lunedì 1 marzo 2010

L'uomo e l'animale (o l'uomo "è" un animale?)



“La presunzione è la nostra malattia naturale e originaria. La più calamitosa e fragile di tutte le creature è l’uomo, e al tempo stesso la più orgogliosa. Essa si sente e si vede collocata qui, in mezzo al fango e allo sterco del mondo, attaccata e inchiodata alla peggiore, alla più morta e putrida parte dell’universo, all’ultimo piano della casa e al più lontano dalla volta celeste, insieme agli animali della peggiore delle tre condizioni; e con l’immaginazione va ponendosi al di sopra del cerchio della luna, e mettendosi il cielo sotto i piedi. È per la vanità di questa sua immaginazione che egli si eguaglia a Dio, che si attribuisce le prerogative divine, che trasceglie e separa se stesso dalla folla delle altre creature, fa le parti agli animali suoi fratelli e compagni, e distribuisce loro quella porzione di facoltà e di forza che gli piace. Come può egli conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? da quale confronto fra essi e noi deduce quella bestialità che attribuisce loro?
Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa se essa non faccia di me il proprio passatempo più di quanto io faccia con lei? Platone, nella sua descrizione dell’età di Saturno, annovera fra i principali vantaggio dell’uomo di allora la possibilità che egli aveva di comunicare con le bestie, e informandosi e imparando da loro, conosceva le vere qualità e differenze di ciascuna di esse; in tal modo egli acquistava un’estrema perspicacia e saggezza mediante cui conduceva una vita di gran lunga più felice di quanto noi sapremmo fare”
(M. de Montaigne, Apologia di Raymond Sebond, in Saggi, cap. XII, a cura di R. Solmi, Adelphi, Milano 1994)

