martedì 25 febbraio 2014

GIOVANNI PELI: IL PASSATO CHE NON RESTA





Lo inseguo,
l’uomo della spazzatura, per vedere come è fatto un pazzo,
come se fosse una ragazza arrapante,
io cambio strada, conoscendo questo quartiere
come le mie tasche vuote:
il quartiere non è come quello di una volta
nessuno vive ancora nel quartiere come io per vent’anni io
ci sono vissuto.
L’uomo della spazzatura fa la spesa dentro nei cassonetti
del mio quartiere,
è uno dei pochi che non è mai andato via da qui.
Ci mangiamo con lo sguardo, un duello all’ultima goccia di sangue da succhiarsi,
finché lui con un sorriso giallo da mostro non mi abbatte
in mezzo alla strada ed io io
finalmente potrei sprofondare, essere
un ratto sviscerato ed esaminato.
Invece nella realtà io mi invento la sua vita
e ci spendo dei giorni, per riempirmi le tasche
di un altro passato non mio, ma che resti, come un maglione di lana,
lì nel cassetto pronto per il freddo.
Questo passato poi, insieme a tutti gli altri, scivola via
 come una larva, e non so più nulla io nemmeno di me.

Questa poesia, che mi sembra una delle più intense della raccolta Il passato che non resta, mostra la perizia di Giovanni Peli nel tracciare un ritratto di un uomo tra gli ultimi, sofferente e solo, un uomo emarginato. Ma l’autore subito si domanda chi sia il vero emarginato e se l’essere tale sia solo una condizione sociale e non anche esistenziale, operando un felice passaggio dal realismo poetico a una riflessione di portata più ampia. Ed è positiva, e indice di consapevolezza artistica, la capacità di costruire il ritratto di un uomo sofferente prescindendo dalla retorica e dalla commiserazione. Il medesimo tema torna anche più avanti nella raccolta, benché descritto con versi più brevi e, forse, con maggiore amarezza, come in Piccoli inganni: “Sono proprio taroccate le lacrime/perché che lacrime sono/queste che cominciano subito/che non si è spento né l’eco/né quell’abbaglio nel casino?/E quelle del sangue sul marciapiede?/Quelle nell’osso della faccia/rovinata dagli sbadigli la sera tardi?”
Il volume di poesie del cantautore e poeta Giovanni Peli (qui una sua recente canzone) si divide in tre sezioni Il passato che non resta, Canzoni d'amore, La celebrazione dell'indifeso. Un elemento comune a molti componimenti è il loro esser privi di lirismo fine a se stesso; un altro elemento comune è la prevalenza del verso narrativo, di un registro colloquiale, privo di intellettualismi e termini ricercati. Pensando al mestiere dell’autore, si potrebbe affermare che si tratta di versi “musicali” che potrebbero divenire (o forse lo sono già) sue canzoni. Ma non è questo l’essenziale, perché un cantautore sa distinguere tra poesie e canzoni. Piuttosto, il verso narrativo serve all’autore per ancorarsi a una realtà metrica e contenutistica che conosce bene e non lo tradisce. Per esempio, avverto echi pavesiani in questo finale della poesia Zichi-pachi zichi-pù:

Si dice la parola giusta, si canta e poi ci si guarda
ci si chiede con gli occhi: “C’è speranza per noi?” e il più disperato
versando il vino non dice niente neanche lui
e qualcuno risponde con un’altra domanda: “Perché?”,
poi si ricominciava finalmente a cantare.

Uno dei temi più presenti nel testo, soprattutto nella prima parte, è quello della fanciullezza (ossia di un’età in bilico tra infanzia e adolescenza) che, nella trasfigurazione poetica, diviene un’età mitica, ma non in senso retorico, bensì esistenziale. È l’età della sicurezza vagheggiata, e delle prime paure, dei primi dubbi sulla bontà dell’uomo e della vita: “Allora in due si torna e il corpo/della città cattivo e accogliente/lo si percorre fino ad un piccolo antico bar,/in tutta Brescia specialista della panna montata” (Va’ piccolo cuore). La fanciullezza come età di trapasso tra illusione e disillusione, e talvolta come età colma di dolcezza, è espressa bene dalla bellissima Eravamo forse solo nell’86, dove la compresenza del verbo all’imperfetto con il verbo al tempo presente (“c’era una grossa poltrona/dietro alla quale è sempre bello nascondersi”), mostra come l’autore viva il ricordo con affetto profondo, confondendo memoria e presente:

