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sabato 4 febbraio 2017

ALLA RICERCA DI UNA LUCE (RACCONTO) DI G. BARRECA


Andrea si sollevò dal cuscino mettendosi a sedere, esausto. Sarebbe riuscito a fare lezione? Il sole era già alto: la sua luce s’insinuava attraverso i buchi della tapparella ancora abbassata, punteggiando di giallo la parete a fianco del letto sfatto. Andrea avvertiva lontano il mormorio del traffico mattutino. Un sapore amaro in bocca. Aveva dormito da solo. Lei se ne era andata da un mese ormai. A fianco a lui, quali simboli di un’estrema solitudine, i segni del solo piacere sessuale a lui possibile in quel momento. Un “piacere” solitario, doloroso, un piacere da sconfitto.
Si scosse. Non poteva continuare in quel modo. I suoi studenti lo attendevano. Gremivano ancora la sua aula, nonostante i suoi silenzi sempre più prolungati, le sue pause colme di malinconia. L’aula ad anfiteatro lo proteggeva, perché pochi si accorgevano che durante quelle pause i suoi occhi si arrossavano e il viso si congestionava nello sforzo di arrestare le lacrime.
Monica se ne era andata dopo quindici anni d’amore. D’amore? Non lo sapeva più. C’era un figlio, ormai grandicello, che lo testimoniava. C’erano tante fotografie e tanti ricordi. Oddio, si disse, no, i ricordi no. Ma non riuscì a evitare di cadere nella tentazione di rievocare il “bel” tempo andato: sapeva che farlo gli avrebbe riempito l’anima di spilli acuminati, ma al contempo non riuscì a evitare quella tortura. Era il suo salvagente ambiguo: all’apparenza fatto di gomma e utile per galleggiare, nella realtà si rivelava di piombo, la sua condanna a morte.
Posso parlarti? Quasi sedici anni prima si era presentata così nell’ufficio del professore. In realtà lui era un semplice assistente del corso di filosofia morale. Lei era una laureanda in cerca di relatore. Era una mattina di primavera ancora fredda. Milano agonizzava nella foschia. Monica si sedette di fronte: Andrea rimase colpito da quel “tu”. Gli parve un segno di scarsa considerazione verso di lui. Di certo lei avrebbe preferito incontrare il titolare della cattedra. Ma Monica gli aprì un sorriso bianco che sembrava non finire mai. Aveva una ciocca di capelli ricci che le ballava sulla fronte, velandole l’occhio sinistro. Aveva zigomi pronunciati, bocca piccola e due occhi scuri, tondi. A lui parvero i primi segni di ciò che, più tardi, nella primavera del loro amore, avrebbe chiamato “bellezza faticosa”.
Quella mattina lei gli aveva raccontato i motivi per cui aveva tardato a laurearsi. Un divorzio (aveva cinque anni in più di lui), tanta solitudine, incertezza, una casa da portare avanti, una figlia di sei anni da crescere da sola. Lui le guardava le mani. Monica gesticolava molto. E non smetteva d’osservalo.
Basta, basta, devo alzarmi, si ripeté cercando di arrestare il flusso dei ricordi che lo faceva soffocare. Cercò a testoni le calze. Pensò che una doccia avrebbe spazzato via tante cose dal suo corpo e dallo spirito. Cercò di distrarsi trascinandosi in bagno: la luce illuminava lo specchio, che gli restituì l’immagine di un quarantatreenne amareggiato ma non da buttare via. Riuscì persino a sorridere, ma non poté distrarsi nemmeno sotto la doccia, perché Monica era di nuovo con lui. All’inizio lei voleva sempre fare la doccia assieme. Per risparmiare l’acqua calda, diceva sorridendo con una malizia così dolce che a lui faceva mescolare il sangue. Erano docce indimenticabili. Poi anche quello finirono.
Monica si era laureata grazie a lui tre anni dopo. Era già incinta del loro figlio. Quel figlio che lui non aveva mai capito bene, quel figlio uscito da una pancia che aveva già ospitato il seme di un altro uomo e che aveva già generato qualcuno. Non era stato un buon padre. Era stato molto presente fisicamente, quasi asfissiante, ma spiritualmente era assente, pallido, evanescente.
La doccia calda lo scosse. Pensò alla lezione di quella mattina. Una lezione facile. Il suo ultimo libro, La filosofia italiana e il fascismo, aveva avuto un buon successo accademico, anche perché era stato testo per il corso che aveva tenuto quell’anno. Il corso stava finendo: dopo l’ultima lezione, avrebbe dato spazio alle “tesine” degli studenti. Poi sarebbe cominciata la lotteria degli esami.
Pensare a queste cose gli fece bene: l’acqua scorreva sulla sua pelle con facilità, morbidezza, accarezzandolo come… come faceva Monica in quei momenti. Ecco che il mostro della nostalgia ricominciava a graffiarlo. Non poteva arrestarlo: rievocava la morbida sensazione dei seni di Monica contro il suo corpo insaponato e… Guardò in basso: un’altra erezione, l’ennesima. Iniziò a massaggiarsi ma non c’era tempo. Per farlo abbassare pensò a una sua collega di corso, brutta e sformata, con un sedere enorme e gli occhiali fumé. Ma si eccitò ancora di più. Lasciò perdere. Finì di lavarsi pensando al campionato di calcio, alla Juventus di nuovo campione. Uscì dal box doccia sgattaiolando come un ladruncolo sorpreso a rubare, cercando di sottrarsi al morbido fantasma di Monica.
Lo specchio gli restituì un’immagina sfocata di sé. Avrebbe preferito che non riflettesse nulla quella mattina. Osservandosi avvolto nell’accappatoio, cupo in volto, scarmigliato, comprese definitivamente che era disperato. Che non ce la faceva più. Che la sofferenza, spossandolo, aveva prosciugato ogni sua energia vitale. Che senza una donna non aveva più senso esistere, che senza Monica la vita era desertificata.
Si scosse. Avrebbe dovuto fare colazione. L’avrebbe fatta al bar di fronte all’università: faceva ormai caldo e la scollatura della barista era qualcosa che poteva offrire un senso nuovo alla sua giornata. Si vestì con calma: camicia azzurro-scuro, pantaloni beige, giacca leggera. Abbigliamento giovanile, fosse mai che qualche studentessa… Ecco, sì, Monica si era laureata cum laude. Lui l’aveva seguita molto bene durante la tesi, tanto è vero che durante quel periodo avevano scoperto di amarsi. Ma il giorno della laurea per lui fu poco felice: essendo ancora un assistente, anzi, un assegnista, non poté far parte della commissione giudicatrice. Il suo posto era stato appannaggio del titolare di cattedra. Lui era rimasto dietro le quinte: nel corridoio c’erano i genitori di Monica, che ormai conosceva, la sorella di lei, una zia, la bambina, Caterina, che di anni ne aveva 9. E c’era l’ex marito di Monica. Ecco, al vederlo, un travaso di bile lo aveva colto: si trattava di un sentimento che aveva provato spesso e che sovente rovinava i loro momenti, anche quelli più intimi. Era una gelosia remota, gelosia di un passato che non gli apparteneva. Lui la viveva male: era sempre insicuro, terrorizzato dal fatto che Monica potesse fare confronti tra lui e il suo ex marito, per concludere, magari, che quell’altro era meglio, e che aveva sbagliato a lasciarlo. Quante volte avevano litigato per quella gelosia! Andrea si rendeva conto di essere stupido, ma quando Monica lo criticava o gli faceva dei rilievi, lui, accecato dalla rabbia, pensava che la donna, nella sua testa, stesse facendo un paragone con l’altro, giudicandolo migliore.
Questa gelosia giungeva all’acme, ovviamente, nel sesso. Perché in quel caso lui temeva di non essere all’altezza, di essere giudicato inferiore all’altro. E nonostante Monica apparisse soddisfatta di lui e gli dicesse che non aveva mai fatto l’amore così bene e così tante volte, lui non riusciva a calmarsi. Credeva lo dicesse solo per blandirlo, per placare la sua gelosia. E quanto più lui la vedeva disinibita, tanto più si macerava, perché pensava che anche con l’altro lei era stata tanto aperta, anche se Monica gli sussurrava spesso: Nessuno mi hai amato come fai tu. Avevo da tempo dimenticato di essere donna, di essere bella e desiderabile.
