Visualizzazione post con etichetta romanzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta romanzo. Mostra tutti i post

sabato 11 gennaio 2025

"Nebbia" romanzo di Miguel de Unamuno


Nebbia (titolo originale: Niebla) è un romanzo scritto da Miguel de Unamuno, pubblicato nel 1904. È un'opera che si distingue per la sua originalità e per il suo approccio filosofico alla letteratura, fondendo elementi di narrativa tradizionale con una riflessione profonda sulla vita, la morte, l'identità e il destino umano.

Il ricco e giovane Augusto Pérez vive in una sorta di "nebbia" esistenziale, una condizione di smarrimento e indecisione che lo rende incapace di trovare un vero senso alla propria vita: “Noi uomini non siamo soggetti né alle grandi gioie né ai grandi dolori, perché queste gioie e questi dolori ci giungono avvolti in un’immensa nebbia di piccoli eventi. E la vita non è altro che questo, nebbia”.

Augusto è un giovane intellettuale di classe media che si sente alienato dal mondo che lo circonda. La sua esistenza, inizialmente monotona, si complica quando incontra una donna, Eugenia, che lo fa innamorare e lo spinge a riflettere sulle sue scelte esistenziali.

Il romanzo si sviluppa attraverso i pensieri e le azioni di Augusto, che, in un continuo dialogo interiore e con gli altri personaggi, si interroga sul suo posto nel mondo. Unamuno gioca con la percezione della realtà, creando situazioni che si rivelano essere incerte e ambigue. Fin qui ci sono alcune somiglianza con La coscienza di Zeno di Italo Svevo. La storia prende però una piega inaspettata quando Augusto decide di mettere in discussione la sua stessa esistenza e quella dei personaggi che lo circondano, arrivando a una riflessione meta-letteraria sul ruolo dell'autore e dei suoi personaggi.

Il romanzo racconta una storia d’amore, ma anche una storia dell’angoscia e della noia di un personaggio che incarna un alter-ego non solo dell’autore, bensì di tutta l’umanità. Tanto è vero che a un certo punto, il personaggio e l’autore si conoscono, hanno un dialogo drammatico, in cui il personaggio, deluso dall’amore, afferma che ha intenzione di suicidarsi e l’autore gli dice che non potrà farlo, perché sarà lui a farlo morire, come in effetti avverrà. Questa situazione fa crollare la classica struttura del romanzo, costringendo il lettore a domandarsi chi sia realmente l’autore e chi sia invece il personaggio dell'opera. Qual è la finzione, quale la realtà? «La mia vita è un romanzo, una novella … o che altro ancora? Tutto quello che succede a me, e a quelli che mi stanno intorno, è realtà o finzione? Non sarà forse un sogno di Dio o di chissà chi, che svanirà nel nulla quando Lui si sveglierà? E non sarà per questo che Gli dedichiamo cantici e preghiere, per continuare a farlo dormire, per conciliargli il sonno?”. E ancora: «Io per lo meno posso dirti che per quanto mi riguarda, uno dei momenti in cui provo più vergogna è quando resto da solo a guardarmi allo specchio, e nessun altro mi vede. Finisco col dubitare della mia stessa esistenza, e siccome non riesco a riconoscermi, immagino di essere un sogno, un’entità immaginaria...».

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, con questo libro de Unamuno esprime l’angoscia della società, dei suoi elementi più evoluti, mettendo in scena una sorta di teatro dell’assurdo, creando una storia che, iniziata come un romanzo classico (con trama, personaggi, sentimenti), implode su sé stessa, si sfilaccia per dimostrare quanto sia sfilacciata e insensata l’esistenza. Il senso di disorientamento e di sconfitta del personaggio è quello dell’umanità, che vive una crisi di identità esistenziale.

L’autore però ha la speranza e la fede che l’uomo possa mutare. Si tratta di una fede religiosa dove il dubbio ha una parte essenziale, ma nella quale l’incertezza sono è fine a sé stessa, bensì aperta alla costruzione di qualcosa, a una speranza. «E pensare è dubitare, nient’altro che dubitare. Si crede, si sa, si immagina senza dubitare; né la fede, né la conoscenza, né l’immaginazione prevedono il dubbio, e il dubbio addirittura le distrugge: ma non si pensa senza dubitare. Ed è il dubbio che trasforma la fede e la conoscenza, che sono qualcosa di estatico, di placido, di morto, in pensiero, che è invece qualcosa di dinamico, di inquieto, di vivo».

 Una delle caratteristiche più sorprendenti di Nebbia è il suo stile, all’epoca altamente innovativo, che rompe con le convenzioni narrative tradizionali. Per certi versi, esso anticipa le esperienze di Joyce, Wolf e Svevo, dando forma al flusso di coscienza, unito all’atteggiamento disincantato del protagonista. Il romanzo è strutturato in forma di dialoghi tra i personaggi, ma anche in forma di monologhi interiori del protagonista. Questi monologhi si alternano a riflessioni filosofiche che spaziano dalla libertà individuale all'idea di morte e di destino.

De Unamuno introduce anche il concetto di "punto di vista" come una riflessione sulla realtà e sull'illusione. La "nebbia" che permea la vita di Augusto simboleggia l'incertezza e l'irrazionalità dell'esistenza umana. Il romanzo solleva domande profonde sull'identità, il libero arbitrio e la condizione umana, sfidando il lettore a confrontarsi con i propri dubbi e le proprie incertezze.

