lunedì 22 febbraio 2016

Adua Biagioli Spadi, L’alba dei papaveri, La vita Felice, Milano 2015




 Ho avuto la fortuna di ricevere e poi leggere questa silloge di poesie. Mi sono piaciute e ho deciso di trascriverne alcune, commentandole in maniera istintiva, lasciandomi trasportare dalle sensazioni che esse mi trasmettevano. Non mi sono permesso riflessioni tecnico-metriche, che avrebbero richiesto tempo eccessivo e avrebbero forse “tradito” l’ispirazione genuina, autentica, che muove la mano della poetessa.
È una poesia “femminile” senza dubbio, ovvero legata a una intimità raccolta, nella quale abbonda una passionalità tenue e, morbida. I termini scelti sono spesso legati a sensazioni di tenerezza, di tranquillità, di una natura che accoglie prima di dare. Ci sono spesso momenti di liricità pura, nella quale il dato naturale viene trasfigurato fino ad assumere un significato alto, che si spoglia di ogni riferimento concreto (“La neve è intorno ai capelli dei vecchi, / nei cigni dipinti sul filo dell’acqua / tra silenzi inciampati di bimbi: / loro non sentono il freddo, / il giuoco è tutto l’essere che li divora” da: Inverno). Ci sono momenti di intensa passione che non vengono raccontati, come succede spesso oggi, con abbondanza di termini forti, impudichi, ma con un riferimento tenue e indiretto (cfr. Hai svegliato me). La poesia infatti sgorga, nelle parole della poetessa, dai punti all’apparenza meno “poetici”, cogliendo quasi all’improvviso il lettore, il quale però, alla fine, è contento di leggere questi versi dove le cose non vengono spiegate e dette, ma fatte intuire con delicatezza. In fondo la poesia deve accendere la luce, ma lasciare libero di camminare il viandante e il lettore.

IL SEME

Niente avviene per caso,
a ogni passo riscopro una foglia.
Si diramano strade diverse
si fonde il cuore alla linfa,
ma radice aggrappata si nutre di me,
luci e ombre odorano di me.
L’anima fugge
il pensiero con lei.
Solo l’argilla festeggia la pioggia:
proietta nel tempo il seme che sono
e quello che sarò.

La poesia riesce a dire cose che difficilmente le parole prosaiche sanno comunicare. Non si tratta di un dogma, bensì di una verità di esperienza nota a ogni artista. I semi del poeta sono parole che germoglieranno chissà dove.  Ma che importa? La poetessa percepisce se stessa in comunione simbiotica con la natura: non si immerge in essa, né le attribuisce significati allegorici. Si limita a sentirsi a fianco a lei, augurandosi che le sue parole, una volta scritte, non rimangano morti segni sulla carta bianca, ma fruttifichino, nella testa di chi li leggerà. L’epilogo forse intende proprio questo: la pioggia impasta l’argilla e crea qualcosa, il terreno fertile affinché il seme di ciò che la poetessa è e sarà dia frutti, dia ancora, nel tempo lungo, segni di sé.

L’ASSENZA
Senti come tutto quaggiù
si trasforma sotto la neve.
Il tetto spiovente è scivolo immacolato,
piegata di peso è la morbida frasca
pare onda appesa all’aria che gela.
L’azzurro bagliore mi sfugge
in opaca crosta di quercia
il fuori condensa perfino quella carezza.
Pure il mio restare in questo fermarsi
un istante biancheggia,
silenzio degli strumenti.
L’orizzonte è un altro e io
non arrivo mai.
Tutto sparisce
sotto la neve che copre,
tranne queste tue rose infuocate
che non so più guardare dentro,
nel profumo dell’assenza.

La poetessa coglie l’attimo. È la cosa più difficile da fare per una artista, eppure, forse, dovrebbe essere il suo unico scopo. La poetessa in questo componimento attua un processo di progressiva smaterializzazione della “materia” letteraria. I primi versi rappresentano oggetti concreti che diventano metafora per i successivi versi che riproducono situazioni sempre più rarefatte e immateriali. La situazione di sospensione, di attesa di qualcosa di ignoto è tratteggiata impiegando un oggetto classico della poesia della dimenticanze e dell’assenza: la neve. Ma la poetessa non cade in cliché, né ricopia atmosfere pascoliane forse oggi desuete. Riesce invece a delineare il senso di una mancanza lieve, non dolorosa; c’è un orizzonte da raggiungere, ma l’atmosfera tenera, la neve che cade, le impedisce qualunque movimento. E dell’assenza rimane il profumo.

