domenica 17 gennaio 2016

ROBERT WALSER, LA PASSEGGIATA



  Nel 1919 Robert Walser (1878-1956) pubblicò un racconto intitolato Der Spaziergang (La passeggiata). Il poeta, mentre sta passeggiando, alterna riflessioni e considerazioni (su se stesso, sull’ambiente circostante, sulla letteratura, sulle persone che incontra), a dialoghi con altri personaggi. Nei passi citati sotto, egli sta dialogando con l’esattore delle imposte, perché vuole spiegargli che il poeta svolge un “mestiere” poco redditizio, che dunque non giustifica il fatto che egli debba pagare troppe tasse. Il funzionario però non comprende come un uomo come lui possa mantenersi senza lavorare; nella sua visione materiale, se una persona se ne va tutto il giorno a passeggio, significa che ha notevole entrate che gli permettono di non fare nulla. Invece per il poeta “passeggiare” non è fare nulla, anzi, è l’attività fondamentale ed è alla base della sua attività creatrice:

Le prolisse passeggiate mi ispirano mille pensieri fruttuosi, mentre rinchiuso in casa avvizzirei e inaridirei miseramente. L’andare a spasso non è per me solo salutare, ma anche profittevole, non è solo bello ma anche utile. Una passeggiata mi stimola professionalmente, ma al contempo mi procura anche uno svago personale; mi consola, allieta e ristora, mi dà godimento, ma ha anche il vantaggio di spronarmi a nuove creazioni, perché mi offre numerose Occasioni concrete, più o meno significative, che, tornato a casa, posso elaborare con impegno. Ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito, ogni piacevole passeggiata. sia pur breve. La conoscenza della natura e del paese si schiude piena di deliziose lusinghe ai sensi e agli sguardi dell’attento passeggiatore, che beninteso deve andare in giro ad occhi non già abbassati, ma al contrario ben aperti e limpidi, se desidera che sorga in lui il bel sentimento, l’idea alta e nobile del passeggiare.
Consideri a quale impoverimento, a quale fallimento doloroso andrebbe incontro il poeta, se la materna, paterna, filiale natura non gli consentisse di abbeverarsi di continuo alla fonte del bello e del buono. Consideri l’importanza grandissima e sempre nuova che per il poeta ha l’insegnamento, la santa, aurea dottrina che gli proviene dal vivere all’aperto. Senza passeggiate e la relativa contemplazione della natura, senza questa raccolta di notizie, che allieta e istruisce insieme, che è ristoro e incessante monito, io mi sento come perduto, e realmente lo sono. Con grande attenzione e amore colui che passeggia deve studiare e osservare ogni minima cosa vivente: sia un bambino, un cane, una zanzara, una farfalla, un passero, un verme, un fiore, un uomo, una casa, un albero, una coccola, una chiocciola, un topo, una nuvola, un monte, una foglia, come pure un misero pezzettuccio di carta gettato via, sul quale forse un bravo scolaretto ha tracciato i suoi primi malfermi caratteri.
«Le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre, sono per lui in misura care, belle e preziose. Neppure una traccia di ombroso amor proprio deve albergare nel suo animo, ma bensì egli deve lasciare che il suo sguardo sollecito erri e si posi dappertutto con spirito fraterno, deve saper aprirsi solo alla vista e all’osservazione, e viceversa essere capace di tenere a distanza i suoi propri lamenti, bisogni, mancanze, rinunce. come un valoroso e provetto soldato, pieno di zelo e di abnegazione.
Diversamente egli passeggia solo con metà del suo spirito, il che invero vale assai poco. In ogni momento deve esser disposto a impietosirsi, a simpatizzare, ad entusiasmarsi, ed è sperabile che lo sia. Deve esser capace di esaltarsi nell’entusiasmo, ma altrettanto facilmente deve sapersi chinare verso le più minute esperienze quotidiane; ed è presumibile che sappia farlo. Ma il pieno, fiducioso abbandonarsi e ritrovarsi nelle cose, l’amore sollecito per ogni nuovo avvenimento, sono però anche, per lui, fonte di felicità, come ogni dovere adempiuto arricchisce e rende intimamente felice chi di tale dovere consapevole. Intelligenza e dedizione gli procurano letizia, lo innalzano molto al disopra del suo personaggio di passeggiatore, tenuto sovente in sospetto d’inutile e scioperata vagabondaggine. Studi molteplici lo fanno ricco, lieto, sereno, nobile, e ciò a cui egli attende solerte può a volte sfiorare da vicino una scienza esatta, di cui nessuno stimerebbe Capace un essere in apparenza così futile e ozioso […].
Segretamente ogni sorta di pensieri e d’idee seguono di soppiatto colui che passeggia, così da obbligarlo, mentre cammina compassato e attento, a fermarsi e a restare in ascolto, poiché, completamente stordito da strane impressioni, dalla potenza degli spiriti, si sente a un tratto come magicamente sprofondare nel suolo, mentre davanti agli occhi abbagliati e smarriti del pensatore-poeta si spalanca un abisso. La testa sembra volerglisi staccare dal busto, le braccia e le gambe, solitamente così vivaci, sono come paralizzate. Paese e gente, suoni e colori, volti e figure, nuvole e luce solare gli girano tutt’intorno come larve, ed egli si chiede: “Dove sono?”.
Terra e cielo fluiscono e precipitano insieme in una visione nebulosa, tutta onde e lampi, in un barbaglio dai contorni indefiniti. Il caos incomincia, ogni ordine svanisce. L’uomo sconvolto cerca a fatica di serbarsi lucido; vi riesce. Poi continua fiducioso a camminare.
Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io m’imbatta in giganti, abbia l’onore di incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuffi fieramente con sarti perfidi e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto. A chi passeggia si accompagna sempre alcunché di singolare, di fantastico, e sarebbe insensato ch’egli volesse ignorare questa presenza spirituale: ma non l’ignora per nulla, invece, e saluta con un cordiale benvenuto tutti gli incontri inattesi, si familiarizza, fraternizza con essi, li tramuta in corporeità tangibili, sostanziose, dà loro anima e forma, così come essi dal loro canto lo amano e lo formano.
Insomma: pensando, scrutando, scavando, almanaccando, riflettendo, scrivendo, ricercando, indagando e passeggiando, io mi guadagno il pane quotidiano altrettanto duramente quanto chiunque altro. Proprio mentre il mio viso assume l’aria più ilare, può darsi ch’io sia serissimo e pieno di scrupoli, e quando all’aspetto mi si direbbe null’altro che un molle sognatore, sono un solido professionista.

(R. Walser, La passeggiata, trad. di E. Castellani, Adelphi, Milano 1986, pp. 65-70)

UNA BEFFA LUNGA QUASI MEZZO SECOLO: LA JUVE IN COPPA CAMPIONI

È iniziata prima che nascessi. La Coppa Campioni era stregata già allora: 1973, finale contro l’imbattibile Ajax del “calcio totale”....