Un altro aspetto importante dell'opera è la critica alla società dell'epoca, e al contempo una riflessione sull'individuo come essere isolato, incapace di connettersi pienamente con gli altri e con il mondo circostante. Le difficoltà e le angosce di Augusto sono specchio delle sue lotte interiori e della sua ricerca di significato in un mondo che appare privo di certezze. L’autore riassume tali angosce con una riflessione leopardiana: “Quasi tutti gli uomini si annoiano inconsapevolmente. La noia è il fondo della vita, ed è la noia che ha inventato tutti i giochi, le distrazioni, i romanzi e l’amore. La nebbia della vita trasuda una dolcissima noia, agrodolce liquore”.

Il compito del romanziere, dell’intellettuale, è quello di smascherare l’insensatezza dell’esistenza, la follia dell’uomo, il suo credersi padrone del proprio destino. La denuncia della gratuità assoluta della vita non è fine a sé stessa, ma è un modo per delineare la possibilità di una rinascita. Ecco perché, scrivendo una nota al romanzo vent’anni dopo la sua pubblicazione, l’autore denuncia l’idiozia imperante, che si concretizzava in un atteggiamento comune che portò l’umanità verso la guerra mondiale (e che, pochi anni dopo, l’avrebbe condotta verso un’altra guerra): “L’essenza del puro idiota sta nel fatto che egli non sospetta minimamente di essere un idiota, si crede in buona fede furbo, e quanto più grande è l’idiozia che ripete – perché le idiozie non si dicono, ma si ripetono soltanto – tanto più si convince di enunciare una profonda verità. Per questo il puro idiota è idiota positivo e aggressivo e offensivo, al contrario dell’idiota spurio, che resta sempre negativo e difensivo.”

Sono parole che andrebbero bene anche per i tanti leoni da tastiera di oggi, per i tanti che, dietro (l’apparente) anonimato di un social network, pontificano su qualunque argomento, pur senza sapere nulla, e si credono i più furbi e i più intelligenti, i soli in grado di conoscere quelle “verità” che qualcuno (i poteri forti, il “sistema”…) nasconde alla massa degli ingenui.

Nebbia è un romanzo filosoficamente ricco e stilisticamente audace, che continua a stimolare il dibattito tra i lettori e gli studiosi. La sua riflessione sulla condizione umana e sulla relazione tra l'autore e i suoi personaggi lo rende un'opera molto più di una semplice narrazione. La capacità di Unamuno di mescolare la filosofia esistenziale con la narrativa, creando un testo che sfida le convenzioni e le aspettative, fa di Nebbia un capolavoro della letteratura del XX secolo.

Se siete interessati a un'opera che esplora le profondità dell'animo umano e la natura stessa della realtà, Nebbia è una lettura imprescindibile che può dire moltissimo anche all’umanità di oggi.

domenica 26 marzo 2017

Assalone, Assalonne! (W. Faulkner)