La giornata fu perciò dura: si sentiva in disparte, anzi, si mise in disparte apposta, covando un immotivato rancore verso la sua donna, la quale invece lo cercò continuamente con lo sguardo, affondata nel suo abito elegante e nei suoi occhi commossi. La sera, a casa, avevano litigato perché lei lo aveva accusato di esserle stato lontano; lui aveva detto che gli aveva dato fastidio vedere il suo ex marito, e che era stato in disparte perché non voleva “disturbarla” mentre salutava sua figlia. Ma mia figlia è più importante di tutto e tutti, lo sai. Lo sapeva. Anche perché Caterina lo adorava: giocava volentieri con lui, lo abbracciava. E lui, che all’inizio, quasi per pudore, aveva cercato di non stare troppo vicino alla bambina, le voleva molto bene, come se fosse sua figlia.
Smise di vestirsi lentamente: questi ricordi gli facevamo male allo spirito. Che idiota era stato con le sue gelosie stupide, fondate sul nulla! Aveva rovinato tutto! La sua vita stava andando a rotoli: proprio ora che era diventato un ricercatore conosciuto, stimato per i suoi studi sulla filosofia italiana, il lato sentimentale della sua esistenza stava crollando. Dov’era Monica in quel momento? A scuola probabilmente. Ma… amava qualcun altro? Una fitta di angoscia gli spezzò quasi la schiena, tanto che dovette sedersi sul letto. Di certo aveva diritto, lei, ad amare un altro, ed essere amata. Una donna tanto eccezionale! E poi con lui era finita da un po’, ben prima che la donna se ne andasse, quel giovedì pomeriggio.
Rivide per l’ennesima volta il film di quelle ore. Erano soli in casa. I bambini dai nonni. Lei stava preparando la borsa, mentre c’erano due scatole di libri già caricate in macchina. Lui la spiava indaffarata a svuotare l’armadio e i cassetti. Era impotente. Sconvolto. Lei lo guardava con gli occhi rossi. Gli ripeteva: Sai, non c’è altra soluzione, vero? Però non aveva un tono perentorio. Forse cercava in lui quella forza che non aveva. Ma se ne andò. Ogni vestito tolto dall’armadio (quei perizoma così belli, quelle camicette da notte tanto eccitanti!), ogni scarpa messa nella scatola, erano una coltellata per lui. Un grumo di malinconia era fermo tra gola e stomaco. Respirava a fatica. Era una giornata bellissima, una giornata d’aprile con il sole, una di quelle giornate di primavera che sembrano non voler mai finire, profumate, piene di vita che rinasce.
Di chi era la colpa? Quel giorno, quando Monica si chiuse la porta alle spalle, in lacrime, dopo averlo baciato per l’ultima volta, lui lo capì. La colpa era sua. Pensò a quell’altro pomeriggio. Quello di un aprile precedente, un anno prima. Ancora una volta lo studio del “suo” professore. Ancora una volta i colloqui con gli studenti. Quella ragazza non molto più giovane di lui, desiderosa di laurearsi sullo storicismo di Benedetto Croce. Si chiamava Elena. Quegli occhi che lo scrutavano intensamente. Neri e grandi. Quelle mani affusolate che, durante il colloquio, si erano mosse sulla scrivania, fino a sfiorare le sue. Lui non aveva reagito: era attonito per quel contatto, ma non aveva respinto le mani di lei, anzi, gliele aveva toccate. I capelli ricci della ragazza, la sua bocca larga, quello sguardo intenso, lo avevano stregato. Finì il colloquio scoprendosi arrapato all’inverosimile, pensando che sarebbe potuto saltare addosso a quella studentessa se il dialogo fosse continuato. Quando, due settimane dopo, addosso le saltò davvero, capì subito che aveva oltrepassato un limite invalicabile. Dopo aver fatto l’amore con lei, che era così calda e disponibile, un acuto senso di colpa cominciò a torturarlo. Ma Elena presto lo richiamò a sé, e lui non si tirò indietro, producendosi in una doppietta da urlo, di quelle che meritano il giro del campo in trionfo. La cosa che lo sconvolse fu che, tornato a casa, non ebbe problemi con la sua compagna, ignara di tutto. Poi Elena decise che era finita, dopo sei mesi: Andrea non si mostrava intenzionato a lasciare Monica e lei aveva deciso di ricominciare da un’altra parte.
Ad Andrea la cosa andò bene, perché era stata una conquista facile e non cercata. Lui voleva stare con Monica. Si era scoperto capace di dissimulare in maniera eccellente: provava rimorsi solo dopo aver amato l’altra, ma più tardi ogni remora scompariva, e prevaleva la soddisfazione per essere stato in grado di amare due donne contemporaneamente, una volta, perfino, durante la medesima giornata.
Poi un giorno Monica aveva letto le mail. Aveva scoperto tutto. Non aveva fatto scenate, né gli aveva fatto la morale. Aveva pianto molto, sentendosi ingannata. Gli aveva chiesto se era stata l’unica volta. Gli aveva detto che doveva vergognarsi, perché in quei casi bisogna porre fine alla relazione e dedicarsi anima e corpo all’altra. Sono delusa da te, scioccata per la tua capacità di fingere. Sei solo malato di sesso, la tua voglia di…, di…, di scopare sempre è un insulto, un comportamento maschilista; per te… per te una donna vale l’altra, io non conto, nulla, per te un “buco” vale l’altro. Che schifo. Lui capì, da quelle frasi volgari (Monica non diceva mai parolacce), che era finita davvero.
Andrea non aveva replicato nulla, paralizzato dalla propria colpa, che, in quel momento, osservando gli occhi rossi di Monica, gli sembrava enorme. Ma cosa poteva fare? Gli venivano in mente solo giustificazioni banali, maschili. Niente che potesse smuovere il cuore tradito della sua donna. Che minchione era stato! Glielo aveva detto anche il suo amico, qualche sera dopo. Farsi beccare le e-mail è da coglioni. Se la cosa era finita, cancella le tracce. Sai quanta gente fa le corna? Ma mica ci ricama sopra tutta la poesia che fai tu! È la poesia che ti frega sempre, la volontà di vedere spiritualità anche dove c’è solo carne. Che inguaribile romantico sei!
Eh sì perché per lui le mail d’amore dell’altra erano delle medaglie al valore, piene di frasi affettuose e di pensieri profondi. Si sentiva un uomo capace di vivere solo per amore, prigioniero volontario dei sentimenti, una sorta di esteta redivivo, un Oscar Wilde più furbo. Invece era stato solo patetico, sia con Monica che con quell’altra. Non aveva avuto le palle per lasciare la prima donna, né di resistere al richiamo sessuale dell’altra, la quale, era chiaro, da lui avrebbe voluto anche di più. Quando lui le chiedeva: “Non è solo sesso, vero?”, lei lo guardava con un sorriso tenero, stupita per quell’ingenuità, e gli rispondeva: “certo, ma se fosse solo sesso ti andrebbe male?”. No, non gli sarebbe andata male, eppure Andrea capiva che Elena gli poteva voler bene sul serio. Ma non aveva mai nominato i sentimenti, né parlato male di Monica, imbarazzato dalla paura di dover cambiare vita e abitudini.
Insomma, era stato un imbecille totale. Se lo ripeté bevendo il cappuccino. La barista quel giorno era malata. C’era un uomo al bancone: corrucciato, con la faccia stanca, la voce arrocchita dal fumo. Fu un segnale. La giornata non iniziava sotto gli auspici migliori. A un certo punto la radio aveva cominciato a sparare a tutto volume una canzone di Tiziano Ferro: fu l’ultimo segno che gli dimostrò che quella era una giornata di merda.

