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domenica 5 gennaio 2014

ITALO CALVINO: PERCHÉ LEGGERE I CLASSICI




La raccolta Perché leggere i classici, Mondadori, Milano 2013 (senza punto interrogativo finale, forse perché si tratta di un’affermazione legata all’idea, ritenuta acquisita, secondo cui i classici devono essere letti) di Italo Calvino (1922-1985), è oramai ritenuta, credo, a sua volta un “classico”. Il volume, pubblicato nel 1991, non contiene meditati saggi di critica letteraria, bensì una serie di interventi apparsi su quotidiani, riviste, oltre a scritti introduttivi a opere celebri, che Calvino ha redatto nel corso della sua esistenza (da Conrad a Stendhal, da Plinio il Vecchio ad Ariosto, da Borges a M. Twain, da Galileo a Voltaire, da Diderot a Dickens, da R. L. Stevenson a Henry James, fino a Gadda e Montale, per citarne alcuni). Calvino illustra gli autori e le loro opere dando l’impressione di divertirsi molto a farlo: i suoi consigli verso il lettore non sono emessi ex cathedra, bensì con l’animo appassionato e divertito di un uomo che ama la lettura e che si rivolge al lettore con il sorriso, arrivando talvolta (è il caso della Historia Naturalis di Plinio) a consigliare di saltare alcune parti per godere meglio della finezza dell’opera.
Tra le mirabili pagine che Calvino scrive, mi piace qui ricordare, tra le tante, quella dedicata al celeberrimo romanzo La Certosa di Parma di Stendhal: “quanti giovani riceveranno il colpo di fulmine fin dalle prime pagine, e si convinceranno d’improvviso che il più bel romanzo del mondo non può essere che questo, e riconosceranno il romanzo che avevano sempre voluto leggere e che farà da pietra di paragone a tutti gli altri che leggeranno in seguito. (Parlo soprattutto dei primi capitoli…)” (Guida alla Chartreuse a uso dei nuovi lettori, p. 149 dell’edizione Mondadori).

Tra i saggi contenuti nel volume, il primo, eponimo dell’intero libro, è quello, direi, più teorico e didascalico. Esso riproduce un articolo scritto per “l’Espresso”, pubblicato il 28 giugno 1981 e intitolato: Italiani, vi esorto ai classici. In questo brano, Calvino illustra la sua concezione di “classico” proponendo quattordici “definizioni” (lo so, il termine è improprio, e va preso con beneficio d’inventario) di questa parola allorché essa viene accostata a un’opera letteraria.
Vorrei riportare per intero queste quattordici declinazioni del termine “classico”, senza aggiungere nulla, ma limitandomi a consigliare la lettura del volume di Calvino: sono definizioni all’apparenza apodittiche che l’autore argomenta come se volesse dimostrarne la cogenza. Credo che ognuno possa ritrovarsi in una (o più) delle quattordici formulazioni e farla propria, magari pensando alla propria esperienza di lettore.
L’impressione che si ottiene, leggendo questo primo saggio, è che tale elenco di definizioni abbia una valenza antifrastica, come a voler suggerire che, in fondo, l’aggettivo “classico” è indefinibile in senso scientifico o razionale. Esso possiede diverse accezioni, nessuna delle quali esaurisce del tutto la sua portata semantica. Alla fine Calvino scrive infatti: “La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici” (Perché leggere i classici, p. 13).
Ma lascio la parola all’autore:

1)      I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e mai “Sto leggendo…”.

2)      Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

3)      I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria, mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

4)      D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5)      D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

6)      Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

7)      I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

8)      Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.

9)      I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati e inediti.

10)  Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

11)  Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

12)  Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

13)  È un classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14)  È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.


Per chiudere, mi pare rilevante riportare una notazione che l’autore pone a proposito della necessità di accostarsi ai classici direttamente, evitando i filtri della critica letteraria (p. 8 dell’edizione citata): “La lettura d’un classico deve darci qualche sorpresa in rapporto all’immagine che avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile la bibliografia critica, commenti, interpretazioni … C’è un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l’introduzione e l’apparato critico, la bibliografia vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne di più di lui”.

lunedì 12 novembre 2012

LA PRIMA NOTTE DI QUIETE (regia di Valerio Zurlini, 1972)





Una Rimini invernale, sferzata dalla pioggia e dalla nebbia; un uomo affondato in un cappotto marrone, l’aria dimessa e trasandata, la barba incolta, che cammina da solo lungo il molo, avvolto dalla foschia, mentre scorrono i titoli di testa. Queste prime scene riassumono i temi di questo film cult, diretto da un maestro come Valerio Zurlini (1926-1982) nel 1972. Il protagonista è un uomo dall’esistenza sospesa, che non sembra voler più nulla dalla vita, che non spera nulla e che si lascia vivere mollemente, annegato in una caligine indistinta nella quale sfumano i contorni delle case, dei sentimenti, delle persone.
Un affascinante Alain Delon dà il volto al personaggio principale, il professore Daniele Dominici, supplente di lettere in un liceo di Rimini. È un poeta, un uomo che ha dietro di sé un passato oscuro e che vive stancamente una relazione con una donna, Monica (interpretata da Lea Massari). Il grigiore e il tono dimesso del film sono interrotti dall’incontro del protagonista con un’allieva, bella e malinconica, Vanina Abati (Sonia Petrova). La ragazza è fidanzata con un ricco giovane, Gerardo, che gira con una macchina fuoriserie e che è il tipico bullo di provincia.
Sarà proprio grazie alla somiglianza del nome dell’allieva con quello della protagonista del romanzo Vanina Vanini di Stendhal, che il professore riuscirà ad avere un primo contatto con la studentessa, allorché le regalerà il libro. L’eroina del libro di Stendhal è di nobili origini e ama un carbonaro. La Vanina del film di Zurlini non è nobile, né materialmente né spiritualmente. Il suo volto pallido, il suo viso accigliato, la bellezza perlacea, creano attorno a lei un’aura di mistero che spinge Dominici a invitarla a uscire con lui.
Nel film non esistono demarcazioni nette tra i personaggi. Infatti, il professore, benché sia un disincantato intellettuale, non esita a frequentare un circolo di vitelloni di provincia che si trovano la sera per giocare d’azzardo oppure per celebrare festini nei quali il sesso è solo una tra le diverse droghe che vengono assunte per godere il più possibile dell’istante. Lo stesso fidanzato di Vanina partecipa a questi festini, gioca a carte e frequenta mignotte d’ogni genere.
Dominici alla fine riesce a fare breccia nel cuore di Vanina. I due si baciano dopo un pomeriggio passato assieme; hanno visitato a Monterchi il quadro di Piero della Francesca, la Madonna del Parto: il professore, davanti a questo quadro, perde la sua aria dimessa e offre un’interpretazione poetica del dipinto (nobilitata dalla recitazione del celebre incipit del canto XXXIII del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri)  che colpisce la sua allieva che, per la prima volta, sta vicino a un uomo che le parla da pari a pari e che non è attratto solo dalla sua bellezza.
Tuttavia, dopo il bacio, Vanina deve scappare a casa. E allora il professore s’incontra con i soliti vitelloni di provincia che lo invitano in discoteca per festeggiare il compleanno di uno di loro, un tale detto Spider (interpretato da Giancarlo Giannini), un uomo all’apparenza cinico e vacuo, ma che nasconde una grande sensibilità. In discoteca Dominici incontra Vanina e Gerardo; la ragazza, che balla abbracciata al fidanzato sulle note della canzone Domani è un altro giorno cantata da Ornella Vanoni, è turbata quando scorge il professore. La scena è molto bella: il regista, sulle note della canzone, inquadra alternativamente il volto del professore, che fissa Vanina con un’espressione di stupore inerte, e il viso di Vanina, illuminato dalle luci stroboscopiche, che diventa sempre più cupo, nonostante stretti gli abbracci del fidanzato.
