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martedì 24 giugno 2014

Jean-Paul Sartre. Le parole (1964)



“Ho cominciato la mia vita come senza dubbio la terminerò: tra i libri” (p. 29). Nel ricostruire la genesi del suo rapporto con le parole e la scrittura, Jean-Paul Sartre (1905-1980) ne Le parole (1964, trad. il Saggiatore 1964 e succ., da cui traggo i numeri di pagina dei passi citati), traccia un ritratto originale, assieme amaro e ironico, degli anni della sua adolescenza. È proprio allora, infatti, che si forma quella che egli definisce, nella chiusa del libro, una sorta di benefica “follia” (Ciò che mi piace nella mia follia è che essa mi ha protetto, fin dal primo giorno, contro le seduzioni dell’“elite”: mai mi son creduto il felice proprietario di un “talento”, p. 174), ossia la predilezione per la scrittura, la convinzione che la letteratura sia una sorta di missione affidata a pochi chierici. Incapace di giocare come gli altri bambini, cresciuto senza padre in un mondo di adulti, il bambino Sartre comprende ben presto di non essere come gli altri. Egli ama stare in casa perché poco adatto ai giochi all’aria aperta. Per questo i libri per lui cessano presto di essere un mero passatempo: divengono la sua vita, perché solo attraverso di essi egli si sente protagonista di qualcosa, prima attraverso la lettura e poi, più tardi, mediante la scrittura: “Non ho mai razzolato per terra, non sono mai andato a cacca di nidi, non ho erborizzato né tirato sassi agli uccelli. Ma i libri sono stati i miei uccelli, i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna (p. 35).
L’ammirazione degli adulti, infatti, è legata alla sua precoce capacità di lettura. La diffidenza del nonno Karl per queste attività non distoglie il Sartre bambino da qualcosa che egli sente appartenere alla sua essenza, da un amore per la Parola che precede qualsiasi riflessione razionale su di essa, essendo radicato in lui, nella sua natura istintiva. Egli sa che è amato per quello, perché è precoce, un lettore avido. Egli vive e ragiona come un adulto non rendendosi conto di cosa significhi essere un bambino:
La mia verità, il mio carattere e il mio nome erano nelle mani degli adulti; avevo imparato a vedermi attraverso i loro occhi; ero un bambino, quel mostro che essi fabbricavano con i loro rimpianti. Quando non c’erano, essi si lasciavano dietro il proprio sguardo, misto alla luce; io correvo, saltavo attraverso quello sguardo che mi conservava la mia natura di nipotino modello, che continuava a offrirmi i miei balocchi e l’universo. Nella mia camera graziosa, nella mia anima, i miei pensieri giravano, chiunque poteva seguire il loro maneggio: non un angolo d’ombra. E tuttavia senza parole, senza forma né consistenza, diluita in questa trasparenza innocente, una trasparente certezza sciupava tutto: ero un impostore (p. 58).
Sartre sospetta che questa benevolenza sia un inganno e che le qualità che gli adulti lodano in lui non siano frutto della sola sua natura, bensì siano un gioco per accattivarsi simpatie che, altrimenti, egli non potrebbe ottenere; l’unico della famiglia che, forse, se ne rende conto è il nonno Carl Schweitzer (zio del celebre Albert Schweitzer), uomo colto, autoritario, scettico sulle possibilità letterarie del nipote eppure, involontariamente, capace di favorire in lui l’amore per le parole. “Una sera egli annunciò che voleva parlarmi da uomo a uomo, le donne si ritirarono, mi prese sulle ginocchia e m’intrattenne gravemente. Sarei stato scrittore, intesi; … Ma bisognava guardare le cose in faccia, lucidamente: la letteratura non dava pane. Lo sapevo che degli scrittori erano morti di fame? Se volevo conservare la mia indipendenza, conveniva scegliere un secondo mestiere” (p. 108). Questo discorso produce l’effetto contrario, divenendo una sorta di parziale nulla-osta al perseguimento dei suoi sogni letterari; in altre parole, Sartre comprende così che la scrittura è il suo destino, il solo modo per diventare grande, per acquisire una maturità. Il nonno “aveva menzionato la mia vocazione se non per sottolinearne gli svantaggi: trassi la conclusione che egli la considerava come acquisita … Il mestiere di scrivere mi apparve come un’attività da persone grandi, così pesantemente seria, così futile e, in fondo, così priva di interesse, che non dubitai nemmeno per un attimo che essa non mi fosse riservata” (p. 110).
