martedì 7 febbraio 2012

Una vita (Italo Svevo)


Il primo romanzo di Italo Svevo forse non è ai livelli di Senilità e soprattutto de La Coscienza di Zeno, ma è un’opera interessante. In Una vita (1892), è chiaro, Svevo cerca ancora la propria strada. Egli intende discostarsi dal naturalismo francese e dal verismo, anche se non sa ancora bene quale stile assumere. Non è più un realista, ma sembra temere altresì il vuoto in cui si viene gettati allorché si abbandona un luogo sicuro e ci si inoltra in un territorio meno conosciuto. È un fatto però che in Una vita si trovino rade descrizioni degli ambienti e dei personaggi, solo sommarie indicazioni su tempi e luoghi (l’azione si svolge a Triste e nel paesino di origine di Nitti), e la trama è scarna, costellata dai soliloqui e dai pensieri del protagonista. Eppure si tratta di un romanzo rigoroso, nel quale la concatenazione degli eventi è rigida, quasi meccanica, come se l’autore non volesse lasciare nulla al caso. Di certo è un romanzo molto meditato e costruito. In questo senso è ottocentesco, ma, come dire, in esso traluce già quello spirito innovatore di Svevo che si affermerà pienamente nel suo capolavoro, ossia nella Coscienza.
Il protagonista di Una vita, Alfonso Nitti, contro il quale Svevo è severissimo, sembra richiamare il Frédéric Moreau de L’educazione sentimentale di Flaubert. Ma è solo un’apparenza: pure Alfonso ama in modo sfortunato, senza tuttavia vivere nel lusso di Frédéric. Nitti è impiegato di banca, il cui proprietario, signor Maller, ha una figlia, Annetta, che Alfonso seduce e poi non è capace di amare. A differenza che nel romanzo di Flaubert, l’ambiente di Alfonso è angusto, piccolo borghese, gretto. Mentre Frederic vive a Parigi ed è testimone di avvenimenti storici, Nitti vive in una stanzuccia in affitto nella casa di una famiglia (i signori Lanucci, ridotti in miseria). L’azione è ambientata nella Trieste austriaca di fine ottocento, una città di provincia, la cui “nobiltà” è spesso gretta, poco colta oppure, come Annetta Maller, capace solo di ripetere giudizi superficiali letti in qualche giornale sui grandi scrittori dell’800 (Zola, Balzac, De Kock).
Alfonso possiede un animo nobile, ma proprio questo determinerà la sua sfortuna. Egli desidera istruirsi, leggere i filosofi, scrivere e, soprattutto, essere un uomo superiore alla massa in cui è costretto a vivere: “Trovava la sua felicità da una parte nello studio accanito stesso, dall’altra nella sua ambizione cresciuta gigante, la fame di gloria. Sentiva di essere superiore agli altri e se ancora non sapeva come si sarebbe guadagnata questa gloria, lo afforzava nelle sue speranze il suo amore allo studio ch’era diventato passione” (cap. VII). Ma Svevo è implacabile con lui, perché Alfonso non è all’altezza della vita colta e filosofica cui aspira. Il protagonista, sprovvisto della nobiltà di famiglia, cerca di costruirsene una interiore grazie alla cultura. Però non è facile creare un proprio stile di vita distaccato, sopportando con forza i drammi dell’esistenza; l’illusione di vivere per l’arte non lo salva, perché egli non è un artista, né un filosofo, ma un uomo come tanti, incapace di sottrarsi alle passioni.
Il suo amore per Annetta, imbevuto di suggestioni letterarie (i due decidono di scrivere un romanzo a quattro mani), lo conduce alla rovina. Si tratta di un amore fuori tempo, romantico nelle intenzioni e banale nello sviluppo. Dopo aver sedotto Annetta, Alfonso lascia Trieste su consiglio di lei. Questo è un grave errore: perché mentre egli si balocca in riflessioni auliche, intellettualistiche, sulla sua superiorità rispetto a una donna poco colta che si è data a lui ammaliata da un fascino letterario che egli in realtà non possiede, Annetta è ricondotta alla ragione. Il padre la convince ad abbandonare le fantasie letterarie, a tornare al suo mondo borghese e a fidanzarsi con il cugino Macario, un avvocato.
Ma Alfonso ignora questi fatti e torna lieto al paese, quasi disistimando Annetta: il modo con cui si è concessa lo ha deluso. Avrebbe desiderato un atteggiamento più teatrale e fiero, come quello delle donne dei romanzi. L’esistenza però non è un romanzo. Egli conserva in sé la contentezza per il desiderio appagato ma, contemporaneamente, la consapevolezza che la soddisfazione di un piacere non dona mai un’autentica pienezza e che la noia dell’esistenza è sempre in agguato, pronta a rovinare gli animi nobili. Alfonso avverte i moti del suo animo come qualcosa che lo spinge verso un piacere che mai sarà quietato e che lo rende troppo simile alla massa degli uomini tra cui egli vive (i suoi meschini colleghi, Annetta stessa, la miserabile famiglia che lo ospita, condannata a un destino di miseria e disonorata dalla gravidanza fuori dal matrimonio della figlia).
E poi, quando Alfonso torna al paesello, viene subito a sapere che sua madre è malata. Inoltre, questo ritorno segna un’altra delusione, un’altra sconfitta delle sue illusioni: in città Alfonso aveva sovente rimpianto la quiete, la limpidezza e la genuinità del carattere del suo paese e dei suoi abitanti. Quando ci ritorna, però, s’accorge che quel quadro idilliaco non esiste: anche li regna il cinismo, la meschinità. Dopo la morte della madre torna a Trieste, dove si compie il suo destino.
Al suo ritorno, infatti, presto si rende conto di essere incapace di mantenersi indifferente a tutto. Quello che lo angustia è l’odio immotivato che egli suscita negli altri. Non se ne capacita, credendosi una persona limpida e tranquilla. Ma l’ostilità di una donna sedotta e abbandonata è tremenda.
Svevo non fa entrare più in scena Annetta (se non per una breve apparizione), ma il lettore può intuire i suoi sentimenti osservando la storia parallela di Lucia, la figlia della famiglia che ospita Alfonso. Costei si è fidanzata con un uomo, Gralli, che la mette incinta e poi la lascia. La famiglia cade nella disperazione, Lucia vorrebbe uccidersi, mentre il fratello di questi, Gustavo, promette di ammazzare il Gralli se questi non accetta di sposare la sorella. Ma Alfonso si crede migliore del Gralli, un uomo meschino interessato solo ai soldi (accetterà di sposare Lucia solo perché Alfonso gli darà del denaro). Eppure il parallelo regge: alla fine del romanzo, quando Alfonso chiederà ad Annetta un colloquio chiarificatore, egli si troverà di fronte il fratello di questa, Federico, che lo aggredirà e con il quale prenderà accordi per un duello.
Alfonso è tratteggiato da Svevo come un inetto, un nano posseduto da sogni giganti. Nonostante i suoi propositi di non essere influenzato da un’esistenza inevitabilmente percorsa dalla sofferenza, esemplificata dall’ostilità gratuita di Annetta (che nel frattempo ha fatto sapere ad Alfonso di non volerlo più vedere), egli appare “attaccato” alla vita quanto più cerca di mostrarsene indifferente. Prima di tornare in città egli, infatti, dice a se stesso: “Se Annetta non lo amava più egli usciva dalla sua vita, vi perdeva ogni interesse e nella vita contemplativa cui intendeva di dedicarsi non avrebbe avuto il bisogno di adulare o di fingere e non correva il pericolo di ritrovarsi un bel giorno nel cuore un amore nato dalla vanità o dalla cupidigia” (cap. XVI). Invece, alla fine del libro, quando si è accorto che Annetta lo desidera morto ed è deciso il duello con Federico, Svevo smaschera il trucco di Alfonso: “Quanto più egli l’aveva vista allontanarsi, tanto più l’aveva amata” (cap. XX).
Nessuno si rende conto della nobiltà d’animo di Alfonso e il suo ideale di purezza e di distacco filosofico dall’esistenza, creato leggendo in modo frettoloso Schopenhauer, lo rende paradossalmente più soggetto all’odio degli altri. Egli si sente un incompreso perché troppo nobile d’animo per confrontarsi con le persone venali con cui viene a contatto. Ma non è stato lui a cercare questo contatto? Ad amare Annetta e poi a non rimanere vicino a lei? Svevo non mostra indulgenza per l’inettitudine di Alfonso, per il suo vacuo mondo ideale. Egli non ha la grandezza dei personaggi dei romanzi francesi, né la saggezza dei filosofi cui egli vorrebbe assomigliare.
La sua morte è banale: si tratta di un suicidio che, nel suo animo, avrebbe dovuto destare rimorsi in Annetta e negli altri suoi nemici. Ma non sappiamo se sarà così. Svevo chiude il romanzo in modo brusco: la risoluzione di suicidarsi sorge in Alfonso alla penultima pagina, mentre ci si aspetterebbe, vista l’enormità della decisione, una descrizione più dettagliata del percorso mentale che spinge Alfonso verso questo atto.
Anche tale risoluzione, scaturita da una lettura superficiale di Schopenhauer (il filosofo tedesco negava legittimità al suicidio), dimostra l’inettitudine del protagonista. Ma c’è un’altra chiave di lettura. Forse Alfonso alla fine decide di ribellarsi contro le idee dei filosofi e dei moralisti, e di negare, uccidendo il proprio corpo, quella sofferenza che lo attanaglia da quando è nato: “Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro al suicidio, da quelli morali a quelli dei predicatori a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti da desideri” (cap. XX). Chissà, alla fine Alfonso si mostra meno inetto di quanto il suo implacabile creatore vuol farlo apparire. Ma non è dato sapere se è realmente così.
Svevo non descrive il suicidio, non mostra pietà per il protagonista. Sappiamo della sua morte solo da una lettera che la direzione della banca invia al tutore di Alfonso che vive nel suo paese d’origine. L’autore decide dunque di delegare a questo biglietto freddo e burocratico la comunicazione della notizia. Nessuna commiserazione per Alfonso.

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