sabato 8 giugno 2013

LA MISURA DEL DANNO di ANDREA POMELLA



Questo strano ibrido politico … questa specie di chimera mitologica che portava sul corpo i segni di una grande ferita fisica … e morale – la vecchia accusa di abuso di minore - impersonava compiutamente un paese sopravvissuto a un ventennio di sfascio e di decadenza, ne era la rappresentazione umana, la misura del danno. Queste righe, poste all’epilogo, rappresentano forse la spiegazione, il “sugo” del libro di Andrea Pomella, La misura del danno, Fernandel, Ravenna 2013. Il periodo appare oscuro, ma in realtà chi, leggendo il libro, arriverà alla penultima pagina, sa che non c’è nulla da spiegare, perché a quel punto della storia il lettore ha le idee ben chiare. 
La scrittura di Andrea Pomella è lucida, netta, senza barocchismi.Al principio, l’alternanza tra il racconto in flash-back e una narrazione contemporanea rispetto allo svolgimento dei fatti conferisce speditezza al libro. Poi il ritmo si placa: la narrazione è svolta in gran parte sul piano del presente e lo sfascio del protagonista della storia è lo specchio della decomposizione socio-politico-culturale della società italiana. Pomella è un narratore onnisciente: sin dall’inizio, infatti, ci avverte che la storia si concluderà con la rovina del protagonista, Alessandro Mantovani, passato dal successo come attore belloccio delle fiction leggere al successo come attore “impegnato”, insomma come attore engagé.  D’altra parte, gli elementi per presagire il tragico destino ci sono tutti: l’avventura con la fan quindicenne, Beatrice Belfiore, ospita in sé, subito, i germi della catastrofe; la ragazzina, infatti, ha raccontato alla madre che avrebbe passato un week-end al mare nella casa di Sabaudia con l’attore, ma aggiungendo che ci sarebbero state anche sua Francesca e la loro figlia, Martina, amica del cuore di Beatrice. Una scusa che si rivelerà fatale, nel momento in cui le due famiglie cominceranno a frequentarsi.
L’ambientazione del libro è quella dell’alta borghesia romana di sinistra, che oscilla tra riti da radical-chic e tentazioni operaiste di facciata. Questa aristocrazia intellettuale è raramente autentica e appare incapace di appassionarsi realmente alle nobili cause che vuole sostenere. Mantovani invece è un uomo di borgata che si è costruito a fatica la strada verso il successo. È stato fortunato, bravo, cinico. Ora apparterebbe a pieno titolo a quell’aristocrazia: è benestante, viene invitato alle feste in lussuosi appartamenti, conosce architetti di grido, attori, scrittori, giornalisti impegnati. Alessandro è famoso, ricco, ma è un isolato poiché l’appartenenza all’aristocrazia intellettuale non lo soddisfa: Mantovani capisce che in tale ambiente i rapporti sono leggeri, superficiali e che spesso l’affabilità è solo di maniera. D’altra parte l’origine “borgatara” rimane in lui come una macchiolina fastidiosa che nessun sapone può lavare. Lui stesso la vive con sofferenza: la visione del padre anziano (Gino) e della sua vita nell’angusto appartamento di periferia lo tormenta, come un passato oscuro che egli tenta di esorcizzare invano. Il suo amore per il padre non si manifesta mai; solo una volta, per caso, al supermercato, sembra possibile che tra lui e suo padre un filo d’amore si possa riallacciare, ma l’animo ormai sterile dell'attore impedisce ogni espressione autentica di sentimento: accadde in quel momento qualcosa di intenso e di imprevisto … accadde che Gino, mentre teneva a mezz’aria con entrambe le mani una scatola di uova da sei, sorrise timidamente, e l’arco delle sopracciglia gli divenne un tutt’uno con le rughe profonde ai lati del naso e della bocca. Era un sorriso luminoso e introverso, ma che esprimeva un momento di gioia perfetta. Alessandro allora capì che suo padre era semplicemente felice di ritrovarsi a fare la spesa con lui in un moderno supermercato di Roma, correndo magari con i ricordi a un tempo lontano e perduto, un tempo in cui erano ancora una famiglia unita … In quel frangente Alessandro sentì un morso allo stomaco. Avrebbe voluto correre verso suo padre, lasciar cadere tutta la sua apatia e abbracciarlo, semplicemente, aggrappandosi a quelle sue spallucce strette in un perenne atteggiamento cifotico. Ma restò avviluppato in quel pensiero e non si mosse.
I personaggi del romanzo sono malati di anaffettività: i rapporti tra Alessandro e la moglie sono freddi (la donna appartiene di famiglia a quell’aristocrazia intellettuale), senza passione: nel libro i due non si baciano mai, né fanno mai l’amore; la figlia, Martina, è scialba, affetta da acufene psicosomatico, persa pure lei nel gorgo di incomunicabilità e indifferenza che travolge tutti. Lo stesso vale per Beatrice: quando Alessandro si prenderà la sua verginità, non ci sarà nessuna emozione, nessun piacere, ma solo un viso freddo, inespressivo. Ecco forse qual è la reale misura del danno: il racconto di una generazione inespressiva, prosciugata, nella quale l’emotività appare come un’esperienza estranea, che non le appartiene.
Il racconto precipita verso la catastrofe lentamente, goccia a goccia, come se ogni avvenimento fosse guidato da un destino inesorabile. Le famiglie di Beatrice e Martina cominciano a vedersi senza divenire troppo intime. Ad Alessandro la cosa all’inizio procura imbarazzo, ma poi, di fronte al contegno (in apparenza) tranquillo di Beatrice, egli si calma. Il destino però, prima di essere feroce, è beffardo. Il padre di Beatrice gestisce un’attività in proprio e ha contratto debiti a causa della crisi. Alessandro, senza nemmeno sapere perché, si offre di aiutare l’uomo: si lega così sempre di più alla famiglia della sua fan, rafforzando un legame che condurrà la sua vita allo sfacelo.
Cosa provare di fronte a questi personaggi? Molta amarezza per il loro non riuscire a essere mai persone autentiche, limpide, non dal punto di vista morale, bensì da quello esistenziale. È loro connaturata una naturale tendenza a mantenere sempre una distanza tra sé e gli altri, tra sé e l’emotività. Ma il lettore prova altresì inquietudine, perché tali personaggi rappresentano figure caratteristiche della società italiana di questi ultimi vent’anni di berlusconismo (tra l’altro Berlusconi è ancora presente sulla scena politica italiana). Pomella descrive la vicenda con distacco e con uno spirito di osservazione che definirei “clinico”. Il fatto di anticipare al lettore il destino del protagonista sottrae al libro un po' di suspense, anche se Pomella è bravo a produrre ugualmente nel lettore una sensazione d’attesa (mi viene in mente, come nobile predecessore, il Marquez di Cronaca di una morte annunciata, ma persone più colte sapranno trovare altri esempi). L’autore non giudica i personaggi, almeno in apparenza, ma li lascia agire verso il loro naufragio, che è un destino inevitabile quando la propria esistenza ha perduto qualsiasi calore ed emotività, o meglio, quando non sa più essere autentica. Non c’è moralismo, né demagogia spicciola nell’autore. Il libro tratteggia insomma una sorta di apocalisse minima sociale ed esistenziale: la speranza non esiste, oppure, quando una possibilità (remota) di salvezza, per i singoli personaggi, appare baluginante da lontano, non è colta.
Non ci sono emozioni gioiose in questa storia, né drammatiche, neppure quando a Fregene, nella casa al mare dei genitori di Beatrice, viene fuori lo “scandalo”. Prima di pranzo, la madre di Beatrice invita Martina a passare qualche giorno al mare con loro, dichiarando di voler in questo modo restituire l’invito che la famiglia Mantovani aveva fatto a sua figlia qualche tempo prima… questa frase causa la sorpresa di Francesca che assicura di non aver mai invitato Beatrice al mare. Poi ogni cosa precipita. Eppure Francesca non fa scene ed è forse questa reazione a spiazzare Alessandro, anche lui chiuso nella morsa dell’incapacità di agire. Se la moglie avesse fatto una scenata avrebbe probabilmente costretto il marito a spiegarsi, a reagire a chiederle perdono, a spiegarle. Forse tutto ciò non sarebbe servito a impedire la fine del matrimonio, ma quantomeno ci sarebbero state parole umane tra di loro. Invece Alessandro tace, non chiede scusa, né si giustifica: “lui aveva scelto il silenzio, il che era equivalso a una specie di ammissione di colpa, un atteggiamento che gli aveva precluso ogni spiraglio di salvezza”. La mattina successiva Francesca comunica con spietata freddezza al marito che da quel momento in poi non avrebbe voluto più saperne di lui e che lui, per qualsiasi comunicazione, si sarebbe dovuto rivolgere al suo avvocato. Il seguito della storia non va svelato, anche per non raccontare troppe cose del libro. Alessandro sarà messo alla berlina a livello nazionale, sarà accusato di stupro ma poi, pian piano, troverà dei sostenitori e la misura del danno sarà sempre più lampante, evidente, desolante.

Assalone, Assalonne! (W. Faulkner)

Scriveva Borges nel 1937 a proposito di Assalonne, Assalonne! : “A Faulkner piace esporre il romanzo attraverso i personaggi. Il metodo...