Sin dalla lettura delle prime fiabe Sartre vive in un mondo a sé, nel quale egli gioca con personaggi inventati da altri; più tardi, rapito dall’idea, titanica e illusoria, di creare lui stesso dei personaggi, si mette a scrivere delle storie. Il passo dalla lettura alla scrittura è breve ma decide il destino dell’intera sua esistenza. La scoperta della forza del linguaggio scritto è il modo attraverso il quale il bambino che non possiede infanzia s’introduce definitivamente nel mondo degli adulti; incapace di essere bambino, inadatto a sviluppare pensieri infantili, diventa adulto suo malgrado, molto prima della maturità fisica.
Orfano del padre sin da quando è nato, Sartre scopre che la mancanza del padre è stata un fatto forse positivo; in tal modo egli non apparteneva a nessuno, non aveva un maschio da prendere a modello (benché il nonno avesse influenza su di lui), né un uomo da cui prendere ordini. “Se fosse vissuto, mio padre si sarebbe steso lungo sopra di me e m’avrebbe schiacciato … Fu un bene o un male? Non lo so; ma sottoscrivo volentieri il verdetto di uno psicanalista: io non ho un Super-io” (p. 15). Questa mancanza di autorità ha reso Sartre incapace di dare ordini, rendendolo un ragazzo sensibile, pallido, qualche volta malato e poco propenso a instaurare relazioni umane. Mentre i suoi amici vivevano una fanciullezza ordinaria, spesso fatta di avventure, screzi, tragedie di poco conto, il Sartre bambino, che si sentiva già “sentinella della cultura” (p. 47), viveva, seduto sul divano di casa, grandi e immense tragedie, avventure nella giungla, assistendo a grandi omicidi e amori memorabili. Lo faceva leggendo, certo, ma era come se succedesse tutto sul serio.
Questo genere di esistenza, sempre alla ricerca di ciò che appare superiore, rende il mondo di Sartre qualcosa di chiuso, impenetrabile; in questo mondo di parole stampate egli si sente superiore a tutti, quasi inarrivabile. Non è così, ovviamente, quando incontra il mondo reale: “Ero il primo, l’incomparabile, nella mia isola aerea: mi ritrovai all’ultimo posto quando mi sottomisero alle regole comuni” (p. 53). Eppure questa lacerazione non è una ferita. Egli sa qual è il mondo dove vivere bene. Isolato, idolatrato dalle donne di famiglia come bimbo precoce, guardato con sospettoso amore dal nonno, il piccolo Sartre sente che solo nella letteratura può stare bene, sebbene questa magia sia di breve durata. Crescendo, egli comprende che il piacere della lettura diviene, alla lunga, un triste dovere; egli è infatti solo il protagonista di avventure che sono scritte da altri.
E allora, forse ispirato dalla scoperta del cinematografo, forse perché ogni giorno il confronto con gli altri bambini dava risultati modesti, ecco che il piccolo Sartre si getta nella scrittura come sua seconda attività coronata di parole. La frequentazione delle grandi opere letterarie, dei grandi scrittori, funge da stimolo motivatore; tuttavia, la coscienza che molti di questi scrittori hanno condotto un’esistenza infelice, che siano stati poco conosciuti e, spesso, dimenticati una volta morti, atterrisce Sartre. Egli non concepisce la scrittura se non come un mezzo per sconfiggere la morte, per sopravvivere agli esseri mortali; sa che il destino dello scrittore è infelice, ma concepisce la scrittura come un martirio al quale sottoporsi voluttuosamente, soffrendo e piangendo. Per salvarsi, gioca carte che non ha, rischia, sommette di essere un predestinato: “sarei stato capolavoro firmato: sicuro di poter eseguire la mia parte nel concerto universale, avrei pazientemente atteso che [Dio] mi rivelasse i suo disegni e le mie necessità” (p. 67).
