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mercoledì 21 maggio 2014

ALAIN RESNAIS. HIROSHIMA MON AMOUR

Un capolavoro, una pietra miliare nella storia del cinema. Questo è Hiroshima mon amour, film del regista francese Alain Resnais (1922-2014), uscito nel 1959 (scritto in collaborazione con la scrittrice Marguerite Duras), un gioiello che andrebbe visto e rivisto. Nato come documentario, si è trasformato nella narrazione di una storia d’amore vissuta in una Hiroshima ancora sofferente per le mutilazioni subite dalla bomba atomica sganciata dagli americani  il 6 agosto 1945.
La protagonista è un’attrice francese (Emmanuelle Riva) che si trova a Hiroshima per interpretare un film pacifista; la donna ha conosciuto la guerra in Europa, e ora percorre le strade di questa città fantasma, incrociando gli sguardi della gente segnata da un trauma non ancora guarito. Il protagonista maschile è un giapponese, un architetto (interpretato da Eiji Okada che nel film è un architetto), impegnato a ricostruire, con altri, la città devastata dalla bomba atomica.
All’inizio del film le immagini di distruzione colpiscono l’occhio dello spettatore, ma il film non è una pellicola pacifista, né una denuncia delle atrocità cui può arrivare l’essere umano. Esso narra una storia d’amore nel tetro scenario di Hiroshima: un amore forte, coinvolgente, che sembra voler rilanciare l’essenza della vita dentro una città, un mondo, che non esiste più. Tuttavia è un amore senza speranza, sia perché la donna afferma che ripartirà subito per la Francia, sia perché il contesto non lo permette. D’altra parte, nel film quel che più conta appare essere proprio lo scenario, lo sfondo. Resnais narra una storia d’amore sorta nella tragedia, un’avventura fugace vissuta in una città nella quale forse gli autentici protagonisti sono gli uomini che stanno ricostruendo se stessi e la loro città. I due innamorati osservano dall’esterno questa ricostruzione, perché sono entrambi alla ricerca di se stessi, impegnati nello sfiancante e vano tentativo di recuperare la propria memoria, il proprio senso dell’esistere.
La donna vive con maggiore tormento questa situazione, ma non in senso moralistico, giacché confessa che le è capitato altre volte di vivere avventure durate una sola notte: “mi piacciono gli uomini”, afferma con un sorriso. Nondimeno, l’inquietudine l’assale presto perché le appare folle quel che è accaduto e la follia, come l’intelligenza, ella sostiene, “non si può spiegare. Ti viene addosso, ti riempie di sé, e allora la capisci… Ma quando t’abbandona, non la capisci più”. C’è qualcosa nella sua memoria, nel suo passato, che la consuma; un dramma che emerge lentamente: la sua tragedia individuale, nello scenario di morte rappresentato da Hiroshima, sembra possa fondersi col dolore di tutti. Però si tratta di un’illusione: nulla consente alla donna di scordare la sua storia triste, vissuta durante la guerra in Francia, in una cittadina chiamata Nevers, dove ella viveva con i genitori. Non le serve trovarsi dall’altra parte del mondo, né tuffarsi in una nuova storia d’amore.
La donna commette, forse in buona fede, un errore. Crede che il suo amore giapponese sia capace di sostituire un amore vissuto anni prima e distrutto, come Hiroshima, dalla guerra. L’amore provato in gioventù per un soldato tedesco, per l’invasore e per il nemico della Francia, continua a tormentarla; la sua colpa non è stata solo quella di amare uno sconosciuto, ma anche di aver amato un nemico, un soldato dell’esercito nazista. Un uomo che fu ucciso sotto i suoi occhi, mentre lei si recava a un appuntamento con lui, per fuggire da Nevers, alla vigilia della liberazione della Francia. Per questo la ragazzina d’allora è stata considerata una traditrice: le hanno tagliano i capelli, l’hanno osteggiata. Per questo i suoi genitori l’hanno rinchiusa nella cantina, cercando di farla sparire perché disonorata. Mentre parla con il suo amore giapponese, la donna rievoca questi fatti rivivendoli: il flash-back consente allo spettatore di seguire il racconto in modo vivido. Per la donna quel passato drammatico è un presente, perché fa corrispondere, nelle sue parole, l’uomo giapponese che adesso ama con il soldato tedesco amato un tempo. Infatti, lei parla al presente e dice: “Io ti cerco, ti desidero, ma tu sei morto”.
La miscela magistrale di suoni e immagini che Resnais confeziona fa oscillare lo spettatore tra il passato e il presente senza creare confusione né cortocircuiti nel meccanismo della memoria; la sovrapposizione tra le immagini di Hiroshima alla fine degli anni Cinquanta e quelle di Nevers durante la guerra crea una contemporaneità che spaventa i due protagonisti, e che mostra l’eccelsa padronanza della tecnica cinematografica da parte di Resnais. I due protagonisti si sentono indifesi davanti alla forza incontrollabile del ricordo che irrompe improvviso nelle loro vite e che scombina la loro relazione. La donna soprattutto appare sconvolta perché non riesce a dimenticare pienamente, né a rivivere il passato come vorrebbe.