Scriveva Borges nel 1937 a proposito di Assalonne, Assalonne!: “A Faulkner piace esporre il romanzo attraverso i personaggi. Il metodo non è del tutto originale ... ma Faulkner vi trasfonde una intensità quasi intollerabile. In questo libro di Faulkner vi è un’infinita decomposizione, un’infinita e nera carnalità”. Un grande scrittore che coglie bene il nucleo di un’opera di un altro grande scrittore, qual è stato William Faulkner (1897-1962). Il libro venne pubblicato nel 1936, ed è considerato tra i più difficili e drammatici tra quelli scritti da Faulkner. Il titolo è un personaggio biblico, Assalonne, crudele e vendicativo (cfr. il II Libro di Samuele), che tentò di usurpare il trono del padre David, ma venne sconfitto e trucidato.
La storia che Faulkner racconta è molto complessa, sia per l’intricato intreccio delle vicende che la caratterizzano, sia per la struttura del libro. La storia è descritta a posteriori dai personaggi che l’hanno vissuta, oppure da chi, come Quentin, il giovane narratore della parte finale, l’ha sentita raccontare dal nonno e dal padre. È il racconto della illusoria floridità e della rapida decadenza di un personaggio diabolico, Thomas Sutpen, personaggio senza scrupoli, violento, rozzo, insensibile, razzista e schiavista, sullo sfondo della guerra civile americana del 1861-1865. Il destino amaro del protagonista trascinerà con sé, nella polvere, anche la sua sfortunata discendenza.
Il romanzo, dunque, non è narrato né in prima né in terza persona; ma, come detto, si svolge seguendo il racconto di diversi personaggi. Il lettore deve stare molto attento per non perdere il filo: infatti, le vicende sono descritte da punti di vista eterogenei, e i salti temporali sono frequenti, tanto che si passa dal 1833, l’anno in cui Sutpen apparve nella contea di Yoknapatawpha nel Mississippi, al 1909, al momento della conclusione definitiva della vicenda. Si percorrono quasi ottant’anni di storia americana, segnati dalla guerra civile, alla quale parteciparono sia Sutpen, sia suo figlio Henry, sia la figlia Judith, sia l’amico di costui, Charles Bon, un ragazzo nato anni prima da una relazione tra Sutpen e una donna di colore haitiana. Il periodo chiave del racconto, però, concerne il quinquennio 1861-1865, allorché si svolgono i fatti che costituiscono la parte predominante dell’intreccio. Per il lettore è utilissima la cronologia posta alla fine del libro, nonché la descrizione delle vicende dei diversi personaggi: solo in questo modo è possibile non smarrirsi mentre si segue, a fatica, lo svolgersi delle drammatiche vicende descritte del libro.
La scrittura è intensa, i periodi sono lunghi, traboccanti di subordinate, di parentesi che spesso si aprono senza chiudersi; la narrazione a volte è affidata a brandelli di lettere, ricordi spezzati, racconti riferiti da altri. Sullo sfondo troneggia la diabolica figura di Thomas Sutpen, un uomo che rovina qualunque cosa tocchi o qualunque essere umano cada nella sua sfera d’influenza. Da giovane, trasferitosi ad Haiti, aveva avuto un figlio da una donna; quando ha saputo che questa donna aveva sangue “negro”, l’ha ripudiata, abbandonando il figlio, che era Charles Bon, futuro amico di suo figlio Henry Sutpen, e futuro fidanzato di Judith Sutpen.
La sensazione principale, leggendo la storia, è che tutti questi personaggi siano legati da un destino tragico, predeterminato, al quale non possono sfuggire. Sullo sfondo aleggia la figura di Thomas Sutpen, il quale non narra nulla, non ha quasi voce, dal momento che sono gli altri, quelli legati a lui da diversi rapporti, a prestarli voce. D’altra parte: com’è possibile rappresentare il male? Dice Judith, la figlia, a proposito della presenza “assente” del padre, del suo esserci: “Lui non era lì. Qualcosa mangiava con noi; noi parlavamo a questo qualcosa ed esso rispondeva alle nostre domande; sedeva con noi davanti al fuoco la sera e, levandosi senza preavviso, da qualche profonda e stupefatta inerzia completa, parlava, non a noi … ma all’aria”.
Dunque quando torna dalla guerra civile, Sutpen è un “qualcosa”. Trova a casa la figlia, Judith, Clytie, una ragazza di colore avuta da una relazione con una schiava, e la giovane cognata, Rosa Coldfield, alla quale farà un proposta di matrimonio. Perché naturalmente la moglie, Ellen Coldfield, è morta. Tutto muore accanto a lui. È un demonio che trasforma in cenere qualunque cosa egli tocchi. Ma è anche un uomo che da ragazzo è stato mortificato da un proprietario terriero e che, per reazione, cercherà per tutta la vita di divenire lui stesso un proprietario terriero, calpestando gli altri e i propri stessi figli, le donne, per arrivare a essere ricco.
Un libro come questo non si può riassumere in poche righe. I temi sono moltissimi e i colpi di scena, descritti senza enfasi retorica, sono sempre presenti. Il rapporto tra i fratelli Sutpen, Judith ed Henry, appare ambiguo, quando giunte tra loro Charles Bon, amico intimo di Henry, e presto fidanzato di Judth. Ma Charles è figlio illegittimo di Sutpen: il sospetto diviene certezza allorché Sutpen si reca a New Orleans per accertarsene. A questo punto egli si oppone all’unione incestuosa, senza spiegarne i motivi, ma imponendo la sua volontà, tragicamente come sempre. Poi Charles morirà in guerra, e chi soffrirà maggiormente per questa perdita è Henry, il quale vede in Charles l’uomo che sarebbe voluto essere. Dunque fantasie omosessuali e incestuosi, simbiosi e scambio di personaggi: “dovette essere Henry a sedurre Judith, non Bon: a sedurla… mediante quella telepatia con cui da piccoli parevano a volte precorrere l’uno le azioni dell’altra così come due uccelli lasciano un ramo nello stesso istante; quel rapporto quale potrebbe esistere tra due persone… abbandonate alla nascita su un’isola deserta: l’isola in questo caso era Sutpen’s Hundred: la solitudine, l’ombra di quel padre con cui non solo il paese ma perfino la famiglia materna aveva ipotizzato un armistizio anziché accettarlo e assimilarli”.