La prima magia era quella del sole,
tutti i giorni c’era il sole e il profumo di cose buone da mangiare.
Tutti i giorni la casa della nonna a un quarto all’una
era un altro paradiso di sole,
perché era piccola piccola e c’era una grossa poltrona
dietro alla quale è sempre bello nascondersi.
Era piccolo quell’appartamento ma era al quinto piano
e anche da soli si poteva giocare a stare sul balcone
a farsi venire le vertigini e i superpoteri
o a vedere da una finestra, come delle spie,
dentro a quegli angoli
che erano sempre invisibili da giù.

Nella fanciullezza è presente il seme dell’avvenire, in modo embrionale e misterioso, carico di illusioni che quasi sempre rimarranno tali o di assenze le cui ragioni non si comprendono appieno quando si è piccoli, ma che, da grandi, danno un dolore più acuto: (“Mi manca di te/ciò che non sei/ciò che non sai/stereotipata stella/unica amica mia/guarda come è bella/la nostra bugia”. Il gioco dell’assonanza). Per l’autore sembra trattarsi di una fanciullezza soprattutto collettiva, nella quale persone e affetti, dolori e silenzi, creano un coro di voci, di dolori, di speranza. Il passato, appunto, non resta, si disfa di continuo, creando un movimento di cancellazione e rammemorazione, una dialettica tra questi due termini che sembra talvolta assumere aspetti drammatici (Fragile e bianca: “Tu bianca tu fragile tu parli/adesso di ombre che ci hanno/sempre accompagnato. Per anni ho taciuto/ed ora senza noi la verità la nego,/ quando nell’inganno passo il tempo/con altra luce non richiesta/a coprire quell’ombra”), altre volte amari, allorché constata il polverizzarsi degli attimi passati, come accade in Soltanto dei nomi: “ma cosa siete voi?/nomi voi mio senso?/Nostro passato dissolto/breve invadente rischio/breve morte lungo addio”.
Non so se il poeta stia cercando se stesso, né se creda di potersi ritrovare solo guardando al proprio passato. In fondo, quel che è accaduto non finisce mai d’esistere, anche se lo fa solo in modo indiretto, nel ricordo; quello che esiste ora, invece, dura un attimo e svanisce subito. Come fare allora per ritrovare se stesso? Com’è possibile non cadere nell’oblio, come tanti altri, e perché tante cose desiderate e bramate sfuggono da noi? Riprendendo forse il celeberrimo “non” montaliano (o forse occhieggiando a I versi di Vittorio Sereni), l’autore si riscopre in negativo, come in Non mi vogliono: “Troppe cose non mi vogliono/lasciato con i chiodi a respirare/il senso dei miei occhi chiusi/non mi vogliono a respirare/quella cosa che non saprà mai/un uomo buffo e incastrato/col peso del suo corpo intero/nella spallata o nel cielo caduto/privatamente di gomma di ruota/né nessun altro”.
Nella sezione chiamata Canzoni d’amore il leit-motiv è il dialogo con una donna (cfr.  A Elle: “La tua bocca mi conferma la vita/nel bacio che abbiamo trovato/quando i gatti con ritmo segreto/chiesero alla notte dolcezza”). Tuttavia il poeta prosegue a camminare guardandosi indietro, come se potesse conoscere se stesso solo in questo modo e domanda all’altro un aiuto, un appiglio, la possibilità di conoscere quello che lui non è, come in Dovunque tu mi vuoi: “Per questo avvolti dentro una nube di incenso/noi non afferreremo mai il presente:/ora sul tavolo, nel letto, in bagno/dovunque tu mi vuoi/ecco tutto ciò che non sono io”.
La lettura di questa parte diventa quasi commovente quando si scorrono i versi di Nella paura del dire, prefigurazione dell’epilogo di un sentimento che il poeta esprime con versi accorati, ancora ghermito dalla paura di non esistere (“la mia fuga al contrario”), dal terrore della negazione del sé causata dall’abbandono dell’amore e dalla fine di un’altra illusione, quella di un adulto che conosce il dolore e non sa viverlo: “Ora i tuoi occhi spenti/che i sorrisi che ti strappo non svegliano/che nessun bacio i tuoi occhi mangiano/i tuoi occhi cercati in ogni possesso e rapina/come la chiara tua pelle bianca/la chiara tua pelle leccata e bianca/quest’incontro di fuoco spento e azzurro che mi lascia qui dietro/a girare due volte un angolo che non c’entra” (Dimenticando Elle).
La terza parte della raccolta, Le celebrazioni dell’indifeso, presenta poesie in genere più brevi, come se l’autore volesse accompagnare all’epilogo il lettore ampliando lo spazio riservato al silenzio. Prevalgono i colori tenui nella scrittura, come in Cara amica dell’alba (“È l’ora amata dagli insonni/quando cominciano a cantare gli uccelli/e l'inutile notte non è più indicata/tra le possibilità della storia”), che racconta un momento di sospensione del tempo, oppure i versi secchi, brevi, fulminei di Crisi (“La città si riempie di grotte/e di eremiti in valigetta./Ma dalla pioggia non mi riparo dentro./Questi negozi svuotati dagli orchi/e i nemici si rovistano nelle tasche/restano affacciati sul nostro marciapiede/e buttano fuori uno alla volta”), dove peraltro torna il tema dell’emarginazione, venato stavolta dei toni dell’invettiva, ma privo, per fortuna, di pietismo. Ma forse la poesia che rappresenta meglio questa parte è Vieni qui se ti vuoi addormentare, che cerca di rappresentare l’emozione per un sentimento d’amore (per un figlio, un bimbo?) senza banalità, restando sospesa tra dolcezza e sospetto che la felicità qualche volta si possa anche intravvedere:Voglio la grazia di cui sono pieni i tuoi gesti:/il senso di essere nato”.
Vorrei concludere questa breve e parziale disamina citando la poesia eponima dell’intera raccolta: essa, a mio modesto parere, riassume bene i caratteri del Peli poeta e verseggiatore, e forse cantautore, perché la musicalità del verso qui appare insita al brano stesso, che fluisce come un insieme di ricordi che si affastellano l’uno sull’altro, creando una felice e armonica distonia:

C’erano i mostri alle finestre e fiamme,
e Dedalo giù in basso che gridava...
e questa luce di un lampadario
già di recente frantumato.
Lui bellissimo, seduto senza sguardo,
con la cintura di cuoio
che si è già tolto e che è finita lunga lì sul tavolo
ferma a guardarlo
come un serpente in agonia cuoio morto
che ha fatto scappare Agnese e Luciana
già pronte per scappare e vanno
in paese tornano stasera e chi si ricorda più quello che Agnese gli ha gridato,
e la vocina di Luciana...
Lui che le aveva prese su un bel giorno del '50,
e le ha prese su dal paese tra lacrime e bei sorrisi di tutti,
e le ha portate in un bel posto nuovo, in città,
e c’era l’allegrezza al cuore.
Ha tutto dimenticato come tutte le sere quelle arrivano
ogni giorno è sempre un giorno
strisciando come la cinghia cuoio
morto che le fa scappare ancora.
Alla finestra ci sono questi grandissimi ragni con gli occhi da donna,
ragni che lo vogliono prendere, lui che invece non ha sguardo:
è forte come un toro e sorride
aspettando come tutte le sere quel sonno
che non gli fa sentire più niente addosso
né di come brucia tutto, dalla gola al sesso.

Il passato che non resta è una lettura piacevole, che fa entrare in comunicazione con un mondo letterario condito da riferimenti nobili (a parte Elio Pagliarani, esplicitamente citato, credo Baudelaire, Pavese, e l’ombra di Montale della sua celebre negazione assoluta); è questo il mondo artistico e musicale di Giovanni Peli, caratterizzato da una individualità poetica certamente autonoma e matura, sviluppata ma forse ancora in cerca della propria strada definitiva, da trovare là, chissà dove, nella combinazione di parole, musica e versi nuovi.

Assalone, Assalonne! (W. Faulkner)

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