Finalmente sono usciti questi versi. Sono stati faticosi, meditati, sofferti, strani. Ma desideravo renderli pubblici. Non so se scriverò ancora. Ecco intanto due poesie della raccolta:
Non è l’orizzonte quello che manca, né un vetro doppio per respingere gelo e malinconie, ma è il contatto con mani e parole, con un avvenire che sorge indefinito, tra finestre, noia, portici deserti e vane parole di esseri umani. Alla fine gli abeti lassù scompaiono e la solitudine plana mollemente sulla strada coperta di fiocchi di neve. Non c’è un orologio oggi a comandare, né una stampante bizzosa, né un fax recalcitrante e cafone a vomitare foglio neri e bianchi. Ci sono lontani colpi di tosse di vecchie vite al crepuscolo, televisioni accese per compagnia, anguste cucine di seconde case, figure umane sperdute nel silenzio invernale. Questo rimane dai bagordi del sabato vissuti in differita: mozziconi fumanti, parole comprate al discount, carezze in saldo, e bestemmie al sapore di vino contro il cielo delle stelle fisse. Ribellarsi all’immobilismo odierno è giusto, ma per un attimo, e poi stop; si può solo sussultare nel letto la notte, sentendo gatti che vanno all’amore e alla guerra e latrati di cani invidiosi ed eccitati.
Ma dove vanno queste vaporiere del cielo, bianche come non sono mai le nostre mani, percorse da un’ansia di purezza intima, bucate da pensieri che stringono in catene, lucchetti senza combinazione. L’azzurro è un falso colore, e l’occhio che sogna non lo vede: le nubi sfilano in alto, sospiri romantici ormai fuori moda e osservarle, fermarsi a rimirarle, è il vero atto eversivo, il modo per opporsi a un tempo in cui gli occhi di tanti non fanno altro che guardare, famelici, la terra. O forse non è qui il problema, è solo moralismo, e allora volgersi alle nuvole è una fuga vana, sperare nella loro comparsa, dopo un giorno di afa, o sognare il loro dissolversi, dopo un giorno di pioggia, è il segno di un’eterna insoddisfazione, dell’idea che l’inferno siano gli altri, sempre, solamente loro. Le nubi intanto navigano… le trasportano correnti invisibili, e non badano a nulla. In mezzo alla neve, alla pioggia, alla nebbia e al vento, il nostro cammino è sempre lo stesso, impervio, e le speranze lumeggiano qua e là, inaccessibili a chi non le vede, e intoccabili per chi non vuole vederle. Poi, quando le nubi passano, non sappiamo nemmeno se siano esistite: mutano fattezze continuamente, beffarde, e invano noi cerchiamo di dar loro nomi umani, di scovare nel loro biancore forme a noi conosciute, ma l’ignoto del loro essere è l’ignoto del nostro esistere, e i nostri nomi si dissolvono come le loro forme inesistenti. E quando borbottano oscure e poi si rompono in scrosci di acqua e grandine, incendiandosi nell’oscurità fittizia del temporale, le amiamo illudendoci e sperando che, almeno in quel momento, si curino di noi…
Poesia "estiva", ma non in senso leggero. Fotografare nubi mi piace, perché cambiano ogni secondo e la loro forma dura per pochi attimi. Dunque, perché non coglierla e fissarla, o almeno illudersi di farlo?