Al di là dell’intreccio, quel che riluce nelle pagine di Faulkner è la desolazione dell’animo umano, la consapevolezza che l’abisso del male è sempre spalancato davanti all’uomo. Sarebbe facile affermare che gli eventi tragici del ‘900 abbiamo confermato tale idea; in realtà, Faulkner non asserisce una verità storica, bensì filosofica, ossia universale e generalizzata. E non è casuale il richiamo alla Bibbia del titolo: il romanzo è infatti una storica appartenente alla notte dei tempi, un’epopea tragica e assoluta, fatta da dolore, desolazione, disfacimento etico e umano. E gran parte di questa epopea si dipana per opera del “mostro”, del patriarca Sutpen, il quale incarna il male perché agisce creando dolore. Ma lui stesso è stato umiliato e ferito da ragazzo. Ciò significa che la catena dei mali è ininterrotta e che le vendette non portano altro se non male ulteriore. Per questo Sutpen non può essere scusato, perché, come nell’antichità, chi è gravato da un destino tragico, è comunque colpevole. Tuttavia, a differenza degli eroi omerici, che anche nella tragedia, nel compiere il male, possedevano una grandezza e una fierezza indomabili, Sutpen si sottrae al proprio ruolo: non è fiero né eroico, né capace di compiere il male attivamente. È un uomo avido, vendicativo, che pensa a se stesso, al proprio benessere e che non è nemmeno capace di concepire odio verso qualcuno, perché vive solo per se stesso. Su di lui, e sui suoi discendenti, grava una colpa atavica, qualcosa che non può essere espresso e che li conduce tutti alla rovina, lentamente, senza che loro possano attivamente muoversi per impedire che lo sfacelo si compia.
Insomma, è come se esistesse un Fato che ha già deciso i destini dei personaggi, i quali appunto non possono sottrarsi ad esso. In questo modo i miti greci si mischiano con i personaggi biblici: Caino e Abele, ma anche Edipo, fino a creare un racconto drammatico, senza speranza. Il lettore è messo a dura prova: la stessa struttura del libro, complessa perché composta da registri narrativi eterogenei, richiede un grande sforzo. Da un lato vi è certamente l’influsso di Joyce, dall’altro permangono gli stilemi del romanzo ottocentesco classico, nei quali la trama di snoda con coerenza e linearità. Ma si tratta solo di momenti, perché Assalonne, Assalonne! trascende le forme narrative per porsi come esempio di tragedia classica esposta in chiave moderna. I suoi eroi non hanno la grandezza di quelli greci: per loro la vita è passata e sono solo ombre che non lasciano più traccia. Nessuno andrà a trovarli nell'Ade: la loro esistenza è narrata a posteriori, da chi li ha conosciuti, o è narrata da loro stessi con l’amarezza assoluta di dover ammettere che il proprio destino, iscritto nella carne sin dal loro concepimento, è stato spietato.
Forse l’autore vuole dire che il venire al mondo è di per sé qualcosa che immette l’individuo in un “groviglio” fatale, perché vivere significa incontrarsi con tante altre persone che, tutte quante, cercando felicità, benessere e successo. Anzi, ognuna “tenta” di essere qualcosa, senza sapere mai se ci riuscirà. Ognuno cerca di lasciare una traccia di sé di diversi modi, una “scalfittura”. E mentre ognuno prova ad agire per se stesso, non fa altro che toccare e danneggiare gli altri, i cui tentativi di emergere sono quasi sempre vani, finché il tempo scade, arriva la morte, e rimane pochissimo di sé, forse un blocco di marmo con qualche segno: “Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché, solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentando, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gambe e gli altri tentano tutti quanti e neanche loro sanno perché, tranne che le cordicelle s’impicciano tutte a vicenda, come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercare di fare una stuoia sullo stesso telaio, solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, lo sapete, sennò Coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra, purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o che ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende, e dopo un po’ non si ricordano neppure il nome e quello che le scalfitture tentavano di dire, e non ha importanza. E così forse se tu potessi andare da qualcuno… e dargli qualcosa – un pezzo di carta – qualcosa, qualunque cosa, non certo perché abbia un significato in sé e gli altri non debbono neppure leggerlo o tenerlo, nemmeno preoccuparsi di buttarlo via o distruggerlo, almeno sarebbe qualcosa giusto perché sarebbe accaduto, sarebbe ricordato quand’anche solo passando da una mano all’altra, da una mente all’altra, e sarebbe almeno una scalfittura, qualcosa, qualcosa da poter lasciare un segno su qualcosa che ‘fu’ una volta per il motivo che può morire un giorno, mentre il blocco di pietra non può essere ‘è’ perché non può mai diventare ‘fu’ perché non può mai morire…”.

