venerdì 6 giugno 2014

APPUNTI SULLO ZIBALDONE DI GIACOMO LEOPARDI – 1 “Poesia e non poesia”.





Nelle prime 40 pp. dello Zibaldone, Giacomo Leopardi discorre, tra le altre cose, dell’essenza della poesia. Egli sostiene che se il poeta non imita la natura, se non si fa guidare da una sorta di istinto e dalla “bella negligenza”, riduce la poesia ad arte, rendendola fredda. È questo l’errore principale compiuto da molti poeti moderni, i quali riducono la poesia ad arte rarefatta, tradizionale; per queste ragioni la poesia è stata autentica solo al tempo degli antichi poeti greci e romani, mentre solo rari autori “moderni”, tra i quali Dante, Petrarca e Ariosto, sono stati capaci di offrire poesia genuina. Tali affermazioni rispecchiano l’idea secondo cui “la ragione facendo naturalmente amici dell’utile proprio togliendo le illusioni che ci legano gli uni agli altri, scioglie assolutamente la società, e inferocisce le persone” (p. 24); poiché la Natura è superiore alla ragione, un’esistenza guidata dalla natura vale di più di un freddo e razionale modus vivendi.
In questa fase primaria del suo pensiero, Leopardi adotta un’immagine benigna della natura; tuttavia, in una fase più matura del suo pensiero, sia più tardi nello Zibaldone, che negli Idilli e nelle Operette morali, la natura verrà giudicata come responsabile dell’infelicità dell’uomo.
In questa fase embrionale della propria riflessione, Leopardi sostiene che la natura è colei “che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura” (p. 16). Dunque una poesia naturale è sinonimo di poesia genuina, autentica: tali erano le opere poetiche dei poeti antichi. Il motivo che determina questa situazione è il seguente: gli antichi non avevano esempi di poesia alle loro spalle, perché furono i primi a comporre versi, prima cantandoli poi scrivendoli; Omero era sommamente libero di creare poesia imitando la natura, poiché non era influenzato da poesie composte prima di lui, né da canoni e modelli estetici da imitare; più avanti, nell’età della Grecia classica, benché la produzione poetica (e teatrale) fosse certamente aumentata, non c’era ancora, come succede nell’età moderna, un insieme organico di stili definiti e di topoi artistici prestabiliti: “Eschilo per esempio, inventando ora una ora un’altra tragedia senza forme usi stabiliti, e seguendo la sua natura, variava naturalmente a ogni composizione” (p. 40).
I poeti moderni, invece, operano dopo secoli di creazioni artistiche che hanno codificato stili, metrica, argomentazioni; per loro è quasi impossibile essere originali, perché hanno di fronte un gran numero di esempi di poesia ai quali è difficile non guardare. Non si parla naturalmente di coloro che copiano, i quali si squalificano da sé, ma di quelli che credono di fare poesia originale: questi ultimi, benché non si rifacciano espressamente a modelli pregressi, sono ugualmente influenzanti, diremmo oggi a livello “inconscio”, dalla produzione passata: “per quanto un poeta si voglia allontanare dalla strada segnata a ogni poco ci ritorna, mentre la natura non opera più da sé, sempre naturalmente e necessariamente influiscono le idee acquistate che circoscrivono l’efficacia della natura” (p. 40).
Tali riflessioni si ricollegano a quanto Leopardi aveva affermato all’inizio dello Zibaldone, allorché, riflettendo sul significato dell’arte poetica, aveva ripetutamente assunto come criterio estetico di base dell’arte la sua capacità di guardare al Vero, ovvero di imitare la natura: “La perfezione di un’opera di Belle Arti non si misura dal più bello ma dalla più perfetta imitazione della natura” (p. 3). La poesia, infatti, non deve mostrare semplicemente il “bello”, né l’utile, ma imitare anch’essa la natura, se vuol dilettare, essendo il “dilettare l’ufficio naturale del poeta” (ivi).
Non è difficile immaginare perché Leopardi, date queste premesse, sostenga la superiorità degli antichi rispetto agli autori moderni; egli, infatti, crede che il progredire dei secoli si sia caratterizzato per la graduale affermazione della ragione, della volontà di spiegare il mondo razionalmente, a scapito della semplicità e della genuinità delle scienze e delle arti. Secondo l’autore questo processo è inevitabile, tanto è vero che l’uomo è la più infelice delle creature perché è la sola che può pensare, che può rendersi conto di quanto il possedere un alto grado di consapevolezza sulla propria essenza renda amara l’esistenza. Leopardi rimpiange il carattere “fanciullo” degli antichi, e guarda alla loro epoca come a un’era di cultura autentica, limpida, poiché gli antichi “erano fanciulli che non conoscono i vizi, noi siamo come vecchi che li conosciamo ma pel senno e l’esperienza li schiviamo” (p. 4). Noi moderni, insomma, siamo solo più scaltri, ma non più intelligenti. E se riusciamo ancora a vivere in società, lo dobbiamo alla religione che ha il merito di conciliare ragione e natura, armonizzando, grazie “all’amore delle cose invisibili di Dio ec. e la speranza di premio nella vita futura … la grandezza generosità sublimità, apparente pazzia delle azioni (come son quelle dei martiri ….) colla ragione” (p. 37).
Queste sono le premesse che inducono Leopardi ad assegnare la palma di unica poesia autentica alla poesia degli antichi (eccetto le suddette eccezioni di autori vissuti nell’epoca moderna); per questo egli critica la riflessione di un suo contemporaneo, Lodovico di Breme (1780-1820), che, dalle pagine del Il Conciliatore, era assertore della superiorità della poesia “romantica”. Dice Leopardi che il Breme è convinto che il fondamento della poesia sia il “patetico o sentimentale”, ovverosia “la profondità di sentimento che si prova nei cuori sensitivi”, qualcosa che invece era sconosciuto agli antichi, i quali non potevano giungere a tali profondità di sentimento. Leopardi non accetta questo primato della poesia romantica, perché la giudica capace di destare solo sentimenti non autentici, che non sgorgano puri dall’imitazione della natura quale essa è effettivamente: “il poeta quanto più parla in persona propria e quanto più aggiunge di suo, tanto meno imita (cosa già notata da Aristotele…) …. il sentimentale non è prodotto dal sentimentale, ma dalla natura, qual ella è, e la natura quel ella è bisogna imitare, ed hanno imitata gli antichi” (p. 16).
La condanna della poesia a lui contemporanea colpisce anche quella ispirata al classicismo; per esempio, la poesia di Vincenzo Monti non è apprezzata da Leopardi per la “ributtante freddezza” (p. 36), per il suo rifarsi pedissequamente agli autori greci e latini. A proposito di opere montiane quali il Bardo o la Basvilliana, il Nostro scrive: “è così manifesta la freddezza del suo cuore che non vale punto a celarla l’elaboratezza del suo stile e della sua composizione” (p. 36). Un giudizio assai netto nei confronti di Monti (che quando Leopardi cominciò a comporre lo Zibaldone era ancora in vita), dettato probabilmente da esigenze di critica letteraria, anche perché il Monti non è un classicista tout court.
In definitiva, per Leopardi “il danno dell’età nostra è che la poesia si sia ridotta ad arte, in maniera che per essere veramente originale bisogna rompere violare disprezzare lasciare da parte interamente i costumi e le abitudini e le nozioni” (p. 39); d’altra parte, è inevitabile che un artista moderno cerchi anche il consenso del pubblico, il quale è in genere restio ad accettare stravolgimenti in campo artistico. Perciò, Leopardi sembra sostenere che la riduzione della poesia del suo tempo ad arte sia dovuta a una sorta di concorso di colpa tra autori poco coraggiosi e pigri e tra un pubblico allergico a stili innovativi.
Se si pensa ai mirabili componimenti di Leopardi contenuti negli Idilli, si può ipotizzare che quest’analisi sull’essenza della poesia e sullo stato della poesia a lui contemporanea, sia stata fondamentale per donare alla sua produzione lirica un carattere eccelso, capace di innovare la poesia italiana di allora.

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