venerdì 15 gennaio 2010

Sbadigliando seriamente



Secondo una celebre affermazione di Giacomo Leopardi la noia sarebbe “della natura dell’aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gli sottentra, quivi ella succede immediatamente” (Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare). La noia come assenza di piacere e dolore, che esiste quando né l'uno e né l’altro sono presenti: “Massime quando l’uomo non ha distrazioni, o troppo deboli per divertirlo potentemente dal desiderio continuo del piacere; cioè insomma quando egli è in quello stato che noi chiamiamo particolarmente di noia” (Zibaldone, p. 3622).
Nell’età moderna e contemporanea la noia è diventata oggetto di un vivo dibattito filosofico; già il filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662) riteneva la noia come la condizione dell’individuo che riflette senza ingannare se stesso sulla condizione umana, senza distrazioni di sorta. In tempi molto più recenti, Vladimir Jankélévitch ha definito la noia come: “il sentimento che non c’è alcun sentimento, il che significa la possibilità di tutti i sentimenti” (L’avventura, la noia, la serietà, Marietti 1991, p. 60).
Questa definizione apre nuove possibilità a chi voglia riflettere sull’idea della noia; essa infatti appare non più come il segno della mancanza di felicità, ma, paradossalmente, come ciò che nasce (dalla illusione) della felicità stessa, allorché essa appare completa e all’uomo sembra che non vi sia più nulla che possa essere desiderato. Uno dei caratteri più innovati che il pensiero filosofico contemporaneo conferisce alla noia, in antitesi con il pensare comune, è il suo legame non con il “non aver niente da fare”, bensì con “un avere troppo da fare, un poter possedere (ma in modo illusorio) ogni cosa”; si tratta di una bulimia esistenziale che atrofizza la nostra capacità di crescere, desiderare, diventare veramente noi stessi.
C’è un altro interessante aspetto da sottolineare. Se nei secoli passati la noia appariva un sentimento “riservato” ai ricchi e ai nobili (che non sapevano come scacciare il tempo, come succedeva alla corte di Versailles, dove Luigi XIV teneva affaccendata l'aristocrazia in balli, cacce, spettacoli, in modo da evitare che il suo potere potesse essere messo in discussione), durante il XX secolo, con l’avvento della società di massa, la noia ha preso ad “affliggere” (o privilegiare) un numero maggiore di persone. Una volta che le esigenze vitali di base sono soddisfatte, l’uomo può dedicarsi a coltivare altre esigenze, spirituali, e porsi domande sul senso della vita, su se stesso. Ecco allora che si apre il campo delle diverse possibilità e delle diverse risposte a interrogativi che toccano la radice della nostra esistenza; nondimeno, la consapevolezza della irraggiungibilità di gran parte di quel che si desidera, nonché la nebulosità di gran parte delle risposte sul senso profondo dell'esistenza, determina spesso l’insorgenza di un’insoddisfazione profonda, di cui la noia diventa l’emblema.
Jankélévitch parlava tuttavia della noia come “possibilità di tutti i sentimenti”, quindi non della loro realizzabilità. Ecco perché la noia diventa frustrazione se giunge dopo la delusione di aspettative troppo elevate, e diviene indolenza se appare nella vita di un individuo ricco, che però si rende conto che il sale della vita risiede in qualcosa di superiore che sfugge sempre, non nella soddisfazione veloce di piacere immediati (si pensi al personaggio de La noia di Moravia, ma anche a Gli indifferenti).
Nell’uomo contemporaneo la capacità di desiderare si è accresciuta in modo abnorme, ma spesso essa rimane senza scopi, perché vuole troppo. Ecco allora che appare la noia, la vacua attesa di un istante che possa donare la soddisfazione ricercata; forse ha ragione Stendhal quando, ne Il rosso e il nero, definisce la noia come: “quello stato di stupore e inquieto turbamento in cui precipita l’anima non appena ha ottenuto ciò che ha desiderato tanto. È abituata a desiderare, e non trova più nulla da desiderare...”.
