lunedì 9 novembre 2015

DIARIO DI UN BIBLIOTECARIO IN FASCE 3 - CHI LEGGE COSA?

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La signora tiene stretta, quasi trionfante, l’ultimo libro di Sveva Casati Modignani. Ben prima di essere acquistato dalla biblioteca, il volume era già richiestissimo, un best-seller in fasce. Mentre porgo sorridente questo voluminoso contenitore di parole, questo prodotto di una catena editoriale infinita, il pensiero mio va alla distesa di libri che ammuffiscono nel “magazzino”. Scorro i nomi di Bassani, Cassola, Volponi, e poi, più in basso, scorgo Il lungo viaggio attraverso il fascismo, l’opera di Zangrandi, un libro che, quando uscì, fece discutere molto. Ma oggi quasi nessuno legge questi autori; forse si salva Bassani, oppure talvolta le vicende della ragazza di Bube attraggono qualche nostalgico. Percorrere questi scaffali, a volte, è come camminare in un cimitero letterario. D’altra parte, questi autori un tempo furono notissimi (benché Cassola e Bassani vennero sbeffeggiati dall’avanguardia e dal “Gruppo ‘63”, segno di miopia), ebbero il loro apogeo, e poi, adesso, un dolce oblio. Cosa c’è di strano?
E poi, perché provo nostalgia per un’età che non ho vissuto? È solo snobismo, incapacità di prendere atto della realtà, dei suoi mutamenti? Disadattamento? D’altra parte, oggi per le case editrici conta il guadagno: da tempo il libro è divenuto un prodotto commerciale, che ha dei costi e che deve generare un ricavo. Se non può vendere, non è pubblicato; se, una volta uscito, vende poco, presto viene smaltito. L’età d’oro dell’editoria italiana è terminata da tempo. Anzi, forse non è mai esistita. Con un meccanismo tanto inevitabile quanto perverso, tendiamo ad ammantare di bellezza le epoche che non abbiamo vissuto, come se il tempo trascorso fosse una specie di balsamo adatto per qualunque ferita. “il libro non è né più né meno che un oggetto di consumo, effimero come qualsiasi altro. Subito mandato al macero se ‘non funziona’, esso muore il più delle volte senza essere stato letto” (D. Pennac, Come un romanzo, Feltrinelli 2014, p. 115).
Non divaghiamo. Pensavo: non esiste più, oggi, la figura dell’editore intellettuale che rischia il proprio denaro, alla Giulio Einaudi o Valentino Bompiani; forse l’ultimo vero editore colto è stato Feltrinelli il quale, nonostante l’astio che Bianciardi provava per lui, ha avuto coraggio, pubblicando per esempio Il dottor Zivago, prima di saltare in aria vicino a un traliccio dell’alta tensione nel 1972. Insomma, le biblioteche non sono musei: se “tira” il libro di Littizzetto, be’, bisogna comprarlo. Perché la biblioteca, benché non debba generare un utile monetizzabile (che parolaccia!), fa parte di un ente locale che ha un bilancio e che, in tempi di ristrettezze economiche, non può mantenere una biblioteca deserta, né permettere che si spendano soldi per acquistare libri che nessuno prende in prestito.
Dico che è giusto così. È un ragionamento logico, stringente, quasi ovvio. Gli scaffali però sono lapidi su cui leggo i segni di una sconfitta, direi generazionale. O meglio, i segni della fine dell’illusione. Quella secondo cui esiste una cultura “alta” (o presunta tale) da trasmettere ai cittadini di qualunque grado di istruzione: come faceva la RAI un tempo, quando creava sceneggiati tratti da opere classiche come I fratelli Karamazov o I promessi sposi. Così chiunque poteva seguire le vicende di questi romanzi: persone che non avrebbero mai letto le storie di Renzo e Lucia, né quelle dei fratelli Karamazov, né la parabola del grande Inquisitore, potevano comunque, grazie alla televisione, entrare in contatto con queste storie. Naturalmente, il mezzo di comunicazione di massa semplificava, rendeva piano il racconto, ne dava una visione edulcorata, eppure fedele, filologica quasi.
Oggi anche il mezzo di comunicazione di massa è cambiato. Oggi, se qualcuno gira un film intitolato Anna Karenina deve indugiare sulla storia d’amore tra Anna e Vronskij in modo quasi morboso; il problema è che il film è molto diverso dal libro, sia perché è una forma d’arte differente, sia perché ha un pubblico diverso. Gli attori dovranno essere bellissimi e attraenti (all’epoca dei fatti narrati da Tolstoj gli uomini e le donne, seppur belli, di certo non avevano mani e pelle curatissime come delle star, e spesso puzzavano alquanto); e nel film ci dovranno essere scene di sesso che invece Tolstoj, naturalmente, non descrive ma fa intuire in modo magistrale. Questo è un tradimento della pagina! Eppure piace così. Chi sceneggia un film, d’altra parte, opera una riduzione, come si suol dire.
Ma pure lo scrittore tradisce un po’. Egli non descrive mai la realtà così com’è, perché la realtà (o quello che si può definire tale), in genere, è noiosa. Perciò il regista, quando trae una storia da un libro, deve accentuarne gli aspetti emozionali, non potendo riprodurre la complessità delle riflessioni dei protagonisti né la vastità della pagina scritta. Insomma, le storie hanno bisogno di “pepe” per essere raccontate, amate, gustate dal pubblico.
Perché invece non rappresentare la vita quotidiana così com’è? Perché la vita della maggior parte delle persone è monotona. Non succede quasi nulla. Si nasce, si cresce, si trova lavoro, ci si sposa, si fa qualche figlio, ci si ammala e si muore. Che allegria eh eh! A chi interessa un libro in cui non succede niente? Quasi a nessuno.
Qui non si tratta di realismo o iper-realismo narrativo, ma di non trapanarsi i cosiddetti. Perché il raccontare storie è un’attività sì connaturata all’essere umano, ma deve essere “drammatica”, ossia, etimologicamente, carica d’azione, e poi traboccante di emozioni, quelle che raramente si provano nella vita quotidiana. Nell’Iliade e nell’Odissea, per esempio, succede di tutto. Omero, o chi per lui, l’aveva capito da tempo, come l’avevano capito gli aedi e rapsodi suoi colleghi (cit. Le lacrime degli eroi). Nei film, nei telefilm avvengono fatti che alle persone comuni non accadono quasi mai; un romanzo che seguisse passo passo la vita ordinaria di un impiegato non venderebbe copie. Eppure potrebbe essere una forma d’arte sui generis. Ma la gran parte della “gente” pretende storie che diano emozione, favorendo la sua identificazione con i personaggi. È sempre stato così. L’Ulisse di Joyce è un capolavoro, ma non potrà mai essere letto da chiunque; per fortuna, aggiungo io. Joyce asseriva che per lui gli eventi non avevano importanza (però in Dubliners ne succedono di cose!). Un’idea simile dovevano averla anche Proust e Gertrude Stein. Ma la gente comune non ce l’ha e non sopporta le storie che non sono tali, povere di emozioni e di azioni. Non le sopporta e non le compra, a meno che non si tratti di opere “classiche” (nel senso definito da Italo Calvino); mi pare che Sartre sostenesse che un libro anche vende tante copie sia un libro mediocre, perché piace a tutti. Può essere: peccato che Sartre vendesse moltissime copie. 
Insomma: era una bella missione, dunque, quella di voler trasmettere l’alta cultura alla massa: ma è stata una missione fallimentare: la cultura “alta” non può essere mai di massa: sarebbe una contraddizione. Ciò salva la cultura “alta” dalle contaminazioni e aumenta il divario tra i pochi lettori colti e i tanti lettori medi. Ma è giusta questa distinzione? Non so. Intanto, gli scaffali sono loculi dove parole, pagine, carta, sudori, idee, guardano il bibliotecario o il lettore con occhi supplici, chiedendo almeno di essere notati, osservati, se non letti.

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