È difficile non scrivere un "coccodrillo" quando muore un uomo di cultura già anziano. Sanguineti però era un poeta, e, non è retorica, non credo che "intellettuale" e "poeta" siano sinonimi, soprattutto oggi. Leggendo e rileggendo a casaccio versi sanguinettiani, questo pomeriggio, mi ha colpito il suo antilirismo. Perché questo antilirismo non significa solo amore per l'avanguardia, gusto anti-retorico, scarsa attrazione verso l'ermetismo ecc., ma soprattutto è una "dissacrazione religiosa" del reale. Questa espressione non è un ossimoro, ma mi è nata in animo rileggendo Sanguineti. Non ci avevo mai pensato prima, ma la bellezza del leggere i poeti consiste anche nel sentire, ogni volta che li si legge, qualcosa di nuovo. In Sanguineti gli "oggetti" sono veri, esistono, non correlano nulla. Non rimandano a nulla, se non a se stessi, al poeta che cerca: "e spegnevo la luce, e la riaccendevo, e ancora spegnevo,/ di nuovo; e dicevo, nel buio, ma immobile: ma non succede niente". Perché il poeta non "usa" un linguaggio canonico, esoterico, ma attraverso la sua lingua ri-crea l'universo, perché le parole non sono solo segni, bensì hanno carne e forse ossa. E poi, più in là del Gruppo '63, quei versi così lunghi, quasi uno sfregio alla stringatezza ungarettiana... e quella volontà di non "mandarla a dire", ma di affrontare la realtà, il dibattito poetico, per non sottrarsi al dovere di dissacrare una verità enunciata come pura. Ma dissacra argomentando, non togliendo il saluto. Rispondendo a Franco Fortini che difendeva l'oscurità del linguaggio poetico come passo necessario che chi scrive poesia deve compiere per diventare chiaro, Sanguineti scrive:
la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi, in ogni caso, praticamente così: con questa poesia molto quotidiana (e molto da quotidiano, proprio): e questa poesia molto giornaliera (e molto giornalistica, anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell'articolo di Fortini che chiacchiera della chiarezza degli articoli dei giornali, se hai visto il "Corriere" dell'11, lunedì, e che ha per titolo, appunto, "perché è difficile scrivere chiaro" (e che dice persino, ahimè, che la chiarezza è come la verginità e la gioventù): (e che bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico, guarda, che è molto meglio perderle che trovarle, in fondo): perché io sogno di sprofondarmi a testa prima, ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi che ho perduto tutto, o quasi): (e questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di morire, questa volta lo sai): oggi il mio stile è non avere stile. (1977)
Non so perché ho riportato questi versi, ma oggi mi sono parsi i più significativi che ho letto di Sanguineti. L'ultimo verso, poi, non è retorico, né programmatico, né moralistico, ma è un richiamo a una purezza, alla schiettezza poetica. Magari alla sua elegante rozzezza. Forse merce rara...
È appena uscito, all'indirizzo del sito LeggereLeggere un mio racconto lungo in formato elettronico. Senza svelare nulla di particolare, si tratta di un libro che racconta di una società che, per superare una crisi economica e sociale, decide di sopprimere benevolmente coloro che hanno più di 85 anni... Presento qui il prologo:
Sì, avevo ammazzato mio padre. O meglio: l’avevo soppresso, come un animale; anzi, lo avevo abbattuto. Avevo fatto tutto da solo, come fosse un vecchio cane? Dopo quella tragica mattina, queste domande me le ripetevo in continuazione, e, ogni ora della mia giornata, ogni momento delle mie notti, erano pregni di queste parole d’accusa. Avevo ammazzato un uomo che amavo, che mi aveva fatto crescere, che mi era stato vicino. Un uomo ormai anziano, inoffensivo, mite, pieno di saggezza e di ricordi. Il senso di colpa per me era atroce, insopportabile. Pensai anche al suicidio, in quei giorni, mentre l’estate esplodeva sulla città e io cadevo nel buio assoluto del niente che nutre le rabbie peggiori, quelle che non hanno ragioni, né bersagli contro cui indirizzarsi. Alla fine però non mi uccisi; c’erano già troppi cadaveri in città. Con il passare dei mesi, forse per trovare un modo per continuare a vivere, al rimorso per la morte di papà si sostituì, nella mia anima, l’idea, assolutoria, che non lo avevo ucciso da solo. Questa idea, sottile, lenì il mio dolore perché quasi subito si legò a un’altra idea, ossia alla consapevolezza per cui nessuno mi avrebbe mai condannato per quel parricidio. Nessuno mi avrebbe arrestato, né avrei visto poliziotti con la faccia severa perquisire il mio appartamento. Non sarei andato in carcere, disprezzato dai secondini e seviziato dai compagni di cella quale reo di un delitto infame. Nessun avvocato avrebbe dovuto difendermi, o chiedere una perizia mentale per evitare l’ergastolo….
