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sabato 24 agosto 2013

CESARE PAVESE: "LA LUNA E I FALÒ"





L’ultimo romanzo di Cesare Pavese (1908-1950), La luna e i falò (1950) secondo me è il più sentito, il più completo, il più lirico. Nonostante lo stile di scrittura volutamente piano, di stampo quasi verista, il libro proietta il lettore in un’atmosfera onirica. Un sogno difficile, duro, come la realtà che il protagonista (un trovatello che ha sgobbato per anni nelle Langhe, poi emigrato in America per fare fortuna) ha vissuto da ragazzo e che ritrova, quasi intatta, quando ci torna, dopo vent'anni. Non sa dov’è nato: la sua famiglia adottiva l’ha preso dall’ospedale di Alessandria per via delle cinque lire che le passavano. Eppure quello è il suo paese, sulle rive del Belbo, e lui, dopo che è stato in America (“dove sono tutti bastardi, senza patria”), si rende conto che un paese ci vuole: “Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto … Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo”.
Il tentativo del recupero dell’infanzia perduta fallisce. D’altra parte, l’autore sa che era inevitabile, vista la vita misera che ha vissuto e che vivono ancora in tanti nelle Langhe. Egli ritorna benestante, come uno che “ce l’ha fatta”, ma non per tutti è andata così. Glielo ricorda il suo vecchio amico Nuto, che è un po’ la coscienza critica del protagonista. Il suo realismo si oppone al tiepido spirito positivo dell’autore: “Tu ce l’hai fatta e più nessuno osa parlartene [del fatto che eri un bastardo]; ma quelli che non ce l’hanno fatta? Non sai quanti meschini ci sono ancora su queste colline. Quando giravo con la musica, dappertutto davanti alle cucine si trovava l’idiota, il deficiente, il vetturino. Figli di alcolizzati e di serve ignoranti che li riducono a vivere di torsi di cavolo e di croste”. Nel libro la miseria non è solo la mancanza della “roba”, bensì vivere un comune destino di tragedia, dimostrazione della fragilità dell’esistenza, della sua casualità, del fato avverso sempre in agguato, pronto a mangiarsi i ricconi e i poveracci senza distinguere tra di loro.
Il protagonista torna a vedere la prima casa dove era stato accolto, quella del Padrino: ora è abitata da un’altra famiglia poverissima, distrutta dalla fatica vana (una vita da mezzadri), dall’alcol, dalla rabbia. La sua famiglia, quella che l’ha preso da Alessandria nella casa della collina di Gaminella a un certo punto aveva dovuto vendere la cascina per andare a vivere in paese. Lui era stato mandato a lavorare in un grosso podere, la Mora, dove crescerà: “in Gaminella non ero niente, alla Mora imparai un mestiere”. Il suo patrigno muore in miseria, le sue sorellastre si sono sposate, una è morta giovane.
Ma pure la casa dove ha lavorato per tanti anni, quella un tempo florida e ricca, è stata praticamente spogliata di tutto. Il capofamiglia, il sor Matteo, è morto da tempo, sono morte anche le sue tre figlie (Irene, Silvia e Santina), quelle ragazze belle ed eleganti che il protagonista, quando era un ragazzo che sgobbava come un animale, ammirava a volte da lontano. Solo della più piccola, Santina, non si sa nulla, ma alla fine sarà Nuto a raccontare la sua storia.
Nel libro il racconto del tempo presente si alterna ai flash-back. Il tempo presente rivela al protagonista un paesaggio che non è cambiato. È passato il fascismo, è da poco finita la guerra, ma a sgobbare son sempre gli stessi, mentre i padroni ingrassano. Eppure Nuto gli dice che la colpa di quella situazione è proprio degli oppressi, che non sanno far altro, quando sono liberi, di andare a Canelli a spaccarsi i pugni, a ubriacarsi e bestemmiare, a buttare così il tempo. Nemmeno finita la guerra, ricorda Nuto, si poteva fare qualcosa. I partigiani della zona non erano autoctoni: “È tutta gente che si è messa il fazzoletto tricolore l’indomani. Qualcuno stava a Nizza, impiegato… Chi ha rischiato la pelle davvero, non ha voglia di parlarne”. E adesso, quando dalla terra spuntano i corpi dei repubblichini ammazzati, il paese se la prende con i partigiani, con i rossi, parroco in testa, dicendo che i rossi hanno ammazzato tanti poveri ragazzi che avevano fatto il loro dovere. Nuto non può fare nulla, nessuno reagisce a quei commenti: è una terra povera, ignorante, dice lui, figurarsi se si può parlare di coscienza di classe. Non è come a Genova, scrive il protagonista, dove i partigiani hanno addirittura un giornale. Nuto è amaro e realista: “In tutto quel quarantotto s’era fatto anche del male, s’era rubato e ammazzato senza motivo, ma mica tanti: sempre meno della gente che i prepotenti di prima hanno messo loro su una strada o fatto crepare… E siamo a questo che un prete che se suona ancora le campane lo deve ai partigiani che gliele hanno salvate, fa la difesa della repubblica e di due spie della repubblica”.
Tuttavia gli avvenimenti storici sono di contorno al libro, perché l’autore è in cerca di se stesso; questo "se stesso" non può essere trovato nel presente perché, come detto, le case dove è stato sono cambiate. Tuttavia in lui non c’è tristezza, ma, sembra, una serena accettazione non tanto del passare del tempo, bensì della ineluttabilità del destino. Lo si capisce all’inizio del cap. XXVI quando si legge: “I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno il grasso all’ammasso, le ragazze fumano – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare segno”.
C’è pero qualcuno, sulle rive del Belbo, che è l’alter ego del protagonista. Si tratta di Cinto, un ragazzino sciancato che vive nella casa dove ha vissuto lui quando è stato adottato, in Gaminella. Cinto ha un padre, il Valino, ma sarebbe stato meglio fosse un bastardo: il padre è un mezzadro che si spacca la schiena per mangiare solo ceci e polenta. La madre è morta, il Valino vive (e dorme) con la cognata, e la madre demente. L’autore fa amicizia con Cinto, gli regala un coltellino, gli dice che oltre Canelli, oltre la strada ferrata, ci sono altri posti, c’è il mondo che lui ha visto. Ma sa che, se non fosse andato via di lì, forse anche lui avrebbe fatto la fine del padre di Cinto, povero, alcolizzato, misero. E anche qui il destino infelice colpisce, come in un’Antologia di Spoon River in prosa. Un giorno, il Valino, cieco di rabbia, ammazza la cognata, la madre, poi dà fuoco alla cascina, cerca Cinto per ammazzarlo (ma il ragazzo riesce a fuggire e a raggiungere Nuto e il protagonista), infine s’impicca nella vigna. In pochi minuti va in fumo un mondo, fatto di persone, ricordi, infelicità, miseria, come una ruota che gira senza posa e schiaccia, casualmente, chi capita sotto di lei.
È stato così anche per Irene e Silvia, le belle figlie del sor Matteo, il proprietario della Mora. Anche le due ragazze, che al protagonista apparivano come creature di un altro pianeta, soffrivano, piangevano. Come tutti, non importava che fossero ricche. “Anche Irene e Silvia erano gente come noi che maltrattata diventava cattiva, s’offendevano, ci soffrivano, desideravano delle cose che non avevano”. Tutte e due erano prese dai balli, dalle feste, dai giovanotti. Ne vennero tanti alla Mora. Poi un giorno Irene si prende il tifo, è in punto di morte, si salva, ma ormai è sfiorita. Silvia, invece, corre dietro a tanti uomini, in casa tutti sanno, tranne il padre, che ha fatto l’amore con molti. Alla fine, s’invaghisce di un cinquantenne di Milano che sta in albergo a Canelli e le promette soldi e fortuna. Quando l’uomo sparisce, Silvia lo cerca ovunque come una pazza, finché il sor Matteo la va a recuperare a Genova che fa la fame. La ragazza è incinta, il padre non lo sa e non lo saprà mai perché lo coglie un ictus che lo lascia mezzo paralizzato. Poi, un giorno, Silvia va ad abortire: “Tornò con gli occhi cerchiati e con la faccia di una morta – si mise a letto e lo riempì di sangue. Morì senza dire una parola né la prete né agli altri, chiamava solo ‘papà’ a voce bassa”. Rimane la sola Irene, che sposa un uomo senza scrupoli che la marita per fare un favore alla famiglia (“perché in giro si dice che quelle della Mora hanno fatto le puttane”) e si mangerà la dote in un anno, costringendo Irene a vivere in una stanza in affitto a Nizza Monferrato, sottoposta ad angherie di ogni genere.
Infine Santina, la bimba più piccola, la più bella delle sorelle, quasi coetanea del protagonista. Finalmente Nuto racconta tutto, si toglie il rospo. Santina a Canelli lavorava. Con la guerra si dice che tenesse compagnia alla Casa del Fascio. Poi, con la repubblica, sta con i partigiani nei colli attorno al Belbo, anzi, fa la spia per loro. Ma i partigiani scoprono che la ragazza fa il doppio gioco, che è in combutta con tedeschi e fascisti. Alla fine, ricorda Nuto che ha assistito alla scena, viene processata e fucilata dai partigiani del Baracca. Il protagonista chiede se può essere che il corpo di Santina riaffiori dalla terra, come quello dei tedeschi, dei fascisti, dei partigiani uccisi. No, non è possibile, racconta Nuto: “[il Baracca] fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo finché bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò”. I falò, in langa, si fanno in autunno: si dice che ingrassino la terra, che la rendano fertile. Anche Nuto, il realista, ci crede. Quello di Santina, però, non fece bene alla terra. È l’epilogo di questa ricerca di un tempo perduto che si snoda sui piani del destino senza luce di un mondo campagnolo difficile, duro, eppure dotato, nella sua tragicità, di una sua fisionomia, di un significato, di un’esistenza.
Sembra di rivivere alcune poesie di Edgar Lee Masters: la donna morta di parto, l’altra presa a botte, chi morto in guerra senza nome. Non so se Pavese abbia tratto spunto da quel testo. Può essere. Oppure penso ad alcuni un versi di una poesia dello stesso Pavese, I mari del sud: “La vita va vissuta/lontano dal paese: si profitta e si gode/e poi, quando si torna, come me a quarant'anni,/si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.
La luna e i falò è forse la summa del pensiero di Pavese: l’attaccamento per le Langhe, la sua terra d’origine (teatro di molti romanzi e poesie) convive in lui con l’attenzione alla grande letteratura americana, ai fatti del mondo. È un modo originale per mentenere le proprie radici, le quali salvano non dalla morte né dalla guerra, ma dalla perdita di sé, perché danno un colore ai ricordi e tengono viva l’anima anche a chilometri di distanza. Il simbolo è la trentennale amicizia con Nuto. La terra d’origine come prigione e rifugio. Già nelle ultime pagine del romanzo La casa in collina (1948) c’è questa intuizione, applicata, allora, alla guerra in corso: “Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita… Non è che non provi una stretta se penso a chi è scomparso, se penso agli incubi che corrono le strade come cagne … ma accade che l’io, quell’io che mi vede rovistare con cautela i visi e la smanie di quest’ultimi tempi, si sente un altro, si sente staccato, come se tutto ciò che ha fatto, detto e subìto, gli fosse soltanto accaduto davanti”. 
La luna e i falò è il capolavoro di Pavese. Lo ha scritto tra il settembre e il novembre 1949. Il 27 agosto 1950 si uccide a Torino. Ne Il mestiere di scrivere del 18 agosto 1950 troviamo queste parole, le ultime scritte: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.

sabato 15 giugno 2013

Donna: mistero senza fine bello! La Signorina Felicita di Guido Gozzano




Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.



Queste prime strofe sono una sorta di sommario dell’intera poesia e forniscono altresì indicazioni geografiche sul luogo della casa della Signorina. Il protagonista è un uomo che vive in città, annegati tra gli affanni quotidiani, pungolato dall’inquietudine derivante dall’esser poeta, ed è attratto dalla semplice vita campagnola nel Canavese della sua “Musa”: questo appellativo, dato alla Signorina, è ironico e serio al contempo; da un lato, ragionando con i canoni poetici in voga a inizio ‘900 (Pascoli escluso, però), appare infatti inusuale, quasi blasfemo, che una donna semplice e umile possa ispirare una poesia. Dall’altro lato, però, proprio questa indicazione illumina la novità costituita dalla poesia di Gozzano, sia rispetto al linguaggio che ai contenuti. Se la società piccolo borghese è ormai del tutto priva di arte e di poesia e, anzi, considera queste attività “eversive” perché non producono profitto, il poeta non può far altro che rendere minima e “meschina” la poesia, per adeguarla a questa ristretta società borghese. Le brutture di tale società non possono essere messe alla berlina da una poesia che adotta un registro linguistico alto e che mette l’accento sulla propria radicale diversità; perché una tale poesia, paradossalmente, finirebbe per confermare il pregiudizio borghese contro l’arte, dichiarandosi sua sponte eversiva e del tutto aliena da essa. Invece, pensa Gozzano, solo una poesia che si mimetizza, che si nasconde, può avere uno spazio, per quanto precario e fragile: “Il facile e ingannevole estetismo, in cui l’alto stile della tradizione perduta si risolve storicamente, si corromperà a contatto con la dura e provocante verità di un livello basso di quotidiana intonazione, anzi confesserà la propria intrinseca corruzione, e intanto, e per contro, l’insorgere realistico del prosaico, del parlato, denunzierà la miseria concerta delle cose, l’impossibilità di una redenzione estetica della vita” (E. Sanguineti). La casa della Signorina è colma di oggetti logori, polverosi: essa è l’immagine della degradazione cui conduce la vita borghese, volta solo alla moneta. Ma la Signorina non possiede un gusto estetico sensibile e raffinato: così non soffre inutilmente e vive la propria semplice esistenza senza porsi domande vane, che non hanno mai risposta. Si limita a portare avanti la propria vita minima: cuce le lenzuola, prepara il caffè, si occupa della casa, paziente, e del padre burbero e ottuso.

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia...

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!
[…]
Talora - già la mensa era imbandita -
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita...

Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma - poiché trasognato giocatore -
quei signori m’avevano in dispregio...

Il poeta non partecipa al gioco e ai discorsi noiosi di questi uomini tardi e lenti. Anche loro, infatti, sono figli della società commerciale piccolo-borghese, che in loro, poi, si sposa con l’ottusità campagnola. Il poeta preferisce farsi cullare dai rumori della cucina, dall’attività da semplice massaia della sua Musa e della governante; un po’ stordito dal suono delle suppellettili d’un tempo, delle casseruole, immerso nei profumi forti della cucina campagnola, egli trascorre pacifico la sera “accordando le sillabe dei versi”. E sebbene il suo triste destino torni talvolta a inquietarlo e il suo animo poetico volto alla malinconia si faccia sentire, il sorriso semplice della Signorina gli dona nuovamente speranza.


M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina...

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell’acciottolio.


Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.

In altre occasioni, i due giovani camminano nella soffitta della vecchia villa, laddove il ciarpame tanto caro alla mia Musa è ovunque. E di nuovo il luogo reale si trasfigura divenendo, nell’animo del poeta, un agognato luogo ideale di quiete. Anche i brutti dipinti, i vecchi materassi e le stampe polverose sono parte di quel mondo di sogno dove il poeta pensa di trovare respiro e quiete. È un’illusione, lui in fondo lo sa, eppure, vicino alla sua semplice Signorina, egli non vuole pensare che non possa accadere.


Il nostro passo diffondeva l’eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l’un piede ignudo in mano,
si riposava all’ombra d’uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.

Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame,
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!
[…]
Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!


D’altra parte la serenità, in quell’abbaino ingombro di sciocchezze, non è totale. Un animo inquieto porta con sé ovunque il proprio disagio, come un guscio di lumaca. Il poeta e la Signorina guardano spensierati il tramonto. Tuttavia il pensiero della morte (l’Eguagliatrice), che non smette mai di mietere vittime, e degli uomini (“quei cosi con due gambe”) che, sciocchi, si affannano, combattono per raggiungere scopi futili e vani, tortura ancora il poeta. Come è possibile distaccarsi da pensieri tanto gravi, ai quali si è assuefatti? Non è possibile, sebbene egli finga di credere che lì, in campagna, potrebbe vivere senza essere investito non dalla morte (che raggiunge gli uomini ovunque), ma dalle inutili angosce del mondo moderno.


Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco - pensavo - questa è l’Amarena,
ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei “cosi
con due gambe” che fanno tanta pena...

L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:
così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere...

Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa - oimè! - che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro...