Il cortile dell’università di Milano era inondato di luce. C’era vento. Tracce di polvere si sollevavano dal pietrisco ghiaioso, mentre il viavai di docenti e studenti appariva chiassoso e perfino allegro. Ma in lui la luce si era spenta. Dopo un mese speso a rievocare di continuo il momento dell’addio di Monica, gli errori marchiani da lui commessi, si sentiva spossato, del tutto incapace di pensare a un futuro. La cosa che gli donava maggior dolore era constatare che tutto quello che era accaduto era avvenuto solo per colpa sua. Sarebbe stato consolante, o quantomeno lenitivo della sua sofferenza, prendersela con qualcun altro. E invece no: il suo dolore non aveva nemmeno quello sfogo. Era una cosa tutta sua, era un peso che avrebbe dovuto portare da solo.
Entrò nell’aula gremita con passo malfermo. Che ne sapevano tutti quei ragazzi del suo dolore? Che ne importava a loro? Che ne importava al mondo dei suoi errori da ragazzino, della sua smania di donne, del suo desiderio infinito, della sua incapacità di scegliere “tra lei e quell’altra che non sapevi lasciare/tra i tuoi due figli e l’una e l’altra morale”, come cantava Guccini in Scirocco? Perché era venuto al mondo? Perché era stato così sprovveduto, così sciocco, tanto incapace di accontentarsi? Ora che Monica non c’era più, sentiva che aveva amato solo lei nella sua vita. Le altre non valevano nulla al suo confronto. Ma era rimasto solo. Sia Monica che le altre erano ormai lontane da lui. Certo, era stato lui che le aveva allontanate. E aveva fatto bene, perché non lo soddisfacevano. Ma Monica, no, Monica era praticamente perfetta, una donna che ogni uomo avrebbe voluto accanto. Oppure quell’altra, Elena, almeno quella avrebbe potuta tenerla accanto; ma lei quando si era accorta che Andrea era incapace di decidere tra lei e l’altra, lo aveva lasciato.
Cominciò a far lezione. Non vedeva nulla davanti a sé: l’aula gli pareva avvolta da una caligine che le lenti a contatto, indossate quella mattina, rendevano sempre più spessa. La voce sembrava sempre sul punto di mancargli. Leggeva gli appunti con tono anonimo; era paralizzato, incapace di gesticolare come era solito fare. Dov’era Monica in quel momento? Che stava facendo? Ed Elena dov’era finita? Se l’avesse richiamata avrebbero potuto ricominciare a vedersi? L’avrebbe mai perdonato Monica? È possibile, da un momento all’altro, passare dall’amore all’odio e non tornare indietro? Dov’era suo padre, morto da anni? Perché se ne era andato via così presto? Forse gli avrebbe dato dei consigli saggi, lo avrebbe guidato meglio. Mentre parlava agli studenti gli mancò il respiro. Una crisi d’ansia? Dopo tanti anni?
Io non ti amo più, gli aveva detto Monica un mese prima, sul punto di chiudere la porta alle proprie spalle. Ecco, gli aveva proprio detto in quel modo. Non lo aveva guardato. Quel ricordo gli tornò in mente togliendogli il fiato, a tradimento, proprio nel momento meno opportuno. Poi Monica aveva aggiunto, trafiggendolo a fil di spada: Il solo pensiero di essere toccata da te mi dà il voltastomaco. Benché fosse una frase banale, da programma televisivo pomeridiano (Monica a volte usava un linguaggio un po’ sciatto), fu una stilettata che lo tramortì.
In preda a un attacco di panico, dovette uscire dall’aula. Era solo, ormai: senza famiglia e isolato in dipartimento, dove, nonostante i tanti anni trascorsi, non aveva stretto amicizie vere, tutto occupato dalla sua famiglia, famiglia che poi aveva distrutto per la sua indecisione perenne. Andrea si era convinto, in quel mese, che tutte le strade per lui erano ostruite e che niente avrebbe potuto aiutarlo. Infine, il colpo basso della nostalgia, del mostro che da un mese lo divorava, gli confermò che il mondo reale non faceva per lui. Dove avrebbe trovato requie, dove sarebbe divenuto finalmente se stesso?
Oppresso da questi pensieri, giunse sulla soglia del dipartimento di filosofia e si arrestò. Il flusso di studenti e docenti era rado in quel momento. Come aveva potuto abbandonare l’aula? Cosa stavano pensando i suoi allievi? Di certo che era matto. Come sarebbe potuto rientrare? Quale scusa avrebbe potuto escogitare? No, nessuno scusa, era finito il tempo degli inganni verso se stesso, non sarebbe tornato più. Era giunto il momento di prendere in mano la propria esistenza.
Nessuno sembrava badare a lui, benché molti lo conoscessero, eppure Andrea percepiva tanti occhi fissi su di sé, quelli di Monica, che lo accusava di averla delusa, di suo figlio, sempre più estraneo a lui, e di suo padre che, nella nebbia di un al di là a cui Andrea non sapeva dare credito, lo indicava col dito come uno sciocco. Allora si sedette sotto le colonne del porticato, come in raccoglimento, e pensò alla sua colpa, al suo comportamento da sprovveduto, all’inutilità di tutta la filosofia che aveva studiato. Il dolore insopportabile, la vergogna e l’indignazione provati prima si erano quasi sublimati in una sorta di indolenza disperata e lucida.
Era giunto il momento di prendere veramente in mano le redini della propria esistenza. Così si diceva, “prendere in mano le redini”. Quell’espressione gli era sempre sembrata stupida, tipica della televisione, dei rotocalchi in mostra dai parrucchieri. Ma il concetto era giusto. Ce l’avrebbe fatta? Dibatté dentro di sé questa possibilità, rendendosi conto che no, non ce l’avrebbe mai fatta, perché era solo, o almeno, aveva fatto terra bruciata (altra espressione che gli faceva venire l’orticaria) attorno a sé. Si sentì senza speranza.
Allora si alzò ed entrò in dipartimento, tenendo lo sguardo diritto davanti a sé per evitare qualsiasi contatto con persone conosciute. Salì al primo piano e si fermò ansante: ebbe l’impressione che il suo animo galleggiasse in una specie di tinozza vecchia e scrostata, colma di un liquido viscido. Si appoggiò a un muro, come per sorreggersi. Riprese l’ascesa e giunse al piano superiore, lo oltrepassò e si arrestò sul mezzanino. Si diresse infine verso il ballatoio e uscì all’aperto.
Il cielo era azzurro. Spirava un vento profumato. Pensò che sarebbe stato bello poter tornare indietro a quando era bambino, magari crescendo diversamente. Forse la sua vita sarebbe stata differente. Per tanti anni aveva creduto che, se non aveva scelto di venire al mondo, poteva quantomeno scegliere come stare al mondo. Ma le cose che gli erano capitate, l’una dopo l’altra, avevano smentito questa idea. Non era stato capace di decidere della propria vita, di cancellare il senso di perenne inquietudine che lo paralizzava, quel senso di precarietà continuo, quella pietra al collo sempre così pesante.
Giunto sul ballatoio, Andrea si fermò. Il vento sfiorava i suoi radi capelli. Sentì una sirena avvicinarsi e poi sparire, un colpo di clacson, una voce di ragazza esigere qualcosa da qualcuno. Allora esitò. Tuttavia il sole, la brezza del giorno, il rumore del gaio e futile chiacchiericcio degli studenti seduti sotto i portici, lo fece sentire di troppo una volta di più, un “oggetto” superfluo, incapace di lasciare una traccia nel mondo. Eppure ristette ancora, ebbe un’altra esitazione che si prolungò per diversi minuti. Che stava succedendo? Si sedette sul cemento, per calmarsi, forse per ritrovare la determinazione che aveva fino a pochi secondi prima. Guardò il cielo, rammaricandosi di non essere capace di essere come gli altri. Pensò al titolo di un libro che aveva letto l’anno prima: Il desiderio di essere come tutti. Ecco, se lui fosse stato una persona poco sensibile, meno complicata, più banale, forse avrebbe sofferto meno. Certo, si disse, avrebbe anche amato di meno.
Era sempre stato un uomo d’intelletto, aveva creduto che solo questa facoltà potesse spianare la strada per comunicare con le altre anime nobili. E ne aveva incontrare poche nella sua vita. E queste poche le aveva deluse con la sua pusillanimità. Che ci faceva lì, altrimenti? Come poteva pensare di tornare a immergersi nel mondo dopo che aveva deciso di allontanarlo da sé, di sfuggire da lui per preservare la parte più nobile di sé? Lui aveva tradito e vilipeso il mondo, le belle facoltà che la natura gli aveva donato. Cercò allora di infondersi nuovamente coraggio, si disse che si trattava solo di un attimo, di un istante breve, della sola sofferenza per il dolore fisico: solo questa lo tratteneva. Andrea pensò a Socrate, al suo coraggio, alla fierezza di Seneca.

