domenica 6 ottobre 2013

IL DISPREZZO di ALBERTO MORAVIA




- Io non ti amo più, non ho altro da dire.
- Ma perché?... Tu mi amavi, no?
- Sì, ti ho amato molto … molto… ma ora non ti amo più.
- Mi hai amato molto?
- Sì molto, ma ora è finito.
- Ma perché? Ci sarà un perché?
- Ci sarà, forse… ma non lo so dire…

Il protagonista de Il disprezzo (pubblicato nel 1954) riesce a far dire alla moglie quello che lui sospetta da tempo. È il momento dell’epifania e lui, Riccardo Molteni, non esita a cercare la verità, nonostante il dolore che prova. La moglie, Emilia, finalmente parla e lo fa a colpi di accetta: non è tanto quel che dice a ferire l’uomo, bensì il tono con cui lei confessa di non amarlo più: un tono ultimativo, senza speranza e, al contempo, freddo, quasi indifferente.
Diversi segnali avevano preceduto questo chiarimento. Non segni chiari della fine dell’amore, bensì episodi minimi che però, messi assieme, costruiscono una catena drammatica. La scelta della moglie di dormire da sola, sul divano, giustificata con l’impossibilità di stare accanto al marito che, di notte, tiene la finestra aperta. E poi, la fine del loro erotismo: Emilia si “concede” ancora al marito, ma senza partecipazione, anzi, come fosse un dovere, un sacrificio inevitabile. E alla fine Riccardo si rassegna, riducendosi a spiare con timore le nudità della propria moglie, cercando di frenare il desiderio di lei voltando gli occhi da un’altra parte, come fosse un estraneo.
Il protagonista soffre molto: benché si aspetti le dure parole della moglie e, anzi, le abbia provocate, le sopporta a fatica: “Si possono immaginare le cose più spiacevoli e immaginarle con la sicurezza che sono vere. Ma la conferma di queste supposizioni …  giungerà sempre inattesa e dolorosa, come se non si avesse immaginato nulla”. Ora che la moglie ha confessato il suo disamore, si spalancano per la coppia le porte verso l’abisso: Riccardo ha un impulso omicida che si spegne presto. Emilia reagisce con rabbia a questo gesto violento, gridando: “Io ti disprezzo … ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più. Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi”.
Questo dialogo è uno dei pochi momenti in cui la donna parla con il marito dei loro rapporti. In realtà, per tutto il libro, il lettore conosce solo i pensieri dell’uomo (Moravia narra in prima persona) e può unicamente intuire, con molta fatica, quel che Emilia pensa. D’altra parte, nonostante le ripetute richieste di Riccardo, lei non rivelerà la causa del suo disprezzo. Benché il marito faccia delle supposizioni che appaiono plausibili, e in parte le esterni a Emilia, la moglie non si sbottona quasi mai. L’unica costante sarà la continua, desolante, riaffermazione del disamore verso di lui.
Il protagonista è uno scrittore di teatro che da poco ha conosciuto un produttore cinematografico: da quel momento egli entra nel mondo del cinema, collaborando a diverse sceneggiature e migliorando la propria situazione economica. Tuttavia, ben presto Riccardo sperimenta una lacerazione tra le sue aspirazioni e la realtà vissuta. Non ama scrivere sceneggiature nelle quali spesso le esigenze di “bottega” prevalgono sulle ragioni artistiche; non ama il carattere del produttore, Battista, uomo interessato solo al denaro, pieno di vitalità, abile a mascherare la propria cupidigia dietro l’interesse per l’arte; infine, non è amato dalla propria moglie, pur avendo scelto di scrivere sceneggiature solo per lei, per farla vivere in un bell’appartamento.
Il naufragio definitivo della coppia ha come scenario l’isola di Capri. Il produttore, infatti, vuole finanziare un film sull’Odissea. Ha invitato a Capri, nella sua villa, Riccardo, Emilia e un regista tedesco, Rheingold, affinché, nell’atmosfera dell’isola, i due uomini trovino il modo di scrivere il film. Riccardo accetta l’offerta solo perché spera che il viaggio a Capri possa portare la pace con Emilia.