sabato 8 giugno 2013

LA MISURA DEL DANNO di ANDREA POMELLA



Questo strano ibrido politico … questa specie di chimera mitologica che portava sul corpo i segni di una grande ferita fisica … e morale – la vecchia accusa di abuso di minore - impersonava compiutamente un paese sopravvissuto a un ventennio di sfascio e di decadenza, ne era la rappresentazione umana, la misura del danno. Queste righe, poste all’epilogo, rappresentano forse la spiegazione, il “sugo” del libro di Andrea Pomella, La misura del danno, Fernandel, Ravenna 2013. Il periodo appare oscuro, ma in realtà chi, leggendo il libro, arriverà alla penultima pagina, sa che non c’è nulla da spiegare, perché a quel punto della storia il lettore ha le idee ben chiare. 
La scrittura di Andrea Pomella è lucida, netta, senza barocchismi.Al principio, l’alternanza tra il racconto in flash-back e una narrazione contemporanea rispetto allo svolgimento dei fatti conferisce speditezza al libro. Poi il ritmo si placa: la narrazione è svolta in gran parte sul piano del presente e lo sfascio del protagonista della storia è lo specchio della decomposizione socio-politico-culturale della società italiana. Pomella è un narratore onnisciente: sin dall’inizio, infatti, ci avverte che la storia si concluderà con la rovina del protagonista, Alessandro Mantovani, passato dal successo come attore belloccio delle fiction leggere al successo come attore “impegnato”, insomma come attore engagé.  D’altra parte, gli elementi per presagire il tragico destino ci sono tutti: l’avventura con la fan quindicenne, Beatrice Belfiore, ospita in sé, subito, i germi della catastrofe; la ragazzina, infatti, ha raccontato alla madre che avrebbe passato un week-end al mare nella casa di Sabaudia con l’attore, ma aggiungendo che ci sarebbero state anche sua Francesca e la loro figlia, Martina, amica del cuore di Beatrice. Una scusa che si rivelerà fatale, nel momento in cui le due famiglie cominceranno a frequentarsi.
L’ambientazione del libro è quella dell’alta borghesia romana di sinistra, che oscilla tra riti da radical-chic e tentazioni operaiste di facciata. Questa aristocrazia intellettuale è raramente autentica e appare incapace di appassionarsi realmente alle nobili cause che vuole sostenere. Mantovani invece è un uomo di borgata che si è costruito a fatica la strada verso il successo. È stato fortunato, bravo, cinico. Ora apparterebbe a pieno titolo a quell’aristocrazia: è benestante, viene invitato alle feste in lussuosi appartamenti, conosce architetti di grido, attori, scrittori, giornalisti impegnati. Alessandro è famoso, ricco, ma è un isolato poiché l’appartenenza all’aristocrazia intellettuale non lo soddisfa: Mantovani capisce che in tale ambiente i rapporti sono leggeri, superficiali e che spesso l’affabilità è solo di maniera. D’altra parte l’origine “borgatara” rimane in lui come una macchiolina fastidiosa che nessun sapone può lavare. Lui stesso la vive con sofferenza: la visione del padre anziano (Gino) e della sua vita nell’angusto appartamento di periferia lo tormenta, come un passato oscuro che egli tenta di esorcizzare invano. Il suo amore per il padre non si manifesta mai; solo una volta, per caso, al supermercato, sembra possibile che tra lui e suo padre un filo d’amore si possa riallacciare, ma l’animo ormai sterile dell'attore impedisce ogni espressione autentica di sentimento: accadde in quel momento qualcosa di intenso e di imprevisto … accadde che Gino, mentre teneva a mezz’aria con entrambe le mani una scatola di uova da sei, sorrise timidamente, e l’arco delle sopracciglia gli divenne un tutt’uno con le rughe profonde ai lati del naso e della bocca. Era un sorriso luminoso e introverso, ma che esprimeva un momento di gioia perfetta. Alessandro allora capì che suo padre era semplicemente felice di ritrovarsi a fare la spesa con lui in un moderno supermercato di Roma, correndo magari con i ricordi a un tempo lontano e perduto, un tempo in cui erano ancora una famiglia unita … In quel frangente Alessandro sentì un morso allo stomaco. Avrebbe voluto correre verso suo padre, lasciar cadere tutta la sua apatia e abbracciarlo, semplicemente, aggrappandosi a quelle sue spallucce strette in un perenne atteggiamento cifotico. Ma restò avviluppato in quel pensiero e non si mosse.
I personaggi del romanzo sono malati di anaffettività: i rapporti tra Alessandro e la moglie sono freddi (la donna appartiene di famiglia a quell’aristocrazia intellettuale), senza passione: nel libro i due non si baciano mai, né fanno mai l’amore; la figlia, Martina, è scialba, affetta da acufene psicosomatico, persa pure lei nel gorgo di incomunicabilità e indifferenza che travolge tutti. Lo stesso vale per Beatrice: quando Alessandro si prenderà la sua verginità, non ci sarà nessuna emozione, nessun piacere, ma solo un viso freddo, inespressivo. Ecco forse qual è la reale misura del danno: il racconto di una generazione inespressiva, prosciugata, nella quale l’emotività appare come un’esperienza estranea, che non le appartiene.
Il racconto precipita verso la catastrofe lentamente, goccia a goccia, come se ogni avvenimento fosse guidato da un destino inesorabile. Le famiglie di Beatrice e Martina cominciano a vedersi senza divenire troppo intime. Ad Alessandro la cosa all’inizio procura imbarazzo, ma poi, di fronte al contegno (in apparenza) tranquillo di Beatrice, egli si calma. Il destino però, prima di essere feroce, è beffardo. Il padre di Beatrice gestisce un’attività in proprio e ha contratto debiti a causa della crisi. Alessandro, senza nemmeno sapere perché, si offre di aiutare l’uomo: si lega così sempre di più alla famiglia della sua fan, rafforzando un legame che condurrà la sua vita allo sfacelo.
Cosa provare di fronte a questi personaggi? Molta amarezza per il loro non riuscire a essere mai persone autentiche, limpide, non dal punto di vista morale, bensì da quello esistenziale. È loro connaturata una naturale tendenza a mantenere sempre una distanza tra sé e gli altri, tra sé e l’emotività. Ma il lettore prova altresì inquietudine, perché tali personaggi rappresentano figure caratteristiche della società italiana di questi ultimi vent’anni di berlusconismo (tra l’altro Berlusconi è ancora presente sulla scena politica italiana). Pomella descrive la vicenda con distacco e con uno spirito di osservazione che definirei “clinico”. Il fatto di anticipare al lettore il destino del protagonista sottrae al libro un po' di suspense, anche se Pomella è bravo a produrre ugualmente nel lettore una sensazione d’attesa (mi viene in mente, come nobile predecessore, il Marquez di Cronaca di una morte annunciata, ma persone più colte sapranno trovare altri esempi). L’autore non giudica i personaggi, almeno in apparenza, ma li lascia agire verso il loro naufragio, che è un destino inevitabile quando la propria esistenza ha perduto qualsiasi calore ed emotività, o meglio, quando non sa più essere autentica. Non c’è moralismo, né demagogia spicciola nell’autore. Il libro tratteggia insomma una sorta di apocalisse minima sociale ed esistenziale: la speranza non esiste, oppure, quando una possibilità (remota) di salvezza, per i singoli personaggi, appare baluginante da lontano, non è colta.
Non ci sono emozioni gioiose in questa storia, né drammatiche, neppure quando a Fregene, nella casa al mare dei genitori di Beatrice, viene fuori lo “scandalo”. Prima di pranzo, la madre di Beatrice invita Martina a passare qualche giorno al mare con loro, dichiarando di voler in questo modo restituire l’invito che la famiglia Mantovani aveva fatto a sua figlia qualche tempo prima… questa frase causa la sorpresa di Francesca che assicura di non aver mai invitato Beatrice al mare. Poi ogni cosa precipita. Eppure Francesca non fa scene ed è forse questa reazione a spiazzare Alessandro, anche lui chiuso nella morsa dell’incapacità di agire. Se la moglie avesse fatto una scenata avrebbe probabilmente costretto il marito a spiegarsi, a reagire a chiederle perdono, a spiegarle. Forse tutto ciò non sarebbe servito a impedire la fine del matrimonio, ma quantomeno ci sarebbero state parole umane tra di loro. Invece Alessandro tace, non chiede scusa, né si giustifica: “lui aveva scelto il silenzio, il che era equivalso a una specie di ammissione di colpa, un atteggiamento che gli aveva precluso ogni spiraglio di salvezza”. La mattina successiva Francesca comunica con spietata freddezza al marito che da quel momento in poi non avrebbe voluto più saperne di lui e che lui, per qualsiasi comunicazione, si sarebbe dovuto rivolgere al suo avvocato. Il seguito della storia non va svelato, anche per non raccontare troppe cose del libro. Alessandro sarà messo alla berlina a livello nazionale, sarà accusato di stupro ma poi, pian piano, troverà dei sostenitori e la misura del danno sarà sempre più lampante, evidente, desolante.

