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mercoledì 2 giugno 2021

KLARA E IL SOLE di KAZUO ISHIGURO


Raccontare il futuro è come lanciare i dadi: un’impresa molto difficile. Raccontare il futuro senza scadere nella fantascienza da quattro soldi è un’impresa ancora più ardua. Il premio Nobel Kazuo Ishiguro invece riesce a immaginare il futuro senza scadere in assurdità. Nel suo recente Klara e il sole, Einaudi, l’autore racconta sì una società automatizzata, tecnologizzata, ma non lo fa con tono profetico né apocalittico. Non vuole né esortare a gettarsi nel futuro né ammonire sui pericoli della tecnologia: egli intende solo raccontare una storia. Non si erge a profeta e di questo il lettore non può che essergliene grato. Sarà poi il compito di chi legge, eventualmente, trarre insegnamenti o impressioni.

La protagonista del romanzo è un robot, anzi, qualcosa di più affinato, una androide (nel libro si chiama AA), nemmeno delle più sofisticate (esistono infatti i B3, molto più tecnologici). E già questo fatto rivela una capacità di scrittura notevole: immergersi nella mente di una androide e raccontare la storia dal suo punto di vista, è stata un’idea geniale. Anche perché l’androide in questione, Klara, è stato progettato per essere molto umana. Non fa niente di speciale, non compie imprese mirabolanti, non è un fenomeno nei calcoli più astrusi. È stata programmata per fare compagnia ai bambini e ragazzi. La cosa che questo AA ama è il Sole: ne ha bisogno e lo cerca non solo, si può ipotizzare, perché funziona grazie a dei pannelli solari, ma anche perché esso le dona una sorta di energia supplementare, quasi emotiva. E il fatto che il sole faccia così bene a lei, convince Klara che esso possa fare del bene a tutti, persino agli esseri umani.

Sin dalle prime pagine, quando si vede Klara esposta nel negozio in attesa di qualcuno che la possa acquistare, l’androide è attratto dai volti dei passanti, come se cercasse di carpire loro qualche segreto. Certo, è stata programmata a comportarsi in questo modo, ma lei sembra metterci qualcosa di suo, una specie di empatia, qualcosa che nessun robot può possedere di natura. È questa la prima grande idea dell’autore: creare un androide assetato di umanità, capace non solo di comprenderla ma anche di sentirla dentro di sé: “Io, però, più guardavo e più volevo sapere e … mi sentii prima confusa e poi sempre più affascinata dalle misteriosissime emozioni che i passanti mostravano di fronte a noi. Mi rendevo conto che se non fossi riuscita a decifrare almeno alcuni di quei misteri, quando fosse arrivato il momento non avrei saputo rendermi utile al mio bambino come dovevo. Perciò, mi misi a caccia – sui marciapiedi, dentro i taxi, tra la folla in attesa sulle strisce pedonali – di quei comportamenti che avevo bisogno di imparare.” Per questo Klara osserva i volti delle persone che vede attraverso la vetrina, immaginando le varie emozioni oppure domandandosi, come le ha detto la direttrice del negozio: “Chissà se avrei sentito, come aveva detto Direttrice, dolore insieme alla mia felicità.”

Il romanzo ha uno scatto in avanti quando Klara viene acquistata da Josie, una ragazzina che si fa vedere più volte davanti alla vetrina prima di convincere la madre a comprare l’androide. Una volta a casa di Josie, Klara entra in relazione con diversi personaggi (la Madre, la domestica, l’amico della sua padrona, Ricky, la mamma di lui e, più tardi, il padre di Josie e un enigmatico Mr. Capaldi) dai quali ricevere sempre un trattamento curioso: nessuno si scandalizza del fatto che lei sia un androide (anche se poi si viene a sapere che nel paese molti odiano gli AA perché rubano loro il lavoro) e tutti tendono a trattarla come un umano, come qualcosa che fa parte della loro famiglia. Non c’è uno stacco tra umano e androide, come se avere un AA in casa fosse un fatto consueto, a volte necessario, in un’epoca in cui i ragazzi non sono più abituati ai rapporti umani, tanto è vero che svolgono periodicamente degli incontri di interazione.