La prima delle due nasce riflettendo su alcune fotografie consunte. Sì, non è un'ispirazione originale, ma questa è stata la sua causa. La seconda nasce dalla visione di prati deserti, butterati da vestigia di pic-nic, interrotti dalla pioggia marzolina. Una specie di istantanea di qualcosa che non c'è più.
L’inganno della camera oscura
Il sorriso degli astanti era un artificio mentre l’obiettivo frugava le anime: tutti splendevano di una luce incanutita. Lui invece guardava per terra, inseguendo formiche e i pensieri mesti di adolescente senza infanzia. Il fotografo s’appello al “ciis”, alla concordia: ma la zia fece le corna al marito, con le mani, e il cugino pizzicò le forme morbide della mamma della sua fidanzata. Il nonno statuario sorrideva senza felicità, mentre la nonna tendeva i muscoli per non scomparire, per non essere la solita comprimaria. Lui no: grigio nella giornata colorata, indossava una cravatta scura e un po’ d’angoscia. Alla fine il fotografo scattò: l’istante era stato infilzato e reso immortale nell’afa del pomeriggio agostano. Malinconia, rancori e senso di frustrazione scomparvero nell’azzurro mormorare dell’estate del sud che cancellava ogni velleità d’amore da quei volti sudati e non più truccati. Il cielo sembrava di gesso e dei parenti indaffarati a mostrarsi immobili rimaneva sulla lastra una striscia chimica. Nella camera oscura le liti, la tristezza, l’angoscia, i pizzicotti e la cravatta nera si confusero: un guazzabuglio di vanità cadde sulla fotografia, falsificando il ricordo, soffocandolo nella culla.
Ultime gocce di pioggia
Le macchie delle ultime gocce di pioggia, sulla radura ormai desertificata: bicchieri rovesciati su frange di pensieri come onde, onde ricamate e ricamanti, da una mano che appare scompare riappare. Dureranno queste ultime gocce, dureranno fino alla fine d’ogni cosa, al sole che annerisce il tramonto, all’alba nuova che imbianca le case? Non si sa, e stop. Nessuno poi se lo chiede più: la domanda è vana, chi l’ha posta non gliene importa più nulla, e la sua figura si perde nella caligine. Le ultime gocce di pioggia non erano proprio le ultime: altre ne verranno, le prime dopo le ultime, le ultime prima delle prime. Continueranno a macchiare l’erba, dopo il pranzo all’aperto, e stop. Sull’erba imberbe sono stesi stracci e cartacce, parole sussurrate da nessun uomo, una tovaglia rossa orlata di impronte di dita e di mani intinte nel vino.
Qui la prima puntata, qui la seconda, qui la terza e qui la quarta.
RIASSUNTO PUNTATE PRECEDENTI: un treno è bloccato dalla neve sull'Appennino parmense, a Fornovo Val di Taro. Sul treno un ragazzo (Andrea) conosce una ragazza (Francesca); i due cominciano presto a divenire più intimi, mentre i viaggiatori si rifugiano al bar della stazione per scaldarsi. Francesca rivela che sta scappando dalla sua vita e da un matrimonio. Questa confessione scatena la fantasia di Andrea; lui è fidanzato, ma è attratto da quella strana e misteriosa ragazza. L'atmosfera diviene ancor più conturbante allorché la direzione delle ferrovie consiglia ai passeggeri di pernottare in un albergo del paese. Andrea e Francesca prendono due camere singole contigue. I ragazzi cenano assieme; Francesca racconta molte cose di sé e Andrea avverte un irresistibile desiderio di lei. Anche la ragazza appare attratta da lui. Poi però Andrea ha un attacco di sonno e, suo malgrado, deve andare a dormire, mentre Francesca appare delusa, ma non dice nulla. Più tardi, nel cuore della notte, la ragazza bussa alla porta di Andrea e da quel momento scoppia l'amore tra i due, un'intesa perfetta li avvolge. Poi il sonno, il deliquio...