ROSSO

Mi affaccio nel rosso rubino
del rosso.
I battiti silenziosi tendono,
esplodono fuori
dal dentro,
dove lava lavora
incessante
nel sordo suono irrisolto
d’irrequietezza che mi resiste.
Il rosso è un lago di porpora:
imprigiona con la materia
per liberarmi all’abbraccio dell’aria.
E parlo a lui quasi fosse un amore:
gli chiedo di non spegnersi
di non finire il caos del mistero;
gli chiedo di bruciarmi ancora e
ancora il volto
nelle fiamme del suo ardere.
Sì, il rosso è pietra che brilla nascosta
splende nell’organo di vita pulsante
non sa di un gelo che stermina
i fiori e li spezza.
Il rosso ha il gusto della passione
mirtillo e fragola intrisi,
può essere un sogno,
un danzare ondeggiare
di cui neppure ti accorgi.

Questa poesia è accesa di colori, di passione. L’autrice non cade nella retorica del binomio “rosso-passione d’amore”. O meglio, credo che accetti tale binomio, ma dandone un’interpretazione molto personale. Ecco allora che il concetto di amore si amplia (si leggano alla fine della raccolta le commoventi poesie per i genitori), fino ad assumere una valenza universale. La poetessa allora racconta una generale passione per la vita nelle sue diverse forme, operando una specie di sinestesia lirica: invece di descrivere con lunghe frasi una determinata sensazione, si limita a mostrarla al lettore. “Vedere” una passione, ascoltare un colore: in poesia può accadere. È una poesia che accende e chiude la fantasia.

L’immagine di me

Stringerai un’immagine di me
fra le dita tue spietate,
ma sceglierai?
Il girasole che illumina la via
o la mossa frastagliata multiforme
che appena sottilmente vedi,
al flusso tremolante del pensiero?
È forse solo acqua
la freschezza dentro la tua acqua
che ti riprenderai
o i versi miei stampati fino
all’orgoglioso tuo che ti appartiene?
Sono io stessa così incastrata
nelle mie mappe,
così afferrata dalle infinite penne
che ho gettato gli occhi nelle carte
nell’ora tagliata che soltanto è mia,
l’ora del silenzio
che assomiglia a religione.
Tutto sfugge dalla me che sono stata,
come goccia, come acqua
come biscia dentro l’acqua,
fino a che riprendi la parte che ho più intatta
che fuggita
nel tuo abbraccio si consuma.

La poetessa è “incastrata” nelle sue mappe. E forse per questo scrive di sé a se stessa, per ritrovarsi, riconoscersi. La sua volontà di sperimentare diverse forme di espressione, le dà forse il dubbio di non sapere più chi lei stessa possa essere. Per questo si aggrappa ai versi che scrive, a quel che dipinge oppure all’immagine di lei che le altre persone conservano dentro se stesse. Chissà se è giustificata questa paura di perdersi. E chissà perché spesso questo timore angustia gli artisti. In tale componimento, però, non c’è paura: i versi si succedono quasi curiosi di scoprire se quel “me stesso” possieda qualche materialità. Infatti il paragone con l’acqua che scorre, simbolo estremo di totale transitorietà, quasi conclude la poesia. “Quasi” perché alla fine c’è un elemento affettivo e umano che, più di tutti, dona sostanza d’arte a questi versi. È molto bello, a livello stilistico, l’alternanza tra un verso breve e uno lungo, come a voler dare un’aria di sospensione e di attesa, che si consuma e scompare nel verso successivo.
Milano

Eccoti qui Milano di sfinge
con la tua cattedrale che piange,
mi giungi in un bellissimo canto
come usignolo nella nebbia
emerso dal centro:
vivi di voci di grigi incroci,
soltanto tu sui sogni mi voli.
L’ho chiusa nel palmo
la Milano che rincorrevo
frastornante in respiro
mi dice
che sono sussurri
pure le stelle.
Tra insoliti rami di sguardi
di corti segrete di scorci inattesi
scie rosate di abbracci
tu mostri.
Inconsapevole sveli e riveli
anche le fragole che non sai.

Milano non è la città dell’autrice. Milano non è una città in fondo. L’arte e la poesia ne hanno parlato migliaia di volte. È un’entità indefinibile, una sorta di caleidoscopio in continuo movimento che non mostra mai la stessa faccia. La poetessa però possiede una sensibilità acuta: per questo riesce a scovare la “sua” parte di Milano, a tenerla presso di sé, a parlarne. Un’umanità esiste anche a Milano, soprattutto quando si scoprono in essa angoli inattesi di città-paese, quasi di corte di campagna, annegati ma non scomparsi nel cicaleccio industriale-finanziario e spesso disumano di questa città mastodontica.

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