Poi Gerardo invita tutti a casa sua e, per mettere alla berlina il turbamento della fidanzata, proietta un filmato la cui protagonista è Vanina stessa, ripresa a Venezia durante una gita e poi mentre si trova nuda sul letto. La provocazione è riuscita: la compagnia si scioglie imbarazzata, Vanina fugge via e sparisce per un po’. Anche Daniele è turbato.
Il professore la cerca invano per diversi giorni; si reca a casa di lei, dove è cacciato in malo modo dalla madre. A casa sua, intanto, la sua compagna riceve lettere anonime sulla relazione di Daniele con Vanina. Ma non ci sono scene di gelosia, anzi; il loro rapporto appare spento e anche quando fanno l’amore sono lontanissimi l’uno dall’altro, entrambi intenti a pensare ad altre persone o a godere in solitudine. Ora che Daniele ha perduto Vanina, l’illusione e il disincanto salgono in lui al massimo grado: tornano le scene di pioggia e di nebbia, in una Rimini in cui gli alberghi per le vacanze deserti e le spiagge vuote simboleggiano la desolazione morale dei protagonisti.
Un pomeriggio, quasi per caso, Daniele conduce Spider a visitare una casa abbandonata, raccontandogli che lì era vissuta una ragazza che si era suicidata giovanissima per amore. Poi quella sera stessa, sentendosi sempre più smarrito, Daniele partecipa al solito festino, durante il quale sta per abbandonarsi alle carezze di una donna, ma Vanina all’improvviso torna a cercarlo e, dopo una notte d’intenso amore in una casa messa a disposizione da uno dei vitelloni (interpretato da Renato Salvatori), avviene l’agnizione. Infatti, la mattina l’ormai ex fidanzato di Vanina ha un confronto durissimo con lei davanti a Daniele e agli altri amici. La ragazza gli confessa che non l’ha mai amato e che stava con lui solo per i soldi. Gerardo allora, adirato, racconta che la madre di Vanina, quando questa aveva 15 anni, l’aveva venduta al gruppo di vitelloni di provincia, facendole avere rapporti con tutti loro, comprese alcune donne. Lo squallore di questa confessione, un gesto di vendetta che svela la desolante esistenza di Vanina e del gruppo di uomini che anche Daniele conosce bene, non muta il destino del film. Il professore decide di stare ugualmente con Vanina: forse crede di poterla redimere, di renderla migliore o forse spera, proprio grazie a lei, di poter salvare se stesso dalla consunzione, dall’indifferenza, dall’inerzia. Non sarà così: il naufragio è alle porte.
Il film tratteggia in modo mirabile il sentimento della noia contemporanea; una noia che non consiste nel non far niente, bensì nel fare qualunque cosa pur di non rimanere soli con se stessi (un richiamo al divertissement di Pascal?). L’inquietudine del protagonista non si traduce in un’esistenza solitaria e dedita alla poesia, ma nell’immersione nel mondo di corruzione e di degenerazione umana che alberga nelle notti invernali riminesi. La stessa poesia sembra non appartenergli più e l’entusiasmo che gli dona Vanina non traspare mai dall’espressione del suo volto che, durante il film, permane quasi sempre cupa e disincantata. Il disorientamento, la stanchezza e la disillusione dell’uomo contemporaneo creano un film bellissimo, che alterna poesia e azione, senza mai acquisire un ritmo deciso.
Al suo funerale si vede l’anziana madre con altri parenti attempati e si capisce che Daniele apparteneva a una nobile famiglia da cui, giovane inquieto, anni prima era fuggito. Tra i suoi “amici” vitelloni, è presente il solo Spider, che ha scoperto che Daniele era un poeta e che un suo libro s’intitola La prima notte di quiete (si tratta di un verso di Goethe), dedicato a una ragazza di quindici anni (quella della casa abbandonata visitata con Spider) che lui amava e che s’era uccisa quando s’era accorta, come Daniele, che i suoi sogni non si sarebbero mai realizzati. La prima notte di quiete, afferma il protagonista durante il film, è la morte, perché è la prima notte in cui si dorme senza sogni.

Ed ecco anche la parafrasi del " Paradiso" di Dante Alighieri .  Il libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon....