quelle vostre glorie vuote da coglioni”.
Mi pare che questa volta l’intero album L’Ultima Thule sia permeato da questo sentimento di non appartenenza, pur declinato in diverse prospettive. Qui la non appartenenza a una temporalità irriconoscibile diventa contraltare di un’appartenenza dichiarata senza veli a un mondo scomparso da tempo, quello dell’infanzia e dell’adolescenza pavanese (L’Ultima volta e Canzone di notte n. 4), quello della resistenza e dei suoi miti sempre più lontani e dimenticati (Su in collina e Quel giorno d’Aprile), quello di un “mestiere” d’artista libero da logiche commerciale o, peggio, politiche (Il testamento di un pagliaccio e Gli artisti).
Il fascino che Guccini possiede, per i suoi fan, è legato alla sua celebre “coerenza”. In realtà questa parola appare vuota, perché è evidente che un uomo che ha alle spalle quasi cinquant’anni di carriera ha di certo mutato stili e idee. Tuttavia persistono in lui alcuni caratteri, letterari e musicali, che lo rendono riconoscibile ovvero qualcuno di cui ci si può fidare. Naturalmente i suoi detrattori stigmatizzano questa stagnazione delle idee e della musica (spesso ingiustamente); ma chi lo apprezza non può che dare un gran valore a questa sua caratteristica. Nella splendida Notti, Guccini sembra dichiarare la sua fede nella coerenza come valore: “Con la coerenza potrai difenderle dalla vergogna, o dare ragione a uno sbaglio, strapparti di dosso il guinzaglio”.
Questa canzone rappresenta anche un classico del Guccini intimista poiché la notte è il momento privilegiato per determinate riflessioni, quando il tempo sembra sospeso e la mente è libera. È allora, forse, che la vacuità dell’affannarsi ingenuo degli uomini appare più fulgida; ma è sempre in questo momento notturno che ci si rende conto che la risposta alla consapevolezza di questa vanità dell’affannarsi non è l’inerte accettazione del nulla, ma il tentativo, titanico, di lasciare comunque una piccola traccia di sé: “Le notti scivolano o raschiano il fondo/lievi di schiuma o pugni di piombo,/imprevedibili come naufragi,/notti da cani randagi./Con la costanza potrai/seguirle fino a un traguardo,/voltarti indietro stupito,/ché non sei neanche partito”. Torna peraltro in questi versi il tema della sfiducia nell’uomo come “animale progettante”, già nobilmente tratteggiata nei versi finali di Incontro (1972).
Un po’ di tristezza nasce ascoltando la canzone che chiude l’album e che a questo dà il titolo, ossia L’Ultima Thule. Questo misterioso regno di ghiacci, ultimo approdo, è “L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo/si spegnerà per sempre ogni passione,/si perderà in un’ultima canzone/di me e della mia nave il ricordo”. La canzone, però, è arricchita dal ricordo positivo di quel che è stato fatto, del cammino compiuto, e l’accettazione del tempo passato e del venir meno delle forze (“Dov’è la forza che mi circondava?/Ora si è spenta ormai, sparita via”) non è un atto di rassegnazione, bensì, mi auguro, di rivendicazione di quel che di buono è stato creato: “Le verità non vere in cui credevo/scoppiavano spargendosi d’intorno,/ma altre ne avevo e giorno dopo giorno/se morivo più forte rinascevo”. Il richiamo alla mitologia è privo di retorica, come già nel brano Odysseus (2004) contenuto in Ritratti.
Guccini è in questo album, ancora una volta, un sano provocatore di dubbi e angosce, vivificanti. Le domande assolute che lui ci spinge a porci non hanno risposta, questo lo sappiamo. Ma una mente viva non può far altro che sbattere il capo contro questi interrogativi senza risposta. Aveva proprio ragione quando scriveva, nella Canzone delle ragazze che se ne vanno (1976): “quando picchierai la testa/contro ai tuoi perché?/allora ti ricorderai di me”. Sì, ce ne ricordiamo, di te.

martedì 24 aprile 2012

25 aprile. Ieri. E oggi?

