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martedì 16 aprile 2013

MISTERIOSAMENTE




I
Non credo alle divinità dell’oggi
e so che quel che rimane dei giorni è poca cosa,
aria rifritta su padelle nere di rogna.
Alla fine cosa passa e cosa resta qui non interessa,
e sappiamo tutti gettare via il tempo
e pulire con stracci unti
i vostri pavimenti senza colore.
Abbiate paura!

II
Due monetine sull’impiantito.
I romanzi di Gadda e Meneghello mi guardano
poggiati anche loro sul tavolo di legno.
E poi fogli e carte e il riscaldamento rotto.
Voglia di dare calci al muro.
Il cesso dei vicini che si porta via
cacche di fritto e di sughi di cipolle.
Una penna e i detersivi della cucina nello scatolone.
Sanguineti è qui con me, aperto e oscuro.
Almeno lui non dice niente. Grazie.

III
La metafisica di un pensiero soave apre l’alba:
come insetti benefici le malinconie sfarfallano alla luce
che si muove sui muri e bacia le finestre rotte
senza finire di stupire chi si sveglia lento.
È un modo per sentirsi vivi, questo:
ferirsi gli occhi al sole, accecati e inermi,
di fronte al mondo oscuro che opprime il petto.
Alla fine la sveglia che rompe l’incanto.

IV
Che belle le battone nude sulla strada serale
con la pioggia che sferza i loro sobri collant!
Almeno loro hanno un’idea precisa dell’uomo
che sbanda in auto al loro nobile prostrarsi
per sbandierare le proprie natiche al mondo intero.
Ah, le sublimi puttane della strada provinciale,
dico così, echeggiando Stendhal…

V
“Io me ne devo andare”, disse, “voi restate”.
Voi chi? Era da solo, nella stanza oscurata
del pomeriggio primaverile che non voleva passare.
E le cose me le ha rubate senza fare rumore;
una sera rovistando nella scatola polverosa
ecco le fotografie di quel tempo,
e quei primi piani alla Antonioni,
sì, quelli sì, quelli dovevi rubarmi…

VI
Le carte scritte da me ballano al vento
e non mi sembra che valgano la fatica spesa
a dare forma alla confusione da onanista d’intelletto,
dei miei giorni a bighellonare tra le stanze di casa.
Quale casa? Quali carte? Quali versi e quali metafore valide?
Marcisce la carta, marcisce l’inchiostro, marcisce la testa,
putrida vanità intellettuale che illude non essendoci mai!

VII
E io che ti parlavo di Fellini, Zurlini e di quel film,
La prima notte di quiete, poi ti citavo Caproni
e interrogavo occhi e mani, intrecciate,
mi vantavo di belle poesie non mie…
per che cosa… nulla se non una striscia di parole
che non ho capito affatto, che fesso!

VIII
Vedi cara, è difficile sputare oltre la ringhiera
perché la saliva non è leggera come una piuma
e poi non sono cresciuto abbastanza da quella volta lontana
in cui bagnammo i passanti con olio e aceto.
Ma erano altre finestre.
Ora ci bagniamo di altre cose, a volte,
ma il romanticismo dell’olio, e dell’aceto,
ogni tanto mi manca…

lunedì 12 novembre 2012

LA PRIMA NOTTE DI QUIETE (regia di Valerio Zurlini, 1972)





Una Rimini invernale, sferzata dalla pioggia e dalla nebbia; un uomo affondato in un cappotto marrone, l’aria dimessa e trasandata, la barba incolta, che cammina da solo lungo il molo, avvolto dalla foschia, mentre scorrono i titoli di testa. Queste prime scene riassumono i temi di questo film cult, diretto da un maestro come Valerio Zurlini (1926-1982) nel 1972. Il protagonista è un uomo dall’esistenza sospesa, che non sembra voler più nulla dalla vita, che non spera nulla e che si lascia vivere mollemente, annegato in una caligine indistinta nella quale sfumano i contorni delle case, dei sentimenti, delle persone.
Un affascinante Alain Delon dà il volto al personaggio principale, il professore Daniele Dominici, supplente di lettere in un liceo di Rimini. È un poeta, un uomo che ha dietro di sé un passato oscuro e che vive stancamente una relazione con una donna, Monica (interpretata da Lea Massari). Il grigiore e il tono dimesso del film sono interrotti dall’incontro del protagonista con un’allieva, bella e malinconica, Vanina Abati (Sonia Petrova). La ragazza è fidanzata con un ricco giovane, Gerardo, che gira con una macchina fuoriserie e che è il tipico bullo di provincia.
Sarà proprio grazie alla somiglianza del nome dell’allieva con quello della protagonista del romanzo Vanina Vanini di Stendhal, che il professore riuscirà ad avere un primo contatto con la studentessa, allorché le regalerà il libro. L’eroina del libro di Stendhal è di nobili origini e ama un carbonaro. La Vanina del film di Zurlini non è nobile, né materialmente né spiritualmente. Il suo volto pallido, il suo viso accigliato, la bellezza perlacea, creano attorno a lei un’aura di mistero che spinge Dominici a invitarla a uscire con lui.
Nel film non esistono demarcazioni nette tra i personaggi. Infatti, il professore, benché sia un disincantato intellettuale, non esita a frequentare un circolo di vitelloni di provincia che si trovano la sera per giocare d’azzardo oppure per celebrare festini nei quali il sesso è solo una tra le diverse droghe che vengono assunte per godere il più possibile dell’istante. Lo stesso fidanzato di Vanina partecipa a questi festini, gioca a carte e frequenta mignotte d’ogni genere.
Dominici alla fine riesce a fare breccia nel cuore di Vanina. I due si baciano dopo un pomeriggio passato assieme; hanno visitato a Monterchi il quadro di Piero della Francesca, la Madonna del Parto: il professore, davanti a questo quadro, perde la sua aria dimessa e offre un’interpretazione poetica del dipinto (nobilitata dalla recitazione del celebre incipit del canto XXXIII del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri)  che colpisce la sua allieva che, per la prima volta, sta vicino a un uomo che le parla da pari a pari e che non è attratto solo dalla sua bellezza.
Tuttavia, dopo il bacio, Vanina deve scappare a casa. E allora il professore s’incontra con i soliti vitelloni di provincia che lo invitano in discoteca per festeggiare il compleanno di uno di loro, un tale detto Spider (interpretato da Giancarlo Giannini), un uomo all’apparenza cinico e vacuo, ma che nasconde una grande sensibilità. In discoteca Dominici incontra Vanina e Gerardo; la ragazza, che balla abbracciata al fidanzato sulle note della canzone Domani è un altro giorno cantata da Ornella Vanoni, è turbata quando scorge il professore. La scena è molto bella: il regista, sulle note della canzone, inquadra alternativamente il volto del professore, che fissa Vanina con un’espressione di stupore inerte, e il viso di Vanina, illuminato dalle luci stroboscopiche, che diventa sempre più cupo, nonostante stretti gli abbracci del fidanzato.
Poi Gerardo invita tutti a casa sua e, per mettere alla berlina il turbamento della fidanzata, proietta un filmato la cui protagonista è Vanina stessa, ripresa a Venezia durante una gita e poi mentre si trova nuda sul letto. La provocazione è riuscita: la compagnia si scioglie imbarazzata, Vanina fugge via e sparisce per un po’. Anche Daniele è turbato.
Il professore la cerca invano per diversi giorni; si reca a casa di lei, dove è cacciato in malo modo dalla madre. A casa sua, intanto, la sua compagna riceve lettere anonime sulla relazione di Daniele con Vanina. Ma non ci sono scene di gelosia, anzi; il loro rapporto appare spento e anche quando fanno l’amore sono lontanissimi l’uno dall’altro, entrambi intenti a pensare ad altre persone o a godere in solitudine. Ora che Daniele ha perduto Vanina, l’illusione e il disincanto salgono in lui al massimo grado: tornano le scene di pioggia e di nebbia, in una Rimini in cui gli alberghi per le vacanze deserti e le spiagge vuote simboleggiano la desolazione morale dei protagonisti.
Un pomeriggio, quasi per caso, Daniele conduce Spider a visitare una casa abbandonata, raccontandogli che lì era vissuta una ragazza che si era suicidata giovanissima per amore. Poi quella sera stessa, sentendosi sempre più smarrito, Daniele partecipa al solito festino, durante il quale sta per abbandonarsi alle carezze di una donna, ma Vanina all’improvviso torna a cercarlo e, dopo una notte d’intenso amore in una casa messa a disposizione da uno dei vitelloni (interpretato da Renato Salvatori), avviene l’agnizione. Infatti, la mattina l’ormai ex fidanzato di Vanina ha un confronto durissimo con lei davanti a Daniele e agli altri amici. La ragazza gli confessa che non l’ha mai amato e che stava con lui solo per i soldi. Gerardo allora, adirato, racconta che la madre di Vanina, quando questa aveva 15 anni, l’aveva venduta al gruppo di vitelloni di provincia, facendole avere rapporti con tutti loro, comprese alcune donne. Lo squallore di questa confessione, un gesto di vendetta che svela la desolante esistenza di Vanina e del gruppo di uomini che anche Daniele conosce bene, non muta il destino del film. Il professore decide di stare ugualmente con Vanina: forse crede di poterla redimere, di renderla migliore o forse spera, proprio grazie a lei, di poter salvare se stesso dalla consunzione, dall’indifferenza, dall’inerzia. Non sarà così: il naufragio è alle porte.
Il film tratteggia in modo mirabile il sentimento della noia contemporanea; una noia che non consiste nel non far niente, bensì nel fare qualunque cosa pur di non rimanere soli con se stessi (un richiamo al divertissement di Pascal?). L’inquietudine del protagonista non si traduce in un’esistenza solitaria e dedita alla poesia, ma nell’immersione nel mondo di corruzione e di degenerazione umana che alberga nelle notti invernali riminesi. La stessa poesia sembra non appartenergli più e l’entusiasmo che gli dona Vanina non traspare mai dall’espressione del suo volto che, durante il film, permane quasi sempre cupa e disincantata. Il disorientamento, la stanchezza e la disillusione dell’uomo contemporaneo creano un film bellissimo, che alterna poesia e azione, senza mai acquisire un ritmo deciso.
Al suo funerale si vede l’anziana madre con altri parenti attempati e si capisce che Daniele apparteneva a una nobile famiglia da cui, giovane inquieto, anni prima era fuggito. Tra i suoi “amici” vitelloni, è presente il solo Spider, che ha scoperto che Daniele era un poeta e che un suo libro s’intitola La prima notte di quiete (si tratta di un verso di Goethe), dedicato a una ragazza di quindici anni (quella della casa abbandonata visitata con Spider) che lui amava e che s’era uccisa quando s’era accorta, come Daniele, che i suoi sogni non si sarebbero mai realizzati. La prima notte di quiete, afferma il protagonista durante il film, è la morte, perché è la prima notte in cui si dorme senza sogni.

Ed ecco anche la parafrasi del " Paradiso" di Dante Alighieri .  Il libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon....