venerdì 26 aprile 2013

LUI, LEI




Mi piace pubblicare qui questo raccontino uscito l'anno scorso, con poche varianti, sul celebre sito Tornogiovedi, leggibile a questo link. Non ho cambiato la sostanza, solo la forma, e in minima parte. Volevo però che anche il mio blog potesse ospitare queste righe. 
Non c'è molto da dire riguardo alle parole che seguiranno. È una non storia, anzi, la fine di una non storia. L'ispirazione (che parolona!!) mi è stata offerta dalle scene iniziali del meraviglioso film di Michelangelo Antonioni L'eclisse (1962). Queste scene sono riprodotte nel filmato di You Tube che ho incollato. Buona lettura.

«Cosa ti spinge, ancora, qui, vicino a me?».
La domanda di lei lo scosse da quel torpore fittizio, quasi forzato, provocato dalla tristezza. Non rispose, ma si svegliò definitivamente. Guardò di fronte a sé: la stanza era accarezzata dalla luce anonima di un’alba autunnale. Gli oggetti, i mobili, i quadri, le pareti, sembravano emergere a fatica da un’oscurità senza fondo. Tutto era grigio oppure macchiato da colori sporchi.
Lei fissava un quadro alle pareti. Ora taceva. Non lo guardava in quel momento. Non lo aveva guardato nemmeno quando gli aveva rivolto quell’ultima domanda. Non lo guardava da tempo, ormai.
Lei indossava una camicia da notte bianchissima. I capelli erano spettinati. Era ancora molto bella, ma di una bellezza ostile, marmorea, non più traboccante di passionalità. Era bella, l’aveva sempre ammirata, e, ora che stava per perderla (perché era chiaro, sin da quando avevano iniziato a parlarne, la sera prima, che lo stava lasciando), avrebbe voluto stringerla a sé e amarla almeno un’ultima volta. Ma non aveva il coraggio di rivelarle questo pensiero. E poi le frasi di lei, sin dalla sera prima, gli erano parse definitive. Senza speranza. Né per lui né per lei.
All’improvviso lei si voltò, quasi di scatto. Gli lanciò un breve sguardo, poi abbassò gli occhi. Sotto la camicetta lui scorse il seno sollevarsi per un istante. Poi lei disse:
«Non ti amo più, credo. Quando ti amavo, sai, pensavo che darmi a te significasse farlo per sempre. Ora invece, ora che sento di non amarti più, fare l’amore mi sembrerebbe una cosa penosa, per me e per te. No?».
Lui sussultò: si sentì smascherato, come sei lei gli avesse letto nel pensiero. Quell’ultima domanda, però, forse era un modo per chiedere la sua opinione. Chissà, magari lei non aveva ancora deciso tutto. Allora lui si sollevò, mettendosi a sedere sul letto, e le parlò:
«Come fai a dire che non mi ami più? E come fai a dire che mi hai amato?».
Lei, dopo questa domanda, lo guardò fisso. Gli occhi verdi sembravano spenti per sempre, mentre il pallore delle sue gote risaltava in modo quasi insultante, per lui, nella penombra plumbea di quell’alba di ottobre. Era chiaro che quel pallore, quel dolore che lei mostrava, fosse un’accusa contro di lui. Era dunque solo colpa sua se lei stava così male? Alla fine lui non resse quello sguardo e si commosse. Abbassò gli occhi e mormorò:
«Io sono colpevole, sì, so quello che significa il tuo sguardo. Io non so amare, eppure, fin da ragazzo, cerco di farlo. Ma sbaglio sempre. È come se avessi in mano le carte giuste, ma fossi incapace di gettarle sul tavolo, per paura che tutto finisca e di annoiarmi una volta raggiunto lo scopo».