sabato 23 marzo 2013

Vasco Pratolini. Il Quartiere

Si legge volentieri questo romanzo di Vasco Pratolini (1913-1991); forse, tra le altre cose, per quell’atmosfera fiorentina che piace tanto, soprattutto a chi va a Firenze solo per fare il turista. Oppure perché la storia ha molti aspetti del romanzo di formazione di un gruppo di giovani che vive in un Quartiere (con la “q” maiuscola, essendo “il” quartiere per antonomasia) che è un mondo a sé ambivalente: nicchia protettiva e prigione, luogo di esperienze di vita da amare e odiare, centro della propria esistenza e luogo da cui fuggire per cominciare a vivere davvero. “La nostra vita erano le strade e le piazze del Quartiere, fiorentini di antica razza, di ‘antico pelo’ dicevamo scherzando. Si stava agli angoli delle vie, sotto la Volta ove fu trafitto Corso Donati e ci si stava senza alcun sospetto di tutto questo, ‘popolo minuto’ sempre, fatto ignaro ormai, ciompi da se stessi traditi. Sulle antiche vestigia si illuminava la rosticceria il cui banco spandeva attorno odore di polpette di patate, di coniglio arrosto, di verdura fritta” (cap. I).
La storia di questo gruppo di adolescenti che cresce fra diverse esperienze si snoda con leggerezza; lo scrittore racconta in prima persona, ma senza rovinare al lettore nessuna sorpresa. Chi scrive è ugualmente ignaro, alla pari di chi legge, di quel che accadrà ai protagonisti. La prosa, in prevalenza concisa e volutamente popolareggiante, è assai gustosa; si alternano nelle pagine del romanzo momenti di puro realismo e attimi di lirismo, sullo sfondo di miseria e sfortuna di un Quartiere proletario, dove le passioni d’amore sfiorano le passioni politiche, la vicende storiche (il fascismo, la guerra d’Africa del ’35) si riverberano sulle vicende personali dei ragazzi, creando un quadro letterario variopinto e intenso.
Il protagonista, Valerio, è il personaggio che assorbe diversi aspetti delle vicende che accadono agli altri ragazzi. È nell’incontro con l’amore che avviene in lui una sorta di epifania generazionale. La sua scoperta dell’amore avviene grazie al passaggio tra l’arroganza adolescenziale e la dolcezza del rapporto vero con una donna. Dal suo fidanzamento per Marisa, ragazza che lui possiede senza amare e che era già stata dell’amico-nemico Carlo, all’amore vero e autentico per Olga, ragazzina che per lui diventa la donna ideale, una sorta di soggetto mitico, impossibile anche da toccare.
Il fallimento di entrambi queste storie, nonostante lo scoramento subìto, arricchirà Valerio, che comprenderà, forse, come la strada verso la maturità comincia quando si ha meno paura delle proprie debolezze, né si teme la confessione del proprio dolore. Parlando con il padre del suo sentimento verso Olga, Valerio dice: “[mi piaceva] perché era bella babbo. Perché quando le stavo vicino mi sembrava di avere accanto un essere soprannaturale e appena la lasciavo mi prendeva lo struggimento in cuore … Di giorno, la luce, le cose da fare, la gente con cui parlo, mi distraggono. Anche se fra me e le cose, fra me e la gente c’è sempre la sua immagine riesco ad andare al di là e mi controllo. Ma la notte, o quando sono solo a tu per tu col suo viso che ho sempre davanti agli occhi come ora, come ogni momento, più il tempo passa e meno resisto” (Cap. XXX).
Una tale confessione di “debolezza” da parte di un uomo, nel tempo del virilismo fascista, si configura come un atto di ribellione, non politica, certamente, ma esistenziale, e dunque assai più indicativa. Tutti i personaggi del romanzo vanno incontro a un destino diverso, eppure sono legati da un filo, da una convinzione, da una speranza un po’ folle: la disperazione e la miseria possono essere riscattate, e anche chi è fascista e va in guerra volontario, scopre presto che l’inganno politico consiste proprio nell’illudere il misero che il riscatto della sua esistenza sta nel compiere un’azione eroica.
Il romanzo svela la grande lucidità dell’autore, la sua convinzione che sussiste un legame tra gente nata tra le stesse case, le stesse strade; anche chi è andato in Africa volontario, e poi è morto, rimane uno di loro. Lo scrive un amico di Valerio, Giorgio, allorché gli rivela la morte di Carlo (ex fidanzato di Marisa) che secondo lui “si meritava meno di tutti di morire in questa guerra. Non mi vergogno di dirti che ho pianto come un bambino quando ho saputo la notizia e spero che lo stesso sia successo a te. Malgrado le sue idee era uno dei nostri, o almeno uno col quale si sarebbe potuto fare i conti a viso aperto”.
Ecco ciò che mi ha affascinato di questo libro: la descrizione del senso di appartenenza a una comunità piccola, il Quartiere, che è una specie di enorme utero, dal quale ognuno prende vita, per poi seguire la propria strada. È poi l’esistenza a influenzare i diversi destini, le varie scelte, in un turbine nel quale è impossibile non smarrirsi, come se in fondo nessuno di noi scelga mai veramente qualcosa in piena autonomia. Questo humus comune permane nei protagonisti come un tratto distintivo, anche se il trascorrere degli anni porta alcuni di loro in altri luoghi; ed è così tenace da sopravvivere alla distruzione del vecchio quartiere, che viene sventrato dalle autorità cittadine.
Anzi, per paradosso, la fine del Quartiere, che giunge all’epilogo del romanzo, rende ancora più saldo il senso di appartenenza a una comunità viva. Lo stesso Valerio lo afferma, nel penultimo capitolo, quando, tornato da militare, si trova immerso in un mondo diverso, ignoto: “la speranza era davvero racchiusa nel Quartiere – mura, lastrici e volti erano una costante testimonianza della nostra ragione da far valere un giorno. Se avessimo soggiaciuto a recarci nelle nuove case della periferia, in ambienti più puliti, e salubri, che non avrebbero alleviato in nulla la nostra miseria, ma l’avrebbero bensì corrotta d’altre perfide voglie e tentazione, ci saremmo dispersi e traditi. Dovevamo invece reggere fino in fondo alla rappresentazione del nostro squallore, come un emblema appeso alla soglia del mondo, e restare uniti, spalla a spalla, fare un cerchio attorno alle nostre case in cui ogni angolo, ogni crepa erano il simbolo della speranza ed ogni sguardo, ogni corpo, un grido di incatenata protesta”.
Un’àncora di salvezza esiste ancora, per loro, i sopravissuti non alla guerra o al fascismo (che nella finzione letteraria è ancora in piedi), ma allo stravolgimento quotidiano e banale di esistenze che la vita ordinaria provoca. È singolare che sia proprio Marisa, la donna che Valerio ha “amato” solo per la carne, a donare coraggio al protagonista, abbattuto moralmente a causa della fine del Quartiere: “Hai trovato diverso il Quartiere. Ma la gente c’è ancora tutta, lo sai. Si è ammassata nelle case rimaste in piedi come se si fosse voluta barricare. Quei pochi che sono andati ad abitare alla periferia, dove c’è l’aria aperta e il sole, nel Quartiere li considerano quasi dei disertori”. E Valerio allora conclude: “Infatti … anche l’aria e il sole sono cose da conquistarsi dietro le barricate”, con una battuta che di certo possiede un significato metaforico, pensando alla Resistenza, e al fatto che il romanzo è stato scritto nel 1943.

