mercoledì 9 luglio 2014

Massimiliano Maestrello. "Queste stanze vuote", Edizioni La Gru 2014



Raccontare l’età cruciale tra l’adolescenza e la maturità è impresa ardua. Soprattutto in un’epoca come quella attuale nella quale i confini tra le età sfumano, e la classica distinzione tra le diverse fasi dell’esistenza è messa in discussione. Sia da situazioni oggettive che impediscono la “crescita”, sia, talvolta, da una sorta di pigrizia mentale che rende insopportabile l’abbandono di fanciullezza e adolescenza. I ragazzi protagonisti del libro di Massimiliano Maestrello, Queste stanze vuote (Edizioni La Gru 2014), hanno quantomeno il merito di provare, spesso senza accorgersene, a varcare la soglia tra la fanciullezza e un’età indefinita, più o meno adulta. È questo credo il tema dominante di una raccolta di racconti che si snoda felicemente affrontando il tema della problematica, oscura, spesso drammatica, “maturazione” di giovani ragazzi.
Il libro si legge molto bene e si è colti sovente dal desiderio di sapere “come vanno a finire” le singole vicende; in particolare dalla Terza stanza in poi il pathos narrativo prende piede e la sensibilità dell’autore si manifesta pienamente. Le “stanze” sono quasi tutte narrate in prima persona da un protagonista che peraltro non sempre è il personaggio fondamentale anche perché si tratta di racconti corali, dove non agisce un attore unico. Scorrendo le pagine, spesso è facile immedesimarsi nei fatti che capitano ai personaggi, oppure condividere la rabbia per i vacui pomeriggi passati nella provincia italiana, l’imbarazzo dovuto al non riuscire a capire qualcosa che è fondamentale e farà crescere, il brivido di noia che conduce a fare cose ignobili, come succede ai protagonisti dell’ultima stanza.
Un altro aspetto qualificante del libro mi sembra il finale aperto che caratterizza le diverse stanze: sebbene in ognuna di esse avvenga una sorta di metamorfosi che costringe i personaggi a cambiare o a interrogarsi su di sé, il finale non è mai conclusivo; il lettore, infatti, avverte che quando la narrazione termina il personaggio vorrebbe forse dire ancora qualcosa. Ma ormai la metamorfosi è compiuta e non è possibile tornare indietro, giacché il processo è irreversibile e la nuova età bussa alla porta, spesso in forme sconsolate, come quelle del ragazzino infelice e solo della Prima stanza che cede al brivido di provare l’eroina con indolenza, passivamente rassegnato a un’esistenza di sofferenza e di oscurità.
Forse non è esatto affermare che i protagonisti di queste storie “crescano”. Sarebbe riduttivo. In realtà essi vanno incontro a una specie di salto verso la vita: tale mutamento non possiede di per sé un valore positivo, anzi, non possiede nessun valore etico; l’autore, a volte, sembra osservare i fatti con distacco, riferendo quel che è accaduto senza (per fortuna) voler indicare esempi positivi e negativi. Però non è facile rimanere distaccati: la Quarta stanza narra il ritorno al paese natio di un ragazzo vissuto all’estero e che si rende conto che la sua vera casa è in quel paese sperduto di pianura. Quando egli si domanda qual è il posto che gli appartiene veramente, gli viene in mente una casetta sull’albero che il padre gli aveva costruito quando era piccolo. Allora decide di vedere se la casetta è ancora al suo posto: appena la rivede, il tempo, per un attimo, sembra arrestarsi; il racconto ha dei tratti struggenti e, inoltre, svela un’altra caratteristica frequente del libro di Massimiliano, ossia il fatto che il superamento della soglia tra le età è inconsapevole e indotto dagli eventi. Un po’ come accade alla protagonista della Sesta stanza, una ragazza (notevole la capacità dell’autore di narrare i fatti da una prospettiva femminile) che, dopo aver scoperto che suo padre tradisce sua madre (e avendo constatato l’incapacità della madre di reagire), diventa donna grazie al ragazzo che le piace, ma si rende conto questa nuova maturità è deludente e dolorosa, quasi disperata.
Nessuno di questi ragazzi, dunque, sa bene cosa sia quel a cui va incontro. Ciò che muta le loro esistenze è spesso un fatto di poco conto, almeno in apparenza; il “salto” che essi compiono, come succede al narratore della storia della Settima stanza, è alla cieca: “Avevamo superato anche quella, e in un attimo ci eravamo ritrovati nel buio”. Appunto, in un “attimo” che precipita nel buio, nell’ignoto, l’esistenza cambia carattere; quel che prima di quel singolo “attimo” appariva in un certo modo, dopo di esso appare diversamente. Il ragazzino che scopre il sesso nella Terza stanza, durante i Mondiali di calcio del 1990, ci mette un secondo a scoprire che suo padre e la sua amica non sono solo “amici”, ma qualcosa d’altro. Mirco, il ragazzo omosessuale della Quinta stanza (episodio narrato in terza persona), che torna a casa con il proprio compagno, sa che suo padre non ha mai accettato quella sua vita; e, anche da adulto, è consapevole del fatto che non c’è possibilità di riconciliazione: l’ultimo incontro con il padre è drammatico, il muro tra di loro è ancora più alto; nonostante siano passati anni, il padre dice al figlio: “Non sei cambiato”, facendogli capire in un attimo fulmineo che non c’è più nulla che li lega, che la “scelta” del figlio ha prodotto una ferita che non può guarire e che l’età adulta per Mirco coinciderà, forse, con una sconsolata solitudine, o almeno con la lontananza dalla sua famiglia d’origine. Infine, la ragazza che scopre il “tradimento” del padre alla madre vive quell’attimo come qualcosa che cambierà per sempre la sua vita; e il fatto che i suoi genitori sembrino riconciliarsi la rende rabbiosa, facendola illusoriamente sentire adulta e matura: “Avevo finito per detestarli, tutti e due […] Non erano più i miei genitori, quelli, e ogni volta che li guardavo finivo per provare una strana paura: la paura che, se avessi indagato, se avessi fatto domande, se avessi scavato più a fondo nelle loro vite, avrei trovato qualcosa di ancora più doloroso. Era come se nascondessero consapevolmente – prima di tutto a loro stessi – il germe dell’infelicità che li aveva infettati” (p. 176).
Ma non intendo rivelare le trame dei racconti. Vorrei solo aggiungere che l’autore non si pone da una prospettiva né storica, né esistenziale, né sociologica. I fatti narrati non sono eccezionali, ma appartengono (o sono appartenuti) al vissuto di migliaia di giovani, di ieri e di oggi, in città e in provincia. Inoltre, l’autore non è mai retorico, né si atteggia a moralista e non è nemmeno intenzionato a scrivere fasi memorabili, lasciando sulla pagine un’impronta roboante e indelebile. La scrittura, al contrario, è asciutta, pulita: anche quando narra vicende “scabrose” non perde mai la bussola, non è ipocritamente reticente né cade nella retorica “pulp”, mischiando sesso e sangue con voluttà. È misurato, consapevole di sé, cosciente del fatto che la vita non è un film e che, nella vita, i momenti fondamentali non si presentano quasi mai come tali allorché accadono, ma lo divengono ex post, quando li si osserva dopo qualche anno e magari verso di essi si avverte, belli o brutti che siano stati, una puntina di malinconia.

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