Lei seguitava a guardarlo tacendo. Lui sentì allora che il suo cuore batteva più forte. Poi lei mandò un sospiro lungo e colmo di abbattimento. Lui allora pianse, ma cercò di non farsi vedere. Lei, intanto, si era alzata, dirigendosi verso la finestra che lasciava penetrare il bianco sbadigliante dell’alba. Disse con voce afflitta:
«Stai piangendo... Voi uomini vi vergognate di piangere, chissà perché. Comunque, sai, forse hai ragione quando dici che non sai amare, che hai paura della noia. È vero. Spesso amarsi è banale. È la sofferenza che precede o segue l’amore che dà un po’ di sapore piccante. Ma vedo che non capisci ancora qual è il problema. Sei concentrato su di te, come un bambino. E parli sempre di te, anche adesso. Però io sono troppo confusa per stare con te. Avrei bisogno di un briciolo di… non di certezza, né di sicurezza, so che sono parole ridicole. Avrei bisogno di sapere che non sono da sola, che ho un sostegno, qualcuno che condivide con me la mia vita. Penso che la vita sia così pesante… così… così stupida, così insensata. Sopportare la stupidità da soli è impossibile. Sono atterrita dall’idea di affrontare tutto da sola… Ma mi rendo pure conto che l’amore è un’altra cosa. E che né tu e né io sappiamo cosa sia».
Lui pensò che avesse ragione. Invidiava quella capacità di celare la propria disperazione controllandola. Ma sperava che fosse, anche lei, un poco debole e confusa. Gli appariva una donna in preda a una stanchezza mortale. Una donna diversa da quella che aveva amato.
«Ricordi?», la voce di lei interruppe quei pensieri, facendolo lievemente trasalire, «ricordi le prime volte?». Ora s’era voltata nuovamente verso il letto, ma non guardava lui, bensì faceva vagare gli occhi tra il letto e il comodino, come fosse cieca. «Anzi, ricordi la prima volta», soggiunse, «quella sera a casa di Barbara? Io mi ero versata il vino sul vestito ed ero andata in bagno, poi ero uscita a prendere un po’ d’aria. Tu sei venuto, ricordi? Imbarazzato e silenzioso. Dicesti una banalità, mi pare sul bel tempo di quella serata, e dopo due minuti, ricordi, un tuono… ».
Sì, lui si ricordava bene quel momento. La conosceva già e gli piaceva da tempo, ma allora lei stava con quell’altro. Quella sera il temporale li costrinse a rifugiarsi assieme sotto il portico. E arrivò il primo bacio.
Rammentando quella sera, tacquero entrambi, cercando di indovinare i pensieri l’uno dell’altro. Affondati in quella nostalgia melmosa, non fiatavano più. Però lei, ricordando quell’episodio, aveva sorriso. Ma senza allegria. L’aveva fatto come un gesto meccanico, come se ci fosse un’associazione immediata tra quell’episodio dolce e il sorriso che sempre, quando ne avevano parlato altre volte, lo aveva accompagnato. Poi aggiunse:
«Quel che mi piaceva di te era quel modo un po’ buffo di porti, quella tua leggerezza, quella capacità di essere dolce e tagliente, deciso e impacciato. Mentre Emilio mi sembrava una specie di padre padrone, uno che organizzava tutto nei dettagli. E che mi trascurava. Quella sera, quando ti baciai sotto il portico, però io non avevo deciso niente. Tu forse, visto che poi mi sono messa con te, hai pensato che proprio quella volta io abbia deciso di lasciare Emilio e di mettermi con te. Invece no. Quella sera fu tutto casuale. Mi trovai lì con te e ti baciai perché eri stato dolce e buffo. Se non fosse scoppiato quel temporale, non so cosa sarebbe accaduto».
Lui non replicò nulla, perché non capiva dove lei volesse arrivare. Gli piaceva ascoltare la sua voce, gli era sempre piaciuta quella voce lieve, quasi musicale, così espressiva. Anche in quel giorno grigio, benché popolato solo da parole amare, quella voce gli piaceva. Così decise di starla a sentire, perché lei voleva parlare ancora.