Per questo si può affermare che oggi, la noia, sovente sia il risultato dell’impossibilità di scegliere, dovuta sia al non aver più nulla da desiderare, sia all’avere aspettative troppo ampie. La noia sembra essere il portato del contorcimento su se stesso di un benessere diffuso ma essenzialmente superficiale e materiale; esso tende a negare possibilità di espressione alle esigenze spirituali più profonde, in modo tale da rendere gli individui uguali tra di loro, uniformi, consentendo loro di possedere non quello che effettivamente desiderano, bensì quello che i modelli sociali fanno credere sia desiderabile. In una società siffatta abbandonarsi a riflessioni filosofiche diventa “pericoloso”, perché distrae dalla corsa alla ricchezza materiale; secondo questa interpretazione, un’inclinazione eccessiva verso il pensiero può far avvertire all’uomo la sua pochezza, la sua fragilità di fondo, la sua debolezza esistenziale, e renderlo meno controllabile, dato che egli si rende conto che la soddisfazione che quel benessere gli concede prova è illusoria.
Naturalmente la riflessione filosofia, la poesia, sono rispettate da certi modelli sociali perché esisteranno sempre persone cui piace la filosofia o leggere i poeti; ma tali attività vengono depotenziate, istituzionalizzate, incanalate in percorsi pre-definiti (i festival poetici, letterari, le case editrici che pubblicano solo poeti affermati, le università dove i docenti sono quasi sempre assunti in base a concorsi finti), in modo da essere controllabili e incapaci di dare sfogo a effettive esigenze spirituali.
La noia invece può diventare, per chi è in grado di estraniarsi, almeno saltuariamente, dal ricatto sociale materialista, un’alleata, sebbene pericolosa. Solo chi è capace di avvertire quanto siano fallaci certe esigenze materiali che invece la nostra società fa apparire come assolute, potrà annoiarsi e cercare di ritagliarsi spazi autentici all’interno della propria esistenza. Solo per le persone più sensibili la noia avrà quel significato filosofico e puro, ossia di insoddisfazione che nasce dalla pienezza o dalla percezione del gran numero di possibilità spirituali esistenti (benché non raggiungibili). Chi soffre perché non può soddisfare le proprie possibilità materiali, proverà di contro un’insoddisfazione effimera, ossia una noia intensa quale semplice ammazza-tempo.
Diverso quindi sarà il destino di chi si innamora delle “cose” spirituali; egli sa che percorre un sentiero difficile, doloroso e avaro di soddisfazioni immediate. Seguendo Lacan, si potrebbe asserire che le fantasie non devono essere mai realizzabili, perché nel momento in cui otteniamo ciò che cerchiamo non possiamo più volerlo. Noi non proviamo il piacere dal possesso di qualcosa, ma dal desiderio di possederla. Forse è veramente così; ma chi si innamora delle esigenze spirituali, e fruga l’esistenza alla ricerca di risposte, proverà una noia nobile, non imputabile al tempo che “non passa mai”, bensì “al tempo che corre troppe in fretta”. L’esistenza potrebbe divenire nauseante , alla Sartre (però del Sartre prima della seconda guerra mondiale), ossia insensata, non tanto perché ogni senso ci sfugga, quanto perché troppi sensi ci vengono proposti per comprendere il reale, impedendo la scelta. Ma è veramente possibile scegliere?
Per questo ci sfugge il senso del reale e per questa ragione la nostra noia moderna, più che come apatia, potrebbe essere definita quale “indifferenza” (moraviana), che nasce quando ci si accorge della progressiva perdita di attrazione verso la realtà, i suoi oggetti e gli individui stessi. La noia come raffigurazione di una stasi della temporalità che non fluisce, non è né amore, né odio, né angoscia: essa è priva di oggetti (perché li cancella o li priva di ogni colore, lasciando loro il solo valore strumentale), o meglio, essa rende vuoti e anonimi gli oggetti stessi. La noia contemporanea, se la si vuole guardare veramente negli occhi senza temere di esserne pietrificati, impasta di sé ogni attimo dell'esistenza; ogni cosa trasuda di lei, di questa noia impalpabile, vacua e che sfugge a qualsiasi tentativo di definizione o di rappresentazione.
Per fortuna c'è la vita, allora; perché ogni tanto una caduta nella materialità può essere salutare, in modo da attenuare la perdita di senso profondo cui la realtà quotidiana sembra andare incontro.

Assalone, Assalonne! (W. Faulkner)

Scriveva Borges nel 1937 a proposito di Assalonne, Assalonne! : “A Faulkner piace esporre il romanzo attraverso i personaggi. Il metodo...