domenica 7 ottobre 2012

IPPOLITO NIEVO: "LE CONFESSIONI D’UN ITALIANO"

Le Confessioni d’un Italiano (opera scritta tra il 1857 e il 1858 ma pubblicata nel 1867) di Ippolito Nievo (1831-1861) è un’opera cardine della letteratura italiana. Il romanzo è caratterizzato da ritmi e stili diversi che non sempre lo rendono omogeneo, ma che restituiscono un’immagine vivida del protagonista. Il tono del libro a volte è quello del romanzo storico, altre volte quello del romanzo di appendice, altre volte quello del romanzo di formazione. Il libro racconta la storia di un nato nel 1775, il quale ripercorre racconta le proprie vicende personali che vanno a intrecciarsi con quei fatti storici che lentamente e per vie molto traverse hanno condotto al Risorgimento italiano. Benché il protagonista del libro sia nato, nella finzione, quasi sessant'anni prima di Nievo, è chiaro che nella storia ci siano tracce di autobiografia, poiché Nievo è stato un protagonista del Risorgimento, partecipante all'impresa di Garibaldi in Sicilia nel 1860. Nell'isola Nievo assunse anche delle cariche pubbliche, ma poi morì nel 1861 nel misterioso naufragio del piroscafo “Ercole”.
Il protagonista delle Confessioni si chiama Carlo Altoviti: il suo status di figlio illegittimo lo relega in una condizione di inferiorità costringendolo a nutrirsi di ossa e a raschiare il fondo delle padelle delle cucine. Il ragazzo cresce comunque in un castello sprofondato nella tranquilla campagna friulana, ancora legata da fili tenui alla Repubblica di Venezia. Il mondo dell’infanzia del protagonista è quello della decadente aristocrazia veneta ormai al collasso: feudatari, cavalieri, sgherri paesani e fanciulle, avventure, sono descritti da Nievo con un gustoso spirito satirico, capace di offrire al lettore di oggi il sapore delle atmosfere del tempo. Tuttavia, questo mondo senza tempo e in apparenza immutabile, cambia di colpo dopo la Rivoluzione francese, e l’orfanello diseredato entra nella storia e si fa uomo: vive la stagione napoleonica (ha un colloquio con Napoleone a Udine nel 1797), assiste come doge in pectore alla caduta della Serenissima, è a Milano e poi a Bologna durante la Repubblica Cisalpina, combatte per il regno di Napoli di Gioacchino Murat.
Dopo il tourbillon dell’età napoleonica, i tristi anni della restaurazione si riflettono nella vita di Carlo con una sorta di contrazione della sua stessa esistenza. Alle avventure del periodo 1797-1807 succede una stasi. Anche dal punto di vista del ritmo narrativo, il romanzo sembra arenarsi per riprendersi  però all’istante, perché esso è sempre percorso, sottotraccia, dal moderato idealismo del protagonista, il quale, benché conduca un’esistenza ordinaria (sposa una donna che ama tiepidamente, ha dei figli, si dedica al commercio), è dotato di una riserva di passionalità politica ed esistenziale che lo salva dall’inerzia. Il suo unico e vero amore, in realtà, è la cugina, di nome Pisana, con la quale ha vissuto intense giornate d’amore a Venezia alla fine dell’800. Il carattere bizzoso e incostante della cugina, peraltro già sposata per interesse con un decrepito patrizio veneziano, impedisce tuttavia un’unione continua tra i due. Ma quando Carlo sarà esule a Londra, povero e cieco, verrà accudito proprio dalla Pisana che, morendo poco dopo, gli offre una testimonianza altissima del suo amore. Più tardi, Carlo, tornato a Venezia con la moglie e i due figli piccoli (di quelli più grandi uno diventa protagonista della lotta indipendentista greca, l’altro muore combattendo nel 1830 in Romagna) e impegnato nel commercio, non esiterà nel 1848 a mettersi al servizio della lotta veneziana contro l’Austria.
Le Confessioni sono un romanzo radicato nella contemporaneità perché mostrano come la coscienza politica sia legata a quella personale, e si pongono come una sorta di storia della coscienza politica italiana dai suoi albori sino alle soglie dell’Unità d'Italia. L’opera è lontana da ogni romanticismo e benché a volte si vesta di lirismo (svelando vicinanze con la grande prosa manzoniana, come quando l’autore descrive l’addio alla sua giovinezza al principio del cap. XII), è intessuta di fatti e di vita concreta.