L’aspirazione ad allontanarsi in modo definitivo dagli affanni mondani intacca anche la passione letteraria. Questo è un altro tema centrale del componimento. Gozzano afferma di non desiderare la gloria dell’alloro, la gloria poetica. La sua ironia si volge contro Gabriele D’Annunzio che, a inizio ‘900, spiccava sulla scena poetica italiana (Cfr. La tregua, vv. 4-6, in Alcyone: O magnanimo Dèspota, concedi/al buon combattitor l’ombra del lauro,/ch’ei senta l’erba sotto i nudi piedi). Ma il poeta pescarese è al contempo amato e odiato da Gozzano (mentre Giovanni Pascoli è amato e basta), la cui opera trae diversi spunti dalla poesia di D’Annunzio, benché adotti stilemi e argomenti differenti. Contro una poesia giudicata retorica e roboante, Gozzano professa la propria fede in una poesia semplice e piana e, di riflesso, in un’esistenza genuina, semplice, scevra da protagonisti e gesti eclatanti. E la stoccata contro colui che diverrà il Vate d’Italia è chiara: egli è un ciarlatano (“cerretano”) che non ha di mira la poesia, bensì la sola gloria personale (scrive Gozzano citando Dante: per far di sé favoleggiare altrui). E tuttavia, sia D’Annunzio che Gozzano denunciano lo stesso male: il rischio della morte della poesia nella prosaica ed economica società piccolo-borghese, dove ciò che conta è solo il guadagno immediato (la poesia Il fuoco di D’Annunzio è il modello che il Nostro utilizza per descrivere la decadente villa della Signorina). Se simile è il male diagnosticato, la cura per debellarlo è differente: mentre per l’autore di Alcyone la poesia può salvarsi dal mondo borghese solo riaffermando il proprio valore aulico, nobile, superiore alla realtà, per Gozzano la poesia deve mimetizzarsi con il mondo borghese, assumerne i tratti minimi, dimessi, ovvero descriverlo senza metterlo (in apparenza) in discussione.


L’alloro... Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l’alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui...

“Avvocato, non parla: che cos’ha?”
“Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città...
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!...”
“Qui, nel solaio?...” - “Per l’eternità!”
“Per sempre? Accetterebbe?...” - “Accetterei!”

Per fortuna la Signorina, con la sua voce semplice, lo distrae da questi pensieri foschi, da queste ardite e faticose riflessioni poetiche e filosofiche. I due tornano allora ad ammirare il tramonto che abbraccia il Canavese: sono soli, ma alla fine la Signorina, temendo che gli altri pensino che loro siano lì a fare cose poco belle, si ribella alla perplessità “crepuscolare”. L’aggettivo è qui riferito ovviamente al declinare del sole, ma diventa chiaramente l’attributo di una nuova atmosfera poetica.


Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pipistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana...

“Una stella!...” - “Tre stelle!...” –  “Quattro stelle!...”
“Cinque stelle!” - “Non sembra di sognare?...”
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:
“Scendiamo! é tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle...”


Ma potrebbe esserci vero amore tra il poeta, anzi, l’avvocato (come lo chiama la Signorina) e questa donna campagnola? Forse quel che il poeta cerca è solo una distrazione dai propri affanni, fisici e letterari. Egli ha l’impressione di non provare più alcun piacere nel compiere le attività a cui fino a quel momento si era dedicato sino ad ammalarsi nell’animo e nel fisico. La poesia e l’amore, egli confessa, lo hanno entrambi tradito. Le donne amate non gli hanno rapito mai il cuore: fredde e intellettuali, intente a seguire un modello di vita letterario, esse lo hanno deluso (sono stanco delle donne rifatte sui romanzi!). La Signorina, invece, umile e semplice, genuina, forse potrebbe fargli battere finalmente il cuore. Pure la poesia lo ha deluso: la ricerca dei versi migliori, dell’ispirazione, delle parole più pure e alte; la necessità di scrivere, di leggere e studiare, di apprendere, e l’amara consapevolezza che le cose che restano da conoscere saranno sempre più numerose di quelle conosciute, tolgono al poeta il desiderio di continuare a essere un letterato. Soprattutto perché tutta la cultura faticosamente acquisita non gli ha mai chiarito il significato dell’esistenza, ma, anzi, glielo ha reso ancora più oscuro.


“Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore...”

Tu mi fissavi... Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
“Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?”.

“Perché mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!...”
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
“Non mi ten...ga mai più... tali dis...corsi!”

“Piange?” E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello...
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!



