martedì 1 dicembre 2009

Sugli studi umanistici



Molti di coloro che si dedicano agli studi umanistici spesso non possono “vivere” di questi stessi studi. Intendo, non lavorano grazie a essi né, in generale, possono mantenersi. E forse li coltivano sempre meno. Anche chi ci lavora, come gli insegnanti, spesso sono costretti a smarrire il senso profondo, culturale, di questi studi, per incapacità o insipienza. Sono pochi i “privilegiati”: penso a quelli che riescono a intraprendere una carriera accademica; ma essi non sempre, poi, si comportano da veri uomini di cultura, né, spesso, la loro carriera è basata sul merito effettivo.
A volte, disilluso, guardo i libri di filosofia in libreria come si osservano le chincaglierie di una casa che si sta per abbandonare. A cosa sono serviti i miei studi? Anzi, mi chiedo: a cosa sono serviti, in generale, quei libri, quegli scritti, quelle fatiche, e il batticuore provati davanti agli esami all’università? Ed è corretto parlare di studi che “servono”? Quali progressi ha compiuto la società grazie ai tanti che, come me, si sono buttati sulle humanae litterae? Sono giunto a questa conclusione: gli studi umanistici talvolta sono nocivi perché rendono ottimisti sulle capacità dell’uomo, sulla sua razionalità, sulla possibilità che l’essere umano evolva, faccia progressi. In seguito la vita, con le sue usuali tristezze, con i corto-circuiti della ragione, gli orrori “normali”, banali, fa intendere il contrario e quell’ottimismo cresciuto sui libri è danneggiato. Ma ormai è tardi. Lo studioso di materie umanistiche ha sviluppato a quel punto una sensibilità spiccata, eccessiva, un’attenzione nevrotica verso le piccole sfaccettature dell’esistenza, che lo rendono incredulo di fronte allo spegnersi di quell’ottimismo. In verità, in lui la speranza in lui non si estingue mai definitivamente. Invece di rassegnarsi e accettare, con pragmatismo, la realtà, egli si lacera: da un lato, avverte ancora quella fiducia nell’uomo, dall’altro soffre per la percezione dello scacco tra le sue credenze e la realtà, precipitando in una confusione esistenziale senza scampo. Una specie di nebbia lo avvolge: egli alla fine sopporta il mondo solo perché auspica che almeno lui possa essere migliore degli altri uomini. Tuttavia è generoso, perché non si crede superiore: solo vorrebbe che anche gli altri la pensassero come lui, che guardassero al miglioramento dell’uomo come a un obiettivo fattibile. Ma anche questa idea, col tempo, si spegne.
Non voglio però trarre conclusioni definitive, né so proporre rimedi, altrimenti avrei studiato ingegneria. Voglio solo gettare un sasso microscopico in uno stagnetto. Se qualcun altro vorrà raccontare della propria esperienza o delle proprie convinzioni, sarebbe interessante. Quando all’università m’illudevo di poter fare ricerca filosofica (ma senza appoggi non è possibile), mi chiedevo in che modo avrei potuto rendermi utile. Scrivendo articoli per riviste filosofiche lette quasi solo da chi scrive per quelle riviste? Passando il tempo, con la mente rapita e le narici colme d’aria, discettando sulla “cosa che coseggia”, scimmiottando Heidegger e gli heideggeriani? Non so. Quando si abbandona un dipartimento di filosofia, che sembra essere un luogo creato per difendere i suoi membri dal mondo e per non esserne intaccati, e si cammina per strada strada, ci si sente spesso inadeguati. Almeno, per me è stato così. E allora la cultura umanistica cos’è? Un peso, un bagaglio per farsi belli talvolta, un giogo, un modo per credere di essere stati fortunati a essere nati in una certa epoca?

Assalone, Assalonne! (W. Faulkner)

Scriveva Borges nel 1937 a proposito di Assalonne, Assalonne! : “A Faulkner piace esporre il romanzo attraverso i personaggi. Il metodo...