Il protagonista delle Confessioni viene da una condizione sociale svantaggiata, e tuttavia, senza mai assurgere a prototipo dell’eroe, né dell’uomo politico di successo, vive da protagonista “in ombra” la storia di un popolo, pur restando tutto sommato un uomo medio. La sua carriera politica è brevissima, quella militare modesta: non combatte epiche battaglie, sfiora solamente i grandi avvenimenti, conosce Napoleone, Ugo Foscolo, Guglielmo Pepe, ma solo per brevi istanti, e trascorre la seconda parte della sua esistenza a Venezia facendo il commerciante, sposo d’una donna modesta, per tornare alla fine in Friuli, vegliardo, con la figlia e i tanti nipoti (tra cui i figli del figlio Giulio, morto in Argentina). La statura del personaggio non è elevata, ma è proprio questa caratteristica che consente a qualunque lettore di identificarsi con lui: “grazie a questa statura diminuita, un prototipo di impegno civile non soltanto estremamente concreto e alieno da troppe sublimazioni … ma – quel che più conta – accessibile a tutti- Eccezionali nelle Confessioni non sono gli uomini … bensì gli eventi di una storia in cui ogni vicenda individuale è costretta in un modo o nell’altro a riflettersi, riuscendone da ultimo immancabilmente alterata” (cito da M. Allegri, Le Confessioni d’un Italiano di Ippolito Nievo, in Letteratura Italiana, vol. IX, Einaudi, Torino).
Nievo nel libro tratteggia un’Italia spesso allergica a ogni rivoluzione: gli slanci rivoluzionari appaiono episodi isolati; gli atti di gloria e di coraggio si stagliano come eccezioni in un panorama dominato da doppiezza e ipocrisia. La fedeltà al dominante di turno appare la regola, la ricerca del particolare e del proprio utile sono abitudini radicate, e l’aspirazione a un’Italia unita è patrimonio di pochi. “Italia” è un nome, ha un significato storico e culturale, ma non politico. Finché gli italiani, come ai tempi di Napoleone, affidano ad altri la propria riscossa, non avranno mai soddisfazione, perché lo straniero guarda agli interessi propri e non a quello di un popolo estraneo. Ma non è solo questo il problema: finché l’aspirazione all’unità rimarrà sentimento di una ristretta cerchia intellettuale, incapace di contagiare le plebi con le loro idee, non sarà possibile unificare gli italiani. Molto belle sono le descrizioni delle sterili velleità dei giovani intellettuali veneziani che, alla vigilia della caduta della Serenissima, rivelano un giacobinismo fine a sé stesso, incapace di toccare la coscienza popolare. Esempio di questo sterile sentimento rivoluzionario è un giovanissimo Ugo Foscolo, che il protagonista conosce a Venezia nel 1797. 
Insomma, Nievo sembra convinto che gli italiani debbano imparare a creare da sé il proprio paese, perché ognuno, riflette il protagonista delle Confessioni all’epilogo della propria vita, costruisce il proprio destino: “La vita è quale ce la fa l’indole nostra, vale a dire natura ed educazione; come fatto fisico è necessità; come fatto morale, ministero di giustizia” (cap. XXXIII).
Per questo l’opera manda al lettore anche un segnale di ottimismo che si palesa sin dalle celebri primissime righe del cap. I: “Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista S. Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo”. La vicenda di un bimbo senza famiglia, allevato dagli zii in un castello della pianura friulana, poverissimo e ignorato da quasi tutti gli abitanti del castello, diventa la storia di un uomo che vive da con intensità la prima metà dell’800 italiano, attraversando i momenti decisivi della storia d’Italia e d’Europa. Come leggiamo nel cap. XXIII: “Ho misurato coi brevi miei giorni il passo d’un gran popolo”.
Non è facile parlare in poche righe di un’opera di più di mille pagine. Essa di certo non ha l’unità matematica del romanzo costruito a tavolino; ma possiede il fascino del romanzo d’avventura ottocentesco, nobilitato dal racconto avvincente di avvenimenti condotto con una maestria che poco da invidiare ha alle pagine di Dickens, Balzac o Hugo. E poi si tratta di un romanzo scritto da un uomo che, sebbene si finga ottantenne pur avendo solo ventisette anni, ha avuto un’esistenza intensa, mai inerte né oziosa: “Io non sono né teologo né sapiente né filosofo; pure voglio sputare la mia sentenza, come il viaggiatore che per quanto ignorante può a buon diritto giudicare se il paese da lui percorso sia povero o ricco, spiacevole o bello. Ho vissuto ottantatré anni, figliuoli; posso dunque dire la mia”.

Ed ecco anche la parafrasi del " Paradiso" di Dante Alighieri .  Il libro si trova sui principali store online, come IBS e Amazon....