E in quel bel sole, in quel cielo azzurro, in quell’aria profumata e colma di vita che si rinnovava, si scosse. Appoggiò i piedi sull’orlo del ballatoio: avvertì dentro di sé una sorta di benessere tragico, finché, sporgendosi verso il vuoto, vacillò, sentì che le gambe cedevano e che il corpo si piegava in avanti come se volesse affrettare la fine. Comprese che stava davvero calando il sipario. Gli mancò l’equilibrio, poi scorse sotto di lui un abisso grigio e il selciato divenire sempre più vicino. Infine andò incontro a qualcosa che non avrebbe saputo descrivere, una specie di oscurità rumorosa e assai dolorosa, ma solo per qualche istante, e infine sentì un impasto di terriccio e sangue caldo nella bocca. Poi la luce si spense.

domenica 21 marzo 2010

Il treno nella tormenta puntata 5/5



Qui la prima puntata, qui la seconda, qui la terza e qui la quarta.

RIASSUNTO PUNTATE PRECEDENTI: un treno è bloccato dalla neve sull'Appennino parmense, a Fornovo Val di Taro. Sul treno un ragazzo (Andrea) conosce una ragazza (Francesca); i due cominciano presto a divenire più intimi, mentre i viaggiatori si rifugiano al bar della stazione per scaldarsi. Francesca rivela che sta scappando dalla sua vita e da un matrimonio.
Questa confessione scatena la fantasia di Andrea; lui è fidanzato, ma è attratto da quella strana e misteriosa ragazza. L'atmosfera diviene ancor più conturbante allorché la direzione delle ferrovie consiglia ai passeggeri di pernottare in un albergo del paese. Andrea e Francesca prendono due camere singole contigue.
I ragazzi cenano assieme; Francesca racconta molte cose di sé e Andrea avverte un irresistibile desiderio di lei. Anche la ragazza appare attratta da lui. Poi però Andrea ha un attacco di sonno e, suo malgrado, deve andare a dormire, mentre Francesca appare delusa, ma non dice nulla. Più tardi, nel cuore della notte, la ragazza bussa alla porta di Andrea e da quel momento scoppia l'amore tra i due, un'intesa perfetta li avvolge. Poi il sonno, il deliquio...


ATTENZIONE. IL RACCONTO POTREBBE URTARE LA SENSIBILITÀ DI ALCUNI LETTORI!!!

Francesca cominciò ad accarezzarmi il pene, con delicatezza. Ero del tutto inerme, non potevo né muovermi, né parlare, ero in balia di lei, delle sue voglie. Lei faceva ogni cosa in modo dolce, e io sapevo che non avrei resistito a lungo. Quando venni mi uscirono dei gemiti soffocati e vidi il mio corpo sussultare, e mi sentii sul punto di spezzare le corde che mi legavano al letto. Francesca continuava ad accarezzarmi lì, con tenerezza e io caddi in una specie di deliquio beato, nel quale ebbi la impressione di addormentarmi di nuovo…
Però non mi assopii perché Francesca aveva ripreso ad armeggiare con il mio pene. Lo stava baciando, producendosi in una fellatio appassionata e intensa. La vedevo muoversi su di me come una donna esperta. Ero di nuovo eccitatissimo e desideravo toccarla, ma non potevo muovermi.
Un attimo più tardi, Francesca salì sopra di me: sentii che muoveva il mio sesso per farlo entrare in lei. Mi dava la schiena: la vedevo muoversi in modo ritmico, direi armonico, assieme a me, ascoltavo il suo piacere che arrivava inarrestabile. Nella penombra la sua schiena mi appariva come l’oggetto più attraente del mondo. Cercavo di partecipare anch’io, muovendo il bacino per quel che potevo e, più mi muovevo, più la vedevo sussultare. Quando tutto finì ebbi l’impressione di strappare le corde che mi tenevano legato; il mio bacino sussultò in modo violento e mi sembrò di aver scaraventato a terra Francesca, che invece stava sopra di me e appariva del tutto inebriata dal piacere provato. Era tutto frutto di lei, del suo movimento, della sua iniziativa, della follia che l’aveva portata a conquistarmi, a fare prima del sesso “normale” con me, poi a legarmi e a sfruttarmi per le sue voglie di dominio per tutta la notte. Un’esperienza da raccontare, questa è la cosa che, ricordo bene, mi venne in mente dopo che fu tutto finito.
Poco dopo, Francesca si alzò da me lentamente. Mi pulì con un fazzoletto di carta, mi baciò di nuovo il sesso più volte: credevo che la mia eccitazione non sarebbe mai terminata. Poi pulì se stessa e se ne andò in bagno. Mentre scorreva l’acqua del bidet, percepivo nella stanza il profumo del nostro piacere, del nostro sudore, della nostra “perversione”. Avvertivo di nuovo il dolore alle giunture, da quasi un’ora strette nelle corde. Ma stavo benissimo. Non avevo mai provato una cosa del genere e mi sembrava la situazione più erotica che mai avrei potuto sperimentare. Francesca mi aveva fatto del male, legandomi in quel modo. Ma, dopo quello che era successo, mi sentivo ancora più attratto da lei. Mi chiedevo cosa avrebbe pensato il suo ragazzo se avesse saputo una cosa del genere; chissà se mai aveva sospettato di quella voglia di Francesca. E poi, mi dissi, sarà vero che sono la prima persona con cui l’ha fatto? Ormai desideravo stare con lei molto più del giorno prima, quando avevo di mira sono una semplice avventura. E Marta, cosa avrebbe detto di me? Avrebbe creduto al mio essere stato vittima delle circostanze?
dopo cinque minuti Francesca uscì dal bagno. Si vestì e venne verso di me. Mi baciò sulla fronte. Poi disse:
«Grazie tesoro, è stato l’addio al nubilato che desideravo. Non lo avevo progettato, ti assicuro, anche se mi ero portata dietro le cordicelle. Sai, mi rendo conto che piaccio e, quando vado in giro, mi accorgo quando qualcuno mi guarda con desiderio. Per cui, avendo questa idea fissa di legare un uomo e possederlo, violentarlo, disponendo di lui a mio piacimento, cercavo solo il coraggio per farlo. Ma pensavo che non l’avrei trovato mai. Invece ho incontrato te, che mi volevi ma non avevi il coraggio di dirmelo. Sono contento che sia successo con una persona come te. Certo, se non ti baciavo io, tu non facevi nulla. E, ti dico, mi piaci molto come tipo, e se fossi libera… Mah, chissà, magari libera tornerò. Ho la tua mail, ti scriverò forse. Per questo con te ho prima voluto fare l’amore, come una coppia, come due persone che si piacciono. Poi ho voluto averti tutto per me e, ti assicuro, mi è piaciuto tanto. Se non fossimo stati in un albergo con le pareti di carta avrei urlato come una matta, ma ho dovuto contenermi… Certo, scusa per la benda sulla bocca e per averti legato mani e piedi, ma vedrai che il dolore passa subito. Ora ti slego, ma sappi che non devi urlare, né fare cazzate di altro genere, capito? E non cercare di raccontare alla polizia queste cose, perché non penso che ti crederanno. Sarebbe facile inventarmi che mi hai violentata, e sai che in questi casi si crede alla donna, non all’uomo. Per favore, dunque, non raccontare nulla, fallo per me, credimi, ho cercato di farti solo del bene».
Non avevo certo intenzione di mettermi a urlare, né di prenderla a pugni e a calci. Ma Francesca stava tornando in se stessa e ora era lei ad avere paura, come donna, della mia reazione. Per cui il mio cuore tornò ad accelerare perché la ragazza, per essere ancor più persuasiva, mi puntò un coltello sul collo. Sentivo la lama fredda accarezzare la mia barba vecchia di due giorni e la mia pelle, la mia preziosa pelle. Cominciai a sudare e a tremare: una strana sensazione di freddo (avevo la pelle d’oca) e di calore mi avvolse. Cercai, con dei versi e dei gesti, di comunicarle che non avrei fatto nulla.
Poi Francesca mi slacciò le mani: feci fatica a muovere le braccia per qualche attimo; mi bruciavano i polsi e avvertivo dolore alle spalle, come se fossero state lussate. In realtà mi accorsi che non era così. Poi Francesca mi tolse la benda e mi parve di rinascere: emisi un sospiro di sollievo lunghissimo, ma non potei dire nulla perché Francesca mi baciò con trasporto. Era stupendo sentire la sua lingua nella mia bocca e avvertire il desiderio che cresceva nuovamente in me. Dopo quel bacio dissi:
«Non preoccuparti, non dirò niente e non ti farò niente. Sei una donna stupenda».
Lei mi fissò sorridente come le avevo visto fare altre volte quel giorno, cioè dischudendo appena le labbra. Sembrava tornata la ragazza fragile e senza malizia del giorno prima. Una metamorfosi che non riuscivo a spiegarmi. Ma non m’interessava per nulla.
Infine, Francesca mi diede un ultimo bacio sulle labbra e fece per andarsene. Una grande malinconia mi invase. Le dissi: «Non ci rivedremo mai più?». Lei, ormai sulla porta, rispose: «Non lo so, credimi...». E se ne andò. Erano le cinque e mezza del mattino. Poco dopo, stanchissimo e inebriato da quel ricordo tremendo e bellissimo, mi addormentai di colpo.

La mattina, verso le 8.30, il telefono della camera squillò. Saltai sul letto, spaventato. Presi la cornetta. Dall’altro capo del filo una voce mi avvertiva, cortesemente, che la colazione sarebbe stata servita alle ore 9.00 e che, dovendo il treno ripartire alle 10.30, le ferrovie consigliavano ai passeggeri di affrettarsi, anche perché non avrebbero più coperto le spese di “soggiorno” a Fornovo, né avrebbero rimborsato il biglietto in caso di rinuncia al viaggio.
Con una voce da oltretomba, ringraziai e riagganciai. Sì, non desideravo rimanere in quel posto, dovevo andare da Marta. Le scrissi un sms avvertendola della partenza imminente e lei mi rispose scrivendomi che era felice. Povera Marta, se avesse saputo… Mi lavai di fretta e mi accorsi, con stupore, che le caviglie e i polsi non presentavano particolari arrossamenti. Non me ne curai, però, perché pensai che la notte non avevo avuto la possibilità di guardare il mio corpo: avevo avvertito del bruciore, ma non avevo visto i segni rossi a causa del buio. Si vede che Francesca era stata molto delicata nel legarmi.
Guardando fuori della finestra, mi accorsi che non nevicava più. Il cielo era bianco lattiginoso, ma, come dire, di un biancore piuttosto chiaro, non grigio come il giorno prima.
Scesi nella hall e mi guardai attorno con il cuore che batteva. Nessuna traccia di Francesca, benché il ricordo di lei, del suo corpo e del suo odore fosse pungente nelle mie narici e nella mia memoria. Passando davanti alla sua porta, non avevo avuto il coraggio di bussare, anche perché sarei stato molto imbarazzato a parlare con lei. Mi aspettavo però di vederla nella hall e mi domandavo come ci saremmo comportati. Ma Francesca non c’era: che fosse partita per conto suo? Che avesse deciso di rimanere lì, continuando la sua fuga? Che si fosse fatta venire a prendere dalla zia oppure dal suo fidanzato con il quale magari aveva fatto pace? Scartai quest’ultima ipotesi, vista la distanza da Sarzana e da Brescia; e poi, sapevo che nevicava su tutta la pianura Padana e che la circolazione stradale era difficoltosa. Così almeno diceva la radio accesa lì, nel bar dell’albergo.
Terminai di mangiare e salii in camera per preparare la borsa e andarmene. La porta della stanza di Francesca era ancora chiusa; mi fermai un istante appoggiando l’orecchio per provare a captare qualche rumore, ma non udii nulla. Poco prima delle 10 uscii dalla mia camera, infagottato e con la borsa a tracolla, per dirigermi verso la stazione. Nella hall riconobbi buona parte dei passeggeri del treno del giorno precedente. Nessuna traccia, però, di Francesca. Cominciai a essere preoccupato per lei: lo stato in cui si trovava, il disorientamento che stava vivendo, quello che era successo tra di noi, mi indusse a temere che avesse potuto compiere un gesto terribile. E in parte me ne sarei sentito responsabile, perché l’avevo conosciuta, anche troppo bene, quella notte. E sarebbe venuto fuori tutto, avrei dovuto raccontare ogni particolare alla polizia, perché un suicidio avvenuto in un albergo di una cittadina dell’Appennino avrebbe fatto scalpore. Anche perché io dormivo nella stanza a fianco. Avrei potuto mentire sui rapporti tra me e Francesca? No di certo, perché se le avessero fatto l’autopsia avrebbero facilmente scoperto che avevamo avuto diversi rapporti sessuali. E magari avrebbero sospettato di me e, nel frattempo, la mia vita sarebbe andata a rotoli: immaginavo il dolore e lo sdegno di Marta, la sofferenza dei miei familiari, la vergogna che mi avrebbe avvinto.
Completamente immerso in quelle immagini di tragedia, in quelle paranoie vive e pungenti, ormai convinto, nevroticamente, del suicidio di Francesca, tornai verso la sua camera, quasi di corsa. La porta era ancora chiusa. Avevo il fiatone, più per l’emozione che per gli scalini fatti a due a due. Esitati almeno un minuto prima di bussare. Avevo le nocche già appoggiate alla porta, allorché vidi spuntare un inserviente dell’albergo che stava pulendo le camere all’inizio del corridoio. Mi guardò con aria interrogativa, come se non s’aspettasse di trovare ormai più nessuno in quella zona dell’hotel. Mi chiese con voce chioccia:
«Cerca qualcuno?».
Io lo guardai con altrettanta sorpresa, come se fosse lui l’intruso in quel posto. Aveva una mascella terribilmente quadrata, da pugile in pensione. Notai una cicatrice sull’occipite destro. Decisi di darmi un contegno serio e gli risposi:
«Mi chiedevo come mai la signorina che ha dormito in questa camera non sia ancora scesa. Sa, il treno sta ripartendo e lei deve andare a Sarzana… ».
La mascella quadrata si mosse, mentre gli occhi rotearono in modo interrogativo, come se io avessi parlato in una lingua incomprensibile. L’inserviente mi venne vicino come se volesse sincerarsi della mia sanità mentale. Sentii un alito davvero sgradevole e mi allontanai impercettibilmente.
«Sta scherzando, vero?», mi disse, squadrandomi.
«Perché?», ribattei a mia volta, quasi offeso dal quel tono e dall’espressione che poteva nascondere la volontà di prendermi in giro o di darmi una sberla sul muso.
La mascella quadrata si mosse verso di me, ma solo per parlare. Osservato da quella distanza, l’inserviente mi parve gigantesco, un armadio. Le mani erano proprio quelle da pugile.
«Guardi che questa camera non la diamo mai a nessuno perché si è rotto il tubo del riscaldamento tre giorni fa e proprio oggi aspettiamo l’idraulico per la riparazione. Dunque, credo che lei si sia sbagliato di camera… non le conviene affrettarsi? Potrebbe perdere il treno… ».
Rimasi senza parole, senza fiato, senza pensieri. Ero sicurissimo che fosse quella la camera di Francesca, come ero certo della nottata passata, delle sensazioni provate, del suo corpo unito al mio. Ovviamente non dissi nulla di tutto ciò. Non ebbi il coraggio di chiedere all’inserviente se stesse scherzando lui, perché avevo come l’impressione che la sua mascella mi avrebbe inghiottito. Mi sentii molto stupido e fatuo. Balbettai confuse parole di scuse e cominciai ad allontanarmi. L’inserviente, però, aprì la porta della camera e mi disse: «Prego», facendomi cenno di entrare.
La camera era buia e fredda, ma in ordine. Odorava di chiuso e di solitudine. Entrai con circospezione, come se mi trovassi sulla scena di un delitto. Ma non c’era nulla di strano. Il letto era a posto, il bagno anche. Una chiazza d’acqua si allargava sotto il calorifero. Aveva proprio la parvenza di una stanza in cui non nessuno dormiva da giorni.