Naturalmente accade il contrario, anche perché il protagonista vivrà con insofferenza la sceneggiatura, essendo in disaccordo con il regista sul modo di scrivere il film: questi, infatti, sostiene un’interpretazione assai moderna dell’opera di Omero. Egli pensa che l’Odissea sia la raffigurazione della vicenda di un uomo come Ulisse, razionale e riflessivo, assai diverso dal mondo culturale greco espresso nei poemi omerici. Secondo il regista, Ulisse va in guerra solo perché si è accorto che Penelope non lo ama più. E perché non lo ama più? Perché quando i Proci hanno tentato di sedurla o le hanno fatto dei regali, Ulisse, da uomo razionale e sicuro della fedeltà della moglie, non ha reagito; anzi, l’ha incoraggiata ad accettare i doni. Ma Penelope è una donna rozza, figlia del suo tempo, della cultura dell’onore e della forza, e interpreta l’atteggiamento di Ulisse come disinteresse verso di lei. Perciò smette di amarlo. Solo scendendo a patti con quella cultura dell’onore e della violenza che aborrisce, Ulisse potrà recuperare l’amore della moglie. Tuttavia egli è riluttante a piegarsi: per questo vaga per dieci anni nel Mediterraneo, indeciso, finché torna a Itaca e uccide i Proci. Ecco allora che Penelope lo riamerà.
Molteni sente avversione verso tale interpretazione, ma è altrettanto contrario all’idea del rozzo produttore, che vorrebbe invece realizzare un kolossal per fare soldi. In realtà, Molteni vede un parallelo che l’inquieta tra l’interpretazione data dal regista della vicenda di Ulisse e il suo rapporto con Emilia. Ulisse alla fine ha riconquistato Penelope. E lui come può riconquistare la moglie? Certamente non spargendo sangue, ma facendo sì che ella torni a stimarlo. Riccardo, infatti, crede che lei non lo stimi più da quando, una sera, lui non è salito in macchina con lei e Battista, preferendo prendere un taxi per recarsi a cena con loro. Che la moglie quella volta abbia pensato che lui la volesse spingere tra le braccia del produttore, in modo da essere poi agevolato nel rapporto con quest’ultimo? La stessa cosa accade alla partenza per Capri: Battista invita la donna nella sua macchina, ma Emilia sostiene di voler stare con il marito; ella allora guarda con aria interrogativa Riccardo, il quale non dice nulla, e così la moglie, cupa, sale nell’auto di Battista.
Riccardo commette lo stesso errore una terza volta: una sera, a Capri nella villa, scorge Battista che bacia Emilia. Più tardi, a cena, egli si comporta come se nulla fosse: impegnato a recuperare la stima agli occhi della moglie, confessa al produttore di scrivere sceneggiature solo per soldi e di non amare quel lavoro. Poi, nella camera di Emilia, cerca conferma di questo suo “recupero” della sua stima, ma la donna rimane fredda, impassibile, anzi, è pronta a criticarlo per quelle sue parole temerarie. Infine, Riccardo non accenna al bacio che ha visto, precludendosi, forse, l’ultima possibilità di essere riamato dalla moglie. I tentennamenti, la sua indecisione sul fatto di accettare o meno la sceneggiatura, non sortiscono comunque effetti di sorta. Per esempio, egli è convinto che la moglie lo apprezzerebbe di nuovo se rinunciasse al lavoro, mostrandosi più attaccato ai propri ideali che al denaro. Ma Emilia non muta atteggiamento quando lui le confessa questo pensiero, né si scompone quando il marito, con un giorno di ritardo, le rivela che ha scorto Battista baciarla. Lei infatti risponde indifferente: “Lo sapevo che mi hai visto… ti ho viso anch’io”.
È arduo per il lettore comprendere le dinamiche di questa coppia in disfacimento. Essa sembra disgregarsi per stanchezza, per noia, senza una ragione: “Emilia … desiderava continuare a disprezzarmi senza motivo, in modo da togliermi ogni possibilità di discolparmi e giustificarmi e da precludere a se stessa ogni ritorno alla stima e all’amore … in Emilia il sentimento di disprezzo era venuto prima, molto prima delle giustificazioni vere o immaginarie che io avevo potuto offrirle con la mia condotta … Ella avrebbe potuto dissipare fin dagli inizi l’equivoco crudele in cui era naufragato il nostro amore, palandomi, avvertendomi, aprendosi. Ma non l’aveva fatto, perché … in realtà ella non voleva essere disingannata, voleva continuare a disprezzarmi”.