ATTENZIONE. IL RACCONTO POTREBBE URTARE LA SENSIBILITÀ DI ALCUNI LETTORI!!!
Francesca cominciò ad accarezzarmi il pene, con delicatezza. Ero del tutto inerme, non potevo né muovermi, né parlare, ero in balia di lei, delle sue voglie. Lei faceva ogni cosa in modo dolce, e io sapevo che non avrei resistito a lungo. Quando venni mi uscirono dei gemiti soffocati e vidi il mio corpo sussultare, e mi sentii sul punto di spezzare le corde che mi legavano al letto. Francesca continuava ad accarezzarmi lì, con tenerezza e io caddi in una specie di deliquio beato, nel quale ebbi la impressione di addormentarmi di nuovo… Però non mi assopii perché Francesca aveva ripreso ad armeggiare con il mio pene. Lo stava baciando, producendosi in una fellatio appassionata e intensa. La vedevo muoversi su di me come una donna esperta. Ero di nuovo eccitatissimo e desideravo toccarla, ma non potevo muovermi. Un attimo più tardi, Francesca salì sopra di me: sentii che muoveva il mio sesso per farlo entrare in lei. Mi dava la schiena: la vedevo muoversi in modo ritmico, direi armonico, assieme a me, ascoltavo il suo piacere che arrivava inarrestabile. Nella penombra la sua schiena mi appariva come l’oggetto più attraente del mondo. Cercavo di partecipare anch’io, muovendo il bacino per quel che potevo e, più mi muovevo, più la vedevo sussultare. Quando tutto finì ebbi l’impressione di strappare le corde che mi tenevano legato; il mio bacino sussultò in modo violento e mi sembrò di aver scaraventato a terra Francesca, che invece stava sopra di me e appariva del tutto inebriata dal piacere provato. Era tutto frutto di lei, del suo movimento, della sua iniziativa, della follia che l’aveva portata a conquistarmi, a fare prima del sesso “normale” con me, poi a legarmi e a sfruttarmi per le sue voglie di dominio per tutta la notte. Un’esperienza da raccontare, questa è la cosa che, ricordo bene, mi venne in mente dopo che fu tutto finito. Poco dopo, Francesca si alzò da me lentamente. Mi pulì con un fazzoletto di carta, mi baciò di nuovo il sesso più volte: credevo che la mia eccitazione non sarebbe mai terminata. Poi pulì se stessa e se ne andò in bagno. Mentre scorreva l’acqua del bidet, percepivo nella stanza il profumo del nostro piacere, del nostro sudore, della nostra “perversione”. Avvertivo di nuovo il dolore alle giunture, da quasi un’ora strette nelle corde. Ma stavo benissimo. Non avevo mai provato una cosa del genere e mi sembrava la situazione più erotica che mai avrei potuto sperimentare. Francesca mi aveva fatto del male, legandomi in quel modo. Ma, dopo quello che era successo, mi sentivo ancora più attratto da lei. Mi chiedevo cosa avrebbe pensato il suo ragazzo se avesse saputo una cosa del genere; chissà se mai aveva sospettato di quella voglia di Francesca. E poi, mi dissi, sarà vero che sono la prima persona con cui l’ha fatto? Ormai desideravo stare con lei molto più del giorno prima, quando avevo di mira sono una semplice avventura. E Marta, cosa avrebbe detto di me? Avrebbe creduto al mio essere stato vittima delle circostanze? dopo cinque minuti Francesca uscì dal bagno. Si vestì e venne verso di me. Mi baciò sulla fronte. Poi disse: «Grazie tesoro, è stato l’addio al nubilato che desideravo. Non lo avevo