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mercoledì 17 marzo 2010

Il treno nella tormenta (storia in 5 parti) - p. 4



Qui la prima puntata, qui la seconda e qui la terza.

RIASSUNTO PUNTATE PRECEDENTI: un treno è bloccato dalla neve sull'Appennino parmense, a Fornovo Val di Taro. Sul treno un ragazzo (Andrea) conosce una ragazza (Francesca); i due cominciano presto a divenire più intimi, mentre i viaggiatori si rifugiano al bar della stazione per scaldarsi. Francesca rivela che sta scappando dalla sua vita e da un matrimonio.
Questa confessione scatena la fantasia di Andrea; lui è fidanzato, ma è attratto da quella strana e misteriosa ragazza. L'atmosfera diviene ancor più conturbante allorché la direzione delle ferrovie consiglia ai passeggeri di pernottare in un albergo del paese. Andrea e Francesca prendono due camere singole contigue.
I ragazzi cenano assieme; Francesca racconta molte cose di sé e Andrea avverte un irresistibile desiderio di lei. Anche la ragazza appare attratta da lui. Poi però Andrea ha un attacco di sonno e, suo malgrado, deve andare a dormire, mentre Francesca appare delusa, ma non dice nulla. Più tardi, nel cuore della notte...


ATTENZIONE. IL RACCONTO POTREBBE URTARE LA SENSIBILITÀ DI ALCUNI LETTORI

“Toc, toc”.
Qualcuno bussava alla porta. Ma chi? Mi dissi che mi sarei dovuto alzare. Il freddo della stanza mi fece rabbrividire. Una lieve angoscia mi avvolse, forse era la paura di uno sgradevole imprevisto.
«Chi è?», domandai con il cuore che ballava nel petto
Era Francesca. Da dietro la porta mi chiese scusa per il disturbo e mi domandò se poteva entrare. Aveva una voce flebile; pensai, non so perché, che fosse la voce di chi ha appena pianto ma cerca di non farlo capire.
Attonito, presi tempo, cercando di capire cosa fare. Sapevo che avrei aperto. Per qualche attimo due pensieri mi attraversarono la mente. Il primo fu questo: se una ragazza vuole entrare in camera tua a quell’ora, non lo fa certo per parlare dell’ultimo film che ha visto. Ebbi un sussulto d’eccitazione, unito alla vaga reminiscenza di scene di film pornografici visti e rivisti qualche anno prima. Poi, pensai, che avrei tradito Marta, ma mi assolsi all’istante, perché avrei classificato quella cosa con Francesca come un’avventura vissuta per cause di forza maggiore. Infine, girando la chiave nella toppa, sentii una specie di ritrosia, un’improvvisa resistenza. Fu un presentimento? Non so, ma quando aprii e vidi Francesca in pigiama rosa che mi sorrideva come volesse scusarsi e non trovasse le parole per farlo, pensai che fosse ancora più attraente.
Appena entrò in camera, Francesca chiuse la porta alle sue spalle e mi baciò con foga: un odore di dentifricio alla menta m’invase la bocca. Il mio sangue prese a ribollire e mi dissi: “Ci siamo”. Un regista esperto di film erotici non avrebbe potuto scegliere una sceneggiatura migliore di quella.
Prima di metterci nel letto, Francesca, imbarazzata, mi chiese scusa, chiedendomi di fermarmi un attimo e offrendomi un po’ di tè caldo che si era fatta portare dal bar e che era nella sua stanza.
Furono due ore trascorse divinamente. Francesca sembrava la donna con cui stavo da anni: ci fu un’intesa erotica immediata e inebriante; tra le cose che rammento con particolare forza, fu la fame di lei che esplose in me al primo tocco delle sue labbra sulle mie. Non ci staccammo per due ore buone e fu tutto fantastico, qualcosa che raramente capita nella vita e che va raccontata solo a pochi amici (maschi) fidati, facendoli impallidire di invidia e gelosia.
Dopo quelle due ore di sesso intenso e inebriante, mi addormentai di colpo, come un sasso, abbracciato a Francesca, che mi ringraziò per quello che era successo. Nel dormiveglia balbettai un “grazie” che dovette suonare un po’ inusuale, ma anche i ringraziamenti di Francesca mi erano parsi fuori luogo. Come se le avessi fatto un favore, come se io le fossi servito per un’ultima follia prima del matrimonio! Una specie di addio al nubilato sui generis, senza cene con le amiche, né spogliarellista fico, macho e vagamente pompato che si esibisce dopo cena, ma un addio passato in una stanza d’albergo di un paese dell’Appennino a fare sesso con un uomo praticamente sconosciuto. Certo che aveva scelto un bel modo per dire addio al nubilato! Che avesse preordinato ogni cosa? È vero che per una donna che vuole avere un’avventura la cosa è molto più semplice, però immaginare che Francesca avesse architettato tutto non era possibile…
Erano questi i pensieri che venivo facendo, immerso nel sonno. Fu però un sonno agitato: continuai a chiedermi il perché di quella nottata, pensavo al momento in cui avrei parlato agli amici del fatto, poi m’immaginavo che Francesca si fosse alzata dal letto, camminasse nella stanza, andasse in bagno. Sognai Marta, la vidi pura e senza colpa, ignara della mia avventura, in attesa del mio arrivo a Pisa. Francesca nel sonno (e nei sogni) mi sembrava essere sempre in movimento per la stanza quella notte, ma non avevo la forza per alzarmi e chiederle cose stesse facendo. Due o tre volte ebbi la sensazione che lei mi urtasse: ma non mi svegliai appieno per chiederle se stesse bene, se il letto fosse troppo piccolo, perché alzare le palpebre e muovere la bocca mi apparivano gesti troppo faticosi. Una specie di benefica paralisi mi teneva inchiodato al letto, steso sul materasso e sulle lenzuola come un macigno. Non volli verificare se Francesca camminasse davvero o io stessi sognando, anche perché nel sonno le immagini di Francesca e Marta si confondevano. E la cosa non mi fece bene. Infatti, dopo l’amore, mi accorsi che avrei preferito che Francesca fosse tornata nella sua camera, perché cominciavo ad avvertire, nel profondo del mio animo, un tenace senso di colpa.