Il fardello di malinconia ha, per lei, un peso insopportabile e sembra produrre una doppia disillusione: la memoria di una tragedia collettiva come quella causata dalla bomba atomica non cancella nessun ricordo individuale, come la donna auspicava; inoltre, l’amore per l’uomo giapponese non la consola. La guerra ha portato Hiroshima alla catastrofe e ha distrutto il suo amore giovanile. Si crea così, grazie alla raffinatezza del regista che ricostruisce la vita passata della donna con un uso magistrale della tecnica del flash-back, un parallelo tra la tragedia collettiva e quella individuale. Hiroshima è il tentativo per dimenticare un dolore che non si può scordare, ma è anche il “nome” di un amore nuovo, di una memoria che continua a pesare sulla donna e che non è quella di tutti, ma solo la sua. Hiroshima è l’amore della donna ma è anche la sua disperazione.
In Hiroshima mon amour l’uomo e la donna non hanno nemmeno un nome. Sono come cose. Più simili a statue che a persone, oggetti d’arredo cui hanno inflitto, loro malgrado, un’anima. Entrambi sono lacerati tra due esigenze inconciliabili: il compito di ricostruire e il dovere di ricordare. Quando lui le dice: “Tu non sai ricordare”, lei ribatte: “Come te anche io ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la smemoratezza. E come te non sono riuscita a ricordare … come te ho desiderato avere un’inconsolabile memoria, fatta di ombre e di pietra”. Ma perché questa insistenza nel voler ricordare? Forse perché senza passato e senza memoria l’uomo non può esistere: nessuna bomba atomica, nessun ordigno bellico, anche il più potente, potrà incenerire il ricordo, sebbene possa distruggere un’intera popolazione.
L’uomo giapponese ha una storia diversa. Anch’egli è stato ferito dalla guerra, ma la sua ferita è veramente collettiva: è quella di un intero popolo distrutto dalle bombe atomiche sganciate dagli americani a Hiroshima e a Nagasaki nell’agosto 1945; egli appare un personaggio meno tormentato, o meglio, capace di condividere questo tormento con quello di un’intera nazione che, seppure sconfitta dalla guerra, si sta riprendendo con grande spirito di abnegazione.
Il regista riesce a riprodurre il senso di spaesamento e confusione che disorienta i personaggi senza far perdere tensione drammatica alla storia; tante cose sembrano apparire in modo sfumato: i caratteri dei personaggi, i sentimenti, i palazzi, le persone. Distinguere una cosa dall’altra, a Hiroshima, non è facile. Amare e morire sono divisi da una linea assai sottile. Come dice l’attrice all’inizio: “Chi sei tu? Tu mi uccidi e mi fai del bene”.
Durante il film la donna soffre anche perché è non sa se andare via o restare. A volte sembra voler restare in Giappone per dimenticare ogni cosa e iniziare un’esistenza nuova. Ma non è capace di decidere. È torturata dal ricordo, dalla consapevolezza di quanto la vita sia guidata dalla casualità, e da come questa casualità cosmica influenzi ogni singola esistenza. Se gli americani non avessero sganciato le bombe, lei avrebbe incontrato quell’uomo, a Hiroshima, lo avrebbe amato, anche solo per pochi giorni? Se non avesse amato quel soldato tedesco, sarebbe fuggita dalla Francia, cercando rifugio dall’altra parte del mondo? Domande vane.
Verso la fine del film i due passeggiano distaccati, lontani; lui le chiede di rimanere a Hiroshima, ma lei non risponde, pensa ancora al soldato tedesco morto, al suo amore di quattordici anni prima. Nell’inquadratura successiva, nel deserto mercato coperto della città, lei passeggia da sola. Quando si rivedono seduti su una panchina, la donna riflette: “Il nome si cancellerà poco a poco nella nostra memoria; poi sparirà del tutto”. Non può rimanere, perché restare in Giappone significherebbe rivivere ogni giorno lo sfortunato amore d’un tempo; eppure, proprio amando quell’uomo giapponese, lei tiene viva una parte di sé, del proprio passato. Per questo dichiara: “Restare è più impossibile ancora che lasciarci”. Ma l’uomo la vorrebbe tutta per sé, perché sa di non essere quel soldato tedesco: “Avrei preferito tu fossi morta a Nevers”. “Anche io. Ma non sono morta”, lei risponde.
Se è impossibile dimenticare una tragedia come quella di un amore infelice, altrettanto impossibile è poterla rivivere, o pensare che l’amore nuovo possa riscattare quello vecchio, quello provato dalla “ragazzina di Nevers” per il soldato tedesco. Il film termina affermando una duplice assurdità: quella di dimenticare e quella di rivivere qualcosa che appartiene al passato. Era un’illusione fuggire dalla Francia per scordare il soldato tedesco, come è un’illusione credere che il nuovo amore giapponese possa identificarsi con quel lontano amore giovanile.
La donna alla fine afferma che il nome del suo amore giapponese è Hiroshima perché condensa dentro di sé il dolore di un’intera città, senza vergognarsene, senza volerlo né dimenticare né riscattare. Lui invece dice alla donna che il nome di lei è Nevers, perché si rende conto che non potrà mai amarlo come se fosse la prima volta, come se alle loro spalle non esistesse null’altro che il loro amore. È contraddittorio e disperato questo desiderio, eppure permea l’intero film: “Come in amore esiste questa illusione, questa illusione di non poter mai dimenticare, comunque, io ho avuto l'illusione davanti a Hiroshima di non poter mai più dimenticare”.

