martedì 17 luglio 2012

OBLOMOV di I. A. Goncarov




“La mia vita è cominciata con il tramonto. È strano ma è così! Dal primo momento che ho avuto coscienza di me, ho sentito che mi spegnevo”. A metà della sua storia, Ilià Ilìc’ Oblomov, l’eroe, si fa per dire, del celebre romanzo di Goncarov (1812-1891), ha un’epifania e descrive se stesso all’amico Stolz (un uomo assai attivo e pieno di iniziative) senza nascondere nulla di sé.
Scorrendo le pagine del romanzo di Goncarov non è possibile non provare un’istintiva simpatia verso il suo protagonista. L’apatia, l’indolenza che attanagliano il personaggio non descrivono un singolo uomo, bensì una condizione universale, comune a molti esseri umani. Quando il romanzo uscì in Russia, nel 1856, ebbe un immediato successo perché fu visto come la denuncia di un comportamento tipico di buona parte dell’aristocrazia russa, che, adagiata sulla servitù della gleba, non agiva, non si muoveva, ma era preda di una pigrizia deleteria. Lo stesso Oblomov, che pure è un personaggio positivo, ricco di bontà e di candore, risponde così al suo servitore, il maldestro Zachar, che ha osato ricordagli che ci sono “altri” uomini che vivono diversamente da lui: “Che cos’è un altro?... Un altro è un uomo che si pulisce le scarpe da sé, si veste da sé; anche se qualche volta ha l’aria di un signore, non lo è, non sa cosa sia un servitore, non ha nessuno da mandare fuori, fa un salto lui a prendere quel che gli serve; mette egli stesso la legna nella stufa …”.
Oblomov è stato abituato, sin da ragazzino, a essere servito e riverito; non si è mai messo le scarpe da sé, non ha mai patito il freddo né la fame. Benché adulto e ormai divenuto possidente, rimpiange l’infanzia, un’età nella quale i suoi genitori l’hanno fatto crescere in un’atmosfera ovattata, dove il tempo non sembrava scorrere mai, dove l’esistenza era sempre uguale a se stessa, dove le gioie e i dolori del mondo giungevano attenuati. Oblomov è rimasto là, a sognare la sua infanzia felice. Non è mai cresciuto e si dimostra del tutto inadatto ad affrontare la vita quotidiana in città: è facile preda di scrocconi e delinquenti e trascorre la sua vita tra il divano e il letto, senza leggere, scrivere, pensare, immerso nella polvere e nella sporcizia. Eppure non sembra scomporsi mai: dentro di lui galleggia quell’indolenza assoluta, quel senso di noia indefinibile, che caratterizza a volte l’esistenza degli spiriti elevati.
La sua vita è colma di propositi che non attuerà mai. Vorrebbe sistemare la sua tenuta, migliorare le condizioni di vita dei suoi contadini, ma rimanda di continuo la stesura di un progetto di riforma. Promette all’amico Stolz (vero e proprio suo alter ego) di raggiungerlo all’estero, ma non lo farà. Saranno sempre vani i tentativi per scuotete Oblomov dal suo torpore mortale, dall’apatia. All’inizio del romanzo, l’autore ci presenta Oblomov un giorno qualunque, in tarda mattinata. Egli è ancora in vestaglia e a letto, affondato in uno stato di fiacco dormiveglia. E Goncarov ci avverte: “Lo stare coricato non era per Ilià Ilìc’ una necessità come per un ammalato o per un uomo che abbia sonno, né un caso eccezionale come per chi sia stanco e bisognoso di riposo, e neppure un godimento, come per chi sia pigro: era semplicemente il suo stato normale”.
Tuttavia per un certo periodo assistiamo a un Oblomov diverso. Nella sua fiacca esistenza, grazie all’amico Stolz, entra in scena una donna bella e intelligente, Olga Sergheievna, la quale conquisterà il suo cuore. E Oblomov vivrà un’estate intensa, nella quale il suo cuore batterà di passione per una donna che lo ama veramente. Ecco che il protagonista diventerà romantico, attivo: vivrà parecchie ore fuori di casa, si mostrerà capace di reggere la conversazione, di fare via sociale, di piangere, ridere, di raccogliere fiori per la donna amata, persino di chiederle se vuole sposarlo.