A un certo punto pensai però ebbi l'impressione che Francesca mi avesse dato uno strattone e che stesse facendo un po’ troppo rumore. E poi da un po' sentivo sempre più freddo. Insomma, compresi che non stavo sognando affatto e finalmente mi scossi, cercando di alzare la testa dal cuscino. Sollevai il capo e sentii qualcosa davanti alla bocca, una specie di fazzoletto bagnato… guardai davanti a me e rimasi attonito. Ero steso supino, nudo, avevo freddo; la stanza era illuminata dall’abat-jour della piccola scrivania alla destra del letto. Sentivo la mia testa pesante. Cercai di muovermi, sempre credendo di sognare e affogato nello stupore più nero, ma non potei farlo. Voltai la testa a destra e a sinistra e, sconvolto, mi accorsi che avevo i polsi legati alle due estremità della testata del letto. Sempre più terrorizzato, con il cuore che ballava nel petto e la paura che mi pietrificava l’anima, mi accorsi che anche le caviglie erano legate con delle corde alle due estremità inferiori del letto. Avvertivo un fastidioso bruciore ai polsi: più cercavo di muovermi, più il dolore si faceva acuto.
Era davvero difficile pensare che quel che vedevo fosse reale. Eppure la sorpresa non era finita. Guardai diritto davanti a me e rimasi, se era possibile, ancor più senza fiato: sulla seggiola sedeva Francesca, nuda, con le gambe accavallate. La luce debole della lampada la illuminava fiocamente, dal suo lato sinistro, donandole un aspetto spettrale. Francesca mi guardava fisso, anche se non potevo scorgere i suoi occhi. Aveva le mani unite su una coscia, mentre i seni nudi un po' a punta e "a uscire" , nella fioca penombra della stanza, mi apparvero come due uncini appuntiti, pronti a ferirmi.
Poi Francesca parlò. La sua voce mi apparve suadente, sottile, suadente, forse sensuale. Alzandosi, e venendo verso di me, mi disse:
«Che dormiglione che sei… ».
Non potei rispondere nulla per via della benda che mi chiudeva la bocca. Tremavo per il freddo e per la paura. Nell’aria della stanza aleggiava ancora l’odore dei nostri corpi che si erano uniti fino a poco prima. La mia serata trasgressiva si stava trasformando in tragedia? Mi vennero in mente una serie di film che mi avevano sempre fatto paura e m’immaginai quanto avrei potuto soffrire e quanto sarebbe stato triste morire in quel modo. Magari dissanguato, con le vene dei polsi tagliati
Pensai pure che Francesca, disperata com’era, avesse progettato un omicidio-suicidio, con me come co-protagonista. Forse mi aveva raccontato solo bugie. Forse era una psicopatica, sadica e perversa. Ma perché aveva scelto proprio me? Pensai poi a Marta, alla mia famiglia, alla vergogna che avrebbero provato. Allo scandalo. Finalmente Francesca si sedette alla mia destra e mi disse, interrompendo quelle visioni catastrofiche:
«Non temere, non ti farò nulla di male, più di quello che t’ho fatto… Ma era necessario. Prima vorrei puntualizzare due cose importanti, anzi tre». Aveva una voce pacata, dolce, appena sporcata dall'accento bresciano.
Volli crederle. Cercai di non piangere per il terrore. Vedevo le sue gambe vicine al mio viso, il suo sesso scuro e peloso a poca distanza da me. Sentii una leggera vibrazione al mio basso ventre, come se mi stessi eccitando. Pregai affinché ciò non accadesse. Poi Francesca parlò:
«Per prima cosa, sappi che non sono una sadomasochista, né una dedita agli scambi di coppia o ad altre robe da pervertiti. Non amo nemmeno legare il mio uomo al letto, dominarlo o altro. Ma è una cosa che ho sempre sognato di fare. E stanotte la sto facendo. Ma non permetterei mai che il mio eventuale futuro marito o qualcuno di mia conoscenza venisse a sapere di questo mio desiderio. Punto numero due: non ho inventato nulla della mia storia, oggi. Sono davvero in fuga e non so che farò. Comunque non avevo previsto di arrivare a fare proprio oggi, con te, quello che sto facendo. Punto numero tre… non me lo ricordo… Ah sì, non sono matta e presto ti libererò».
Sorrise e si alzò. Io naturalmente non potei proferire parola, per via della benda. Mi limitati a grugnire, come si dice in questi casi. Temevo, infatti, di compiere qualche gesto che potesse indispettire Francesca e farle cambiare idea sulla sorte che mi avrebbe riservato. Mi sembrava fuori di sé, del tutto diversa dalla ragazza compita e sofferente che avevo conosciuto durante il giorno.
Francesca mi annunciò che sarei stato per un po’ (erano ormai le tre del mattino) il suo “schiavo del sesso”. Se non mi fossi trovato in quella scomoda posizione, piedi e mani legate, avrei riso della banalità di quella espressione, perché non ce la vedevo proprio, Francesca, che si comportava in quel modo. Ma la realtà stava vincendo e cancellando il mio stupore. Cioè, intendo dire che avevo ancora paura, naturalmente, però capivo che mi sarei dovuto adattare per quanto fosse possibile e affrontare la situazione. Era come se la mia testa e il mio corpo avessero capito che resistere e mantenere un minimo di calma potesse essere il solo modo per sopravvivere. Infatti, ero un po’ meno agitato e, soprattutto, non pensavo più ai miei genitori, a Marta, allo scandalo, alla morte e a tante cose tetre.

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domenica 14 marzo 2010

Il treno nella tormenta - puntata 3



Qui la prima puntata e qui la seconda.

RIASSUNTO: un treno viene bloccato dalla neve sull'Appennino parmense, a Fornovo Val di Taro. Sul treno un ragazzo (Andrea) conosce una ragazza (Francesca); i due cominciano a conoscersi, mentre i viaggiatori del treno si rifugiano al bar della stazione per scaldarsi. A un certo punto Francesca rivela che sta scappando dalla sua vita, dal suo uomo.
Questa confessione scatena alcune fantasie in Andrea che, sebbene già fidanzato, comincia a pensare a un'avventura con quella singolare ragazza. L'atmosfera diviene ancor più misteriosa e conturbante allorché la direzione delle ferrovie consiglia ai passeggeri di pernottare in un albergo del paese. Andrea e Francesca prendono due camere singole contigue.