La cosa che va rimarcata è che il mondo in cui questo AA vive non è molto diverso dal nostro: le macchine hanno le ruote di gomma (non ci sono auto svolazzanti), la gente legge libri di carta, Ricky e Josie disegnano fumetti su fogli di carta e così via. Ma Ishiguro, come detto, non scrive un’opera di fantascienza: è interessato ai rapporti tra i personaggi, a come essi si evolvono, nella convinzione che le emozioni abbiano, come dire, alcuni codici e forme attraverso i quali si manifestano, siano esse provate da un’AA o da un umano. E l’amore che sembra esserci tra Ricky e Josie è un esempio di integrazione tra tecnologia e umanità: i due ragazzini avvertono questo sentimento acerbo e lo vivono a volte con sofferenza, altre volte con gioia. Quando per esempio, durante un periodo in cui Josie non sta bene, lei e Ricky cominciano a fare disegni e fumetti, il clima tra di loro, all’inizio allegro, a un certo punto sembra deteriorarsi: non c’è un motivo chiaro, ci sono solo indizi, discorsi sulla madre di Ricky, sul suo futuro. Klara assiste a questi scambi con attenzione, anche se rispettando la riservatezza dei due ragazzini. I quali si “lasciano” quasi senza motivo, come accade quando non si riesce a dare forma in parole a un sentimento, a un’emozione.

Ma Josie è malata, tanto che deve trascorrere lunghi periodi a letto. Non si sa quale sia la sua malattia: la madre accenna a un senso di colpa che prova. E, seppure in modo faticoso, il lettore viene a sapere, ascoltando altresì quello che Ricky racconta alla propria madre, che in quella società esiste una “procedura” per potenziare i bambini. L’autore non dice nulla di più, ma fa capire che, in conseguenza di ciò, esiste una sorta di discriminante tra i bambini potenziati e quelli “normali”, tanto è vero che ci sono alcuni college che accettano solo bambini potenziati. Non si saprà mai in cosa consiste questo potenziamento, né come esso venga concretamente attuato. Tuttavia, né Josie e né Ricky sono stati potenziati: se nel caso del ragazzo questo fatto provoca delle difficoltà (lui vorrebbe accedere a un’università prestigiosa che accetta un numero limitato di ragazzi non potenziati), nel caso di Josie questo fatto sembra abbia provocato conseguenze più gravi. Si intuisce infatti, benché non lo si comprenda in modo chiaro, che il male della ragazza derivi in qualche modo da una procedura di potenziamento forse andata male.

Altro non viene detto: non ci sono, nel romanzo, né medicine, né ospedali né visite mediche. Ogni tanto appare un dottore a casa di Josie, ma il suo ruolo è marginale. Gli adulti, la madre di Josie, il padre che appare a un certo punto e Mr. Capaldi sembrano girare a vuoto, cercando una soluzione che non esiste. Questo Mr. Capaldi sta facendo un ritratto di Josie, ma Klara scopre che non si tratta di una pittura, bensì di una specie di statua, anzi, di un androide che dovrebbe sostituire Josie se e quando ella morirà. E Klara dovrebbe essere reclutata per addestrare l’androide a comportarsi esattamente come Josie, in modo che i suoi cari non ne sentano alcuna mancanza. Per questo Klara decide di osservare sempre più attentamente la sua padroncina, anche perché la madre di Josie glielo chiede in modo accorato, perché ha già perso una figlia, Sal: “A conti fatti. Ti sto chiedendo di farlo funzionare. Perché se succede, se capita di nuovo, per me non ci sarà un altro modo di sopravvivere. Ne sono venuta fuori con Sal, ma non posso farcela di nuovo. Quindi lo chiedo a te, Klara. Fa’ del tuo meglio per me. Al negozio mi hanno detto che sei straordinaria. Ti ho osservata abbastanza per sapere che potrebbe essere vero. Se ti ci metti d’impegno, chissà? Potrebbe funzionare. E sarò in grado di volerti bene”.

