sabato 3 novembre 2012

Giosuè Carducci, "Alla stazione in una mattina d’autunno"




Ecco, dalle Odi Barbare, una poesia di Carducci del 1877. È un componimento di sapore esistenziale, in cui la malinconia del vivere appare autentica, vivamente sentita dal poeta. E questo non è poco, per un autore spesso considerato tronfio e retorico, di certo meno genuino di Pascoli. Invece questi versi restituiscono a Carducci l’onore poetico. La loro qualità consistente soprattutto, mi pare, nella capacità di rendere universale una situazione particolare e personale, ossia il saluto alla propria donna che parte, la cui partenza simboleggia la morte, il distacco per definizione, l’abbandono di tutto.
Quel che mi colpisce nel componimento è il continuo passaggio tra evento “minimo” e riflessione “alta” (per esempio l’annullamento del biglietto prima della partenza diviene la raffigurazione dell’attimo in cui il tempo che fugge via cancella qualsiasi ricordo), che dona alla poesia un grande fascino letterario. Il dato ambientale dunque si trasfigura di continuo in un momento esistenziale. Infine, per concludere, vorrei dire che mi piacciono molto i versi sdruccioli che si ripetono al secondo verso d’ogni strofa, chiusi appunto da una parola che ha l’accento sulla terz’ultima sillaba, come “alberi”. Un’altra piccola osservazione: l’incipit è scritto con maestria, con quel verso “sbadigliando” che rende bene l’idea della fioca e vana luce dei lampioni, incapace di raffigurare il buio di una giornata novembrina. Ed è immediato il paragone tra quella luce debole e la debole capacità conoscitiva dell’uomo, che gli preclude le porte oscure dell’infinito.

Oh quei fanali come s'inseguono
accidiosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su 'l fango!
Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d'autunno
come un grande fantasma n'è intorno.
Dove e a che move questa, che affrettasi
a' carri foschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?
Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl'istanti gioiti e i ricordi.
Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili
com'ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei
freni tentati rendono un lugubre
rintocco lungo: di fondo a l'anima
un'eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.
E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l'ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su' vetri la pioggia.
Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe 'l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.
Va l'empio mostro; con traino orribile
sbattendo l'ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e 'l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.
O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra' floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!
Fremea la vita nel tepid'aere,
fremea l'estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso
in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un'aureola
piú belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.
Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com'ebro, e mi tocco,
non anch'io fossi dunque un fantasma.
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l'anima!
Io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
Meglio a chi 'l senso smarrì de l'essere,
meglio quest'ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito

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