sabato 23 marzo 2013

Vasco Pratolini. Il Quartiere

Si legge volentieri questo romanzo di Vasco Pratolini (1913-1991); forse, tra le altre cose, per quell’atmosfera fiorentina che piace tanto, soprattutto a chi va a Firenze solo per fare il turista. Oppure perché la storia ha molti aspetti del romanzo di formazione di un gruppo di giovani che vive in un Quartiere (con la “q” maiuscola, essendo “il” quartiere per antonomasia) che è un mondo a sé ambivalente: nicchia protettiva e prigione, luogo di esperienze di vita da amare e odiare, centro della propria esistenza e luogo da cui fuggire per cominciare a vivere davvero. “La nostra vita erano le strade e le piazze del Quartiere, fiorentini di antica razza, di ‘antico pelo’ dicevamo scherzando. Si stava agli angoli delle vie, sotto la Volta ove fu trafitto Corso Donati e ci si stava senza alcun sospetto di tutto questo, ‘popolo minuto’ sempre, fatto ignaro ormai, ciompi da se stessi traditi. Sulle antiche vestigia si illuminava la rosticceria il cui banco spandeva attorno odore di polpette di patate, di coniglio arrosto, di verdura fritta” (cap. I).
La storia di questo gruppo di adolescenti che cresce fra diverse esperienze si snoda con leggerezza; lo scrittore racconta in prima persona, ma senza rovinare al lettore nessuna sorpresa. Chi scrive è ugualmente ignaro, alla pari di chi legge, di quel che accadrà ai protagonisti. La prosa, in prevalenza concisa e volutamente popolareggiante, è assai gustosa; si alternano nelle pagine del romanzo momenti di puro realismo e attimi di lirismo, sullo sfondo di miseria e sfortuna di un Quartiere proletario, dove le passioni d’amore sfiorano le passioni politiche, la vicende storiche (il fascismo, la guerra d’Africa del ’35) si riverberano sulle vicende personali dei ragazzi, creando un quadro letterario variopinto e intenso.
Il protagonista, Valerio, è il personaggio che assorbe diversi aspetti delle vicende che accadono agli altri ragazzi. È nell’incontro con l’amore che avviene in lui una sorta di epifania generazionale. La sua scoperta dell’amore avviene grazie al passaggio tra l’arroganza adolescenziale e la dolcezza del rapporto vero con una donna. Dal suo fidanzamento per Marisa, ragazza che lui possiede senza amare e che era già stata dell’amico-nemico Carlo, all’amore vero e autentico per Olga, ragazzina che per lui diventa la donna ideale, una sorta di soggetto mitico, impossibile anche da toccare.
Il fallimento di entrambi queste storie, nonostante lo scoramento subìto, arricchirà Valerio, che comprenderà, forse, come la strada verso la maturità comincia quando si ha meno paura delle proprie debolezze, né si teme la confessione del proprio dolore. Parlando con il padre del suo sentimento verso Olga, Valerio dice: “[mi piaceva] perché era bella babbo. Perché quando le stavo vicino mi sembrava di avere accanto un essere soprannaturale e appena la lasciavo mi prendeva lo struggimento in cuore … Di giorno, la luce, le cose da fare, la gente con cui parlo, mi distraggono. Anche se fra me e le cose, fra me e la gente c’è sempre la sua immagine riesco ad andare al di là e mi controllo. Ma la notte, o quando sono solo a tu per tu col suo viso che ho sempre davanti agli occhi come ora, come ogni momento, più il tempo passa e meno resisto” (Cap. XXX).
Una tale confessione di “debolezza” da parte di un uomo, nel tempo del virilismo fascista, si configura come un atto di ribellione, non politica, certamente, ma esistenziale, e dunque assai più indicativa. Tutti i personaggi del romanzo vanno incontro a un destino diverso, eppure sono legati da un filo, da una convinzione, da una speranza un po’ folle: la disperazione e la miseria possono essere riscattate, e anche chi è fascista e va in guerra volontario, scopre presto che l’inganno politico consiste proprio nell’illudere il misero che il riscatto della sua esistenza sta nel compiere un’azione eroica.