Sartre s’immagina di sopravvivere grazie alla propria opera; mentre i suoi amici sono turbati dalla morte fisica (“Nizan era il più ossessionato: a volte, in pieno giorno, si vedeva cadavere” p. 135), egli accetta con serenità il suo destino perché, scrive, “la mia nascita mi apparve come un male necessario, come un’incarnazione del tutto provvisoria che avrebbe preparato la mia trasfigurazione: per rinascere bisognava scrivere, per scrivere erano necessari un cervello, occhi, braccia; finito il lavoro, questi organi si sarebbero riassorbiti da sé” (p. 133). Egli immagina che dal suo corpo decomposto si alzeranno delle farfalle in-folio che si poseranno sugli scaffali della Biblioteca Nazionale a Parigi. Egli allora non sarà più un uomo né un corpo in decomposizione, bensì diverrà un libro, anzi, l’insieme di tutti i libri da lui scritti: “La mia coscienza è in briciole: meglio così. Altre coscienze m’hanno preso in carico. Mi leggono, salto agli occhi, mi parlano, sono in tutte le bocche, lingua universale e singolare” (p. 135). Questo accade perché lo scrittore autentico dovrebbe avere la coscienza di vivere fuori dal tempo, in una dimensione che trascende il tempo fisico, quello che appartiene all’esistenza quotidiana; egli non prova malinconie perché l’istante appena trascorso è già sepolto mentre solo ciò che sta per venire, il Nuovo, deve interessarlo, come qualcosa che ci costituisce davanti ai suoi occhi: “L’adolescenza, la maturità, lo stesso anno che è appena finito, saranno sempre l’Ancien Régime: il Nuovo si annuncia nell’ora presente ma non è mai costituito” (p. 163).
Naturalmente questa dimensione a-temporale dello scrittore ha i suoi svantaggi; perché solo pochi scrittori, vivendo grazie all’arte, sono in grado di scrivere un’opera che sappia porsi al di là del tempo fisico; l’esistenza delle piccole cose, delle esigenze contingenti, infatti, preme senza sosta sull’essere umano. Il suo corpo non tace mai, la necessità di vivere, di stare al mondo, costituisce un insieme di appelli alla prassi, alla concretezza, capace di distrarre l’individuo nel perseguimento dell’ideale artistico. Però Sartre si è messo in testa di avere una missione; in realtà, sono stati gli adulti che, lodando le sue supposte capacità intellettuali, lo hanno convinto. Lui ne ha preso atto, rendendosi conto che, chiamato a esistere in un mondo colmo di ragazzi più forti e sani di lui, solo immergendosi nella lettura e poi impegnandosi a scrivere avrebbe potuto prevalere in qualcosa. La scoperta della scrittura è stata una sorta di seconda, e autentica, nascita: “Sono nato dalla scrittura: prima, c’era solo un gioco di specchi; a partire dal mio primo romanzo, seppi che un bambino s’era introdotto nel palazzo degli specchi. Scrivendo, esistevo, mi sottraevo alle persone grandi; ma non esistevo che per la scrittura” (p. 106).
Sartre non ignora il carattere precario e caduco delle “produzioni” umane, soprattutto artistiche. Tuttavia, egli è altresì consapevole che solo agendo, “producendo”, l’essere umano lascia una traccia di sé, per quanto flebile e destinata a dissolversi. Se è venuta meno la fede nell’impegno quale unica ragione di esistere dell’uomo, se ora in Sartre vige la consapevolezza che quel che accade nella vita non è imputabile solo alle scelte del singolo individuo perché esiste una dimensione universale che trascende l’uomo singolo (e che non è religiosa, bensì connessa alle stratificazioni storiche e culturali che portiamo sulle spalle nascendo e che, morendo, diamo in eredità a chi viene dopo di noi), questo non significa che egli rinunci a scrivere, perché per lui solo la scrittura costituisce un modo per esistere autenticamente: “Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri; ce n’è bisogno; e serve, malgrado tutto. La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica. Ma è un prodotto dell’uomo, egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo a offrigli la sua immagine” (p. 173).