È sempre difficile scrivere sul 25 aprile perché esiste il rischio di essere retorici e di celebrare in maniera un po' vuota una ricorrenza di grande spessore per la nostra democrazia. Eppure, nonostante siano passati ben 67 anni e molti partigiani siano scomparsi, questa giornata possiede un fascino notevole. Soprattutto perché non è ancora considerata una data storica da celebrare, bensì come una giornata per così dire ancora "viva", che suscita emozioni e, ahimè, divisioni. Chissà se il 25 aprile diventerà mai una data ritenuta patrimonio della coscienza civile di questo paese, come il 14 luglio in Francia. Forse un giorno succederà: in fondo la celebrazione della presa della Bastiglia in Francia è diventata festa nazionale circa cento anni dopo, mentre le aspre divisioni politiche causate dalla Rivoluzione francese, con il passare del tempo, si sono sopite quasi del tutto. Se in Italia esistesse una destra europea e non, al fondo, fascista nel suo meschino spirito piccolo-borghese (come scriveva Pasolini nel 1974: “L'Italia non è stata mai capace di esprimere una grande Destra. Essa ha potuto esprimere solo quella rozza, ridicola, feroce destra che è il fascismo. In tal senso il neofascismo parlamentare è la fedele continuazione del fascismo tradizionale”), il 25 aprile sarebbe celebrato in modo univoco. Invece non accade così. E, ancor oggi, c'è chi celebra i fascisti di Salò (link), come se partigiani e repubblichini fossero due fazioni belligeranti per il bene dell'Italia. Invece non fu così. Perché se è vero che i partigiani non erano santi e se è vero che qualcuno aderì alla Repubblica Sociale Italiana credendo di fare il bene dell'Italia, rimane ancor più vero che gli uni, i partigiani, combattevano per liberare l'Italia dall'oppressione nazista mentre gli altri, coscienti o meno, combattevano per fare del nostro Paese un'appendice della Germania. La storia raramente divide in modo netto torti e ragioni. Lo sappiamo. E si sa anche che i torti e le ragioni solo di rado possiedono un carattere oggettivo, poiché il giudizio storico non può avere, per sua essenza, l’obiettività di quello scientifico. Perciò è difficile stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto tra i protagonisti di un evento storico… Tuttavia la Resistenza è stata senza dubbio un lasso di tempo che ha nobilitato la storia d'Italia, regalando a questo paese un periodo, brevissimo, di lucentezza e di moralità. Qualcosa di raro in un Paese da sempre abituato a trovare escamotage, impegnato nel trasformismo, nell’accordo da piccolo cabotaggio, aduso a celebrare la furberia, l’arte di arrangiarsi e di fregare l'altro. La Resistenza è stato un periodo nel quale molti dovettero compiere delle scelte nette, irrevocabili. Magari chi optò per entrare nella Resistenza era un poco di buono e la sua scelta fu dettata da opportunismo; invece, chi scelse Salò era, in cuor suo, sinceramente convinto di dover combattere contro i nemici della patria. Ma la sostanza non cambia perché gli uni, in fondo, ebbero ragione e gli altri ebbero torto. Mi viene in mente una frase che, credo, appartenga a Vittorio Foa (spero di non sbagliarmi). A un sostenitore del fascismo che gli domandava quale fosse la differenza tra i combattenti di Salò e i partigiani, Foa rispose all’incirca così: “La differenza è questa. Se aveste vinto voi, io, che sono un antifascista, oggi non sarei qui. Invece, la vittoria dei partigiani consente a te oggi, sconfitto il fascismo, di sostenerlo ancora”. Ovverosia, la democrazia è un regime capace di consentire anche ai propri nemici, a chi vuol distruggerla, di dire la propria opinione. Forse da oggi soltanto avvertiremo l’impeto dell’ore a mezzo il nostro secolo volgenti, mentre al vento oscillano le lampade bisbiglia un portico in ombra e tu trasali al rombo degli autocarri che mordono la montagna. (Vittorio Sereni, Soldati a Urbino)