«Sai, quella prima volta tra di noi forse commisi un errore. Volevo lasciare Emilio, è vero, ma per stare da sola. E invece ho percepito che tu… insomma… che c’era qualcosa in te di cui avevo bisogno. E mi sono buttata su di te. È mio l’errore, sono stata precipitosa. Tu prima mi hai detto che sai che sbagli tu. Non so se sei sincero, ma sappi che l’errore è mio. Non è stato uno sbaglio l’averti amato, ma lo è stato chiederti quello che tu non potevi darmi. E la cosa che ti rimprovero, anche se non sei colpevole in fondo e anche sei hai fatto ogni cosa a fin di bene, è di avermi dato sempre solo quel che ti chiedevo io, anzi quello che esigevo io, di non avermi quasi mai costretta a cambiare, a mettermi in discussione…. ».
Quelle parole lo impietrirono. Pensò che quei due anni di relazione fossero stati la dimostrazione della sua sprovvedutezza. Lui aveva agito sempre per il meglio. Ma evidentemente aveva sbagliato ogni cosa. Si scusò, ma si sentì subito ridicolo. Dopo averlo ascoltato, lei s’avvicinò, si sedette sul letto e gli accarezzò i capelli, sussurrandogli:
«Lo so, ma appunto il problema sono io non tu… ».
Aveva parlato socchiudendo gli occhi e conferendo alla propria voce un tono amabile. Forse per questo, un po’ pentita, quasi subito si alzò in fretta, prese una sigaretta, l’accese e cominciò a fumare con calma. Ma diede poche boccate, poi la gettò via. Lui allora, in lacrime, disse:
«Ci hai pensato bene, non c’è niente da fare, vero? Non posso fare niente… io… Ci hai pensato?».
«A cosa?».
«Be’, dicevo, hai pensato se fai bene a lasciarmi, a far finire tutto tra di noi».
«Non lo so, non so più pensare da tempo, sono stanca di essere stanca… », gli rispose con un sorriso, tornando a scrutarlo, «ti ricordi questa frase? è un tuo verso. Mi piacque quando mi dicesti che scrivevi poesie. La tua testa mi affascinava tanto. Ma ora non so più pensare, tutto mi sembra oscuro, senza significato, persino la decisione di lasciarti mi appare senza senso, perché è una cosa che sembra venire dal di fuori di me, come se io non fossi autonoma, non fossi capace di decidere niente».
«Non ti capisco… », si arrese lui soffiandosi il naso.
«Nemmeno io, credimi, e non ti sto prendendo in giro. Ho paura. Penso che se stessi ancora con te, lo farei solo per non affondare, ti tratterei come lo scoglio che può salvarmi dalla morte, forse, ma non dalla vita… ».
Lui sbuffò leggermente spazientito. Non capiva, vedeva solo buio davanti a sé; non comprendeva le parole di lei né di cosa l’accusasse. Ma non aveva la forza per protestare, perché le lacrime continuavano a bagnargli gli occhi. Poi lei si sedette al suo fianco. In quel momento lo osservava di nuovo con dolcezza, ma a lui quello sguardo non piaceva più, perché gli sembrava pieno d’indulgenza. Era lo sguardo dell’adulto che compatisce il bimbo che si lamenta in modo infantile. Uno sguardo che sembrava un insulto.
Lei dovette intuire qualcosa perché smise di guardarlo quasi subito. Sospirò ancora, rimanendo a sedere sul letto, poi si voltò verso la parete e parlò:
«Scusami, scusami davvero. Non voglio apparirti drammaturgica, ma sappi che oggi quasi non mi va più di vivere. Questa casa, queste pareti, quest’alba così opaca, mi danno una tristezza mortale che tu non puoi nemmeno immaginare. Mi sento nell’anima un’angoscia spaventosa perché mi sembra di non amarti più, o almeno non più come una volta e invece, nel passato, certe volte, mi sarebbe piaciuto che la vita passasse in un lampo e noi diventassimo subito vecchi assieme, e fossimo ormai una cosa sola, e la nostra unione fosse cementata dai decenni passati assieme. Mi sento stupida a dirti così… ma è la verità… Mi sarebbe piaciuto continuare ad addormentarmi con te, sbadigliare quando sbadigli tu, sudare quando sudi tu e piangere con te, se necessario oppure ridere senza essere presa dal pensiero terribile che ogni momento lieto è mortale. Il dolore invece è immortale. O forse lo dico solo perché oggi tutto è così oscuro. Chissà, magari è vero che l’uomo è infelice solo perché non vuole accettare di poter essere felice».