La madre sarà davvero in grado di volere bene a un androide che imita in tutto e per tutto la figlia? È possibile disumanizzare a tal punto i rapporti umani, rendendoli riproducibili? È possibile che tali rapporti siano replicabili da un robot? L’identità umana non è troppo colma di sfaccettature da essere qualcosa di irriducibile a un sistema, per quanto avanzato, composto da circuiti e cose simili? Un software può forse imitare le espressioni umane, ma può davvero sentirle nel profondo, renderle autentiche? È possibile imparare ad amare, odiare e soffrire? Sono queste le domande che forse vengono in mente al lettore, soprattutto quando il padre di Josie chiede a Klara se conosce il cuore umano e se sarà mai in grado di penetrare nel fondo del cuore di Josie: “Il che potrebbe essere difficile, o sbaglio? Una cosa che supera perfino le tue strepitose capacità. Perché un’imitazione non funzionerebbe mai, per quanto sapiente. Dovresti imparare anche il suo cuore, e impararlo appieno, o non diventerai mai Josie a nessun livello che conti”. Il romanzo proseguirà, ma non è giusto svelare il finale. Si può dire che Klara, l’androide, mostra una capacità empatica enorme, perché si prodigherà in tutti i modi per provare a far guarire Josie. Perché Josie vuole continuare ad avere un avvenire, come vuole averlo Ricky, il suo amico, anche se i due pian piano si allontanano, inevitabilmente perché stanno crescendo.

Klara rimarrà la vera protagonista del romanzo, mostrando un carattere molto più marcato dei personaggi umani che la circondano. La sua fiducia nella forza salvifica del sole, che all’inizio appare un po’ ingenua, poco adatta a un androide, si dimostrerà ben riposta. Ma lo sarà perché è appunto una fiducia, una vera e propria “fede”, qualcosa in cui lei crede fermamente pur non avendo evidenze o prove chiare e inconfutabili sulla sua verità. E in ciò Klara si mostrerà assai umana, come anche nel destino che l’attende.