venerdì 31 dicembre 2010

"I piccoli maestri" di Luigi Meneghello



Ne I piccoli maestri, pochi mesi dopo essere andato sull’Altipiano di Asiago, assieme a quelli che allora non si chiamavano ancora partigiani, il giovane Luigi Meneghello incontra un capo di una banda (da qui il nome di “banditi”, termine che per i nazi-fascisti aveva un carattere spregiativo, ma che, invece, diverrà parte di un epos tutto da raccontare) e ha con lui un dialogo fecondo. L’incontro tra il borghese e colto Meneghello e il “popolano” capo partigiano, svela all’autore l’inadeguatezza delle formule storiche, filosofiche e sociologiche (crociane, salveminiane e gramsciane), spese per comprendere e definire il fenomeno del fascismo e l’altro fenomeno, l’opposto del primo, quello che assumerà il nome di “Resistenza”.
Meneghello s’accorge dell’incomunicabilità tra lui e il “popolano” Castagna, e della inutilità delle classiche categorie sociologiche o politiche per comprendere un fenomeno in atto. Meneghello racconta:

Volevo … informarmi un po’ sul loro ethos (del Castagna e dei suoi uomini), ma naturalmente c’è lo svantaggio che in dialetto un termine così è sconosciuto. Non si può domandare: «Ciò, che ethos gavìo vialtri?». Non è che manchi una parola per caso, per una svista dei nostri progenitori che hanno fabbricato il dialetto. Tu puoi voltarlo e girarlo, quel concetto lì, volendolo dire in dialetto, non troverai mai un modo di dirlo che non significhi qualcosa di tutto diverso; anzi mi viene in mente che la deficienza non sta nel dialetto ma proprio nell’ethos, che è una gran bella parola per fare dei discorsi profondi, ma cosa voglia dire di preciso non si sa, e forse la sua funzione è proprio questa, di non dir niente, ma in modo profondo. Ce ne sono tante altre di questo tipo; la più frequente, all’università, presso studenti e professori, era istanze. Adesso che ci penso anche istanze in fondo vuoi dire ethos, cioè niente.
Domandai quindi al Castagna: «Perché siete qua voi altri?».
Il Castagna disse: «Come perché?».
«Come mai che vi siete decisi a venire qua?»
«E dove volevi che andassimo?» disse il Castagna.
Questo chiuse questa parte dell’indagine. Poi io dissi:
«E quando finisce la guerra, cosa pensate di fare?».
«Andiamo giù, no?»
«E cosa farete, quando siete giù?»
«I saccheggi» disse il Castagna.
Annuii con un senso di scandalo non disgiunto dall’ammirazione. M’informai se c’erano dei piani prestabiliti per questi saccheggi. Mi parve di capire che il Castagna pensasse soprattutto a dei festeggiamenti, un banchetto all’aperto, il tiro alla fune, le corse nei sacchi tra ex fascisti. Sacchi, da cui forse saccheggi.
«E poi?» dissi «dopo i saccheggi?»
Il Castagna si mise a guardarmi, e disse: «Voi siete studenti, no?».
Io feci segno di sì, e lui disse: «Si vede subito che siete finetti».
«Castagna» dissi. «Non credi che bisognerebbe provare a cambiare l’Italia? Non andava mica bene, come era prima. Si potrebbe dire che siamo qui per quello.»
«A dirtela proprio giusta,» disse il Castagna «a me dell’Italia non me ne importa mica tanto.»
«Ma t’importerà chi comanda a Canòve, no?» Canòve era il suo paese.
Disse che si sapeva già, chi avrebbe comandato a Canòve.
«Sentiamo» dissi.
«Il sottoscritto» disse il Castagna.
«Solo per qualche giorno.»
«Facciamo qualche settimana.»
«E dopo?» dissi io.
«Dopo andrà su un governo, no?»
Gli domandai se non gli interessava che governo andasse su.
Il Castagna mi disse di fargli vedere le mani. Gliele feci vedere dalla parte delle palme (perché questa frase in dialetto vuoi dire così) e lui ci mise vicino le sue. Sulle palme io avevo qualche callo qua e là, ma recente, pallido, avventizio; lui aveva tutta una crosta antica, scura, quasi congenita; non erano calli, ma una mutazione dei tessuti.
«Vedi?» disse il Castagna. «Quando va su un governo, noialtri dobbiamo lavorare.»
«Anche se fossero fascisti?» dissi.
«Eh no, per la madonna» disse lui. «I fascisti non sono mica un governo.»
«Già» dissi io. «I fascisti sono...» Cercavo una formula salveminiana.
«Rotti in culo» disse il Castagna.
Questo era il suo ethos. Mi disse anche cosa avrebbe fatto se per disdetta tornassero su proprio loro.
«Allora,» disse «torniamo su anche noi. Torniamo qua.».