Ma questa storia d’amore fallisce perché è basata su un doppio equivoco. Olga, infatti, ama Oblomov non come realmente è, ma come ella vorrebbe che fosse: un uomo colto, delicato, attivo, intraprendente. La scoperta di questo equivoco conduce Olga ad asserire con mestizia: “Ho capito soltanto da poco che amavo in te quel che volevo che fosse in te, ciò che Stolz mi aveva mostrato, ciò che io e lui insieme abbiamo immaginato. Io ho amato l’Oblomov del futuro! Tu sei mite, sei onesto, Ilià, sei tenero… come una colomba; nascondi il capo sotto l’ala e non chiedi altro, sei disposto a tubare, sotto il tetto, per tutta la vita: io non sono fatta così”.
Lo stesso Oblomov, però, è caduto in un equivoco amando Olga: egli sognava l’amore come uno stato di quiete permanente, e il matrimonio come la fine di ogni turbamento e affanno. Un’esistenza da vivere tranquillamente nella pace della sua tenuta di campagna, come quando era bambino, al riparo dal mondo, dalle sue mille brutture. Invece, amando Olga, egli si accorge che anche l’amore è sofferenza, affanno, batticuore, emozione intensa. Oblomov pensava che l’amore “fosse come un caldo pomeriggio che pendesse immobile al di sopra degli amanti, e nulla si muovesse, nulla respirasse nell’aria ferma; invece neppure l’amore conosce la pace e il riposo va avanti, chissà dove, avanti…”. E poco oltre egli sospira: “Oh, se si potesse provare soltanto il tepore dell’amore, senza sperimentare le inquietudini! Ma no, la vita ti colpisce ovunque tu ti diriga, e ti brucia! Di quanto nuovo moto, di quante nuove occupazioni si è arricchita all’improvviso! L’amore è una ben ardua scuola di vita”. La presa di coscienza è amara ma inevitabile: Olga finirà per sposare l’alter ego di Oblomov, Stolz, un uomo che ha una concezione della vita assai differente: “La vita passa come un lampo, come un attimo, e tu vorresti sdraiarti e addormentarti! La vita dev’essere un fuoco sempre acceso. Oh se si potesse vivere due, trecento anni, quante cose si potrebbero fare!”.
Oblomov non può condividere una simile idea. Egli teme l’affanno, il trambusto, la ricerca di onori, gloria, ricchezze; pensa che tutte queste cose siano effimere e che la fatica immensa che l’uomo spende per raggiungerle (le poche volte che accade) sia la vera condanna. Oblomov è uno spirito nobile, suo malgrado, perché non teme di scoprire, nell’immobilità della propria esistenza, la vacuità della vita. Non vuole immergersi nelle attività più disparate, nei divertissment, per non sentire la noia; egli forse teme la noia, ma teme maggiormente la fatica che bisogna fare per liberarsene, sapendo peraltro che della noia non ci si libera mai per sempre, ma solo per brevi attimi e a prezzo di un grande dispendio di energie. Quel che Oblomov odia della vita è riassunto in questa sua affermazione: “Tutto questo correre, questo eterno gioco di miserabili passioncelle specialmente quelle che mirano all’interesse, a sopraffarsi l’un l’altro; le chiacchiere, le maldicenze, i dispetti, quel modo di misurarsi da capo a piedi. Ad ascoltare quello che la gente dice, vengono le vertigini, c’è da instupidirsi. A vederli, sembrano tutti intelligenti, persone piene di dignità […] Il mondo, la società! È la vita. Bella la vita! Cosa si può cercare? Se cerchi di scoprire il centro attorno a cui tutto ciò si muove, non lo trovi, non c’è, non esiste un centro! Non c’è nulla di profondo, nulla che tocchi la vera vita. Sono cadaveri, gente che dorme peggio di me, questi rappresentati del bel momndo e della società […] Non è che noia, noia e ancora noia!... Dov’è l’uomo in tutto questo? Dove si è nascosto?”.
Forse Oblomov ha proprio ragione… ma come si può vivere con queste idee? È impossibile. Anche l’oblomovismo, alla fine, subisce una sconfitta. L’amore di Olga muore a causa dell’oblomovismo. E il protagonista finisce per sposare la governante dell’abitazione in cui è andato a vivere. Lui stesso, poi, da giovane ha cercato la vita, si è messo in affari, ha viaggiato, ha frequentato la società, ha sognato, ha costruito ideali. Ma l’indolenza di fondo che lo attanaglia gli ha reso gravosa qualsiasi attività. Così Oblomov ha abbandonato i sogni e gli ideali di gioventù (che Stolz, in un colloquio epifanico, gli rimprovera di aver tradito), per adagiarsi nell’apatia, nella quiete della sua stanza, insomma, nell’oblomovismo: “Sono fiacco, frusto e logoro come un cappotto usato, e non a causa del clima e del lavoro, ma perché per dodici anni è rimasta chiusa dentro di me una luce, cercando una via d’uscita; una luce che ha soltanto bruciato la sua prigione e si è spenta, senza liberarsi”.
Alla fine del romanzo assistiamo a una sorta di “happy end”, o meglio, a una vicenda che termina con una logica quasi ferrea. Oblomov vive ormai quieto nella casetta di città: non è mai andato in campagna a riformare la sua tenuta, né si è recato all’estero. Ha avuto un bambino dalla sua nuova moglie, la massaia Agafia Matveievna, una donna già vedova e madre di due figli. È una donna che non si ferma mai: cucina benissimo, lava, spazza la casa e, soprattutto, riverisce Oblomov, lo considera un gran signore, anche quando sarà suo marito. Forse lei è la donna ideale di Oblomov. Il quale, peraltro, benché sempre più chiuso nell’indolenza, sperimenta l’illusione di aver raggiunto il suo ideale di vita e una forma, prosaica, di felicità. Olga ha sposato Stolz e, nonostante abbia trovato nel marito un uomo attivo, interessante, che la fa vivere, non riesce a godere appieno della felicità, perché le sembra che alla sua esistenza manchi sempre qualcosa.
L’ultimo incontro tra Stolz e Oblomov è commovente: questi è sempre più vittima della sua apatia, ma si sente ugualmente felice. Non sta bene perché ha da poco avuto un colpo apoplettico. Oblomov chiede a Stolz di occuparsi dell’educazione di suo figlio, Andrei. E nulla più: non si muoverà da quella casetta e dalla nuova moglie. In quel momento egli ha realizzato appieno qual è l’essenza dell’oblomovismo: quando sente nascere in sé i rimproveri per aver sprecato la propria vita, per aver tradito i propri ideali, egli si sente inquieto, ma poi si tranquillizza e, scrive Goncarov,: “si guardava intorno, gioiva dei beni del presente, si calmava osservando il sole che si immergeva tranquillamente nell’incendio del tramonto e concludeva che la sua vita non soltanto si era venuta combinando a quel modo, ma era stata creata, perfino predestinata, per essere così semplice e facile, per dimostrare la possibilità di una pace ideale nell’esistenza umana”.
Quando muore, Oblomov lo fa in silenzio, senza disturbare nessuno. Gli amici lo ricorderanno sempre con immenso affetto, la moglie con un’adorazione tenace, perché, come dice Stolz, Oblomov “non era più stupido degli altri, aveva un’anima pura e limpida come il cristallo, era nobile, affettuoso e … è perito … per obolomovismo!”.


UNA BEFFA LUNGA QUASI MEZZO SECOLO: LA JUVE IN COPPA CAMPIONI

È iniziata prima che nascessi. La Coppa Campioni era stregata già allora: 1973, finale contro l’imbattibile Ajax del “calcio totale”....