Lui si sentiva disperato. Avvertiva dentro di sé una nostalgia insopportabile. Perché lei, mai, prima di quel giorno, gli aveva parlato in quel modo? Disse:
«Non mi avevi mai parlato così. Perché mi hai tenuto all’oscuro di tutto?».
«Perché se ti avessi confidato quel pensiero sull’idea di diventare vecchi, mi avresti presa in giro. Con quel tuo modo tagliente di rispondere, con quella tua assurda paura delle emozioni. Sapevo che mi avresti ridicolizzata. O forse ero io a essere realmente ridicola e mi sfinivo a cercare un ideale di amore che non esisteva. Che stupida, cercavo l’amore perfetto! E non mi sono accorta quando mi è balenato davanti l’amore vero, quotidiano quello che passa davanti pochissime volte durante un’esistenza. Peccato, ormai è tardi. L’amore vero forse è un insieme di banalità che diventano indispensabili perché ci tengono attaccati a questa vita e ci sottraggono alle sue grinfie, alla sua mortale serietà. Come vorrei non sapere pensare, avere il cervello piccolo ed essere felice!».
«Sei ingiusta», si difese lui, ma debolmente perché sapeva che lei aveva ragione.
«Sai», aggiunse lei con la voce sempre più flebile ignorando la sua affermazione, «avrei voluto amarti per sempre, ma ti vedevo sfuggente. Per questo la sola possibilità era pensarci vecchi e innamorati. Che stupida sono stata! Sapevo che in questo modo mi stavo attaccando a te, te l’ho detto prima, non per amore vero, ma per essere al sicuro, eppure cercavo di convincermi di amarti perdutamente. Però, chissà, forse ho confuso il mio desiderio di avere un uomo che mi salvasse con l’amore. Non lo so. Balbetto, vedi, balbetto. Se potessimo ricominciare da capo, tornare indietro… ma non avrebbe significato, perché ormai siamo troppo intimi per mascherarci in un’altra maniera».
Quell’ultima frase gli donò un po’ di speranza. Si voltò allora verso di lei che gli dava la schiena. Scorse nella penombra la camicia da notte bianca, i capelli sulle spalle. Ebbe la tentazione di toccarle la schiena. Ma non lo fece. Poi disse:
«Ma se dici così... significa che forse mi ami ancora, che  potresti amarmi, che vorresti… volermi bene… vedi che non lo sai nemmeno tu? Perché rovinare tutto? Pensaci».
«Io non rovino niente, sai, le cose a volte finiscono senza motivo, si spengono così».
Intanto lui aveva cominciato ad accarezzarla, a baciarla sul collo, ma lei si divincolò debolmente. Poi, all’improvviso, lo bloccò prendendogli le mani.
«No, ti prego, no… non così… non riesco ad amarti, ho paura, non posso… ».
Lui però continuava ad accarezzarla e a baciarla, nonostante la sua morbida resistenza. Le sussurrava: «Dai, non fare così, un po’ mi ami ancora, lo sento, lo sappiamo… ».
«No, no, lasciami», sospirò lei debolmente, senza opporre più resistenza, «non potrei farlo, adesso, non lo farei per amore, ma solo per un senso di… compassione verso di te. Per non farti soffrire, almeno per un po’».
Lui allora smise di baciarla. La osservò meravigliato, ferito da quell’ultima affermazione. Lei aveva appoggiato la sua testa contro il suo petto nudo con un atteggiamento arrendevole, come se fosse incapace di mantenere con le azioni quel che sosteneva con le parole.