Appena entrato nella camera, mi stesi sul letto qualche minuto, affondando nel materasso un po’ troppo morbido. L’odore solito delle lenzuola d’albergo mi avvolse. Avvertii subito un benefico tepore: ero stanchissimo, sul punto di addormentarmi. Ma erano solo le cinque e mezza e alle sette, ci avevano detto, sarebbe stata servita la cena, non un minuto più tardi. La direzione dell’albergo, infatti, visto l’eccezionale afflusso di ospiti, era costretta a chiedere la massima puntualità per questioni organizzative.
Per evitare di assopirmi, accesi la televisione, ma prima litigai qualche minuto con i cuscini, perché le TV degli alberghi paiono fatte apposta per essere guardate soltanto se si è sdraiati sul letto. Qualsiasi altra posizione rende impossibile adocchiare il televisore. Alla fine comunque lasciai perdere. Mi avviai verso il bagno, ma prima dovetti rispondere al telefono: era Marta che voleva avere notizie sulla situazione, perché aveva letto su internet del treno bloccato. Come al solito, i media avevano cominciato a sparare scempiaggini, alimentando l’allarmismo solo per avere più audience. Io tranquillizzai Marta, cercando di essere affettuoso e rassicurante. Mentre parlavamo, riconobbi lo scroscio della doccia della stanza a fianco, quella di Francesca, e un brivido di eccitazione mi attraversò il corpo. Salutai Marta, avvertendo subito dopo il senso di colpa che mi saliva lungo la schiena, mi accarezzava le spalle, mi solleticava il petto.
Naturalmente cenai con Francesca nella grande sala dell’albergo. Gli altri passeggeri sembravano più quieti, o forse rassegnati, ora che si stavano rifocillando. Anche Francesca mi apparve più distesa e calma. Ne fui felice. Eppure io ero sempre meno tranquillo, in preda a un’agitazione che non dominavo e che non capivo. O che fingevo di non capire. In realtà c’era un motivo chiaro. Non sapevo che fare per “conquistare” Francesca, perché avevo deciso che quella notte sarebbe dovuto succedere qualcosa tra di noi. Mi sembrava un destino quella nevicata eccezionale, quella sosta forzata, quell’intimità “obbligata”. Ho sempre avuto una predilezione particolare verso quelle storie che narrano di incontro di una sola notte, di amori intensi e brevissimi. Quella sera ero euforico, eccitato, ma anche incapace di elaborare una strategia per fare mia quella ragazza così strana, in fuga da un possibile matrimonio. Non ero ancora del tutto certo della verità di quello che mi aveva raccontato, però non me ne importava molto. Durante la cena Francesca, più ciarliera, mi mostrò più volte un sorriso fanciullesco, che si disegnava con dolcezza sulla sua bocca piccola dalle labbra tanto rosse. Quel sorriso appena accennato mi aveva ormai definitivamente conquistato.
Finimmo di mangiare e ordinammo, prima del caffè, un sorbetto al limone. Era una vera schifezza, ma non me ne accorsi, perché in quel momento praticamente bevevo le parole di Francesca, e non m’interessavo a nulla d’altro. La ragazza diceva:
«Sai, posso apparire una matta, perché Alfredo, a guardarlo dall’esterno, è proprio un tesoro, ha tante caratteristiche che adoro e che mi piacciono. Perché l’ho scelto, mi chiedi? Bella domanda, ma non so rispondere. Io penso che giustificare i sentimenti sia impossibile, perché non hanno quasi mai una logica, se non quella del cuore… ».
Sentire quelle frasi da fiction italiana moderna mi depresse un po’. Odiavo le frasi celebri dei baci Perugina: per un attimo Francesca mi parve una ragazza un po’ scontata. Ma continuava a muovere con delicatezza quelle sue labbra rosee che avrei baciato all’istante. E poi quel suo viso, lievemente soffuso di un colore roseo, mi pareva ancora più delicato. Per cui stetti ad ascoltarla senza dire nulla, anche se tra me e me pensavo a come agire per poterla avere, almeno per una notte.
«Comunque so che sto facendo una grande scemenza… E che prima o poi dovrò affrontare la realtà, tornare nel mio ambiente, rivedere Alfredo, spiegargli tutto. So quanto possa stare male per la mia assenza e quanto dolore gli abbia dato. Non s’aspettava questo gesto. Ma io piangevo quasi tutte le notti, e più Alfredo era gentile, comprensivo, più mi veniva da piangere. La decisione di sposarlo è nata in me senza pensarci, solo perché mi sembrava di fare la cosa giusta, di sposare la persona adatta. Per mesi tutti mi hanno fatto i complimenti per la scelta, incoraggiandomi, dicendomi che ero fortunata, che avevo l’opportunità di vivere con una persona di valore e così via. Mia madre, quando ha saputo delle nozze, ha pianto per dieci minuti. Si vedeva che non aspettava altro. E io, arrivata a trent’anni, mi sono sentita, come dire, quasi obbligata a farlo. Convivevamo da tre anni, come ti ho detto e, sai, a volte giunge un momento in cui la convivenza, come dire, non basta più. Non è una questione morale, perché non me ne frega niente. È una questione di direzione della vita, di progetto da abbracciare assieme. Almeno, questi sono i pensieri che ho fatto l’anno scorso, guardando al mio futuro. Allora abbiamo deciso il matrimonio. Ma solo in questi ultimi tempi mi sono accorta che ho fatto tutto con la testa, con la logica, ascoltando sempre e soltanto gli altri, mai me stessa, né il mio cuore. Mi ero lasciata guidare, perché non avevo mai rovistato nella mia anima. È come quando passiamo davanti ogni giorno agli stessi negozi e ormai non badiamo più a come sono fatti, a quale merce vendono. Poi una mattina, senza apparente motivo, ci accorgiamo invece di mille particolari che ci erano sfuggiti le altre centinaia di volte che eravamo passata da lì. A me è successo in questo modo: mi è bastato osservare con calma il mio animo, e scoprirmi indecisa, forse non innamorata di Alfredo».
Quell’immagine mi piacque. Avrei voluto approfondire l’argomento. Ma erano le dieci di sera, avevo sonno, eravamo nella hall dell’albergo, c’era un bel tepore e io mi ero alzato alle sei. La storia che Francesca mi aveva raccontato non era poi così rara, ma lei la riferiva bene, disegnando un sorriso lieve, appena accennato, sulle labbra, quasi un estremo atto di riservatezza. Ma ormai, benché ci conoscessimo ufficialmente da undici ore, molte barriere erano cadute tra di noi.
Eppure, nonostante i miei propositi di conquista e la mia brama di avventura a sfondo sessuale, del genere “bottarella”, la combinai grossa. Da qualche minuto, infatti, sentivo che mi stava assalendo una grande spossatezza. Cercai di resistere, ma ogni sforzo fu vano. Alla fine, non mi trattenni più, e comincia a sbadigliare… Francesca mi guardò indulgente, sorridendo in modo amabile. Ma ormai la diga era saltata: gli sbadigli mi salivano alla bocca uno dietro l’altro, facendomi lacrimare gli occhi. Ero arrabbiato con me stesso, perché capivo che in quel modo mandavo a Francesca segnali di un mio disinteresse. Lei mi apparve delusa: mi domandò scusa per aver parlato troppo, e dignitosamente volle salutarmi. Io protestai, assicurandole che non era vero, ma gli sbadigli salivano a pioggia sulla mia bocca, non c’era nulla da fare. Anzi, più opponevo resistenza, più essi si accanivano, come se il mio organismo non ce la facesse più e reclamasse il riposo. In effetti, avevo tanto sonno e lei lo aveva capito. Si alzò e mi diede la buonanotte. E io, a malincuore, salutai Francesca, abbracciandola su una poltrona della hall. L’abbraccio mi scosse, mi diede l’impressione di un corpo pronto a unirsi al mio. Ma non feci nulla, mi mancò il coraggio. La vidi allontanarsi piano, con la sensazione che se l’avessi rincorsa e le avessi toccato una spalla, molte cose sarebbero successe. Non lo feci.
Poco dopo mi diressi verso la mia stanza. Passai vicino alla porta della camera di Francesca, guardandola solo di sfuggita, quasi fosse qualcosa di sacro e di intangibile per me. Poi, spinto da una specie di impulso incontrollabile, sfiorai con le nocche il legno della porta. Non posso affermare che bussai, perché il tocco fu proprio lieve, accompagnato da un batticuore furioso e dal sudore alle mani. Infatti, Francesca non rispose. Interpretai il tutto come un segno del destino. Deluso e amareggiato, entrai in camera mia.
Credo di essermi addormentato all’istante. Non ricordo nemmeno se mi lavai i denti. Credo che m’infilai il pigiama come un automa, pieno di sonno e di scoramento per aver fatto quella figura davanti a Francesca. Sapevo che il giorno successivo saremmo ripartiti e che non l’avrei più rivista. Alla fine, mi dissi, sarebbe tornata sui suoi passi, sposandosi, e accontentandosi di vivere un’esistenza dignitosa ma un po’ spenta, forse. Poi caddi in un sonno pensante.
“Toc”.
Mi svegliai di soprassalto, con il cuore in gola. Sì, sembrava il rumore di qualcuno che bussa alla porta… Mezzo addormentato, tesi l’orecchio per sincerarmi se ci fosse effettivamente qualcuno che bussava o se fosse stata un’allucinazione. Nel frattempo, guardai l’orologio e vidi che era mezzanotte.
“Toc, toc”.
Qualcuno bussava alla porta. Ma chi? Mi dissi che mi sarei dovuto alzare. Il freddo della stanza mi fece rabbrividire. Una lieve angoscia mi avvolse, forse era la paura di uno sgradevole imprevisto.
«Chi è?», domandai con il cuore che ballava nel petto.

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