Questo dialogo sintetizza il “succo” del libro di Meneghello che, fin dal titolo (l’aggettivo “piccoli” accostato a un parolone come “maestri”), si pone come un documento antiretorico e antieroico sulla Resistenza. Per questo mi sembra sia un capolavoro: perché il libro è un “romanzo”, benché narri di fatti realmente accaduto, ma è anche, per certi aspetti, un affresco su un’Italia dilaniata dalla guerra civile e su una Resistenza vera, autentica, non colorata dai toni retorici di una memorialistica che ha fatto alla Resistenza più male che bene.
Meneghello non redige una cronaca, né esprime un giudizio su un periodo storico, ma è attento a cogliere la vita partigiana nelle sue minuzie. I partigiani hanno paura, muoiono quasi sempre senza eroismo (“il brutto dei rastrellamenti era che se si sapeva che non ci avrebbero fatto prigionieri. Se andava male, andava male in modo assoluto”), e hanno degli atteggiamenti privi quasi sempre di quel manto di splendore che si tenderebbe a immaginare che appartenga a degli eroi. Essi sono uomini: e Meneghello è uomo con loro e sa che se è sopravvissuto è stato per caso, per fortuna, non per chissà quale merito. Ed è consapevole che la necessità di ricordare i fatti a cui ha assistito, e gli amici morti, non è un onore, non deve diventare un pretesto per lasciarsi andare alla vanità. Ma si tratta di un peso, uno dei tanti, della vita, che va sopportato.
Meneghello la Resistenza l’ha “fatta” sull’Altipiano di Asiago, poi nel vicentino e infine a Padova, in mezzo ai fascisti e ai nazisti, negli ultimi mesi di guerra. L’autore racconta questi momenti, che s’inseriscono nella storia d’Italia, mantenendo sempre l’occhio verso il microcosmo dell’ambiente in cui vive, verso le storie individuali, che sono quelle che formano la storia universale, non viceversa. Meneghello, un po’ come in Libera nos a Malo, procede creando cammei, lavorando di lima, offrendo uno sguardo disincantato su un periodo storico che ha deluso molte attese solo perché, forse, quelle attese erano mal poste. Perché aspettarsi un’Italia nuova, migliore, del tutto diversa, dopo il 1943? Sarebbero cambiate veramente le cose? O avrebbero continuato a comandare i soliti volti noti? Il fossato tra “popolo” e “intellettuali” sarebbe rimasto lo stesso? Quando Meneghello si trova ad “arringare” a Malo un gruppo di suoi compaesani, si scopre, suo malgrado, ad atteggiarsi come un “capo” solo perché sa parlare. E non riesce a fare altrimenti:
“È un bel vantaggio l’educazione umanistica. Chi sa parlare, comanda. Ma io ce l’avevo con questa educazione umanistica; me ne aveva fatte di sporche. Non volevo comandare; però parlavo. Dicevo: «Non fatevi influenzare da nessuno, e tanto meno da me; fate quello che vi pare giusto»; e tutti dicevano: «Bravo, ostia: facciamo come dice lui»”.
Il libro sa essere leggero, intessuto di ironia, a volte tragica, a volte comica. Spesso il libro strappa un sorriso sincero e poi, poche pagine più in là, fa quasi piangere. Quando volte Menghello parla di un suo compagno di lotta, in termini teneri se non comici e, poco dopo, dice che per quel suo amico si trattava dell’ultimo mese di vita. Perché così era la guerra partigiana: non un’epopea, bensì una tragedia, collettiva e individuale assieme, composta da tante altre piccole tragedie umane.