Nondimeno, le riflessioni che Riccardo elabora per spiegare a se stesso il motivo della disaffezione di Emilia, per quanto acute, arrivano solo a sfiorare la verità. La donna, da parte sua, è un personaggio algido che probabilmente non ha ben chiaro il motivo del proprio disamore; tuttavia, come accadeva per Penelope nell’interpretazione del regista tedesco, la natura semplice della donna pare aderire alla realtà meglio dell’intellettualismo di Riccardo. Infatti, verso la fine del romanzo, di fronte all’ennesimo tentativo del marito per conoscere i motivi del disprezzo che lei prova, Emilia risponde: “Come sei fatto non lo so, lo saprai tu, so soltanto che non sei fatto come un uomo, non ti comporti come un uomo”. Nella sua semplicità, con questa frase più adatta a un fotoromanzo che a una discussione colta, Emilia dimostra di essere più concreta. La stessa cosa accade più tardi, quando ella grida al marito: “Non te lo perdonerò mai, mai ti perdonerò di aver rovinato il nostro amore”.
Di fronte a queste “lezioni” di realismo e allo scacco delle proprie aspirazioni, Riccardo comprende due cose: la prima, che la distanza dalla moglie è incolmabile, perché non è più solo di natura affettiva, bensì culturale: essi desiderano mondi diversi e vivono realtà lontane tra loro; la seconda, è che la moglie lo disprezza come uomo, ovvero per la sua “essenza”, per la sua natura profonda. Allora non c’è più nulla da fare: nonostante Riccardo covi ancora dentro di sé la speranza, la situazione è conclusa. Durante una gita in barca, egli ha, infatti, un’allucinazione: vede la moglie seduta vicino a lui che gli assicura che tutto è a posto e che ogni cosa è tornata come prima. Ma è un sogno, anche perché la moglie in quel momento, sta tornando a Roma con Battista, come gli ha annunciato con un biglietto: “Caro Riccardo, visto che tu non te ne vuoi andare, sono io che me ne vado. Da sola forse non ne avrei avuto il coraggio: approfitto della partenza di Battista. Anche perché ho paura di restare sola e la compagnia di Battista, dopo tutto, mi sembra preferibile alla solitudine. Ma a Roma lo lascerò e andrò a vivere per conto mio. Se, però, vieni a sapere che sono diventata amante di Battista, non ti meravigliare: non sono di ferro e vorrà dire che non ce l’ho fatta e che mi è mancato il coraggio. Addio. Emilia”. Tutto è finito, non c’è altro da raccontare. Il film naturalmente non si farà, Riccardo ha finalmente comunicato al regista l’intenzione di non collaborare alla sceneggiatura. Quando torna alla villa, l’uomo trova un telegramma di Battista che gli annuncia che Emilia è morta in un incidente stradale.
Forse questo grande libro è, talvolta, un po’ freddo. La scrittura colta, lineare di Moravia appare oltremodo impegnata ad analizzare in modo troppo intellettuale le pulsioni e i sentimenti dei protagonisti, tanto da renderli, talvolta, irreali. Da questo punto di vista, Gli indifferenti (1929) aveva una tonalità molto più viva.
Tuttavia, la scelta di limitare a tre i protagonisti (il regista Rheingold rimane sullo sfondo) è felice, come efficace è l’idea di far svolgere quasi tutta la vicenda in un unico luogo, l’isola di Capri. Questi fatti donano linearità e pulizia al romanzo. Moravia, inoltre, descrive in modo mirabile le mille riflessioni e i patimenti dell’uomo, riuscendo anche a istituire un originale parallelo tra la vicenda narrata da Omero e la più prosaica crisi tra Riccardo ed Emilia. La crisi che Riccardo vive investe sia la sua identità, sia quella del ruolo dell’intellettuale in una società ormai avviata verso il consumismo. Però non mi pare corretto attribuire a Il disprezzo una valenza sociale: è il racconto della fine di una storia d’amore per consunzione, per mancanza di ossigeno. Questa atmosfera, a mio parere, viene ben riprodotta nel 1963 nel film di Jean-Luc Godard ispirato al romanzo di Moravia, Le mépris, con Michel Piccoli e Brigitte Bardot, il cui splendido fondoschiena è sovente al centro delle scene del film.

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