sabato 19 ottobre 2013

LE FOGLIE NON MUOIONO QUASI MAI



 
Metafora di cose e colori che stingono:
un giorno d’autunno è una luce in meno
e un nero pensiero in più che salta sulla testa.
O forse un saluto bifronte, un addio e un benvenuto,
a quello che non si avrà e non si è avuto mai.
L’uomo andò a caccia
e tornò felice con una grossa preda in mano,
ma s’accorse di aver sparato solo a se stesso,
avendo smarrito il limite tra cacciatore e cacciato.
Nemmeno in autunno si attenua
lo scandalo dello stare al mondo
senza rendersi conto di niente mai.
Intanto la natura s’addormenta,
uccelli gravidi di piombo vanno in paradiso,
la terra diventa marrone e rossa,
ma solo pochi uomini s’interrogano sul perché,
sul motivo per cui nulla finisce e nulla inizia
eccetto a volte le loro esistenze, le loro ambizioni,
il loro catarro.
È il colore che sale dalla terra agli alberi,
è la morte felice delle foglie
l’autentico scandalo di questo tempo,
è il loro accartocciarsi diventando bellissime
il loro morire esplodendo in solari colori
di rosso, di giallo,
che impasta di sé la terra ogni autunno
a togliere il fiato agli alberi.
Una festa è la morte
dei loro vestiti.

sabato 3 novembre 2012

Giosuè Carducci, "Alla stazione in una mattina d’autunno"




Ecco, dalle Odi Barbare, una poesia di Carducci del 1877. È un componimento di sapore esistenziale, in cui la malinconia del vivere appare autentica, vivamente sentita dal poeta. E questo non è poco, per un autore spesso considerato tronfio e retorico, di certo meno genuino di Pascoli. Invece questi versi restituiscono a Carducci l’onore poetico. La loro qualità consistente soprattutto, mi pare, nella capacità di rendere universale una situazione particolare e personale, ossia il saluto alla propria donna che parte, la cui partenza simboleggia la morte, il distacco per definizione, l’abbandono di tutto.
Quel che mi colpisce nel componimento è il continuo passaggio tra evento “minimo” e riflessione “alta” (per esempio l’annullamento del biglietto prima della partenza diviene la raffigurazione dell’attimo in cui il tempo che fugge via cancella qualsiasi ricordo), che dona alla poesia un grande fascino letterario. Il dato ambientale dunque si trasfigura di continuo in un momento esistenziale. Infine, per concludere, vorrei dire che mi piacciono molto i versi sdruccioli che si ripetono al secondo verso d’ogni strofa, chiusi appunto da una parola che ha l’accento sulla terz’ultima sillaba, come “alberi”. Un’altra piccola osservazione: l’incipit è scritto con maestria, con quel verso “sbadigliando” che rende bene l’idea della fioca e vana luce dei lampioni, incapace di raffigurare il buio di una giornata novembrina. Ed è immediato il paragone tra quella luce debole e la debole capacità conoscitiva dell’uomo, che gli preclude le porte oscure dell’infinito.

Oh quei fanali come s'inseguono
accidiosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su 'l fango!
Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d'autunno
come un grande fantasma n'è intorno.
Dove e a che move questa, che affrettasi
a' carri foschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?
Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl'istanti gioiti e i ricordi.
Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili
com'ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei
freni tentati rendono un lugubre
rintocco lungo: di fondo a l'anima
un'eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.
E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l'ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su' vetri la pioggia.
Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe 'l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.
Va l'empio mostro; con traino orribile
sbattendo l'ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e 'l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.
O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra' floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!
Fremea la vita nel tepid'aere,
fremea l'estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso
in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un'aureola
piú belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.
Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com'ebro, e mi tocco,
non anch'io fossi dunque un fantasma.
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l'anima!
Io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
Meglio a chi 'l senso smarrì de l'essere,
meglio quest'ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito

domenica 26 giugno 2011

Parlare di un classico: "La nausea" di Jean-Paul Sartre



“… il primo giorno di primavera, capisce il senso della sua avventura: la Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza”. Queste parole rappresentano una delle epifanie cui va incontro Antonio Roquentin, protagonista del capolavoro di Jean-Paul Sartre, La nausea (titolo scelto dall’editore, Gallimard, non dall’autore), che, nella finzione narrativa, è un diario scritto dallo stesso Roquentin.
La fama di filosofo e di intellettuale di Sartre è legata a opere diverse. La nausea è un romanzo filosofico, un’opera di filosofia in forma prosastica oppure un’opera di narrativa con sostanza filosofica. Essa contiene una parte dell’esistenzialismo di Sartre; mi permetto di dire “una parte” dell’esistenzialismo, perché in questo libro, pubblicato nel 1938, Sartre espone un’analisi dell’esistenza nella sua gratuità e insensatezza. È come se egli si fosse limitato a rilevare il lato oscuro del vivere, la forza nullificante dell’esistere; più tardi, penso a L’esistenzialismo è un umanismo, Sartre si soffermerà sul lato illuminato dell’esistere, scrivendo per esempio: “noi ricordiamo all’uomo che non c’è altro legislatore che lui e che proprio nell’abbandono egli deciderà se stesso; e perciò noi mostriamo che, non rivolgendosi verso se stesso, ma sempre cercando fuori di sé uno scopo… l’uomo si realizzerà pienamente come umano” (citazione tratta dall’edizione Mursia 1995).
La nausea costituisce una sorta di presa di coscienza della gratuità dell’esistere, del suo non dipendere da alcuna forza metafisica, da alcuna entità divina: solo dopo aver sperimentato questa innata tragicità dell’esistenza, solo dopo essere affondato nella solitudine più assoluta, l’uomo può “risorgere”, scoprire, secondo la celebre espressione di Sartre, che nell’uomo l’esistenza precede l’essenza.
Certo questa scoperta e questa consapevolezza sono ardue da raggiungere e non sono alla portata di tutti. Ne La nausea il protagonista (se così si può chiamare) è un uomo che appare al crepuscolo della vita e che scrive un diario; benché giovane, egli sembra non abbia più nulla da chiedere al mondo. Ha rinunciato a tutto: all’amore, alla carriera; vive in provincia, quasi nascosto, in mezzo a persone concrete, sode, che si danno grandi pacche sulla spalle quando s’incontrano per strada e che non pensano all’esistenza, né si pongono domande su di essa. Roquentin, invece, ci pensa, si pone domande, ma non gli serve a nulla; anzi, si rende conto di non essere migliore degli altri, di quegli uomini pieni di sostanza e di materialità che non perdono il loro tempo, non lo sprecano in vane elucubrazioni.
Lui, Roquentin, invece dilapida il proprio tempo, la propria vita. Non sa voler bene, non ha più avventure di alcun genere, ma solo “storie”, passivamente vissute e passivamente lasciate morire. Passa il tempo in biblioteca a scrivere un libro su un uomo del XVIII secolo, ma presto si accorge che un uomo morto non può salvare un vivo. Scrivere allora è un semplice divertissment, ma senza alcun richiamo a Pascal, perché questa attività non concede a Roquentin nemmeno l’illusione di stare bene e in pace con se stesso. L’uomo si rende conto che il suo tempo non è “occupabile”, perché ciò che lo angustia non è il tempo fisico, che trascorre per tutti con i suoi ritmi spesso monotoni e noiosi, bensì un tempo di coscienza, una “durata” che non scorre mai veramente per lui, poiché lo tiene sempre bloccato in un ristagno di pensieri e malinconie inestricabili: “… il tempo è troppo vasto, non si lascia riempire. Tutto ciò che uno vi getta s’ammollisce e si stira” (tutte le citazioni sono tratte dall’edizione Einaudi de La nausea uscita nel 1990).
Chi lo può aiutare? Nessuno. Nessuno può comprenderlo, né potrebbe condividere con lui un’angoscia esistenziale assai profonda. Ma cosa lo fa soffrire tanto? E perché si isola dagli altri uomini? Roquentin non lo sa dire. Avverte che c’è qualcosa che non va, qualcosa che è in putrefazione nell’aria, nelle cose, dentro lui stesso, ma s’accorge altresì che le parole quotidiane, il cui senso gli appare artefatto, insufficiente, vacuo, non possono descrivere il suo malessere. Ben presto anche la scrittura diventa un’attività inutile e dannosa; eppure, alla fine, proprio la scrittura aprirà una flebile speranza. Ma quel momento è ancora lontano.
Un giorno, quasi per incanto, Roquentin vive però un’epifania triste e amara. Egli si rende conto che è un’indefinibile nausea lo angustia, ossia la consapevolezza oscura che la ricerca del significato dell’esistenza non ha senso. È una ricerca per la quale egli ha impiegato vanamente anni della sua vita, per giungere a rinchiudersi in una città di provincia. Niente allora possiede un senso, dal momento che quel che ci avvolge è un immenso nulla che diventa il tutto, perché è il nulla che scaturisce dal tentativo di dare un significato razionale e obiettivo alla vita, un Dio agli uomini, una spiegazione al fenomeno della percezione.