La bellezza del libro consiste anche nel rispetto con cui l’autore racconta del “popolo” vero, delle persone semplici che quasi sempre aiutano i partigiani. I popolani, gli abitanti del paesi dell’Altipiano, i malgari, gli allevatori aiutano i partigiani e, in quel modo, sono assai più utili di coloro che imbracciano fucili per divertirsi ma che poi, alle prime difficoltà, tornano alle loro case, a cospirare nel chiuso delle stanze.
Perché la Resistenza, prima che un pezzo di storia italiana, è una sorta di presa di coscienza politica e sociale di un’intera generazione. Per questo possiede un significato esistenziale, essendo stata un snodo decisivo per la vita di tante persone. Ma queste cose si sanno adesso, dopo che il fenomeno storico è avvenuto, mentre al momento, quando il fenomeno storico era in atto, era impossibile accorgersene. E molte scelte avvenivano per caso, per impulso, per incoscienza. Per questo l’autore è molto duro quando condanna i suoi compagni di studi, definiti “villeggianti della guerra”, incapaci di cogliere quell’appuntamento con la storia, inclini a nascondersi nelle proprie stanze, tra i libri. Egli scrive a un certo punto, dopo aver incontrato, in montagna, dei partigiani comunisti, organizzatissimi e all’apparenza sicuri del fatto loro, delle loro idee, dei motivi per i quali si battevano:
"Venivano in mente per contrasto quei compagni di scuola, a Vicenza o a Padova, che continuavano a occuparsi, forse presso una zia di campagna, di Kierkegaard e di Jaspers, o addirittura di esami universitari, per avvantaggiarsi nella vita e nella carriera, magari con qualche lirica ermetica in proprio, trasudata negli intervalli".
Questa critica a chi ha compiuto scelte di vita diverse non è però un’accusa di codardia, né uno scadimento retorico da parte dell’autore; ma è la sottolineatura di una realtà complessa, che va sotto il nome di Resistenza, ma che non è esistita, probabilmente, come fenomeno sociale generale, perché si è formata attraverso scelte singolarissime, sovente nate da motivazioni per nulla nobili. Per questo Meneghello non fa sconti a nessuno, nemmeno a se stesso, per esempio quando racconta dell’atteggiamento degli abitanti delle malghe vicino ad Asiago, pronti a offrire ai partigiani i loro poveri prodotti, privandosene talvolta, ben sapendo che per loro la fine della guerra non avrebbe significato un alleviamento della povertà. E al confronto Meneghello e i suoi compagni cittadini, saliti lassù a combattere i fascisti, appaiono dei ragazzi viziati che si mettono nei guai quasi per gioco, e che poi sarebbero tornati alle loro città, ai loro libri, alle loro domande filosofiche.
E la cultura, la filosofia, la letteratura, in quelle condizioni dove pensiero e azione sono legati indissolubilmente, sono dei pesi difficili da portare. Riportando il dialogo con una popolana, una donna giunonica che suscita in Meneghello un desiderio erotico di sapore quasi religioso, l’autore scrive queste frasi:

