venerdì 3 giugno 2011

"La vita in versi" di Giovanni Giudici (1924-2011)



Poco più di una settimana fa è morto Giovanni Giudici. Un altro “pezzo” della poesia italiana del Novecento se ne va; è normale, certamente, l’età, il tempo corre via per tutti, e non hanno perciò molto senso le litanie sulla scomparsa dei poeti veri. Però, si afferma talvolta, quando muore un poeta una piccola luce si spegne, nel cielo della cultura e della letteratura. La frase è banale, ma efficacissima, come efficacissime sono le poesie di Giudici, che nella vita ha fatto il giornalista, l’impiegato, il maestro (nel senso di “colui che insegna a scuola”), ma soprattutto è stato poeta. Perché un mestiere “si fa”, mentre un poeta “lo si è”. Differenza non da poco, quella che passa tra un fare e un pensare, tra un trasmettere conoscenze e dare forma a propri moti interiori attraverso il verso, la rima.
Ma i poeti muoiono veramente? Fuor di retorica, sì, come tutti; eppure qualcosa rimane, è inevitabile, soprattutto se sono riusciti a infrangere, almeno in alcuni punti, il muro dell’anonimato, della banalità, della noia. A trovare “quella maglia rotta nelle rete” di cui Montale ha parlato e scritto. Allora certi poeti, possiamo dire, muoiono, sì, ma non “scompaiono”. Forse anche Giudici, come altri, ha così raggiunto quella condizione, che lui ha descritto in alcuni suoi versi, paragonabile a quella “di chi mai non sia giunto/A esserci né a sparire”.
Per omaggiare e salutare questo raffinato e, all’apparenza, semplice poeta, vorrei citare una poesia che è una sorta di suo manifesto poetico, La vita in versi, dove troviamo a mio parere una terzina iniziale mirabile,che tratteggia il senso dello scrivere una poesia paragonandolo, forse, al tentativo riprodurre fedelmente una scena veduta ma mai del tutto compresa.


Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d'accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l'illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.