mercoledì 7 febbraio 2018

Recensione: PIERGIORGIO PATERLINI, BAMBINATE, EINAUDI 2017



La ferocia dell’infanzia non ha limiti, né di tempo né di forme. È questo forse il messaggio più dirompente del libro di Piergiorgio Paterlini, Bambinate, edito da Einaudi nel 2017. Un libro breve, asciutto, un libro che scava nei ricordi di una classe di bambini negli anni ’60, e di adulti che, più di cinquant’anni dopo, si ritrovano per una cena di classe. Il protagonista è fuggito dal piccolo paese della bassa emiliana (quello di don Camillo e Peppone), ed è cresciuto poi altrove, in America, s’è sposato laggiù, ha avuto due figli.
L’occasione per ritrovarsi è allegra in apparenza. I compagni della quinta elementare del 1965 si ritrovano, nel 2015, per “festeggiare” il tempo trascorso. Il protagonista, benché viva in America, decide di tornare in Italia perché avverte dentro di sé che è giunto il momento di chiudere una faccenda, di affrontare finalmente l’orrore a cui ha assistito un Venerdì Santo del 1965. In un primo tempo non bada alla e-mail che lo invita alla cena. Poi invece si rende conto che non può più rinviare l’appuntamento con la propria infanzia: “erano affiorati i ricordi che credevo di avere sepolto davvero una volta per tutte. Quella ‘cosa’ era esplosa con una violenza che mi aveva sorpreso, spaventato e infine fatto partire”.
Ma cos’è accaduto cinquant’anni prima? Cose da ragazzi, si direbbe, una goliardata, uno di quei fatti di violenza infantile che solitamente vengono relegati nel cassetto delle “bambinate”, come recita il titolo del libro. Uno scherzo, pesante, perpetrato cinquant’anni prima, può davvero meritare, dopo tanto tempo, una così viva attenzione? Secondo il protagonista sì, altrimenti non avrebbe fatto quel viaggio. Tornando al paese incontra quasi tutti i vecchi compagni, a parte quelli che sono morti: l’autore, descrivendo questi incontri, non indugia sulla retorica da grande freddo delle triste rimpatriate di attempati ex compagni di scuola. La scrittura infatti procede rapida, diretta, quasi fredda, asciutta, come se egli non potesse perdere tempo e volesse arrivare direttamente allo scioglimento dell’azione. Lui non può dimenticare, ma soprattutto non vuole che siano gli altri a farlo.
La cena scorre via senza sussulti, tra noia, rievocazioni pudiche, prudenti, ricordi che ognuno interpreta a suo modo: “I ricordi non collimano, e questo ognuno lo sa. Non solo non sono identici anche se sono stati vissuti insieme, ma lo stesso episodio è avvenuto prima o dopo quel tale fatto, in quel contesto no in quell’altro…”. Ma la “cosa” non viene rievocata da nessuno, il fatto efferato, la dimostrazione di quanto i bambini sappiano essere amorali e cattivi, spietati. Nessuno ricorda “Semo”, ossia Denis, l’oggetto, nel 1965, di scherzi feroci, perché era il più povero, perché balbettava, perché era vestito male, perché era frocio, forse.
Il protagonista, quel pomeriggio, c’era, e si sente più colpevole degli altri che hanno umiliato e seviziato Denis, con gesti, parole, sputi. Lui si sente più colpevole di loro perché era presente ma non ha difeso il debole: ha lasciato fare. Non ha agito direttamente, assistendo in silenzio all’ordalia. Ecco perché è tornato: per recuperare se stesso, per emendarsi, perché una cosa simile è accaduta a suo figlio Thomas quando questi andava a scuola, scatenano nel protagonista depressione, crisi di panico, disperazione, terribile senso di colpa: “Sognavo bambini. Bambini a scuola, con i grembiulini neri, il colletto bianco e il calamaio infilato in un buco nel banco di legno … Io ero il capo. Semo, ehi Semo, vieni qua, dicevo a Denis che aveva la faccia e la voce di Thomas, prendi questo con la bocca, e lanciavo in aria una pallina di carta…”.