«Per studiare studio», dissi. «Ma non imparo niente».
«Allora si vede che sei uno zuccone», disse la Gina. Poi mi domandò se studiavo da vocato.
Io feci segno di no, e lei disse: «Da cosa studi tu?».
«Filosofia» dissi. Lei domandò cosa si fa quando si è studiato filosofia, e io le disse che si prende la laura. Lei voleva sapere che mestiere si fa, e io dissi che volendo si può insegnare filosofia agli altri, ma di solito quelli che la insegnano non la sanno.
«E cosa fanno quelli che la sanno?».
«Se la tengono in mente».
«E poi?».
«E poi pensano, e tutto quello che pensano è filosofia».
«E poi?».
«E poi muoiono».


Sembra quasi di sentire un’eco della definizione che Hegel dava della filosofia, la nottola di Minerva, l’uccello della sera, perché la filosofia giunge sempre “dopo”, alla fine, a comprendere un fenomeno, un evento, un’epoca storica. Per questo, si è detto, quando la Resistenza era “in atto”, contemporanea, non serviva la cultura, ma serviva l’autenticità dell’essere uomini, l’istinto, la fortuna.
La guerra partigiana, per quasi due anni, ha livellato gli uomini, rendendoli uguali non nelle idee, bensì nei fatti, nelle azioni; poi ogni cosa è tornata ad andare come prima, benché ammantata da una parvenza di democrazia. E l’ironia amara di Meneghello non è superficialità, né disconoscimento del grande valore culturale e storico della Resistenza, ma è la consapevolezza della fragilità delle vicende umane, del loro carattere caotico, spesso vano, e della necessità di non farsi corrompere da una retorica malsana, non lontana da quella fascista, se non nei toni e negli argomenti, nei modi.
Meneghello, pubblicando I piccoli maestri nel 1964, quasi vent’anni dalla fine della guerra, ha saputo essere realista senza annoiare, senza fare una cronaca di fatti sin troppo noti; egli ha invece saputo scendere nel grembo dei fatti, non per interpretarli alla luce di chissà quali teorie filosofiche, ma per raccontarli senza tacere nulla della loro essenza. La Resistenza, allora, appare nella sue pagine qualcosa di informe, grandioso, caotico, incomprensibile, un insieme di errori e di pressapochismi che pure hanno avuto successo, conducendo l’Italia verso il 25 aprile 1945. Tra morti per fucilazione, impiccagione, tortura e morti in combattimenti, tra uomini rastrellati e capaci di non rivelare i nomi dei propri compagni, tra donne che collaborano fino a morire per uomini che non conoscono nemmeno, la Resistenza non appare più come un’epopea, come qualcosa che è accaduto e che rimane lontano quale un passato mitico fossilizzato nella memoria; ma diventa una sorta di fiume che scorre continuamente, talvolta in modo piano e monotono, talaltra gorgheggiando, facendo spuma e chiasso, talvolta colorandosi di marrone e fango, talaltra diventando azzurro e purissimo. Questo, forse, ci dice Meneghello, attraverso le sue pagine, scrivendo della Resistenza con il distacco di chi ha vissuto quel periodo senza esserne travolto.

mercoledì 14 luglio 2010

Eugenio Bruni: uno degli ultimi partigiani



Forse non sono argomenti estivi: siamo distratti, fa caldo... e poi c'è chi pensa che meno si parla della Resistenza (in maiuscolo) e meglio è... ma io oggi ne parlo un po', perché a 92 anni è mancato, Eugenio Bruni, un uomo importante dell'antifascismo bergamasco (e non solo). E, di fronte a questa morte, come non domandarsi: chi testimonierà ormai? Chi difenderà la memoria? Sono passati 65 anni e più dalla fine della Seconda guerra mondiale e, per forza di cose, i partigiani ancora in vita sono sempre di meno. Ma è bene ascoltarli ancora, sia quando parlano direttamente, sia quando una loro testimonianza riemerge tra le "pieghe" di un hard-disk.
Nel 2001, in occasione del 25 aprile, intervistai Eugenio Bruni per un piccolo giornalino della Sinistra Giovanile bergamasca, i giovani DS. Fu una conversazione bella, anche se io ero assi timoroso, perché mi trovavo di fronte a un'istituzione dell'antifascismo bergamasco e non solo.
Ecco, riporti qui quella breve intervista. Dedicata a Eugenio Bruni e quelli come lui, ovunque siano...