Il romanzo svela la grande lucidità dell’autore, la sua convinzione che sussiste un legame tra gente nata tra le stesse case, le stesse strade; anche chi è andato in Africa volontario, e poi è morto, rimane uno di loro. Lo scrive un amico di Valerio, Giorgio, allorché gli rivela la morte di Carlo (ex fidanzato di Marisa) che secondo lui “si meritava meno di tutti di morire in questa guerra. Non mi vergogno di dirti che ho pianto come un bambino quando ho saputo la notizia e spero che lo stesso sia successo a te. Malgrado le sue idee era uno dei nostri, o almeno uno col quale si sarebbe potuto fare i conti a viso aperto”.
Ecco ciò che mi ha affascinato di questo libro: la descrizione del senso di appartenenza a una comunità piccola, il Quartiere, che è una specie di enorme utero, dal quale ognuno prende vita, per poi seguire la propria strada. È poi l’esistenza a influenzare i diversi destini, le varie scelte, in un turbine nel quale è impossibile non smarrirsi, come se in fondo nessuno di noi scelga mai veramente qualcosa in piena autonomia. Questo humus comune permane nei protagonisti come un tratto distintivo, anche se il trascorrere degli anni porta alcuni di loro in altri luoghi; ed è così tenace da sopravvivere alla distruzione del vecchio quartiere, che viene sventrato dalle autorità cittadine.
Anzi, per paradosso, la fine del Quartiere, che giunge all’epilogo del romanzo, rende ancora più saldo il senso di appartenenza a una comunità viva. Lo stesso Valerio lo afferma, nel penultimo capitolo, quando, tornato da militare, si trova immerso in un mondo diverso, ignoto: “la speranza era davvero racchiusa nel Quartiere – mura, lastrici e volti erano una costante testimonianza della nostra ragione da far valere un giorno. Se avessimo soggiaciuto a recarci nelle nuove case della periferia, in ambienti più puliti, e salubri, che non avrebbero alleviato in nulla la nostra miseria, ma l’avrebbero bensì corrotta d’altre perfide voglie e tentazione, ci saremmo dispersi e traditi. Dovevamo invece reggere fino in fondo alla rappresentazione del nostro squallore, come un emblema appeso alla soglia del mondo, e restare uniti, spalla a spalla, fare un cerchio attorno alle nostre case in cui ogni angolo, ogni crepa erano il simbolo della speranza ed ogni sguardo, ogni corpo, un grido di incatenata protesta”.
Un’àncora di salvezza esiste ancora, per loro, i sopravissuti non alla guerra o al fascismo (che nella finzione letteraria è ancora in piedi), ma allo stravolgimento quotidiano e banale di esistenze che la vita ordinaria provoca. È singolare che sia proprio Marisa, la donna che Valerio ha “amato” solo per la carne, a donare coraggio al protagonista, abbattuto moralmente a causa della fine del Quartiere: “Hai trovato diverso il Quartiere. Ma la gente c’è ancora tutta, lo sai. Si è ammassata nelle case rimaste in piedi come se si fosse voluta barricare. Quei pochi che sono andati ad abitare alla periferia, dove c’è l’aria aperta e il sole, nel Quartiere li considerano quasi dei disertori”. E Valerio allora conclude: “Infatti … anche l’aria e il sole sono cose da conquistarsi dietro le barricate”, con una battuta che di certo possiede un significato metaforico, pensando alla Resistenza, e al fatto che il romanzo è stato scritto nel 1943.

martedì 24 aprile 2012

25 aprile. Ieri. E oggi?