Nel 2015 Denis balbetta ancora, vive in nella Casa di carità, isolato dal mondo. È invecchiato senza accorgersene. Sta seduto su una panchina e non parla mai con nessuno. L’autore invece dialoga con lui. Denis lo riconosce. Denis risponde alle sue domande, si ricorda tutto, ma non porta rancore verso i ragazzi che lo seviziarono. Nemmeno lui vuole pensarci. Ha rimosso il dolore, l’ha nascosto, e questo dolore si è insinuato nella sua mente, alienandola, occludendo il pensiero, cancellando qualsiasi possibilità di vivere. Non bisogna pensarci, dice Denis: “Io ho dimenticato… Dovresti farlo anche tu. Adesso è ora”.
È proprio questa risposta, forse, che induce il protagonista a capire che nessun altro può vendicare Denis, se non lui. Perché lui non è venuto dall’America per niente. Quella ferocia infantile non è stata una scherzo. Ha rovinato la vita a un ragazzo che non aveva nessuna colpa, se non quella di essere per tanti aspetti diverso da… da chissà che cosa. Solo la vendetta, che dovrà colpire Ermes, il responsabile dell’assalto del branco nel 1965, il capo della banda, può essere una soluzione. Alla ferocia infantile, che non ha ragioni né valori, si risponde, sembra suggerire l’autore, con la stessa ferocia e la medesima amoralità.
Naturalmente Ermes non si sente in colpa per quello che è accaduto cinquant’anni prima. Si trattava di uno scherzo, di un modo per vincere la noia, passare il tempo. Anche lui si è assolto; anzi, non ha nemmeno messo in discussione il proprio comportamento. Addirittura Ermes afferma di rimpiangere quegli anni: “Noi, ecco, a Denis gli dicevamo le cose in faccia, quando lui non c’era nessuno lo nominava, eravamo candidi, ingenui, innocenti come solo dei bambini possono esserlo. Rimpiango quegli anni, come li rimpiangono tutti. Magari si potesse tornare indietro”.
Ermes è sincero, crede davvero di aver vissuto degli anni indimenticabili e che quello che venne fatto a Denis fosse qualcosa di candido, cose che fanno i bambini. Le bambinate appunto. Ermes è sincero, dunque, certamente, ma, dice l’autore, “è solo disperatamente cieco. Come tutti. Ma questo non lo assolve. Anzi”.
L’incapacità di rendersi conto del male compiuto non attenua la colpa; al contrario, la rende ancora più grave, poiché tale incapacità è il segno dell’essere incapaci di comprendere il senso delle proprie azioni, e di rendersi conto che l’infanzia è il momento della vita in cui gli avvenimento spesso s’imprimono nella mente in modo indelebile, anche se il bambino al momento non se ne accorge. Ermes e gli altri (compreso il protagonista) non sono solo colpevoli per quegli atti di umiliazione contro Denis, ma soprattutto per non aver compreso che stavano soffocando una pianta che aveva appena cominciato a crescere e che non aveva bisogno del tanto sbandierato “amore”, ma semplicemente di essere compreso e accettato.
Il protagonista sente su di sé questa colpa terribile: la colpa di essere stato impotente quando Denis veniva umiliato; la colpa di essere stato impotente quando una cosa simile accadeva a suo figlio Thomas; la colpa di aver voluto dimenticare per anni quel Venerdì Santo del 1965. La vendetta diverrà allora un modo, barbaro, irrazionale e ancestrale, per rimettere a posto le cose e per dimostrare che la ferocia dell’infanzia non è una bambinata, ma un coltello che continua, per decenni, ad affilarsi mentre affonda nelle carni dei ricordi, avvelenando la vita di chi non ha saputo opporsi a tale ferocia: “Li avevo lasciati colpire. Ero stato a guardare. Me n’ero lavato le mani. Ma cosa potevo fare? Io da solo. E comunque dentro di me avevo odiato la loro ferocia e provato pena per Denis. Non si poteva dire fossi stato veramente complice./Eppure ero sconvolto e prima che me ne accorga sento le lacrime rigarmi il viso. E questo mi frastorna ancora di più”.