La riflessione di Michel de Montaigne (1533-1592) rappresenta la più felice sintesi dei risultati filosofici cui è approdato lo scetticismo del XVI secolo. Montaigne è un filosofo gradevolissimo, un “inattuale”, in scarsa sintonia con un secolo, il XVI, nel quale in campo filosofico la facevano ancora da padroni il dogmatismo aristotelico-scolastico e le fumose argomentazioni neo-platoniche post-rinascimentali. Galileo era, infatti, ancora giovane, Descartes sarebbe nato solo nel 1596…
Secondo Montaigne l’essere umano possiede una natura molteplice, non definibile in maniera univoca, essendo l’uomo “un soggetto meravigliosamente vano, vario e ondeggiante” (Apologia di Raymond Sebond). Inoltre, l’autore nota come spesso noi stessi, a seconda delle condizioni in cui ci troviamo, giudichiamo un identico fatto in maniere completamente differenti. L’uomo, come si legge “È un foglio bianco preparato a ricevere dal dito di Dio quelle forme che gli piacerà di imprimervi”.
Rifacendosi ad argomentazioni scettiche ben note, Montaigne dichiara che nulla consente di definire l’essere umano padrone della natura. Egli si richiama al poeta latino Lucrezio, per sostenere che la natura è una grande Madre nella quale è infuso il soffio della divinità, che si manifesta attraverso fenomeni dei quali l’uomo non può comprendere le cause ultime, poiché esse sfuggono alle sue deboli capacità conoscitive. Invece di pretendere di dominare la natura, l’uomo farebbe bene a conformarsi a essa, come fanno gli animali, giacché “La natura ha universalmente abbracciate tutte le creature; e non ve n’è alcuna che essa non abbia pienamente fornito di tutti i mezzi necessari alla conservazione del suo essere”. Secondo Montaigne è necessario riconoscere l’essenza finita e limitata dell’uomo; egli chiama in causa la dottrina pirroniana, che giudica utilissima a questo proposito, perché insegna che le nostre facoltà (sensi e ragione) sono fragili e fallaci: non a caso i pirroniani “si servono della loro ragione per indagare e discutere, ma non per decidere e scegliere”. L’individuo dovrà allora “essere un uomo vivo, che discorre e ragiona, che gode di tutti i piaceri e vantaggi naturali, che mette in opera e si serve di tutte le sue parti corporali e spirituali con norma esatta e sicura”.
Nel Saggio sulla crudeltà, l’attenzione e la valutazione delle facoltà degli animali è funzionale al riconoscimento della infondatezza dell’idea dell’uomo quale padrone assoluto del mondo. Montaigne afferma che ogni essere vivente è stato creato da Dio, il quale ha infuso in esso il medesimo desiderio di continuare a vivere: quindi, che diritto ha l’uomo di uccidere gli animali a proprio piacimento? Avvertiamo, nelle parole, di Montaigne l’insegnamento dei filosofi antichi, si (pensi a Pitagora, Plutarco e Lucrezio), diretto a mostrare come la benevolenza verso gli animali sia simbolo di un’umanità placida e rispettosa della natura. L’uomo non ha il diritto di mostrarsi tanto presuntuoso e arrogante da trattare a proprio piacimento individui così simili a lui.
Sempre nell’Apologia di Raymond Sebond, Montaigne critica alcune delle ragioni con lui l’uomo intende legittimare la perfezione, in particolare l’assurda la pretesa di essere simile a Dio. Inoltre, l’accostamento tra uomini e animali mira, in questo contesto argomentativo, a elaborare un atteggiamento scettico nei confronti delle pretese conoscitive umane, perché a suo parere le “presunte” grandi conquiste della ragione ci hanno aiutato a creare un mondo non migliore, bensì peggiore di quello degli animali. Il fatto che sappiamo apprendere molte cose non basta a impedirci di essere governati da funzioni e passioni corporee.
Invece, gli animali mostrano di possedere molte somiglianze con gli uomini: non soltanto essi sono dotati di sensibilità, bensì possiedono anche quelle facoltà che noi definiamo “intellettuali”. Montaigne anzi osserva che spesso gli animali si rivelano più intelligenti, più laboriosi, più riconoscenti e più sinceri: a che titolo dunque l’uomo si sente tanto superiore a essi? È evidente che gli animali possiedono facoltà e capacità assai simili alle nostre: a supporto di questa idea, Montaigne richiama esempi già presenti negli autori classici, come quello delle api che sanno ben governare la propria comunità o delle rondini che sono in grado, ogni anno, di fare il nido nella posizione migliore. La superbia umana è perciò un gran male, mentre sarebbe più proficuo affidarsi totalmente alla natura, come fanno saggiamente gli animali. “È chiaro che non è per un vero ragionamento, ma per una folle superbia e ostinazione che noi ci mettiamo al di sopra degli altri animali e ci isoliamo dalla loro condizione e compagnia”.
Infine, nemmeno il linguaggio è una facoltà soltanto umana: Montaigne si domanda a tal proposito come facciamo a essere certi che gli animali non comunichino tra di loro, dato che, per esempio, anch’essi mostrano di modulare i suoni a seconda delle diverse circostanze in cui si trovano. Non è neppure fedele alla realtà un’altra immagine molto in voga nell’antropologia classica, quella dell’uomo che nasce come l’animale più debole e che poi, in virtù di ragione e intelletto, si riscatta assoggettando tutti gli altri esseri viventi. La natura, invece, sostiene Montaigne, ha dotato ogni animale delle “armi” necessarie per vivere, per cui l’uomo deve smetterla di lamentarsi e di sostenere che la natura lo ha abbandonato a se stesso.
Nel secolo successivo le riflessioni sull’anima e il corpo dell’uomo, la constatazione della loro diversità essenziale (essendo il corpo una sostanza materiale e l’anima una sostanza spirituale), condurrà Descartes a concludere che gli animali, non potendo essere dotati di un’anima pensante, hanno solo un corpo che, come quello dell’uomo, sarà governato da leggi precise, fisse, naturali, ossia“meccaniche”. Ma l’idea dell’animale considerato come una “macchina semovente”, per fortuna, non sarà una delle intuizioni cartesiane più felici. E alla fine Montaigne avrà per molti aspetti ragione, se pensiamo a come, nei secoli, è migliorata la considerazione degli animali. I quali, si badi bene, non vanno considerati esseri umani, perché non lo sono, bensì esseri viventi con qualità, capacità, sofferenze, interessi e, forse, anche desideri. Ma di tale questione, vastissima, se ne può discorrere un’altra volta.

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