Solo la Nausea esiste e, almeno per il momento, questa è l’unica, vacillante, certezza che Roquentin dimostra di possedere, quando, un giorno, scrive: “Se mi avessero domandato che cos’era l’esistenza, avrei risposto in buona fede che non era niente, semplicemente una forma vuota che veniva ad aggiungersi alla cose dal di fuori, senza nulla cambiare alla loro natura. E poi, ecco: d’un tratto era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza si era improvvisamente svelata. Aveva perduto il suo aspetto inoffensivo di categoria astratta, era la materia stessa delle cose, quella radice era impastata dell’esistenza. O piuttosto, la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, era tutto scomparso; la diversità delle cose e la loro individualità non erano che apparenza, una vernice”.
Si tratta di un’epifania tragica ma chiarificatrice, perché da qual momento il protagonista, benché in modo inconsapevole, comincia a comprendere qualcosa, sebbene confusamente. Il problema è che tale epifania, al momento, è fraintesa e invece di generare sollievo, produce angoscia. Al termine di un tormentato percorso di progressiva presa di coscienza, l’uomo si scopre solo al mondo e si rende conto che non valgono più le costruzioni metafisiche, le credenze, le fedi, le convinzioni sul senso e sulla direzione dell’esistenza. Ecco allora che la vita stessa appare vana, e l’uomo si trova paralizzato da un senso di vuoto che non gli consente di sceglie niente: “Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione di esser lì, né gli uni e né gli altri; ciascun esistente confuso, vagamente inquieto, si sentiva di troppo in rapporto agli altri”.
L’epifania del protagonista de La nausea appare assoluta, senza veli di Maya, né finzioni. L’esistenza, brutalmente, si svela per quello che “non è”, e l’uomo si rende conto che nessuna fede, nessuna logica raziocinante, nessuna finzione, può rendere meno cruda l’esperienza della gratuità assoluta dell’esistere: “Esistere è essere lì, semplicemente; gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare, ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno credo che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza, la perfetta gratuità”.
Pur non essendo uno studioso di Sartre, né un esperto conoscitore del suo pensiero, mi pare di poter dire che tra il Sartre in apparenza “indolente” de La nausea e quello che ha teorizzato la necessità dell’impegno per l’intellettuale dopo la scoperta della radicale solitudine metafisica dell’uomo (che è solo ciò che lui sceglie di essere) non vi sia contraddizione. Credo di poter dire, anzi, che l’epifania cui va incontro Roquentin sia un passo necessario per potere, in seguito, prendere nelle proprie mani il proprio destino. Penso a un libro come La morte nell’anima, sempre di Sartre che, se ricordo bene, era il primo passo verso una descrizione di un individuo non più indolente e ritirato in provincia, ma di un individuo impegnato, anche a causa della guerra e della partecipazione alla Resistenza.
D’altra parte, per tornare a Roquentin, mi sembra interessante notare come la sua epifania drammatica non si concluda solo con la scoperta della Nausea, poiché nelle ultime pagine del romanzo il protagonista ha una piccola illuminazione, allorché ipotizza che l’esistenza possa avere un senso umbratile, nascosto, che si svela solo al passato, scrivendo di essa, come ha fatto Roquentin. Le parole scritte, infatti, benché prive del tono vivido dei fatti quotidiani, possono costruire una narrazione che, sebbene solo a posteriori, può offrire un’immagine della propria esistenza, una sorta di fotografia sbiadita ma abbastanza reale. Che sia un’àncora di salvezza questa? La possibilità di accettarsi solo al passato? Chissà. La nausea si conclude comunque con queste riflessioni di Roquentin: “Un libro… Ma naturalmente da principio ciò non sarebbe che un lavoro noioso e stanchevole; non m’impedirebbe di esistere e né di sentire che esisto. Ma verrebbe pure un momento in cui il libro sarebbe scritto, sarebbe dietro di me e credo che un po’ della sua luce cadrebbe sul mio passato. Allora, forse, attraverso di esso, potrei ricordare la mia vita senza ripugnanza. Forse un giorno, pensando precisamente a quest’ora, a quest’ora malinconica in cui attendo, con le spalle curve, che sia ora di salire sul treno, sentirei il mio cuore battere più forte e mi direi: quel giorno, a quell’ora è cominciato tutto. E arriverei – al passato, soltanto al passato – ad accettare me stesso”.

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