È sempre difficile scrivere sul 25 aprile perché esiste il rischio di essere retorici e di celebrare in maniera un po' vuota una ricorrenza di grande spessore per la nostra democrazia. Eppure, nonostante siano passati ben 67 anni e molti partigiani siano scomparsi, questa giornata possiede un fascino notevole. Soprattutto perché non è ancora considerata una data storica da celebrare, bensì come una giornata per così dire ancora "viva", che suscita emozioni e, ahimè, divisioni. Chissà se il 25 aprile diventerà mai una data ritenuta patrimonio della coscienza civile di questo paese, come il 14 luglio in Francia. Forse un giorno succederà: in fondo la celebrazione della presa della Bastiglia in Francia è diventata festa nazionale circa cento anni dopo, mentre le aspre divisioni politiche causate dalla Rivoluzione francese, con il passare del tempo, si sono sopite quasi del tutto. Se in Italia esistesse una destra europea e non, al fondo, fascista nel suo meschino spirito piccolo-borghese (come scriveva Pasolini nel 1974: “L'Italia non è stata mai capace di esprimere una grande Destra. Essa ha potuto esprimere solo quella rozza, ridicola, feroce destra che è il fascismo. In tal senso il neofascismo parlamentare è la fedele continuazione del fascismo tradizionale”), il 25 aprile sarebbe celebrato in modo univoco. Invece non accade così. E, ancor oggi, c'è chi celebra i fascisti di Salò (link), come se partigiani e repubblichini fossero due fazioni belligeranti per il bene dell'Italia. Invece non fu così. Perché se è vero che i partigiani non erano santi e se è vero che qualcuno aderì alla Repubblica Sociale Italiana credendo di fare il bene dell'Italia, rimane ancor più vero che gli uni, i partigiani, combattevano per liberare l'Italia dall'oppressione nazista mentre gli altri, coscienti o meno, combattevano per fare del nostro Paese un'appendice della Germania. La storia raramente divide in modo netto torti e ragioni. Lo sappiamo. E si sa anche che i torti e le ragioni solo di rado possiedono un carattere oggettivo, poiché il giudizio storico non può avere, per sua essenza, l’obiettività di quello scientifico. Perciò è difficile stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto tra i protagonisti di un evento storico… Tuttavia la Resistenza è stata senza dubbio un lasso di tempo che ha nobilitato la storia d'Italia, regalando a questo paese un periodo, brevissimo, di lucentezza e di moralità. Qualcosa di raro in un Paese da sempre abituato a trovare escamotage, impegnato nel trasformismo, nell’accordo da piccolo cabotaggio, aduso a celebrare la furberia, l’arte di arrangiarsi e di fregare l'altro. La Resistenza è stato un periodo nel quale molti dovettero compiere delle scelte nette, irrevocabili. Magari chi optò per entrare nella Resistenza era un poco di buono e la sua scelta fu dettata da opportunismo; invece, chi scelse Salò era, in cuor suo, sinceramente convinto di dover combattere contro i nemici della patria. Ma la sostanza non cambia perché gli uni, in fondo, ebbero ragione e gli altri ebbero torto. Mi viene in mente una frase che, credo, appartenga a Vittorio Foa (spero di non sbagliarmi). A un sostenitore del fascismo che gli domandava quale fosse la differenza tra i combattenti di Salò e i partigiani, Foa rispose all’incirca così: “La differenza è questa. Se aveste vinto voi, io, che sono un antifascista, oggi non sarei qui. Invece, la vittoria dei partigiani consente a te oggi, sconfitto il fascismo, di sostenerlo ancora”. Ovverosia, la democrazia è un regime capace di consentire anche ai propri nemici, a chi vuol distruggerla, di dire la propria opinione. Forse da oggi soltanto avvertiremo l’impeto dell’ore a mezzo il nostro secolo volgenti, mentre al vento oscillano le lampade bisbiglia un portico in ombra e tu trasali al rombo degli autocarri che mordono la montagna. (Vittorio Sereni, Soldati a Urbino)

Ed ecco anche la parafrasi del " Paradiso" di Dante Alighieri .  Il libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon....