lunedì 13 ottobre 2014

LA CHIMERA. SEBASTIANO VASSALLI


Il romanzo La chimera, scritto da Sebastiano Vassalli e pubblicato da Einaudi nel 1990, rinnova felicemente lo stile del romanzo storico, richiamandosi a I promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il libro di Manzoni è infatti un modello, sia narrativo, sia storico; la vicenda raccontata ne La chimera è ambientata nel medesimo secolo di quella di Renzo e Lucia (sebbene avvenga qualche anno prima) e nel medesimo ambiente politico, ossia il Regno di Milano posto sotto il dominio dell’imperatore spagnolo.
Vassalli narra i fatti accaduti miscelando il tono romanzato e quello, per così dire, storico. Egli fa agire personaggi storici reali, come il vescovo di Novara Carlo Bascapè (1551-1615), i quali intersecano la vicenda della povera Antonia, bruciata come strega nel 1610 nel piccolo borgo di Zardino, sulle rive del fiume Sesia. Non c’è nessun anacronismo nel riferire un avvenimento di quasi quattrocento anni prima; il richiamo al passato è giustificato dall’autore con questa riflessione: “Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore; andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla; magari laggiù, un po’ a sinistra e un po’ oltre il secondo cavalcavia, sotto il “macigno bianco” [il Monte Rosa] che oggi non si vede. Nel villaggio fantasma di Zardino, nella storia di Antonia. E così ho fatto”.
Vassalli non esprime giudizi espliciti su quel che narra, ma lascia emergere le proprie idee attraverso il modo con cui descrive i vari personaggi, le loro azioni, i loro pensieri. La “povera” Antonia non era una strega: era un’esposta, ossia una neonata abbandonata e raccolta dalla Casa di Carità di Novara; essa crebbe tra queste ragazze orfane, finché venne adottata da una coppia di Zardino, “un piccolo borgo come tanti altri piccoli borghi nella bassa, col suo paesaggio di vigneti e boschi verso le paludi e gli argini del fiume”. Antonia ebbe due sfortune: quella di essere bella, di una bellezza conturbante e inconsueta (forse figlia di un soldato spagnolo di stanza a Novara), divenendo presto oggetto di invidia da parte delle comari sua compaesane; e di essere denunciata come strega all’Inquisizione di Novara in un momento in cui il capo di tale istituzione, l’inquisitore Manini, cercava un processo di stregoneria per sottrarsi all’influenza dell’odiato vescovo novarese Bascapè.
È inevitabile parteggiare con Antonia; lo stesso autore, riferendo la bigotteria delle comari di Zardino, mettendo in evidenza l’avidità e l’ignoranza del parroco del paese, la vacua retorica dei giuristi chiamati a condannare la ragazza, non fa che evidenziare quanto ella sia una vittima innocente. Forse non è un caso se uno dei pochi personaggi positivi del racconto sia il boia, Bernardo Sasso, il quale, prima di appiccare il fuoco alla catasta di fascine dove Antonia brucerà viva, le somministra di nascosto un narcotico per non farla soffrire troppo. Il boia infatti dice: “Bruciare vivi è la cosa più orrenda che ci sia e io non credo di togliere nulla alla pena che i giudici hanno stabilito per la strega togliendole un poco di quella capacità di intendere che è anche capacità di soffrire”.
Il popolino, invece, plaude al rogo, chiede anzi che la strega venga bruciata in fretta, poiché nell’estate del 1610 la bassa novarese è flagellata da una grande siccità e da un gran caldo, della quale la responsabile, per tutti, è “la strega di Zardino”. Il giorno dell’esecuzione di Antonia è perciò un giorno di festa: centinaia di persone accorrono verso il luogo dove verrà innalzato il rogo, portando con sé figli, animali e provviste, come se andassero a una festa campestre. Quel che li spinge non è tanto una sorta di voluttà del sangue, né il desiderio di giustizia, ma, più prosaicamente, la volontà di passare una giornata diversa, assistendo alla punizione di una persona cui addebitare tutti i mali del proprio tempo. In fondo, scrive l’autore, questa gente: “non era gente sanguinaria, né malvagia. Al contrario, erano tutti brava gente: la stessa brava gente laboriosa che nel nostro secolo ventesimo affolla gli stadi, guarda la televisione, va a votare quando ci sono le elezioni e, se c’è da fare giustizia sommaria di qualcuno, la fa senza bruciarlo, ma la fa; perché quel rito è antico come il mondo e durerà  finché ci sarà il mondo”. Al giorno d’oggi, infatti, non si bruciano più le streghe, né si fanno esecuzioni sulla pubblica piazza; tuttavia, i meccanismi legati alla ricerca del famoso “capro espiatorio”, la tendenza a colpevolizzare un’unica persona o un unico gruppo umano per allontanare da noi stessi il sospetto che il male abiti in noi, non sono mutati, perché connaturati, ahimè, all’essenza umana.
Questa riflessione, indotta dalla lettura, non deve far pensare che l’autore pecchi di moralismo; egli non giudica né gli uomini del XVII secolo né gli uomini d’oggi. Vassalli offre invece una storia, la storia di una ragazza innocente bruciata come strega perché creduta in combutta con il Diavolo (come dice Dante: “Lo ‘imperador del doloroso regno”), ossia con ciò che era ritenuto più lontano dall’essenza della religione, il nemico del regno di Dio. L'autore non espone un’analisi dei motivi profondi alla base della caccia alle streghe, delle sue implicazioni teologiche, religiose o politiche. Egli è uno scrittore, non è un uomo di chiesa, né un filosofo. Ma è consapevole che sono le storie delle persone cosiddette “normali”, quelle di cui quasi mai rimane traccia nei libri di storia, a disegnare il vero significato a un’epoca. In un libro in cui appare mirabile la ricostruzione del quadro storico e sociale che caratterizzata la città di Novara e il suo contado all’inizio del XVII secolo, spicca la capacità di intrecciare la storia con la “S” maiuscola, con la storia degli umili, dei semplici, di coloro (la maggioranza delle persone) che nascono, vivono e poi muoiono lasciando dietro di sé tracce quasi sempre flebili, destinate a sparire in breve tempo.
Forse vi è anche, ne La chimera, l’idea secondo cui è difficile, se non proibitivo, affermare che la storia possieda una finalità, dal momento che la essa non sembra essere affatto un percorso di graduale e lenta evoluzione dell’animo umano. Al di là di ogni fede e di ogni concezione idealistica o materialistica della storia, nel succedersi delle vicende non si scorge la mano di “Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per quest’unico motivo, così futile!: che non esiste”.
Agli occhi nostri il destino della presunta strega è crudele. Antonia viene resa una sorta di “morto che cammina” tramite un triste processo di distruzione della sua essenza umana. La spoliazione di qualsiasi segno di dignità umana avviene sia durante il processo, condotto ovviamente senza difesa, senza prove e utilizzando la tortura, sia durante la detenzione, trascorsa in prigioni fetide e sporche, sia, infine, dopo la pronuncia della sentenza, quando Antonia è stuprata dai suoi carcerieri. Si tratta di metodi di espropriazione della personalità che non tramontano mai e che, seppure mutati nelle forme, non perdono oggi la loro sostanza, il loro significato. Quando giunge il giorno dell’esecuzione Antonia non è ancora morta ma non è più viva, ossia non gode più del diritto di stare al mondo. La sua uccisione è un rito purificatorio; il fatto, all’apparenza paradossale, che essa sia protetta dalla forza armata nel suo percorso verso il rogo, e che si cerchi in tutti i modi di impedire che siano coloro che la insultano a ucciderla, risponde alla necessità, per l’autorità politica, di riaffermare il  monopolio della violenza e, al contempo, la propria supremazia, il proprio dominio assoluto sui corpi e le anime. Antonia ormai è nuda vita, come scriveva Giorgio Agamben, ossia una persona “biologicamente viva”, ma ormai situata “in una zona limite tra la vita e la morte, fra l’interno e l’esterno” (cfr. Homo sacer, Einaudi 2005, p. 177).
La stessa Antonia, chiusa nella carrozza che la conduce alla morte, riflette su quel che le sta accadendo, allorché scorge i visi di chi le augura la morte e ascolta le parole d’odio verso di lei: “Guardava i volti e i corpi degli uomini là fuori come avrebbe guardato dei pesci in una boccia di vetro; li vedeva lontani e anche strani, anzi si meravigliava di non essersi mai stupita in precedenza di quelle forme, considerandole – come tutti – inevitabili e assolutamente insensate … Quei cosiddetti nasi, quelle orecchie … Perché eran fatte così? Quelle bocche aperte con dentro quei pezzi di carne che si muovevano … Che insensatezza! Che schifo! E quell’esplosione incontenibile di odio, da parte di individui che fino a pochi giorni prima non sapevano nemmeno che lei esistesse e che ora volevano il suo sangue, le sue viscere, reclamavano d’ammazzarla loro stessi, lì sul momento e con le loro mani … C’era forse un senso, una ragione in tutto questo? E se non c’era perché accadeva? … Le sembrava di capire finalmente!, qualcosa della vita: un’energia insensata, una mostruosa malattia che scuote il mondo e la sostanza stessa di cui sono fatte le cose … Anche la tanto celebrata intelligenza dell’uomo non era altro che un vedere e non vedere, un raccontarsi vane storie più fragili d’un sogno: la giustizia, la legge, Dio l’Inferno”.

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