La Signorina è andata a scuola quanto basta: vive nel suo piccolo mondo, non ha bisogno di leggere, di apprendere (celebre il verso “non leggi Nietzsche” che rima con “camicie”), ma accetta umilmente quel che l’esistenza ogni giorno le manda. Crede a quel che le hanno sempre detto essere la verità. Non esercita il dubbio cartesiano. Di fronte a questa donna dimessa, che non si pone mai domande sul significato dell’esistenza e che, almeno in apparenza, vive quieta, Gozzano, che conosce le angosce e i turbamenti prodotti da una inclinazione spiccata all’introspezione, giunge ad affermare di odiare la ricerca del sapere, e, di converso, il proprio animo gelido (che alterna l’indagine e la rima come scriverà in Totò Merùmeni, vedi qui), giungendo infine a disconoscere se stesso, sia come individuo e io non voglio più essere io!, sia come poeta: Io mi vergogno, sì, mi vergogno d’essere un poeta!. Afferma infatti di sognare una donna che non lo comprende, che non comprenderebbe questi versi scritti proprio per lei. Sarebbe la sua donna ideale, molto più allettante di un’intellettuale gemebonda.
La contrapposizione tra la vita concreta, intenta alla moneta, e la sfuggente e gelida vita del letterato, è una costante nella poesia di Gozzano. Nella Signorina Felicita egli tratta questo tema in modo diretto, senza perifrasi, con versi rapidi, all’apparenza non ricercati. In realtà la sua poesia è intessuta di riferimenti nobili alla poesia francese di fine secolo (soprattutto da Francis Jammes), ai classici italiani (Dante e Petrarca ma anche l’Ariosto) o dai contemporanei (Pascoli e D’Annunzio). Inoltre, la malinconia e l’ironia del poeta regalano ai suoi versi un tocco quasi commovente, pensando al tragico destino che l’attendeva. Destino tragico, ossia la morte prematura nel 1916, dovuta a quella che egli definisce Signora vestita di nulla, cfr. la poesia Alle soglie, vv. 29-34: “È una Signora vestita di nulla e che non ha forma./Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma./Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;/ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome./Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano;/né più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano”.


Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi... E non mediti Nietzsche...
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda...

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
 

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista...

Ed io non voglio più essere io!

La poesia si conclude con una scena d’addio che Gozzano descrive imitando i modi poetici e letterari romantici. Nella sua ricerca di una dimensione “altra” rispetto a un mondo contemporaneo che lo angustia, egli immagina una scena d’altri tempi, quando le donne salutavano con lacrime e fazzoletti i loro uomini che andavano in guerra. Pure il poeta va via, ma non parte per partecipare ad alcuna battaglia sul campo militare, anche se dovrà misurarsi con nemici tremendi: la malattia e l’angoscia. Il paragone tra la tragicità degli addii d’un tempo e la prosaicità del loro saluto crea un effetto ironico notevole. I due amanti si giurano amore eterno e la Signorina, nella sua semplicità campagnola, giura con comica solennità, arrivando a scrivere sul muro la data di quella promessa memoranda. Il poeta tace di fronte a questo gesto adolescenziale. Egli sa che sicuramente quel giuramento non potrà essere rispettato, poiché lui non può sfuggire alla propria condanna di letterato e di uomo malato. La tubercolosi e la poesia sono due malanni inguaribili: entrambi esigono attenzione assoluta e non abbandonano la propria vittima. È impossibile sfuggire a un male incurabile come alla vocazione poetica. Il poeta non cede al sentimentalismo: asserisce che partirà per terre lontane, più salubri. E la Signorina rimane lì, nella sua goffa posa romantica: lo attenderà, fiduciosa e ingenua, innamorata di un uomo d’altri tempi, un buono sentimentale giovine romantico.../Quello che fingo d’essere e non sono!, conclude con amarezza il poeta. In definitiva la Signorina lo ama per quel che egli vorrebbe essere, ma che in realtà non è e mai sarà.


Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti da bei colchici lilla.
[…]
“Viaggio con le rondini stamane...”
“Dove andrà?” - “Dove andrò? Non so... Viaggio,
viaggio per fuggire altro viaggio...
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio...

Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?”
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda:
trenta settembre novecentosette...
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda.
 

Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti...
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole...
[…]
Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine...

M’apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico...

Quello che fingo d’essere e non sono!

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