martedì 20 luglio 2010

Chiacchierando di nubi...



Ma dove vanno queste vaporiere del cielo,
bianche come non sono mai le nostre mani,
percorse da un’ansia di purezza intima,
bucate da pensieri che stringono in catene,
lucchetti senza combinazione.
L’azzurro è un falso colore,
e l’occhio che sogna
non lo vede:
le nubi sfilano in alto,
sospiri romantici ormai fuori moda
e osservarle, fermarsi a rimirarle, è il vero atto eversivo,
il modo per opporsi a un tempo in cui gli occhi di tanti
non fanno altro che guardare, famelici, la terra.
O forse non è qui il problema, è solo moralismo,
e allora volgersi alle nuvole è una fuga vana,
sperare nella loro comparsa, dopo un giorno di afa,
o sognare il loro dissolversi, dopo un giorno di pioggia,
è il segno di un’eterna insoddisfazione,
dell’idea che l’inferno siano gli altri,
sempre, solamente loro.
Le nubi intanto navigano…
le trasportano correnti invisibili, e non badano a nulla.
In mezzo alla neve, alla pioggia, alla nebbia e al vento,
il nostro cammino è sempre lo stesso, impervio,
e le speranze lumeggiano qua e là, inaccessibili
a chi non le vede, e intoccabili
per chi non vuole vederle.
Poi, quando le nubi passano,
non sappiamo nemmeno se siano esistite:
mutano fattezze continuamente, beffarde, e invano
noi cerchiamo di dar loro nomi umani,
di scovare nel loro biancore forme a noi conosciute,
ma l’ignoto del loro essere è l’ignoto del nostro esistere,
e i nostri nomi si dissolvono
come le loro forme inesistenti.
E quando borbottano oscure
e poi si rompono in scrosci di acqua e grandine,
incendiandosi nell’oscurità fittizia del temporale,
le amiamo illudendoci e sperando che,
almeno in quel momento,
si curino di noi…

Poesia "estiva", ma non in senso leggero. Fotografare nubi mi piace, perché cambiano ogni secondo e la loro forma dura per pochi attimi. Dunque, perché non coglierla e fissarla, o almeno illudersi di farlo?

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