progettato, ti assicuro, anche se mi ero portata dietro le cordicelle. Sai, mi rendo conto che piaccio e, quando vado in giro, mi accorgo quando qualcuno mi guarda con desiderio. Per cui, avendo questa idea fissa di legare un uomo e possederlo, violentarlo, disponendo di lui a mio piacimento, cercavo solo il coraggio per farlo. Ma pensavo che non l’avrei trovato mai. Invece ho incontrato te, che mi volevi ma non avevi il coraggio di dirmelo. Sono contento che sia successo con una persona come te. Certo, se non ti baciavo io, tu non facevi nulla. E, ti dico, mi piaci molto come tipo, e se fossi libera… Mah, chissà, magari libera tornerò. Ho la tua mail, ti scriverò forse. Per questo con te ho prima voluto fare l’amore, come una coppia, come due persone che si piacciono. Poi ho voluto averti tutto per me e, ti assicuro, mi è piaciuto tanto. Se non fossimo stati in un albergo con le pareti di carta avrei urlato come una matta, ma ho dovuto contenermi… Certo, scusa per la benda sulla bocca e per averti legato mani e piedi, ma vedrai che il dolore passa subito. Ora ti slego, ma sappi che non devi urlare, né fare cazzate di altro genere, capito? E non cercare di raccontare alla polizia queste cose, perché non penso che ti crederanno. Sarebbe facile inventarmi che mi hai violentata, e sai che in questi casi si crede alla donna, non all’uomo. Per favore, dunque, non raccontare nulla, fallo per me, credimi, ho cercato di farti solo del bene». Non avevo certo intenzione di mettermi a urlare, né di prenderla a pugni e a calci. Ma Francesca stava tornando in se stessa e ora era lei ad avere paura, come donna, della mia reazione. Per cui il mio cuore tornò ad accelerare perché la ragazza, per essere ancor più persuasiva, mi puntò un coltello sul collo. Sentivo la lama fredda accarezzare la mia barba vecchia di due giorni e la mia pelle, la mia preziosa pelle. Cominciai a sudare e a tremare: una strana sensazione di freddo (avevo la pelle d’oca) e di calore mi avvolse. Cercai, con dei versi e dei gesti, di comunicarle che non avrei fatto nulla. Poi Francesca mi slacciò le mani: feci fatica a muovere le braccia per qualche attimo; mi bruciavano i polsi e avvertivo dolore alle spalle, come se fossero state lussate. In realtà mi accorsi che non era così. Poi Francesca mi tolse la benda e mi parve di rinascere: emisi un sospiro di sollievo lunghissimo, ma non potei dire nulla perché Francesca mi baciò con trasporto. Era stupendo sentire la sua lingua nella mia bocca e avvertire il desiderio che cresceva nuovamente in me. Dopo quel bacio dissi: «Non preoccuparti, non dirò niente e non ti farò niente. Sei una donna stupenda». Lei mi fissò sorridente come le avevo visto fare altre volte quel giorno, cioè dischudendo appena le labbra. Sembrava tornata la ragazza fragile e senza malizia del giorno prima. Una metamorfosi che non riuscivo a spiegarmi. Ma non m’interessava per nulla. Infine, Francesca mi diede un ultimo bacio sulle labbra e fece per andarsene. Una grande malinconia mi invase. Le dissi: «Non ci rivedremo mai più?». Lei, ormai sulla porta, rispose: «Non lo so, credimi...». E se ne andò. Erano le cinque e mezza del mattino. Poco dopo, stanchissimo e inebriato da quel ricordo tremendo e bellissimo, mi addormentai di colpo.