sabato 8 giugno 2013

LA MISURA DEL DANNO di ANDREA POMELLA



Questo strano ibrido politico … questa specie di chimera mitologica che portava sul corpo i segni di una grande ferita fisica … e morale – la vecchia accusa di abuso di minore - impersonava compiutamente un paese sopravvissuto a un ventennio di sfascio e di decadenza, ne era la rappresentazione umana, la misura del danno. Queste righe, poste all’epilogo, rappresentano forse la spiegazione, il “sugo” del libro di Andrea Pomella, La misura del danno, Fernandel, Ravenna 2013. Il periodo appare oscuro, ma in realtà chi, leggendo il libro, arriverà alla penultima pagina, sa che non c’è nulla da spiegare, perché a quel punto della storia il lettore ha le idee ben chiare. 
La scrittura di Andrea Pomella è lucida, netta, senza barocchismi.Al principio, l’alternanza tra il racconto in flash-back e una narrazione contemporanea rispetto allo svolgimento dei fatti conferisce speditezza al libro. Poi il ritmo si placa: la narrazione è svolta in gran parte sul piano del presente e lo sfascio del protagonista della storia è lo specchio della decomposizione socio-politico-culturale della società italiana. Pomella è un narratore onnisciente: sin dall’inizio, infatti, ci avverte che la storia si concluderà con la rovina del protagonista, Alessandro Mantovani, passato dal successo come attore belloccio delle fiction leggere al successo come attore “impegnato”, insomma come attore engagé.  D’altra parte, gli elementi per presagire il tragico destino ci sono tutti: l’avventura con la fan quindicenne, Beatrice Belfiore, ospita in sé, subito, i germi della catastrofe; la ragazzina, infatti, ha raccontato alla madre che avrebbe passato un week-end al mare nella casa di Sabaudia con l’attore, ma aggiungendo che ci sarebbero state anche sua Francesca e la loro figlia, Martina, amica del cuore di Beatrice. Una scusa che si rivelerà fatale, nel momento in cui le due famiglie cominceranno a frequentarsi.
L’ambientazione del libro è quella dell’alta borghesia romana di sinistra, che oscilla tra riti da radical-chic e tentazioni operaiste di facciata. Questa aristocrazia intellettuale è raramente autentica e appare incapace di appassionarsi realmente alle nobili cause che vuole sostenere. Mantovani invece è un uomo di borgata che si è costruito a fatica la strada verso il successo. È stato fortunato, bravo, cinico. Ora apparterebbe a pieno titolo a quell’aristocrazia: è benestante, viene invitato alle feste in lussuosi appartamenti, conosce architetti di grido, attori, scrittori, giornalisti impegnati. Alessandro è famoso, ricco, ma è un isolato poiché l’appartenenza all’aristocrazia intellettuale non lo soddisfa: Mantovani capisce che in tale ambiente i rapporti sono leggeri, superficiali e che spesso l’affabilità è solo di maniera. D’altra parte l’origine “borgatara” rimane in lui come una macchiolina fastidiosa che nessun sapone può lavare. Lui stesso la vive con sofferenza: la visione del padre anziano (Gino) e della sua vita nell’angusto appartamento di periferia lo tormenta, come un passato oscuro che egli tenta di esorcizzare invano. Il suo amore per il padre non si manifesta mai; solo una volta, per caso, al supermercato, sembra possibile che tra lui e suo padre un filo d’amore si possa riallacciare, ma l’animo ormai sterile dell'attore impedisce ogni espressione autentica di sentimento: accadde in quel momento qualcosa di intenso e di imprevisto … accadde che Gino, mentre teneva a mezz’aria con entrambe le mani una scatola di uova da sei, sorrise timidamente, e l’arco delle sopracciglia gli divenne un tutt’uno con le rughe profonde ai lati del naso e della bocca. Era un sorriso luminoso e introverso, ma che esprimeva un momento di gioia perfetta. Alessandro allora capì che suo padre era semplicemente felice di ritrovarsi a fare la spesa con lui in un moderno supermercato di Roma, correndo magari con i ricordi a un tempo lontano e perduto, un tempo in cui erano ancora una famiglia unita … In quel frangente Alessandro sentì un morso allo stomaco. Avrebbe voluto correre verso suo padre, lasciar cadere tutta la sua apatia e abbracciarlo, semplicemente, aggrappandosi a quelle sue spallucce strette in un perenne atteggiamento cifotico. Ma restò avviluppato in quel pensiero e non si mosse.
I personaggi del romanzo sono malati di anaffettività: i rapporti tra Alessandro e la moglie sono freddi (la donna appartiene di famiglia a quell’aristocrazia intellettuale), senza passione: nel libro i due non si baciano mai, né fanno mai l’amore; la figlia, Martina, è scialba, affetta da acufene psicosomatico, persa pure lei nel gorgo di incomunicabilità e indifferenza che travolge tutti. Lo stesso vale per Beatrice: quando Alessandro si prenderà la sua verginità, non ci sarà nessuna emozione, nessun piacere, ma solo un viso freddo, inespressivo. Ecco forse qual è la reale misura del danno: il racconto di una generazione inespressiva, prosciugata, nella quale l’emotività appare come un’esperienza estranea, che non le appartiene.
Il racconto precipita verso la catastrofe lentamente, goccia a goccia, come se ogni avvenimento fosse guidato da un destino inesorabile. Le famiglie di Beatrice e Martina cominciano a vedersi senza divenire troppo intime. Ad Alessandro la cosa all’inizio procura imbarazzo, ma poi, di fronte al contegno (in apparenza) tranquillo di Beatrice, egli si calma. Il destino però, prima di essere feroce, è beffardo. Il padre di Beatrice gestisce un’attività in proprio e ha contratto debiti a causa della crisi. Alessandro, senza nemmeno sapere perché, si offre di aiutare l’uomo: si lega così sempre di più alla famiglia della sua fan, rafforzando un legame che condurrà la sua vita allo sfacelo.
Cosa provare di fronte a questi personaggi? Molta amarezza per il loro non riuscire a essere mai persone autentiche, limpide, non dal punto di vista morale, bensì da quello esistenziale. È loro connaturata una naturale tendenza a mantenere sempre una distanza tra sé e gli altri, tra sé e l’emotività. Ma il lettore prova altresì inquietudine, perché tali personaggi rappresentano figure caratteristiche della società italiana di questi ultimi vent’anni di berlusconismo (tra l’altro Berlusconi è ancora presente sulla scena politica italiana). Pomella descrive la vicenda con distacco e con uno spirito di osservazione che definirei “clinico”. Il fatto di anticipare al lettore il destino del protagonista sottrae al libro un po' di suspense, anche se Pomella è bravo a produrre ugualmente nel lettore una sensazione d’attesa (mi viene in mente, come nobile predecessore, il Marquez di Cronaca di una morte annunciata, ma persone più colte sapranno trovare altri esempi). L’autore non giudica i personaggi, almeno in apparenza, ma li lascia agire verso il loro naufragio, che è un destino inevitabile quando la propria esistenza ha perduto qualsiasi calore ed emotività, o meglio, quando non sa più essere autentica. Non c’è moralismo, né demagogia spicciola nell’autore. Il libro tratteggia insomma una sorta di apocalisse minima sociale ed esistenziale: la speranza non esiste, oppure, quando una possibilità (remota) di salvezza, per i singoli personaggi, appare baluginante da lontano, non è colta.
Non ci sono emozioni gioiose in questa storia, né drammatiche, neppure quando a Fregene, nella casa al mare dei genitori di Beatrice, viene fuori lo “scandalo”. Prima di pranzo, la madre di Beatrice invita Martina a passare qualche giorno al mare con loro, dichiarando di voler in questo modo restituire l’invito che la famiglia Mantovani aveva fatto a sua figlia qualche tempo prima… questa frase causa la sorpresa di Francesca che assicura di non aver mai invitato Beatrice al mare. Poi ogni cosa precipita. Eppure Francesca non fa scene ed è forse questa reazione a spiazzare Alessandro, anche lui chiuso nella morsa dell’incapacità di agire. Se la moglie avesse fatto una scenata avrebbe probabilmente costretto il marito a spiegarsi, a reagire a chiederle perdono, a spiegarle. Forse tutto ciò non sarebbe servito a impedire la fine del matrimonio, ma quantomeno ci sarebbero state parole umane tra di loro. Invece Alessandro tace, non chiede scusa, né si giustifica: “lui aveva scelto il silenzio, il che era equivalso a una specie di ammissione di colpa, un atteggiamento che gli aveva precluso ogni spiraglio di salvezza”. La mattina successiva Francesca comunica con spietata freddezza al marito che da quel momento in poi non avrebbe voluto più saperne di lui e che lui, per qualsiasi comunicazione, si sarebbe dovuto rivolgere al suo avvocato. Il seguito della storia non va svelato, anche per non raccontare troppe cose del libro. Alessandro sarà messo alla berlina a livello nazionale, sarà accusato di stupro ma poi, pian piano, troverà dei sostenitori e la misura del danno sarà sempre più lampante, evidente, desolante.

sabato 23 marzo 2013

Vasco Pratolini. Il Quartiere

Si legge volentieri questo romanzo di Vasco Pratolini (1913-1991); forse, tra le altre cose, per quell’atmosfera fiorentina che piace tanto, soprattutto a chi va a Firenze solo per fare il turista. Oppure perché la storia ha molti aspetti del romanzo di formazione di un gruppo di giovani che vive in un Quartiere (con la “q” maiuscola, essendo “il” quartiere per antonomasia) che è un mondo a sé ambivalente: nicchia protettiva e prigione, luogo di esperienze di vita da amare e odiare, centro della propria esistenza e luogo da cui fuggire per cominciare a vivere davvero. “La nostra vita erano le strade e le piazze del Quartiere, fiorentini di antica razza, di ‘antico pelo’ dicevamo scherzando. Si stava agli angoli delle vie, sotto la Volta ove fu trafitto Corso Donati e ci si stava senza alcun sospetto di tutto questo, ‘popolo minuto’ sempre, fatto ignaro ormai, ciompi da se stessi traditi. Sulle antiche vestigia si illuminava la rosticceria il cui banco spandeva attorno odore di polpette di patate, di coniglio arrosto, di verdura fritta” (cap. I).
La storia di questo gruppo di adolescenti che cresce fra diverse esperienze si snoda con leggerezza; lo scrittore racconta in prima persona, ma senza rovinare al lettore nessuna sorpresa. Chi scrive è ugualmente ignaro, alla pari di chi legge, di quel che accadrà ai protagonisti. La prosa, in prevalenza concisa e volutamente popolareggiante, è assai gustosa; si alternano nelle pagine del romanzo momenti di puro realismo e attimi di lirismo, sullo sfondo di miseria e sfortuna di un Quartiere proletario, dove le passioni d’amore sfiorano le passioni politiche, la vicende storiche (il fascismo, la guerra d’Africa del ’35) si riverberano sulle vicende personali dei ragazzi, creando un quadro letterario variopinto e intenso.
Il protagonista, Valerio, è il personaggio che assorbe diversi aspetti delle vicende che accadono agli altri ragazzi. È nell’incontro con l’amore che avviene in lui una sorta di epifania generazionale. La sua scoperta dell’amore avviene grazie al passaggio tra l’arroganza adolescenziale e la dolcezza del rapporto vero con una donna. Dal suo fidanzamento per Marisa, ragazza che lui possiede senza amare e che era già stata dell’amico-nemico Carlo, all’amore vero e autentico per Olga, ragazzina che per lui diventa la donna ideale, una sorta di soggetto mitico, impossibile anche da toccare.
Il fallimento di entrambi queste storie, nonostante lo scoramento subìto, arricchirà Valerio, che comprenderà, forse, come la strada verso la maturità comincia quando si ha meno paura delle proprie debolezze, né si teme la confessione del proprio dolore. Parlando con il padre del suo sentimento verso Olga, Valerio dice: “[mi piaceva] perché era bella babbo. Perché quando le stavo vicino mi sembrava di avere accanto un essere soprannaturale e appena la lasciavo mi prendeva lo struggimento in cuore … Di giorno, la luce, le cose da fare, la gente con cui parlo, mi distraggono. Anche se fra me e le cose, fra me e la gente c’è sempre la sua immagine riesco ad andare al di là e mi controllo. Ma la notte, o quando sono solo a tu per tu col suo viso che ho sempre davanti agli occhi come ora, come ogni momento, più il tempo passa e meno resisto” (Cap. XXX).
Una tale confessione di “debolezza” da parte di un uomo, nel tempo del virilismo fascista, si configura come un atto di ribellione, non politica, certamente, ma esistenziale, e dunque assai più indicativa. Tutti i personaggi del romanzo vanno incontro a un destino diverso, eppure sono legati da un filo, da una convinzione, da una speranza un po’ folle: la disperazione e la miseria possono essere riscattate, e anche chi è fascista e va in guerra volontario, scopre presto che l’inganno politico consiste proprio nell’illudere il misero che il riscatto della sua esistenza sta nel compiere un’azione eroica.
Il romanzo svela la grande lucidità dell’autore, la sua convinzione che sussiste un legame tra gente nata tra le stesse case, le stesse strade; anche chi è andato in Africa volontario, e poi è morto, rimane uno di loro. Lo scrive un amico di Valerio, Giorgio, allorché gli rivela la morte di Carlo (ex fidanzato di Marisa) che secondo lui “si meritava meno di tutti di morire in questa guerra. Non mi vergogno di dirti che ho pianto come un bambino quando ho saputo la notizia e spero che lo stesso sia successo a te. Malgrado le sue idee era uno dei nostri, o almeno uno col quale si sarebbe potuto fare i conti a viso aperto”.
Ecco ciò che mi ha affascinato di questo libro: la descrizione del senso di appartenenza a una comunità piccola, il Quartiere, che è una specie di enorme utero, dal quale ognuno prende vita, per poi seguire la propria strada. È poi l’esistenza a influenzare i diversi destini, le varie scelte, in un turbine nel quale è impossibile non smarrirsi, come se in fondo nessuno di noi scelga mai veramente qualcosa in piena autonomia. Questo humus comune permane nei protagonisti come un tratto distintivo, anche se il trascorrere degli anni porta alcuni di loro in altri luoghi; ed è così tenace da sopravvivere alla distruzione del vecchio quartiere, che viene sventrato dalle autorità cittadine.
Anzi, per paradosso, la fine del Quartiere, che giunge all’epilogo del romanzo, rende ancora più saldo il senso di appartenenza a una comunità viva. Lo stesso Valerio lo afferma, nel penultimo capitolo, quando, tornato da militare, si trova immerso in un mondo diverso, ignoto: “la speranza era davvero racchiusa nel Quartiere – mura, lastrici e volti erano una costante testimonianza della nostra ragione da far valere un giorno. Se avessimo soggiaciuto a recarci nelle nuove case della periferia, in ambienti più puliti, e salubri, che non avrebbero alleviato in nulla la nostra miseria, ma l’avrebbero bensì corrotta d’altre perfide voglie e tentazione, ci saremmo dispersi e traditi. Dovevamo invece reggere fino in fondo alla rappresentazione del nostro squallore, come un emblema appeso alla soglia del mondo, e restare uniti, spalla a spalla, fare un cerchio attorno alle nostre case in cui ogni angolo, ogni crepa erano il simbolo della speranza ed ogni sguardo, ogni corpo, un grido di incatenata protesta”.
Un’àncora di salvezza esiste ancora, per loro, i sopravissuti non alla guerra o al fascismo (che nella finzione letteraria è ancora in piedi), ma allo stravolgimento quotidiano e banale di esistenze che la vita ordinaria provoca. È singolare che sia proprio Marisa, la donna che Valerio ha “amato” solo per la carne, a donare coraggio al protagonista, abbattuto moralmente a causa della fine del Quartiere: “Hai trovato diverso il Quartiere. Ma la gente c’è ancora tutta, lo sai. Si è ammassata nelle case rimaste in piedi come se si fosse voluta barricare. Quei pochi che sono andati ad abitare alla periferia, dove c’è l’aria aperta e il sole, nel Quartiere li considerano quasi dei disertori”. E Valerio allora conclude: “Infatti … anche l’aria e il sole sono cose da conquistarsi dietro le barricate”, con una battuta che di certo possiede un significato metaforico, pensando alla Resistenza, e al fatto che il romanzo è stato scritto nel 1943.

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