È un’emozione parlare della festa del 25 aprile [2001] con Eugenio Bruni, presidente del Comitato Antifascista di Bergamo. La sua storia personale emoziona, come le sue parole, le sue frasi pregnanti di un uomo anziano che ha ancora molte cose da dire ai giovani d'oggi.

Puoi raccontarmi brevemente la tua vicenda?
Presto detto: in gioventù sono stato condannato a tre anni di carcere dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato per offese al Capo del Governo. Ho preso parte alla Resistenza bergamasca ma poi sono stato arrestato e mandato nel campo di concentramento di Dachau, dal quale sono uscito vivo per miracolo, al contrario di mio fratello Roberto, che lì è morto…
Cosa rispondi a chi dice che, dopo 56 anni, questa festa ha ormai poco senso?
Nessuno vuole festeggiare retoricamente il passato. La memoria serve il futuro e per questo vanno ricordati quegli anni di dittatura, di terrore, di mancanza di libertà affinché non tornino più. Io chiedo: ha forse poco senso ricordare chi è morto per difendere la libertà, chi ha combattuto la dittatura per ridare all’Italia la libertà, un ideale purissimo ma che è anche qualcosa che dovrebbe essere naturale, quotidiano, in quanto dovrebbe appartenere a tutti gli uomini fin dal momento della loro nascita? Noi ricordiamo il sacrificio di tanti giovani come voi che decisero di stare dalla parte della libertà, della democrazia, che decisero cioè di seguire i valori morali; gli altri, invece, si battevano contro i valori morali fondamentali che rendono ogni uomo un individuo libero. Allora non ci furono eroi: noi eravamo ragazzi che aveva deciso di rimanere fedeli ai valori morali, agli ideali più puri dell'umanità: ripeto, non eravamo eroi, niente affatto, ma avremmo voluto che la libertà, la sicurezza, la possibilità di esprimere le propri opinioni fosse un fatto normale per ogni cittadino. Ecco la libertà fondamentale che, grazie alla Resistenza, gli italiani hanno conquistato: la libertà dalla paura. Allora si doveva avere paura ad esprimere il proprio pensiero, le proprie idee. Come sai io sono stato condannato a tre anni di galera solo perché ho parlato male del Presidente del Consiglio: ti rende conto cosa significa? Adesso per noi è normale criticare un politico, allora invece poteva costare il carcere e anche la vita.
E ai giovani questa festa cosa può dire?
Mi rendo conto che i giovani a volte sanno poco di quei fatti e dunque non si appassionano molto…ma mi commuovo quando vedo dei giovani come voi che invece volete sapere e fare sapere. Allora la gran parte dei partigiani erano ragazzi della vostra età che con coraggio avevano scelto di lottare. I giovani devono capire che tutto quello che hanno adesso, la libertà, la democrazia ed anche il benessere, è figlio della lotta dei partigiani e dei cittadini che allora combatterono i nazifascisti, pagando questa lotta con la propria vita.
Perché è sbagliato dire che allora ci fu una guerra civile?
La tesi della guerra civile è una sciocchezza ed i fatti storici stanno lì a dimostrarlo. Una guerra civile c’è quando due parti di uno stesso popolo si fronteggiano! Allora non fu così: i partigiani combattevano per il futuro di tutto il popolo italiano, mentre i "ragazzi di Salò" erano alleati dei tedeschi, cioè dell'invasore e difendevano un regime dittatoriale, liberticida. Che significa in quel contesto guerra civile? Nulla, perché solo i partigiani combatterono per il popolo italiano, mentre i fascisti erano legati ai tedeschi, ai nazisti e combattevano contro l’Italia. Che senso ha poi la parola riconciliazione? Con chi dovremmo conciliarci? Ci si riconcilia tra individui, ma noi siamo un gruppo di persone che ha lottato per la libertà: con chi adesso dovremo riconciliarci? Con la Fiamma di Rauti? La verità è che allora i fascisti erano moralmente colpevoli ed i partigiani aveva dalla loro parte una scelta morale forte e decisa, questa è la verità! Tra fascisti ed antifascisti ci sarà per sempre un fossato insuperabile come quello che separa il bene dal male, ciò che è giusto fare da ciò che è giusto non fare.
Secondo te adesso bisogna avere paura?
Mah, io non voglio creare allarmismi, però ci sono alcuni fatti. Abbiamo a destra uno schieramento politico che si allea con i fascisti di Rauti, abbiamo un aspirante Presidente del Consiglio (che si considera il migliore del mondo) che è a capo di un partito di cui lui è il padrone e nel quale non è mai stato eletto con procedure democratiche. Molti degli esponenti del Polo dicono di voler cambiare la prima parte della Costituzione, si fanno liste di proscrizione…non so, credo che non si debba mai abbassare la guardia e che voi giovani non dobbiate mai perdere di vista il valore della libertà, quale unico e grande valore che sta alla base della vita di ogni individuo.