«Perché nomini la compassione?», le domandò lui con decisione, obbligandola a guardarlo. Fu brusco quando la sollevò verso di sé. Lei lo scrutava timorosa. Taceva e aveva gli occhi umidi. Nella penombra di quel giorno che sembrava non volesse incominciare, lei lo fissò come per penetrare nella sua anima. Non lo aveva mai fissato in quel modo. Lui ne ebbe quasi paura, tanto che si allontanò un poco dal volto di lei, come per metterla a fuoco meglio. Quindi si scosse, alzandosi come colto da un’illuminazione, come se avesse finalmente compreso cosa lei intendesse comunicargli attraverso le parole amare che gli aveva rivolto sin dalla sera prima. Cominciò a vestirsi.
«Che fai?», gli domandò lei con voce flebile, continuando a sedere sul letto.
«Me ne vado. Se vuoi cercami, sai dove sono».
«Va bene… ma smettila di piangere, ti prego… ».
Lui, infatti, aveva ricominciato a piangere. I modi affrettati e bruschi con cui agiva non lenivano il suo dolore. A un certo punto la sofferenza lo costrinse a smettere di vestirsi. Si sedette su una poltrona, abbattuto.
«Non fare così», lo pregò lei, «perché reagisci come un bambino?».
Lui rispose singhiozzando:
«Non sai dire altro, quando le cose non vanno bene, mi accusi di essere infantile… Sei ingiusta, ma so che posso fare ormai, dimmelo tu».
«Abbiamo sbagliato entrambi», chiosò lei. Rimaneva immobile, seduta sul letto: il volto era ancora pallido, le labbra quasi esangui e gli occhi sempre più spenti.
Lui si era alzato dalla poltrona, ma era rimasto con i pantaloni slacciati e la maglietta a mezze maniche. Teneva in mano la camicia, ma non l’indossava. Fuori dal vetro i rami degli alberi ballavano al vento, mentre la nebbia era una coperta spessa gettata sul mondo esterno.
«Sai», le disse a un certo punto fissandola e cambiando espressione all’improvviso, «non so dove abbiamo sbagliato. E poi… abbiamo veramente sbagliato in qualche cosa? Non hai detto poco fa che le cose finiscono senza ragione, che si spengono senza rumore? Allora credo che non dobbiamo aggiungere altro. È inutile stare qui a farsi macerare dall’angoscia per trovare il colpevole, il responsabile. Che senso ha aggiungere parole a parole? Serve solo a farci ancora del male, a rovinare anche quel poco (o quel tanto) di bello che c’è stato tra di noi in questi anni. Perché farlo? Lasciamoci così, senza altre parole, senza altre lacrime, senza altri baci. Non devi avere compassione di me, non devi averne più. Abbiamo parlato per ore e ore da ieri e siamo sempre fermi nello stesso punto. Non facciamo un passo, da mesi, in nessuna direzione. Sono mesi che andiamo avanti per inerzia, senza più sapere chi siamo. Siamo stanchi e non abbiamo il coraggio, o l’onestà, di ammetterlo. Due solitudini non fanno una coppia. Ci siamo quasi rovinati l’un l’altro. Adesso però è giusto fermarci, finché siamo in tempo… ».
«Sì», ora era lei ad apparire esausta e amareggiata. Parlava per monosillabi, aveva il volto colorato da un’espressione di tristezza stupita. Forse non s’aspettava che lui avrebbe capito tutto prima di lei. E in quel frangente toccava a lei sentire le lacrime incipienti ed essere attraversata da una malinconia insostenibile.
Lui nel frattempo aveva indossato la camicia. Si guardarono per un istante. La penombra della stanza era sempre più densa e soffocante. Non si baciarono per l’ultima volta, né si abbracciarono. Lui aprì la porta con un gesto che voleva essere definitivo: il suo viso adesso aveva un’espressione decisa, come non succedeva da mesi. Lei, distrutta, realizzò solo in quel momento che tutto era veramente finito, dentro e fuori di lei.
«Addio».
«Addio».

Marzo 2012

UNA BEFFA LUNGA QUASI MEZZO SECOLO: LA JUVE IN COPPA CAMPIONI

È iniziata prima che nascessi. La Coppa Campioni era stregata già allora: 1973, finale contro l’imbattibile Ajax del “calcio totale”....