24 aprile 2001

sabato 25 aprile 2009

Un 25 aprile come si deve

Celebrare il 25 aprile è un modo per ricordare le radici della Repubblica Italiana, della Costituzione e per rendere omaggio a quanti combatterono contro il fascismo e il nazismo. Questo dovrebbe essere lo spirito del 25 aprile, niente di più e niente di meno. E non è poco. Assolutamente. Andrebbe bandita la retorica superflua, ma un po' è inevitabile.
Stupisce che, dopo 64 anni, ci siano ministri provenienti dal MSI che incorrano in gaffe da scolaretti, da studenti di liceo distratti e somari.
Per fortuna che il Presidente della Repubblica ha risposto a modo, com'è suo stile.
Sentire la solita tiritera sui morti che sono tutti uguali è stucchevole. Dimostra che la nostra classe dirigente è davvero sprovveduta. Non tanto perché è di destra, ma perché è culturalmente inadatta a guidare il paese. I morti meritano rispetto in generale, ma le persone hanno alle loro spalle una vita, durante la quale compiono delle scelte che inevitabilmente condizionano l'idea che ci si fa di loro. Insomma, chi combatté per la Repubblica di Salò stava dalla parte sbagliata, non ci sono storie. Questo va detto, pur ammettendo che alcuni di loro combattessero per Mussolini credendo davvero di fare il bene dell'Italia; e anche concedendo che pure tra i partigiani c'erano i violenti, i delinquenti e così via. Ma chi si batteva per la repubblica di Salò, di fatto, era dalla parte di uno stato fantoccio al servizio della Germania, che aveva invaso buona parte d'Italia e che, certamente, non aveva intenzione di lasciare l'Italia libera. Mentre, i partigiani, pur con tutti i loro errori, avevano in animo la libertà del paese.
Al di là del ruolo storico più o meno essenziale che ebbe la Resistenza (che fu un fenomeno umano e che andrebbe studiata senza retorica né meri intenti celebrativi), va ricordato che essa ebbe soprattutto la funzione di risvegliare la coscienza di molti giovani, che erano nati durante il fascismo e che non avevano esperienza diretta del senso delle idee di libertà, della democrazia, della fortuna di poter scegliere il proprio destino e di esprimere il proprio pensiero.
Oggi ci appare tutto scontato e non facciamo più caso a nulla. Ma la nostra democrazia ha "solo" 64 anni (anzi, la Costituzione ne ha 61), e prima cosa c'è stato? Sarebbe bene che il 25 aprile diventasse davvero una data fondante della Repubblica. Chissà, come il 14 luglio in Francia. Certo, ci vuole tempo. In Francia il 14 luglio 1789 divenne festa solo un centinaio di anni dopo e ancora molti francesi di allora si dividevano su quella data.
Mi pare che fu Vittorio Foa (1910-2008) a dire, a chi, da fascista, rivendicava con orgoglio di essere stato un combattente di Salò, questa frase: "La differenza tra me e te è che se avessi vinto tu, io ora non sarei qui; mentre, dato che abbiamo vinto noi, tu ora, puoi parlare male della repubblica, dei partigiani ed esaltare il fascismo".

Ed ecco anche la parafrasi del " Paradiso" di Dante Alighieri .  Il libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon....